[352] NUCULA cit., 270.
[353] SALAZAR, 80, B, 1, med.: «_Otro dia el principe Doria saltò en
tierra con los capitanes de las galeras y gentilhombres romanos,
ginovesses y florentines, y otros italianos, y entrò en la ciudad._»
[354] BOSIO, 278, A: «_Volle don Giovanni di Vega essere riconosciuto
come solo capitan generale, di che si tenne don Garzia molto offeso....
e mandò fuori alcuni manifesti contro il Vicerè, dai quali mortal odio e
perpetua nimistà poi tra loro ne nacque._»
[355] SANDOVAL cit., 139, B, 1.
[356] NUCULA cit., 266: «_Prato nobili architecto, cujus opera in
edificiis construendis, ac locis urbibusque muniendis assidue utitur,
negotium dedit ut ejus formam exprimeret ad architecturæ leges....
Formam igitur futuræ munitionis ad Cæsarem in Germaniam per Joannem
Osorium Quinnonium perferendam curavit._»
[357] SALAZAR, 85, A, 1, med.: «_Dexo el Visorey un ingeniero para que
hiziesse reparar lo que pareciesse necessario._»
[358] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 111: «_Non volendo l'imperatore
mantenere tanta spesa nella costa di Barberia, ordinò che si mancasse
d'Africa.... facendo riempire la darsena, e ruinate tutte le mura, fu
levato il presidio._»
[359] ANNIBAL CARO, _Lettere scritte a nome del cardinale Alessandro
Farnese_, in-8. Milano, tip. de' Classici, 1807, I, 401. La nota
dell'editore a p. 208, richiamata da lui medesimo a p. 401, confonde la
spedizione di Afrodisio del 1550, con quella di Tripoli del 1559; forse
indotto in errore dal nome equivoco di _Africa_, che mi sono io per
questo ben guardato dal ripetere.
[360] SALAZAR, 85, A, 2: «_Al puerto de Napoles salva de la capitana del
Principe, y de don Garzia, y de los otros capitanos del Papa y de
Florencia.... respondidas de Castilnovo, de Santelmo, y Castildelobo._»
[361] RAYNALDUS, _Ann._, 1550, n. 25, 26.
THUANUS cit., 266.
[362] JOANNIS DE VEGA, _Siciliæ proregis, epistola ad Julium III, pont.
max._ — Dat. Drepani IX Kal. novemb. MDL. — Ext. ap. NUCULAM cit., 333:
«_Deo primum honorum omnium opifici, deinde tibi, qui nos summopere et
classe et exercitu et pontificiæ facultatis donis adjuvisti, victoriam
acceptam referri volumus._»
ITEM, ibid. p. 336, 348.
[363] NUCULA, 360: «_En claustram vectemque tetri carceris quo
Christiani claudebantur.... Adsunt cornei turcarum arcus.... hi sunt
falcati enses.... Adsunt canes libyci.... et feroces leones feritatis
obliti.... Adducimus equos afro more stratos.... Haec qualiacumque,
Sanctissime Pater, mittit Prorex.... boni consulas, neve rerum
tenuitatem, sed animum tibi deditissimum metiare._»
[Dicembre 1550.]
XXVI. — Onoratamente pertanto quei signori che abbiamo scorto in Africa
se ne tornarono chi a Roma, chi a Perugia, chi a Bologna; e in
Civitavecchia non restò altri che il capitano Carlo Sforza senza
condotta. Conciossiachè parendo ai Camerali spenta al tutto la potenza
di Dragut e degli altri pirati, pensarono togliersi il peso di mantenere
le galèe e facilmente di mutuo consenso sciolsero il contratto,
lasciando allo Sforza piena libertà di condurre la squadra ovunque
meglio gli fosse tornato[366]. Ed egli consapevole di essere odiato
dagli Spagnuoli, e per questo non fidandosi di toccare nè i porti del
Regno, nè di Toscana, nè della Liguria, dove i suoi nemici comandavano,
se ne restò più di prima attaccato al porto di Civitavecchia,
corseggiando contro i pirati per conto suo, e facendo buona guardia
intorno alla spiaggia romana: di che i Civitavecchiesi, che erano la
parte maggiore del suo armamento, gli restarono grandemente obbligati, e
divennero sempre più amorevoli a lui ed alla sua casa[367].
[Marzo 1551.]
Se non che verso la primavera seguente fu costretto partirsi anche di
qua per la guerra vicina tra Francia e Spagna, poscia allargata in
Italia ed in Europa. La prima scintilla scoccò da Parma, dove quel duca
Ottavio, genero dell'Imperatore, per non essere cacciato di casa sua, e
per non perdere Parma tra gli artigli del suocero, come aveva perduta
Piacenza, erasi gettato in braccio ai Francesi: indi altra guerra tra le
nazioni rivali. Carlo unito coi Papalini, Arrigo coi Turchi. Tornò
l'armata ottomana sui lidi d'Italia, tornò Dragut più terribile di
prima. Bruciata Agosta in Sicilia, arsa la rôcca, offesa Malta, preso il
castello del Gozzo e quattromila isolani fatti schiavi, perdute sei
galere dal Doria, cacciati i Gerosolimitani dalla città e fortezza di
Tripoli. Travolto dal turbine Carlo Sforza si ritirò colle sue galèe a
Marsiglia[368]. Seguì la stessa strada che prima di lui avean battuta
altri quattro dei nostri capitani; il Doria, il Vettori, il Salviati, e
l'Orsino. Tutti a un modo e di primo slancio da Civitavecchia a
Marsiglia, ma niuno di loro per lungo tempo contento.
[Maggio 1551.]
Meno di ogni altro ebbe a restarne soddisfatto lo Sforza, i cui strani
ed infelici casi devono essere da noi ricordati. Infin dal primo viaggio
di Marsiglia, menando seco Orazio Farnese duca di Castro, con Francesco
de Nobili, Antonio da Gubbio, Aurelio Fregosi, e altrettali partigiani,
naufragarono presso a Viareggio, perdendovi due galere, e mettendo in
sospetto i Signori lucchesi, i quali subito ne scrissero a don Ferrante
Gonzaga così[369]: «Illustrissimo et Eccellentissimo signore[370].
Havendo questa mattina hauto aviso dal Commissario nostro di Viareggio,
che per fortuna erano date a traverso dui galere nella nostra spiaggia,
in un luogo vicino alle confini con l'Illustrissimo duca di Fiorenza,
inviammo subito a quella volta un nostro Commissario particolare, per
intendere il successo, et di chi fussero le galere, inventariare le
robe, et farle guardare, il quale all'arrivo suo ritrovò che le galere
erano del priore di Lombardia, et che havevano portato il signore
Horatio Farnese[371], il signor Aurelio Fregoso[372], il capitano
Antonio di Augubio, con tre o quattro altri servitori del signor
Horatio[373], li quali tutti insieme con le robbe di già era stati
condutti a Pietrasanta, castello ivi vicino, dai sudditi del prefato
signor Duca, et lassati alcuni altri, pure da Pietrasanta, alla guardia
delle galere, nelle quali non era restato altro che artiglierie, vele,
et remi, et parendoci pur caso di consideratione et importanza, c'è
parso debito nostro farlo intendere con diligenza a Vostra
Eccellenza[374], sì come faremo sempre che occorrerà cosa degna di
aviso, et alla buona gratia sua ci offeriamo et raccomandiamo con tutto
il cuore, pregandole felicità. — Il dì xv di maggio MDLI».
Al tempo stesso i Signori lucchesi, tenendosi in equilibrio, scrivevano
condoglianze e facevano offerte ad Orazio duca di Castro, come risulta
dalla risposta di lui nel giorno seguente e in questi termini: «Molto
Magnifici Signori. Io desiderava grandemente fare il camino di Lucca per
poterle ringratiare a bocca delle cortesie et offerte che gli è piaciuto
farmi, ma per essere stato intertenuto qua in Pietrasanta più che non
pensava, mi è parso per spedirmi più tosto del viaggio, pigliare il
camino più breve, così hoggi, piagendo a Dio, piglierò il camino per
Parma, come da M. Francesco Nobili intenderanno appieno, al quale ho
commesso in nome, che li visiti, mi l'offerisca, et le dia conto di
quanto occorre, le piacerà dargli tutta quella fede che farieno a me
proprio, che sarà il fine della presente con raccomandarmegli, et
offerirmegli quanto maggiormente posso, che nostro signore Iddio le
concedi ogni felicità. — Di Pietrasanta, alli xvj di maggio MDLI».
Replicavano nell'istesso tuono quei Signori rispondendogli così:
«Illustrissimo et Eccellentissimo Signore. Con la lettera di Vostra
Eccellenza da Pietrasanta, et per relatione di M. Francesco Nobili
habbiamo inteso il buon animo suo verso di Noi, et la cortezia che s'è
degnata di usare in farci partecipi de' suoi felici successi[375]. De'
quali sentiamo quel piacere che si possa maggiore, et ne le rendiamo
infinite gratie di così corteze offitio, rendendola certa, che c'è
dispiaciuto grandemente in questa sua aversità di mare non haverle
potuto mostrare quanto siamo obligati alla sua casa Illustrissima, et
perchè più appieno potrà essere informata dal detto M. Francesco,
rimettendoci a lui non le diremo altro, se non che alla buona gratia di
Vostra Eccellenza ci offeriamo et raccomandiamo con tutto il cuore
pregandole ogni felicità. — Il dì xix maggio MDLI».
[1552-53.]
In somma col naufragio di Carlo Sforza e di Orazio Farnese cominciò la
guerra di Parma, e l'anno seguente ebbe termine per la mediazione dei
Veneziani[376]. Ma fu tregua di breve durata, chè si accese subito la
guerra di Siena. Da capo, per terra e per mare, Turchi, Protestanti,
Francesi e Spagnuoli in arme: guerra in Toscana, in Piemonte, in
Francia, in Germania; desolazioni di Dragut in Sicilia, all'Elba, in
Corsica. In mezzo a queste furie brancolava lo Sforza[377]; e finalmente
gli succedeva quell'intricato caso, di che, avendosi ora piena contezza
per le recenti pubblicazioni dell'Archivio storico, non devo io
passarmi. Qui si parranno le costumanze marinaresche del secolo
decimosesto, qui le notizie delle città littorane, e gli intrighi delle
fazioni, e le astuzie dei partigiani, e qui la causa prossima della
famosa guerra di Campagna tra gli Spagnuoli e Paolo IV. Prendo a dirne
dal principio.