[270] STELLA, 628: «_Porta admirabilis.... tot anfractus inextricabiles,
tot gyri, tot arcuati flexus, suis quisque æratis portis muniti._»
NUCULA cit, 122: «_Transitus per septem portas æreas, non recte, sed
oblique positas, in Urbem._»
[271] SANDOVAL cit., 139, B: «_Puerto por arte con muelle y cadena, y
buen surgidor._»
STELLA, 628: «_Navale alios antecellit.... tutissimo loco.... aditum
perangustum._»
BOSIO, 271, C: «_Faceva anche cavare un piccolo porto, che dal mare
entrava nella città._»
[272] SANDOVAL cit., 126, B: «_Sabado a veinte y ocho de junio, vispera
de san Pedro y san Pablo, ya que queria abrir el alba, toda la gente de
la armada en barcos esquifez, bateles, y fragatas, fueron para ir a
tomar tierra._»
[273] NUCULA cit., 181: «_Celeberrimus ædificiorum et operum Cæsaris
architector et machinator optimus, Ferramolinus nomine, genere italus,
Bergomi natus._»
BOSIO cit., III, 273, B: «_Secondo il disegno dell'ingegnere
Ferramolino, condotto dal Vicerè a quell'impresa, si attese a far
ripari, trinchèe fiancheggiate, ec._»
[274] SANDOVAL cit., 134, B: «_Otro ingeniero que havia en el campo se
llamaba Hernan Molin._»
SALAZAR cit., 68, B: «_Tractando sobre los ingenios Andronico de
Espinosa y Hernan Molin se acordaron que.... se hiciesse una trinchea
desde el campo hasta el muro._»
[1 luglio 1550.]
XIII. — Ventisei bocche, tutte di grosso calibro, aprirono il fuoco la
mattina del primo giorno del mese di luglio, alla distanza media di
quattrocento passi, che a parer mio possono essere altrettanti metri,
valutandoli alla pari, secondo il discorso di quel tempo: e ciò senza
altre ripetizioni valga per ogni simile ragguaglio in questo libro. Tre
pezzi rinforzati alla montagnetta, dieci cannoni grossi e due colubrine
sulla fronte del campo, otto cannoni ordinarî alla destra, e tre mortaj
da bombe alla sinistra, tonavano insieme[276]. I capitani, intenti a
notare le percosse di ogni palla ed a cercarne gli effetti sui muri,
presto ebbero a persuadersi della difficoltà di abbatterli: antiche
costruzioni, massicce e durissime, che non volevano lasciarsi andar giù:
e dove pur qualcosa intronavasi era peggio; perchè i rovinacci e le
macerie della prima muraglia pigliando i colpi, riparavano la seconda.
Arrogi la diligenza e la prontezza dei difensori nel contrabbattere, nel
riparare, ed anche nell'assalire con gagliarde sortite le nostre
trincere, e potrai intendere con quanta fatica e mortalità passarono i
primi dieci giorni della batteria.
[11 luglio 1550.]
Dopo i quali parve al Ferramolino di poter arrischiare l'assalto: o per
impadronirsi del rivellino, o almeno per veder meglio da presso a qual
termine fosse ridotta la piazza, e come più giusto si avesse a
indirizzare il fuoco e l'attacco nel proseguimento. I capitani si
accordarono del modo e del tempo: e la notte seguente al dieci sopra
l'undici di luglio lanciarono tre compagnie scelte verso quella parte
della prima cinta che sembrava più praticabile, coll'ordine di
scavalcare il muro, e per la via di dentro occupare il rivellino, e
stabilirvisi. Salirono ardimentosi sulla contragguardia, vi piantarono
sette bandiere, trovarono innanzi profondissimo fosso, e di rimpetto la
seconda muraglia intatta. Però quando volevano irrompere nella punta del
gran rivellino, trovarono i Turchi svegliati e pronti a mietere le
teste. I sette alfieri delle bandiere, venti cavalieri di Malta, e
sessanta soldati a pezzi: gli altri quatti quatti si ritirarono,
portandosi appresso in gran numero i feriti[277].
L'infelice successo di quella notte crebbe le difficoltà e le discordie
nel campo: chi voleva levarsi di là, chi mettersi ad altra impresa, chi
compier l'opera incominciata continuando la batteria di fronte, e chi la
dava per finita battendo di fianco alla marina[278]. Tutti chiedevano
munizioni di guerra, polvere e palle: chè, dopo dieci giorni di continuo
trarre, cominciava a mancare ogni cosa. Passava il tempo, crescevano
attorno le dicerìe, e molti oppressi dallo stento e dal calore di clima
disusato languivano. Oltre ai feriti, che ogni giorno crescevano,
moltiplicavansi, come sempre in simili casi avviene, le comuni
infermità, le dissenterie, le congestioni e le febbri maligne. Vorrei io
qui far contenti i medici che leggono: e appresso ad Omero sarebbemi
ventura citare i nomi dei Podalirî e dei Macaoni del tempo seguente. Ma
le istorie tacciono, ed io non trovo altro nome più antico del dottor
Niccolò Ghiberti, medico delle galèe di Nostro Signore, cui sulla fine
del cinquecento il Crescentio con molte lodi deputava a lettore amico
della celebre sua Nautica[279]. In ogni tempo i medici e i chirurgi
hanno seguìto, o volontarî o condotti, gli eserciti di terra e le armate
di mare: le storie e i documenti ne parlano solo per le generali. Più
spesso in vece ritornano sopra quei praticanti la bassa chirurgia, cui
davano il nome di Barbieri e di Barbierotti; titoli che durano ancora
nei bagni penali dei paesi marittimi. Ciò non pertanto posso aggiugnere
pei tempi più recenti non esservi bastimento militare senza il medico o
chirurgo a bordo, i quali hanno grado di ufficiali, ed entrano nei ruoli
dello stato maggiore. L'esperienza e la storia dei viaggi negli ultimi
due secoli dimostrano la stranezza degli ufficiali sanitarî, e le
cattive conseguenze della loro caparbietà. Se chi legge appartiene alla
rispettabile classe dei Dottori, tolga l'avviso pel suo e pel comun
beneficio: faccia di uniformarsi alla disciplina degli altri ufficiali,
e di seguire i suggerimenti del comandante.
Tra i sacerdoti la nostra storia nomina il padre Laynez, celebre
Gesuita, cappellano maggiore e presidente dello spedale in Africa, il
quale aveva ducenquaranta infermi alla sua carità affidati; e nomina il
socio della stessa Compagnia padre Martino da Estella; il fra cappellano
di Malta don Matteo; fra Michele da Napoli, e fra Alonso Romero, dei
Minori: e quattro Cappuccini, due de' quali vi morirono insieme a tanti
altri, e due presso che morti furono rimenati in Sicilia[280]. Sugli
afflitti, lungi dalla patria e dai congiunti, scenda propizio il
sollievo della religione; e le parole di pace per la bocca de'
sacerdoti, partecipi delle stesse sofferenze, confortino l'animo
virtuoso di chi non si perita professare pubblicamente la sua fede. Ecco
come di questi soldati e marinari in procinto di partenza per la
spedizione africana scriveva un diplomatico ad un sovrano[281]: «Tutta
la fanteria, capitani, maestro di campo, ed ogni sorta di gente jeri
mattina si confessò e comunicò con molta devozione: e credo che avranno
fatto bene, per essere questa un'impresa da restarcene assai.... Ogni
uomo va risolutissimo di avere a combattere, e di avere a morire.»