NOTE:

[275] NUCULA cit., 177: «_Interim in aggeribus jacendis, tectisque

cuniculis agendis, et testitudinibus, nil a nostris remissum._»

[276] SALAZAR cit., p. 14, 37, 74. (Con rozze tavole incise in legno

rappresenta i pezzi e le batterie nella loro posizione.)

SANDOVAL cit., 128, A, med.

[277] NUCULA cit., 137.

SANDOVAL cit., 129, B.

[278] ANONIMO, _Vita di Astor Baglioni_ cit., 22: «_Li pareri erano

molto diversi: perchè altri voleva andare alla Goletta, altri in

Sicilia, et altri levarsi di questa et fare altre imprese._»

[279] BARTOLOMMEO CRESCENTIO, _La Nautica Mediterranea_, in-4. figur.

Roma, 1602, in princ.: «_Al signor dottore Niccolò Ghiberti di Lorena

già medico delle galèe di N. S., amico lettore, Bartolomeo Crescentio

ingegniero pontificio sanità perpetua. — Se mal non mi ricordo, unico

amico, tornato che io fui di Francia in Civitavecchia coll'armata

ecclesiastica d'accompagnare la Serenissima Granduchessa, mi fu riferito

esser Voi venuto ivi per medico delle galèe.... mi maravigliai che Uomo

tale, privandosi di Roma dove da giovane, ancorchè forastiero, due volte

del Collegio Protomedico si vide, veniste a navigare e scorrere o

inospiti paesi, o barbari lidi...._»

[280] NICOLAUS ORLANDINUS, _Historia Societatis Jesu_, in-fol. Anversa,

1620, p. 238: «_Cum classe, cui pontificiæ triremes, florentinæque, ac

melitenses adjunctæ erant.... Jacobus Laynius ad instruendum

nosocomium.... socius Martinus a Carnoxa.... levamen quatuor

Cappuccinorum.... ducenti sæepe et quadraginta jacebant._»

SALAZAR cit., 35, B, 2: «_En visorey.... hizo hospital.... y diò cargo

de la cura de ellos a un frayle teatino su confessor y predicador,

llamado Laynez, y a otro su cappillan don Matteo de la orden de san

Juan._»

BOSIO cit., 277, A: «_Frate Alonso Romero dell'ordine di san Francesco,

confessore e teologo di don Garzia di Toledo, il quale fu poi fatto dal

Papa primo vescovo di Africa._»

SANDOVAL cit., 126, B, 2; 137, A, I. (Con più altre notizie dei due

francescani)

[15 luglio 1550.]

XIV. — Crescendo il numero dei feriti e degli infermi, quelli di essi

che potevano alla meglio sostenere il travaglio della navigazione

andavano sui grippi trasferiti agli spedali di Sicilia, con ordine alle

galere della scorta di rimenare al ritorno il supplemento di gente e di

munizioni, quanto più se ne poteva. La buona stagione, il quieto mare,

ed i Ponenti freschi prestamente gli conducevano all'andata ed al

ritorno; sempre di buonbraccio sotto vela, senza altro fastidio che di

cambiare le mure, o di rovesciare il carro dall'una o dall'altra banda.

Coll'occasione dei ritorni, molti venturieri italiani continuamente

sopravvenivano in Africa; tra i quali devo ricordare più che trenta

gentiluomini romani, accordatisi tra loro di fare onore e spalla a Carlo

Sforza nelle dure fazioni dell'assedio[282]. I foglietti volanti

stampati in Roma di quel tempo manifestano la pubblica simpatia della

città a loro favore[283]. Primo tra questi signori nominerò Giambattista

del Monte, nipote del nuovo Pontefice, giovane desideroso di mostrare il

suo valore in tanto onorata guerra, offertosi colla scelta compagnia dei

suoi provvisionati[284]. Metterò appresso il signor Antimo Savelli[285],

alla testa di molti amici e seguaci della principesca sua casa, il quale

in questa e in tante altre imprese meritossi elogi universali, che fia

ben ripetere coll'enfasi di Benedetto Varchi[286]: «Chi non ha sentito,

non dico ricordare, ma portare insino alle stelle il signor Antimo

Savelli, il signor Luca, il signor Antonello, il signor Troilo, e mille

altri, tutti signori, tutti Savelli, tutti gran maestri di guerra?»

[18 luglio 1550.]

Il Ferramolino intanto, ricevuti i rinforzi dal Regno, e più dalla

Goletta due altri cannoni grossi, due lunghe colubrine, ed un serpentino

da breccia[287], aprì la seconda parallela, divisando portare le

trincera coi loro rami, risvolte, e bisce, e batterie cento metri più

avanti[288]. Per tutto questo cresceva la fatica ai soldati: guardia

alle armi, al campo, ai pezzi; lavori di terra e di trincera; e la

comandata in giornèa al bosco per la fascina. Ogni giorno una grossa

brigata in arme andava a legnare in certi oliveti lontano uno a due

miglia: la scorta coll'archibuso, i guastatori colla scure, i garzoni e

i giumenti colle ritortole. Rimenavano pali e stecconi da trincera,

ramaglie e schegge da salsiccioni, cepperelli e trucioli per le cucine,

tronconi e mozzi da carbonizzare per le fucine. Conciossiachè sempre

ardevano nel campo due grandi fucine, dove si faceva ogni lavorìo di

ferro, occorrente alla giornata, massime in servigio dell'artiglieria:

piastre, cerchioni, perni, chiavarde ed attrezzi[289]. Non erano

bambini, nè aspettavano i maestri di ogni cosa, come alcuni presumono

nel nostro secolo. Tutto è antico: la fucina di campo, lo stento

dell'assedio e la gelosia dei Triumviri.

[20 luglio 1550.]

La mattina del venti di luglio cinque galèe piene di infermi e feriti, e

alcuni grippi coi lettucci per gli aggravati sotto il comando e la

scorta di Carlo Sforza salpavano verso gli spedali di Trapani: e di là

le galèe corsero a Napoli per levarne gente e munizioni[290]. Vi

giunsero la sera del ventidue a due ore di notte: e vedendo Carlo che

qualche giorno sarebbe passato a caricare le polveri, i projetti, le

provvisioni e i soldati, prese le poste e se ne venne a Roma, volendo

dare direttamente al Papa informazione esatta di ciò che passava in

Africa, perchè ne avesse a ricevere sicuro ragguaglio l'Imperatore, ed

indi venirne il rimedio. Il parere dello Sforza intorno a questo assedio

ci è stato conservato da uno di quei tanti diplomatici che il duca

Cosimo teneva in ogni parte di Italia; il quale, dando conto allo stesso

Duca del lungo discorso fatto col Capitano di Roma, ne ripete le parole

in questa forma[291]: «Nell'esercito vi è tanto poco ordine, che non si

può veder peggio.... perchè il governo è in mano di giovani e di persone

senza nessuna esperienza; e quelli che alla ventura potrebbero sapere,

non sono chiamati alli consigli, e se ne stanno da banda, senza

ingerirsi in cosa alcuna, lasciando abusarsi a quei giovani intorno alla

muraglia. Alla quale circa cinquecento Spagnuoli dettero un assalto da

una parte che era andata a terra; e si portarono con tanta viltà, che

ducento Turchi che escirono dalla terra gli seguitorono fino alle loro

trincere, ammazzandone e ferendone quanti volseno[292]... Il signor

Principe non esce di galera, e tutto giorno giuoca a tarocchi, e non

manca andar qualche volta in villa con la brigata a piacere... Al priore

Sforza ed al signor Giordano Orsino non è stata observata cosa che fussi

lor promessa... Ed ogni minimo spagnolo ha avuto ardire di comandare

alli Italiani ogni vile azione: i quali non hanno servito ad altro che

per guastatori, tirar l'artiglieria, far gabbioni, e simili altre

mercenarie opere: et al primo, quando si dette la batteria, andò un

bando che i soldati italiani non ce intervenissino... In somma, s'el si

tira questa posta, sarà grande: ma pare disperata, considerato il valore

di dentro, e il poco ordine e manco experienza di fuori.»

Dunque dissensioni tra i comandanti: lo Sforza, l'Orsino, e anche il

Doria in disparte per l'arroganza di don Garzia[293]. Disperato in quel

modo l'attacco dalla parte di terra; e la vittoria riservata ad altro

metodo di batteria per la parte del mare, con quelli ordini e ingegni

che vedremo al ritorno in Africa del nostro Capitano.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 78 / 213 题