[388] ARCHIVIO CONVENTUALE dei Domenicani in Civitavecchia, Codici
intitolati _Ricordanze_, vol. tre, segnati A, B, C, un volume intitolato
_Memorie_, e un altro intitolato _Campione_, tutti in foglio ove sono
registrati contratti, testamenti, legati, piante, atti giudiziarî, e
simili, cominciando dal 1422; e quivi le notizie incidenti delle persone
di detti tempi.
ARCHIVIO MUNICIPALE di Civitavecchia, codici intitolati _Registro delle
patenti_, e similmente _Atti delle Estrazioni dei magistrati dal
bossolo_, ove sono ricordate le famiglie dei Visconti e dei Camerlenghi
secondo l'ordine, pel secolo decimosesto; ed alcuni estratti, per favore
di amici, presso di me.
[389] LETTERE, pubb. nell'_Arch. St. It._ (v. qui sopra, p. 129.)
[390] SANDOVAL cit., II, 202, A, 2.
MAMBRINO ROSEO cit., III, 512.
NATAL CONTI cit., 241.
CESARE CAMPANA cit., II, 133.
[391] RAYNALDUS, _Ann._, 1555, n. 72: «_Accensæ sunt hoc anno faces
infelicis belli quod inter Paulum IV, pont. et Philippum II regem
exarsit ex audaci et iniquo facinore Marii et Alexandri Sfortiarum, qui
duas triremes gallicas in portu Centumcellarum adducere Neapolim
pertentarunt._»
ALEXANDRO DE ANDREA, DE LA GUERRA DE CAMPAGNA DE ROMA. in-4. Madrid,
1589, p, 105: «_La huyda de las dos galeras del prior de Lombardia,
puesque de aqui tomò occasion el Papa.... à la guerra._»
PIETRO NORES cit., 12.
[392] GIROLAMO MAGGI, _Della fortificazione delle città_, in-fol. figur.
Venezia, 1564, p. 16: «_Messer Gianfrancesco Lottino volterrano, uomo di
molto giuditio, nel discorso che egli contra il Secretario fiorentino fa
in certe sue lettere che mi riferì il virtuosissimo messer Dionigi
Atanagi che le lesse, nelle quali mi affermava che si contenevano
gagliardissime ragioni._»
[393] RAYNALDUS, _Annales Eccles._, 1555.
BIAGIO ALDIMARI, _Historia genealogica della famiglia Carraffa_, in-fol.
Napoli, 1691, II, 113, 116.
[394] ANNIBAL CARO, _Lettere scritte a nome del cardinal Farnese_, in-8.
Milano, tip. de' Classici, 1807, III, 50. — Lettera al cav. Tiburzio
agente del cardinale alla corte di Francia, data di Roma, 24 agosto
1555.
[15 Settembre 1555.]
XXX. — Per questo non era lontano il vicerè di Napoli dal consentire
coll'ambasciator di Roma alla restituzione delle galere: temperamento
divenuto ormai necessario pel proposito irremovibile del Papa, e per
togliere ai nipoti il pretesto di giustificare col rifiuto la guerra che
macchinavano. E quantunque agli Sforzeschi non piacesse il perdere
quelle galere, e mal volentieri soffrissero di restarsi sgarati; pure
considerando il disordine della famiglia nel tempo presente, e il
maggior pericolo che le sovrastava pel futuro, dibattuto il pro e il
contra di questa bisogna in Napoli tra il vicerè Mendozza, il principe
Doria, il conte di Castro, e quel di Santafiora, conclusero la
restituzione e il modo del ritorno. Alessandro rimenò le galere innanzi
al porto di Civitavecchia: ed essendone esso solo quivi presso smontato,
si rivolse con una fregata verso la Toscana, lasciando ordine al
capitano Antonio Fani ed a Francesco de Nobili, che ambedue far
dovessero quanto sarebbe loro commesso da parte del Papa[395]. Poco dopo
il capitan Alamanni rimettevasi al governo di quelle galere in servigio
del re di Francia, che non le rese mai più agli antichi padroni,
risoluto di tenere per sè quegli eccellenti bastimenti di guerra, anco a
costo di pagarne ad alto prezzo la valuta[396]. Del Fani non mi torna
più notizia veruna: del Nobili una sola lettera, scritta dal cardinal
Farnese dopo questi successi, parla molto onorevolmente; e ce lo mostra
disposto a ritirarsi col titolo di Protonotario in Lucca sua
patria[397].
Così ebbe fine il capitanato di Carlo Sforza: il quale in grandi
intricamenti per tanto tempo vissuto, senza mai potere nè sè, nè le sue
cose avere in assetto, nè in Malta, nè in Africa, nè in Roma, nè in
mezzo agli Spagnuoli, nè appresso ai Francesi, finalmente deliberò di
non più intromettersi nelle altrui brighe; e quietamente si ridusse a
vivere in Parma nella priorale sua casa di Lombardia. Là menò il resto
di sua vita tranquilla, servendo al religioso suo Ordine infino alla
morte, che fu dopo l'anno settantuno[398]. Gravissimo danno la ritirata
degli uomini di senno e di valore dal maneggio dei pubblici affari. Ma
vi sono certi tempi che rendono non solo onesta, anzi necessaria la
solitudine. Quando nella civil società pel mal governo delle fazioni si
ottenebra il criterio illativo e pratico intorno ai dritti e intorno ai
fatti; quando gli inganni ed i soprusi aduggiano ogni semenza di virtù,
e troncano ogni slancio di generoso operare pel comun servigio; insomma
quando l'interesse e lo spirito di parte mena tutto agli eccessi, allora
agli onesti, consapevoli del proprio dovere e della propria dignità, non
resta altra scelta che tenersi in disparte, come fece il capitano Carlo
Sforza.