[11 settembre 1550.]
XXV. — Il giorno seguente, volendo celebrare con più solennità la
vittoria e rendere all'Altissimo le dovute grazie, ordinarono l'ingresso
trionfale dal campo alla città per la porta maestra. Mettiamci sul
ponte, e potremo a bell'agio vedere la sfilata: avanti a tutti i
picconieri e la musica, appresso un drappello di archibugeri ed uno di
picchieri, indi il vecchio Doria col notissimo berrettone di generale
del mare; e in ricchi elmetti con lui don Giovanni e don Garzia: dopo in
morione e corsaletto i generali delle galere Sforza, Orsini, e Claudio;
e tutti arnesati di piastra e maglia i generali delle fanterie Baglioni,
Savelli, Vitelli e gli altri. Ecco in gran frotta tra i capitani Filippo
Orsini da Vicovaro, Francesco de Nobili da Lucca, Antonio Fani da
Bologna, e tra i gentiluomini ed ufficiali l'Andreotti, il Filippetti, e
il Biancardi, gli Oddi, il Ranieri, il Parisani, e tanti altri cavalieri
e signori spagnuoli, romani, napoletani, genovesi e fiorentini[353].
Pensiamo splendore e bellezza di gente esultante, soldati e marinari
delle varie bandiere, ed entriamo con loro per la sospirata porta nella
città, infino alla novella chiesa di san Giovanni, ove si canta laude a
Dio, per riconoscimento della compiuta vittoria.
[12-30 settembre 1550.]
Tanto bastò a don Giovanni di Vega per disciogliere a un tratto il
triumvirato, quantunque grande prevedesse l'alterazione di don
Garzia[354]. Terminata la guerra, solennemente fece pubblica la
giurisdizione sua per ragione dell'ufficio, come vicerè della Sicilia:
si dichiarò unico capitan generale in Africa, scrisse col suo nome i
bandi, prese possesso della città, e la pose sotto il civil dominio di
Mùlei Achmet re di Tunisi, amico e tributario del re di Spagna, a patto
che non mai più quivi sostenesse nè tollerasse pirati; e di più facesse
le spese alla guarnigione di mille fanti, che per malleveria dei patti
intendeva lasciar nella piazza al modo stesso che si tenevano alla
Goletta[355].
[30 settembre 1550.]
Alcuni già parlavano di voler fortificare Afrodisio alla moderna: e il
Vicerè più d'ogni altro desiderava assicurare con grandiose opere
difensive il possesso di piazza tanto importante, conquistata a gran
fatica sotto il suo governo. Però a quel Prato architetto e ingegnere
militare di sua fiducia, che abbiamo addietro nominato, diè il carico di
studiare sul terreno le linee che meglio potessero convenire a rendere
vie più sicuro quel luogo, già per sua natura fortissimo. L'architetto
eseguì le commissioni, e non istette contento ai disegni di pianta sulla
carta, ma volle farne il modello in rilievo di legname, così perfetto e
bello, che il Vicerè si tenne onorato di farlo presentare all'Imperatore
per le mani di un gentiluomo, spedito per questo rispetto alla
Corte[356]. Intanto l'istesso Prato dava mano ai risarcimenti necessarî
intorno alle brecce, ed a spianare le trincere dell'assedio, e ad
imbastire qualche principio di nuovi rinforzi[357]. Sarà inutile entrare
in altri particolari: come ciascuno facilmente prevede, non se ne fece
più nulla, per la consueta difficoltà della spesa. Anzi l'istesso
Imperatore dopo tre o quattro anni, pensandosi troppo aggravato di
qualche soldo che gli andava per quelle genti, mandò colà don Fernando
d'Acugna con buona provvisione di piccozze e di fornelli a smantellare
tutte le fortificazioni nuove e vecchie, e a ritirarne il presidio[358].
Nondimeno dalle lettere dei contemporanei possiam noi raccogliere quanto
fosse pregiata la vittoria e la conquista d'Afrodisio; e come ci metta
bene ripetere la scrittura fattane da Annibal Caro per ordine del
cardinale Alessandro Farnese[359]: «Al signor Giovan di Vega. — La
vittoria, che Vostra Eccellenza ha riportata dall'impresa d'Africa, è
tale che io me ne debbo rallegrar seco; non solamente come amico
affezionato suo e desideroso della propagazione dell'imperio di sua
Maestà Cesarea, ma come cristiano; poichè ne risulta beneficio
universale a tutto il Cristianesimo, così per l'esaltazione della fede,
come per la sicurezza delle provincie. Il qual frutto solo è tanto
grande, che mi pare superfluo di magnificarla con altre circostanze per
molte e grandi che sieno quelle che la possono mostrare grandissima,
come la è con effetto; massimamente per essere notissime e considerate
da tutto il mondo. Me ne rallegro adunque, come ho detto, desiderando
che le sia d'altrettanto merito appresso a Dio, di quanta riputazione
l'è stata e sarà sempre appresso degli uomini. Di Roma, il primo di
novembre 1550.»
[Ottobre 1550.]
Con questo i nostri appresso al principe Doria venivano di ritorno verso
la Sicilia e verso Napoli, e ricevevano in ogni parte dalle città e
dalle fortezze ogni maniera di onoranza e di saluti; ed ogni dì meglio
sentivano quanto da presso e da lungi le corti e i popoli si
rallegrassero delle loro vittorie[360]. Il Papa aveva ordinato
solennissimi ringraziamenti a Dio nella chiesa di san Pietro, luminarie
per tre notti consecutive, fiaccole al Campidoglio, falò e musica per le
piazze principali[361]. Le quali pubbliche dimostrazioni di esultanza,
come erano state grandi nel Regno, nello Stato e in Roma, così crebbero
maggiori in Toscana, nella Liguria e a doppio nelle Spagne; avendo più
d'ogni altro quei popoli goduti i frutti della vittoria. Le ricchezze,
le artiglierie, gli schiavi andarono ai padroni: ed in Roma Orazio
Nocella da Terni, inviato straordinario del Vicerè, portò una lettera
diplomatica per dire che, dopo Dio, il gran beneficio della vittoria
doveasi a papa Giulio ed alle sue genti, capitani e marinari[362].
Stessero contenti con Dio: chè dagli uomini altro non toccherebbero se
non un chiavistello, alcuni cani, tre cavalli, due leoni e qualche
arredo barbarico da far paghi i curiosi per le vie a vederli passare. In
corte sbraitava il Nocella, dicendo[363]: «Ecco il chiavistello della
orribil carcere, dove stavano rinchiusi gli schiavi cristiani. Ecco la
bandiera di Dragut tolta dalla torre maggiore di Afrodisio. Questi sono
i cani della Libia, questi i cavalli messi alla maniera dei beduini;
questi i leoni domati e questi gli archi di corno. Vedete la grandezza
dell'animo devotissimo e non pensate alla povertà del dono.»
Così vociava Nocella in palazzo. Ma in piazza si diceva diversamente: e
ce ne resta memoria in un foglietto volante di quattro pagine, stampato
nella stessa città di Roma con tutte le consuete approvazioni, e proprio
di quei giorni, per dare notizia al pubblico dei fatti correnti[364].
Questo non sia per rimprovero ad alcuno, ma valga soltanto a ribadire il
chiovo più volte battuto sull'impronta caratteristica della nostra
marineria: sempre pronta ad ogni servizio pel pubblico bene, senza altra
speranza di privato vantaggio. Ai nostri marini dovete meritamente
apporre l'antica formola del dritto romano, ricordata per final
conclusione da Tullio, che dice[365]: «Se ne tornino con lode alle case
loro.»