[28 giugno 1550.]
XII. — Due giorni stette sulle àncore l'armata cristiana per dare ai
soldati il consueto riposo prima di esporli alle fazioni di terra, dopo
il travaglio della mareggiata: e intanto consigli di Triumviri, e
apparecchi di equipaggi. Tutti vedevano la facilità di bloccare la
piazza dalla parte del mare con sì gran numero di bastimenti che
stavanle intorno; ed anche capivano la facilità di bloccarla da terra,
tanto solo che chiudessero le angustie dell'istmo. Alle spalle gli
abitatori dei monti e delle campagne vicine, Arabi, Mori, Beduini, amici
del re di Tunisi, amici del Caruano, amici del Perez eransi apertamente
dichiarati contro Dragut, contro i Turchi, contro i Pirati. Dunque
sicurezza di stazione e di vittuaglia al campo, e bevanda vicina in gran
copia di acque dolci da molte fontane. Non restava altra difficoltà che
l'espugnazione di viva forza sopra una sola fronte di attacco, chiusa da
due fortissime muraglie col fosso in mezzo; e difesa da numeroso
presidio concentrato in un punto solo.
Ciò non pertanto, confidando più nei proprî che negli altrui vantaggi,
gittavansi risoluti a compiere prestamente il disegno. La mattina del
ventotto alla guardia della diana erano all'ordine cencinquanta
palischermi, e trenta barconi: questi carichi di ventiquattro pezzi da
batteria colle munizioni e coi carri necessarî, quelli abbarbati alle
scalette dei maggiori navigli pigliavano ciascuno venticinque soldati in
arme[272]. Le tende, le riserve, le provvigioni pronte in coverta per la
seconda passata. Si issano le bandiere, squillano le trombe, e il
barchereccio in due stuoli corre inverso il lido africano, dove senza
contrasto piglia terra sopra due senetti arenosi. Un'ora dopo potevi
vedere correre squadronati in ordinanza quattromila cinquecento soldati:
la vanguardia con don Garzia occupare la montagnetta rimpetto all'istmo,
e gli altri colle artiglierie nel centro, girando fuori del tiro attorno
alla piazza, seguirli e sostenerli nella medesima direzione. Potevi
vedere i palischermi tornarsene spediti ai navigli, e apparecchiarsi al
secondo e al terzo ritorno, perchè nulla avesse a mancare nel campo.
Intanto che ferveva l'opera dei marinari e dei soldati, un uomo di
genio, architetto e matematico, condotto di Sicilia dal vicerè Giovanni
de Vega, squadrava il terreno: metteva il quartier generale sopra
un'altura solitaria in fondo alla gola dell'istmo, cinquecento metri
dalla città; disegnava una grande traversa con fianchi e bastioni
regolari da contravvallare la piazza, e a tergo un argine ugualmente
bastionato per circonvallare il campo e assicurarne le spalle in ogni
evento. Tra le due linee i quartieri, le poste dell'artiglieria, i
magazzini delle munizioni e delle vettuaglie, e gli sbocchi disegnati
sul posto per andare avanti cogli approcci e colle batterie.
Questo egregio uomo, come tutti gli ingegneri militari del suo tempo
negli eserciti di ogni nazione, era italiano, nativo di Bergamo, allievo
del Martinengo, e di nome Lodovico Ferramolino[273]; quantunque alcuni
con isconcio di lingua e di giustizia lo chiamino Hernan Molin[274].
Parlerò appresso di altri due ingegneri fatti venir di Sicilia: e non
lascerò di rilevarne le opere principali nell'assedio, tanto per la loro
importanza, quanto per la finale risoluzione, che darà la vittoria ai
marinari ed alla loro macchina, degna di speciale ricordo. Intanto
ciascuno può ripensare da sè il lavoro delle trincere, l'intreccio dei
gabbioni, l'ammasso dei terrapieni, lo stabilimento delle piatteforme,
le risvolte degli approcci, e tutto quel resto di opere che si usano
comunemente in ogni assedio[275].