[418] NORES cit., 43. Quasi colle stesse parole.
[419] VASARI, ediz. Le Monnier, XIII, 113: «_Ha fatto Lione al duca
d'Alva la testa di lui, quella di Carlo V, e quella del re Filippo._»
Nota, ivi: «_Questi tre busti si vedono tuttavia nel palazzo del duca
d'Alba posti sopra piedistalli colle loro iscrizioni._»
IDEM, Vita di Tiziano, p. 38.
WILLIAM H. PRESCOTT, _History of the reign of Philip the second, King of
Spain_, in-8. Boston, 1856, II, 277: «_Engraving of the duke of Alva,
from the original by Titian in the possession of his excellency the duke
of Alva in Madrid._»
[420] ADRIANI, 539, C: «_Il duca d'Alva.... mille cinquecento Spagnoli,
quattromila Alemanni, e tremila fanti toscani.... chiamava, stimando
poter correre alle porte di Roma, e forse da Portercole a
Civitavecchia._»
IDEM, 544, F: «_Le genti di Lombardia, Spagnoli e Tedeschi, imbarcandosi
alla Spezia e ponendosi a Portercole pigliassero Corneto e
Civitavecchia._»
IDEM, 546: «_Conoscevano i capi della guerra in Roma il disegno del duca
d'Alba.... Tevere, Ostia, e forse combattere Civitavecchia._»
[2 ottobre 1556.]
VI. — Non successe lo stesso a Nettuno, donde i Romani ebbero a patire
gran travaglio. Nettuno, patria del Segneri, è una grossa terra sulla
riva del mare a quaranta miglia da Roma, abitata da bella e brava gente,
tenace degli antichi costumi; e tanto nel tratto, nelle vesti, nella
figura, e in ogni altra cosa singolare, che alcuni le vorrebbero
attribuire l'origine araba[422]. Posta di mezzo tra la punta di Astura e
il capo d'Anzio, nel fondo di un golfo arenoso, tornava di grande
comodità al rifugio ed al riposo delle piccole barche da traffico e da
presa, nell'andare e venire a Roma da Napoli e da Gaeta: tanto più che
la città di Anzio da più secoli distrutta, e il porto Neroniano anche
prima interrito, non potevano nè render servizio, nè richiamare
l'attenzione di nemici o di amici. I Colonnesi possedevano Nettuno in
feudo, ma non lo avevano ancora fortificato alla moderna: soltanto il
duca Valentino al principio del secolo decimosesto, impadronitosi della
terra, erasi pur dato gran cura di aggiungere alla antica cinta di
cortine e di torri quella bellissima fortezzina, che, per essere uno dei
più insigni monumenti dell'arte primitiva, sarà da me a suo tempo
largamente descritta[423]. Insomma tanto amore i Colonnesi portavano a
Nettuno, quanto gli Orsini a Palo. Le due grandi casate romane, di qua e
di là dalla capitale, quasi ad uguale distanza, si appoggiavano sul
mare; dove le due famiglie per diverse strade riducevansi a diporto, e
dove i giovani dell'una e dell'altra si addestravano nei rudimenti
dell'arte marinaresca. Da quelle rive scoccarono le prime scintille che
dovevano accendere il genio di Marcantonio e di Fabrizio Colonna, di
Virginio e di Flaminio Orsini, celebri tra i capitani del mare nel
secolo decimosesto.
E perchè ho chiamati a rassegna questi signori mi è necessaria una breve
fermata con loro per istabilire insieme con certezza alcuni fatti del
nostro proposito, che non potrebbero trovare altrove luogo conveniente;
e pur vogliono essere presentati ai lettori prima che ci avanziamo per
le acque di Lepanto. Nel mezzo al secolo decimosesto cinque famiglie
delle romane possedevano e navigavano bastimenti militari di loro
privata proprietà: gli Orsini, i Farnesi, gli Sforza, i Colonna e i
Vaccari. Dei tre primi ho largamente trattato nei libri precedenti, e mi
continuerò infine alla fine di questo volume[424]. Degli altri due vuo'
dire adesso come seguirono il costume dei grandi in Italia di correre il
mare per conto proprio contro i pirati e contro i turchi; e di mettersi
alla condotta dei principi maggiori alle occorrenze delle spedizioni
generali. Per questo crebbero di potenza e di ricchezza in Genova i
Doria, i Grimaldi, gl'Imperiali, i Centurioni: per questo gli Strozzi e
i Martelli in Toscana, i Cicala e i Terranova in Sicilia, gli Spinelli,
i Brancacci e gli Staiti in Napoli, ed altri in più parti.
Trovandosi in Roma ai sommi onori il conte Federigo Borromèo, nipote di
Pio IV, e volendo il duca Cosimo di Toscana ingraziarsi con lui e cogli
altri della famiglia, pensò nell'anno sessantuno donare al Conte due
corpi di galere ignudi, come dire due scafi nuovi senza corredo e senza
armamento. Di che sapendo il Pontefice quanto bene metterebbegli
l'apparecchiarli alla difesa della spiaggia, alla sicurezza di Roma ed
ai servigi della curia, con suo chirografo diretto al tesoriere generale
Mr. Matteo Minali ordinò le provvisioni di compiuto fornimento pei
medesimi nel porto di Civitavecchia; e di più la costruzione o la compra
di altri otto, da formarne giusta squadra per ogni occorrenza[425].
L'anno appresso con lettera di motoproprio, ricordato pur lodevolmente
il dono di Cosimo al conte Federigo, gliene aggiunse altri tre del suo
per donazione spontanea, da valere in perpetuo a favore del medesimo e
degli eredi. Pel qual titolo (essendo morto proprio nel novembre
dell'anno medesimo il giovane Conte) le cinque galere passarono in
proprietà del fratello, cioè del venerato cardinal Carlo; cui il
Pontefice, con altre lettere specialissime, ne confermò il possesso.
Qualche tempo le tenne il Cardinale sotto il governo di Niccolò
Lomellino in continui viaggi a Napoli, a Genova, a Barcellona, dovunque
meglio tornasse nei servigî di Roma e di Madrid: ma presto tediato dei
fastidî che gli davano coteste faccende, prese il partito di venderle a
Marcantonio Colonna, rientrato in grazia, rimesso nei feudi, e divenuto
alleato della papale famiglia per gli sponsali di don Fabrizio suo
primogenito colla contessina donn'Anna Borromèa, sorella del
Cardinale[426]. Il trattato di compra e vendita tra le due famiglie,
proposto e discusso nel sessantatrè, ebbe compimento il primo di gennajo
dell'anno seguente per gli atti di Alessandro Pellegrini secretario e
cancelliero della Camera, sì come altrove ne ho detto in compendio[427].
L'istrumento esprime tre galere, nominate la Capitana, la Padrona e la
Borromèa, pel prezzo di trentasei mila scudi d'oro, e aggiugne in lingua
volgare gli inventarî e le perizie[428]. Appresso l'archivio Colonna in
più volumi ricorda le spese, i soldi, i viaggi delle galere medesime e
del signor Marcantonio con esse[429]. Il quale al terzo dei suoi
bastimenti mutò il nome, disselo la Fenice, posevi per luogotenente
Giorgio Grimaldi, e raccolse una squadra di sette galere, aggiugnendo
alle tre predette le altre quattro che governava in società coi
Lomellini il capitano Vincenzo Vaccari di Roma. Il nome dei Vaccari, le
case, l'arco, le lapidi e le parentele coi grandi della città, sono
notissime[430].
Quando dalla necessità mi trovo costretto alle digressioni, sempre temo
che possano parere inutili o tornare nojose a coloro, cui piace
trascorrere avanti senza mai restare: per ciò me ne guardo il più che
posso. Ma la speciale condizione dell'argomento mio, non mai trattato da
altri, e il gran difetto di storia nel nostro paese, di che tanto pur si
doleva il Tiraboschi[431], mi fanno violenza talvolta, e mi conducono ad
allargarmi: perchè non avendo nè che supporre già noto, nè a chi
rimettere il lettore, mi è pur mestieri far tutto da me; trovare le
notizie, dimostrarne la verità, raccogliere gli accessorî, incarnare il
racconto e colorirlo. Per esempio, e tutto del caso nostro, a proposito
di Marcantonio Colonna, un cotale, che avrebbe pur dovuto per la sua
professione insegnarne a me ed agli altri, pieno di dubbî, proponea
l'ombroso quesito, chiedendomi come e dove mai avesse potuto quel romano
campione tanto apprendere di marineria da vincere gl'invincibili Turchi
a Lepanto. La quale paurosa domanda, avvegnachè di ordine secondario, se
io lasciassi correre senza risposta, mi troverei nel subbietto
principale della mia storia così menomato da non poter sostenere la più
bella e gloriosa giornata della nostra marina. Perciò ora a lui ed ai
suoi pari, ricordando le costumanze del secolo decimosesto, posso dire
presto e bene che Marcantonio Colonna col suo gran senno infin da
fanciullo in Nettuno e negli altri feudi marittimi di casa sua apprese
il mestiero, e da giovane colle galere sue proprie per l'ampiezza dei
mari lo esercitò.
In fatti trattandosi l'anno medesimo dal re di Spagna di ricuperare la
importantissima fortezza del Pegnone in Africa, perduta da don Narciso,
quando si fece ammazzare dai ciurmadori arabi sui fornelli
dell'alchimia, corrispose tra i primi il signor Marcantonio con le sette
galere. Esso di persona le condusse a Malaga, dove era intimata la
raunanza di tutte le forze marittime: e sarebbe passato al Pegnone, se
le altrui gelosie non avessero impedito il carico proporzionato alla sua
grandezza[432]. Andarono nondimeno in Africa le sette galere della sua
squadra col Grimaldi e col Vaccari[433]: ed ebbero il merito di
ricuperare quel baluardo avanzato della cristianità, pel quale tanto
salirono le lodi del vincitore, quanto era stato grande il merito dei
concorrenti[434]. Grato il re Filippo, ne scrisse la sua soddisfazione
al Colonna; e in premio gli concesse la tratta libera dei frumenti dal
Regno, pel sostentamento della sua squadra[435]. Ma crescendogli gravose
attorno le altrui gelosie, ed alcune differenze pur col Grimaldi,
Marcantonio piegossi alle istanze del duca di Firenze che desiderava
comprare quegli eccellenti bastimenti per l'Ordine di santo Stefano da
lui istituito. Caratate adunque e rivedute dai periti le due che
restavano di libera proprietà alla casa Colonna per cura e diligenza del
possessore salirono di prezzo infino a venticinque mila fiorini d'oro, e
il dì tredici di marzo del 1565 furono consegnate nel porto di
Civitavecchia ai ministri del duca di Toscana[436]. Del giovane Federigo
Colonna, del cavalier Papirio Bussi, del nobile Lorenzo Castellani, e di
altrettali romani, che nei tempi successivi la patria e sè stessi
onorarono di belle imprese coi loro navigli, avrò luogo opportuno a
discorrere altrove. Ora fermiamci pel mese d'ottobre del cinquantasei a
Nettuno.