[376] ANNIBAL CARO, _Apologia seconda in favore del Re di Francia, nella
quale brevemente e con verità si tratta delle cagioni della guerra che
nuovamente è nata fra l'Imperatore e S. M. Cristianissima per Parma e la
Mirandola._ Pubblicata ed annotata dal chiar. prof. GIUSEPPE CUGNONI tra
le prose inedite del CARO, in-18. Imola, Galeati, 1872. — Molte le
scritture, i manifesti e le apologie dalle due parti messe al pubblico
piuttosto ad esasperare che a giustificare la loro causa, come ne dice
il Pallavicino. Ricordo soltanto questa (che abbiamo volgarizzata dal
Caro ad istanza del Cardinale di Tornone) per rispetto al grande
scrittore, ed all'egregio annotatore.
[377] ADRIANI cit., 340, H; 436, E.
[378] RELAZIONE del Mss. Capponi cit., 373: «_Il Re dubitò che quelle
galere si conducessero altrove, per essere elle in potere del capitan
Filippo, dipendente dal Camerlengo fautore delle cose dell'Imperatore in
Roma; per ciò gli levò per propria autorità quel carico, e lo diede al
capitano Niccolò Alamanni_.»
ADRIANI cit., 509, A: «_Del priore militavano a soldo del Re di Francia
tre galere e stavano a Marsiglia con le altre.... sovra esse al governo
il capitan Niccolò Alamanni, al quale il Re le aveva raccomandate._»
Il nome di Niccolò Alamanni si legge sovente nelle lettere del Caro da
Roma al Varchi in Padova, come in quella del 22 novembre 1539.
[379] ADRIANI, 436, E.
[23 maggio 1555.]
XXVIII. — Per la morte accaduta in quest'anno di Giulio III e di
Marcello II, era addì ventitrè di maggio divenuto papa il cardinal
Giampietro Caraffa col nome di Paolo IV; uomo, per quel che ne dice il
Pallavicino e con lui ne dicono tanti altri dotti e virtuosi scrittori,
di gran zelo per la religione, ma impetuoso verso ciò che sembravagli
giusto ed onesto. Certo della rettitudine delle sue intenzioni, non era
ugualmente destro nell'ordinare i mezzi al fine: e non cogliendo nelle
opere il punto giusto tra gli estremi, dava nel difetto o nell'eccesso,
e più in questo che in quello. A tale disposizione dell'animo aggiugneva
molta avversione contro la Spagna signoreggiante in Napoli sua patria, e
specialmente contro la corte e i ministri di Carlo e di Filippo per ciò
che toccava il loro governo civile e religioso[380]. Queste avvertenze
sono necessarie: esse sole bastano a spiegare tutti i fatti della sua
vita e della sua morte. Perciò fin dal principio della esaltazione i
partigiani si empirono di sospetti, e dovunque inciprignirono le
nimicizie, i timori e le trame delle grandi fazioni che tenean divisi i
popoli.
Non ignoravano gli umori del tempo e le inclinazioni del nuovo Pontefice
i maggiorenti di casa Sforza: prevedevano la tempesta, e desideravano
trovarsi uniti e forti per dare e per ricevere maggiori vantaggi.
Avvisatisi adunque dei successi di Carlo in Francia, e delle sue
disgrazie e ritorni, pensarono volgere ogni cosa a seconda dei loro
desiderî, tirando anche lui a parte spagnuola. Di che lo confortarono
assai, e lo indussero a dissimulare co' suoi Francesi, finchè non avesse
ricuperato le proprie galèe: colle quali, essi dicevano, tornerebbe come
capitano di potenza e di seguito più e più accetto a Cesare[381]. Con
questi concerti aspettarono che l'Alamanni, secondo gli avvisi di
Francia, menasse dalla Corsica in Civitavecchia le galèe per imbarcarvi
il Priore; il quale, uscito di prigione, alloggiava in Roma coi
fratelli.
[9 agosto 1555.]
Giunto finalmente il capitan Alamanni nel porto di Civitavecchia, Carlo
non si fece trovare colà: ma restossi in Roma colla solita scusa d'un
piede azzoppato dal calcio di un cavallo. In sua vece mandò monsignor
Alessandro suo fratello a trattenere le galèe fino alla venuta sua,
dandogli scrittura di piena autorità sulle medesime[382]. Alessandro
giovine, ardito e prosuntuoso per la parentela farnesiana, per la
grandezza di casa sua, e per la protezione imperiale, arrivato con
secrete intelligenze in Civitavecchia, salì a bordo della capitana,
ricevuto con tutti gli onori e con molta amorevolezza dall'Alamanni.
Dopo desinare, come stanco del viaggio per aver cavalcato di notte,
scese a riposo nella camera d'abbasso: ove indi a poco lo segui il
capitan Niccolò, volendo domandargli più specialmente le nuove del
Priore, e la cagione del non esser venuto egli stesso in persona,
secondo il concerto. Alessandro ripetè l'impedimento del piede; e in
conferma mostrò all'Alamanni l'ordine in scritto. Leggendo quella carta,
Niccolò fece tali e tanti atti di maraviglia che mostrò chiara la poca
volontà di contentarsene: il perchè Alessandro, il quale era sul letto,
rizzatosi in piè, gli domandò risolutamente, essendo due soli in camera,
se intendeva di ubbidire o no. Sopra tale domanda fece l'Alamanni
qualche osservazione, allegando varie difficoltà, e specialmente gli
ordini del re di Francia. Allora Alessandro, preso con una mano il
pugnale, che a similitudine degli ufficiali di marina aveasi allacciato
alla cintura[383]; e coll'altra mano stretto messer Niccolò nel petto,
gli disse: Vuoi tu dunque tenere per forza la roba di casa mia? e lo
minacciò di presente se non prometteva ubbidienza. Sgomentossi
l'Alamanni, e rispose saper lui bene, cui le galere di buon diritto
appartenessero; e perciò esso e gli ufficiali starebbero contenti agli
ordini scritti dal Priore. Subito Alessandro lo rinserrò nella camera di
sotto, e salito in poppa alla spalliera trovò da cinquanta a sessanta
giovani civitavecchiesi, i quali, perchè affezionati alla casa sua, ed
avvisati a tempo, erano venuti a bordo come per visitarlo[384].
Possiamo pensare tra questi il capitan Francesco Andreotti, già seguace
di Carlo Sforza in Africa[385], il prode giovane Filippo Filippetti,
venturiero alla stessa impresa, e poscia capitano a Lepanto e alle altre
fazioni di quella lega[386]; l'alfier Trajano Biancardi, che poi vedremo
colonnello[387]; e così il capitan Vincenzo Stella, gli Anselmi, i
Rossi, i Rocchi, gli Egidî, i Bonifaci, i Fiori, i Tomaini, i Martinelli
ed altrettali, i cui nomi si leggono per quel secolo nei primi onori e
documenti della loro patria[388]. Rinfrancato da tanti amici, Alessandro
prese animo maggiore, licenziò alcuni fedeli dell'Alamanni, e chiamati a
sè gli ufficiali e i marinari, parte ne ritenne, e parte ne prosciolse,
dando a ciascuno i suoi stipendî. Nell'altra galèa, governata dal
capitan Francesco de Nobili, uomo parziale di casa Sforza, non occorse
altra novità, limitandosi Alessandro a fargli intendere che vedesse modo
di prevenire ogni inconveniente. Finalmente per queste prontissime
disposizioni trovandosi da ogni parte assicurato, cavò dal govone dove
era racchiuso l'Alamanni, e con bel garbo gli diè licenza di andarsene a
suo talento. Così Alessandro si fece padrone dei due bastimenti col
disegno di condurli tra le braccia degli Spagnuoli di Napoli, avendoli
oramai cavati dalle branche dei Francesi di Marsiglia.