NOTE:

[380] CARD. SFORZA PALLAVICINO, _Storia del Concilio di Trento_, ediz.

Romana, in-fol. 1666, II, 52, 128.... «_Possiamo affermare che il

Caraffa generalmente riuscì tal pontefice quale fu conosciuto cardinale;

cioè di sommo zelo, ma non di perfetta prudenza. Solo ingannò col

lasciarsi affascinare dal troppo amore de' suoi; e incontrogli tali che

fomentarono i suoi difetti, snervarono le sue virtù, e rendettero

infausto e inglorioso il suo pontificato.... Ebbe eminenza nelle

lettere, e dalla natura eloquenza mirabile; ma con soverchio appetito di

vederla ammirata: appetito che non satollo col pasto gli cagionò grande

adulazione in presenza, ma non minore irrisione in assenza. Largo

estimatore di sè stesso, e stretto degli altri. Segnatamente abborriva

la nazione Spagnuola e la casa di Austria, nè si teneva in pubblico di

parlarne con titoli sconci et indegni; parendogli che la libertà fosse

stata da loro tolta ai popoli in Italia colle armi, alla Chiesa in

Spagna colle ordinazioni, e data all'eresia in Germania con le diete._»

PIETRO NORES, _Guerra degli Spagnuoli contro papa Paolo IV_, pubbl.

dall'ARC. STOR. IT., in-8. Firenze, 1847, XII, p. 9. — Il Nores, allora

inedito, lodato e citato dal Pallavicino come _caro e virtuoso amico_, e

non meno apprezzato dal Tiraboschi, dal Fontanini, e da tutti i

migliori, scrisse in Roma, servì nella segreteria di Stato a Clemente

VIII, e poscia ai cardinali suoi nipoti.

BERNARDO NAVAGERO, _Relazione della corte di Roma al tempo di Paolo IV_.

— Citata e lodata dal Pallavicino, come sopra, p. 52; e pubblicata

dall'Aubery, _Preminences de nos Roys_. Parigi 1749; e da altri

appresso.

RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1555.

[381] RATTI cit., I, 240, nota 19.

[382] RELAZIONE _della ritenzione delle galere di Carlo Sforza, priore

di Lombardia, fatta da monsignore Alessandro Sforza chierico di Camera;

e della prigionia e liberazione del cardinale di Santa Fiora l'anno

1555._ (Mss. Capponi, cod. 287, p. 413) pubblicata nell'ARCH. ST. IT.,

in-8. Firenze 1847, vol. XII, p. 372.

[383] PUGNALE, arma corta da ferire di punta, e facile a essere

impugnata. Si usava nei bassi tempi, cinto accanto alla spada; ed usasi

tuttavia nei combattimenti da presso, nelle mine, nelle casematte, e più

nei ponti coperti dei bastimenti militari, dove torna inutile il

maneggio delle armi lunghe. Non v'ha ufficiale di marina senza il

pugnale nel suo camerino. Anzi questo, in vece dello spadone, portavano

al fianco nelle maggiori comparse, infine al terzo decennale del nostro

secolo.

[384] RELAZIONE dal Mss. cit., nella nota 192, p. 374: «_Alessandro

salito in poppa trovò da cinquanta in sessanta uomini di Civitavecchia,

i quali, come affezionati di casa Sforza, erano iti a visitarlo._»

[385] THEULI, _Appar. Prov. Rom._ in-4. Velletri, 1648, p. 84. (V. a p.

180, nota 54; e la seguente qui nota 198.)

[386] DOCUMENTI cit., nel M. A. COLONNA, 303, 158, 314, 386. (V. a p.

180, nota 55; e la seguente qui 198.)

[387] ARCHIVIO MUNICIP., v. a p. 180, nota 56. (E la seguente qui 198.)

[10 agosto 1555.]

XXIX. — Restava però la difficoltà di tirarli fuori del porto di

Civitavecchia, luogo neutrale alle due fazioni, dove pur si faceva

diligentissima guardia dopo il successo di Giannettino nel

quarantaquattro[389]. Il castellano Pietro di Capua, senza il cui

permesso non si poteva uscire, conoscendo le inclinazioni del Papa, e

udite le querele del capitan Niccolò, non volendo offendere nè la

Spagna, ne la Francia, andò a pregare monsignore Alessandro che non si

partisse, infino a che non si fosse dato conto a Roma delle cose

successe. Alessandro, non potendo di meno, consentì: ma al tempo stesso,

per la importanza del caso, spacciò subito una fregata con avviso al

cardinal Guidascanio di ciò che si era fatto, perchè prontamente

mandasse la licenza di uscita libera. La fregata con buon vento di

Ponente nella stessa notte imboccò la Fiumara, e la mattina seguente

avacciando a remi e all'alzaja fu in Roma: dove il Cardinale, udita e

pesata ogni cosa, facilmente ottenne da don Giovanni Caraffa, conte di

Montorio, nipote del Papa, e novello capitan generale di tutte le

milizie nello Stato, una lettera coll'ordine al castellano di

Civitavecchia di non impacciarsi in questo negozio, e di lasciar

liberamente partire Alessandro colle galèe quando e come a lui piacesse.

Perciò, avvisato Alessandro che poteva andar liberamente pe' fatti suoi,

questi senza mettere tempo di mezzo, uscì subito colle galèe dal porto,

e andò a sorgere sei miglia lontano a ridosso di capo Linaro per

aspettarvi il fratello.

[11 agosto 1555.]

Se non che due giorni dopo lentamente, viaggiando a piedi, arrivò in

Roma l'uomo del Castellano; e appresso comparve pure il capitano

Niccolò, menando scalpore, e facendo altissime querimonie specialmente

presso i partigiani, tanto che l'Ambasciatore francese corse

dirittamente a palazzo, e rappresentò al Papa il fatto come frodolento

ed oltraggioso al re Arrigo, in un porto libero, e con discapito

dell'autorità pontificia. Paolo prese fuoco: e subito senza cercar quali

ordini su quell'affare avesse dati il Conte suo nipote, fece rispondere

al Castellano che si guardasse bene attorno, e non lasciasse fuggire i

temerarî.

Costui ricevuta da Roma la seconda risposta contraria alla prima, e

ridotto a non potersi più ajutare colla forza, scese alle preghiere.

Andò amichevolmente ad Alessandro, narrandogli il suo impaccio, e

scongiurandolo insieme per l'amor di Dio e dei Santi a ritornare. Ma

l'altro, più che mai risoluto, stette fermo sul niego: congedò Pietro,

chiamò gli amici, e dicendo di essere ormai troppo innanzi per tornare

indietro, fece volgere le prore verso Napoli: dove a gran festa fu

ricevuto dal vicerè don Bernardino di Mendozza, e dal principe Doria

capitano generale del mare[390].

Il Papa all'incontro per la sinistra relazione avuta di questo successo,

e per le feste fatte in Napoli a suo disdoro, sdegnossi anche di più: e

correndo ai risentimenti, fece citare sotto gravissime pene monsignor

Alessandro, e intimar al cardinal Guidascanio che dentro tre giorni

facesse tornare le galèe, non ammettendo nè scusa nè ragione che egli

potesse allegare in sua discolpa.

[24 agosto 1555.]

Questo accidente riscaldò in Roma le passioni ed i partiti. Spagnuoli e

Francesi guardavansi in cagnesco, nulla più desideravano quanto venir

presto alle mani[391]. I partigiani del Cristianissimo correvano a

palazzo, e mantacavano sul fuoco; quelli del Cattolico si riunivano di

notte presso l'istesso Camerlengo, e facean catasta. Discorsi e progetti

sediziosi bollivano. Intanto, spirato il termine del monitorio, Paolo

faceva condurre in Castello il Lottino segretario del Camerlengo[392],

poi l'istesso celebre Cardinale, appresso Camillo Colonna[393]. E

minacciava di non si fermare; quando il marchese di Sarrìa ambasciatore

di Spagna, vedendo il Papa risolutissimo, la fazione francese potente,

il palazzo e la città ben guardati, si rivolse a mitigare lo sdegno di

Paolo, offerendosi mediatore per rendergli le galèe; sicuro che ad un

suo cenno sarebbero state da Napoli rimandate a Civitavecchia. Sperava

in questo modo estinguere l'incendio.

Le private corrispondenze dei contemporanei, che in gran copia ancora ci

restano edite ed inedite, sono piene dei rumori crescenti intorno al

successo ora narrato; e tutte prevedono gli eccessi della guerra. A me

basterà un brano scritto dalla penna del Caro da parte del cardinal

Farnese al cavalier Tiburzio, agente farnesiano nella corte di Francia;

lettera citata pur dal Pallavicino colla data del 24 agosto 1555 di

Roma[394]: «Delli tredici di questo scrissi una lettera al Re (_Arrigo

II_) dell'accidente seguìto delle sue due galere, che il signor

Alessandro Sforza ha levate del porto di Civitavecchia, e condotte agli

Imperiali; e del risentimento che Nostro Signore n'ha fatto, e della

mala satisfazione, che per questo era cominciata tra Sua Santità e

gl'Imperiali. Io non ne scrissi a Voi non avendo tempo, per la fretta

che l'Imbasciatore fece di spedire il corriero: ma penso che arete

inteso tutto come è passato. Questa sarà per dirvi come le cose sono

andate di poi pigliando augmento, ed inasprendo sempre: perchè questi

Imperiali, avvezzi con papa Giulio, tengono lor modi soliti; e Sua

Santità è molto generosa e di saldissimo proposito, massimamente dove si

tratta dell'onore e della dignità sua. Fin ad ora gli hanno dato parole

ed intenzione di far ritornare le galere, ed offertele anche sicurtà; ma

con effetto non hanno fatto cosa che Sua Santità voglia. E mi pare di

vedere che le cose mirino più a rottura, che altrimente: non ci essendo

più l'onore di Sua Beatitudine a cedere; tanto si è messo innanzi e con

le parole e con le provvisioni: avendo fatto venire i cavalli del Duca

d'Urbino, e fatte alcune compagnie per Roma persino a due mille fanti,

con altri provvedimenti che tendono tutti a questo fine, o di avere

l'obbedienza di questi signori Santafiora, o di farne dimostrazione.

Pare però a molti che il partito sia molto pericoloso per il Papa,

essendo circondato dalle forze dell'Imperatore, e non avendo noi più

forze in Toscana che tante. Per questo non si manca di contentare il

Papa nel medesimo proposito; ed i Ministri di Sua Maestà potranno far

fede dell'opera mia, senza che io entri in altro. Ma io veggo che la

cosa corre da sè stessa al palio.»

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 108 / 213 题