[249] DOCUM. toscano cit., (alla nota 25) p. 96: «_Un mastro d'ascia con
suo garzone, un barbiere, un barbierotto.... Un remolaro, un barilaro._»
Item, p. 131, 132, ec.
DOCUM. roman. cit., (alla nota 11); in tutti gli inventarî, strumenti,
ruoli, e scritture, ripetesi sempre il ritornello: «_Il barbiere e il
barbierotto, remolaro e remolarotto, calafato e calafatino, mastro
d'ascia e suo dascino._»
CRESCENTIO, Nautica cit., 64: «_Maestranze.... che qua si dice
Mastrodascia, Calafatto, Remorario, et Barilaro, de' quali se ne dà uno
per galèa._»
PANTERA, _Armata_ cit., 129: «_Il Remolaro ha cura non solo di fare i
remi nuovi, et di racconciare i vecchi, ma di rivederli se sono ben
bilanciati, aggiugnere o levare del piombo, e accomodarli che si possano
maneggiarli facilmente._»
[250] ANONIMO cit., Mss. _Vita del Baglioni_, 22: «_Astorre consigliò
che almeno si prendesse Monasterio.... Questo consiglio portato al
Principe_ (Doria) _dal Priore_ (Carlo Sforza) _come cosa propria di
Astorre, fu trovato molto buono da tutti._»
[251] PLINIUS, _Hist. nat._, V, 4; et MORISOT, _Orbis marit._, 283:
«_Tapsus, Leptis parva, Rhuspina, Adrumentum, Aphrodisium, Siagul,
Neapolis._»
ATLANTE LUXORO del secolo XIII, pubblicato dal Desimoni e Belgrano in
Genova, 1868, III, 266: «_Souxa, Monester, Coniere, Affrica, Capullia._»
LUIS MARMOL, _L'Afrique, traduite de l'Espagnol_, par Perrot
d'Ablancourt, in-4. Parigi, 1667, II, 499.
DAPPER, _Description de l'Afrique_, in-fol. Amsterdam, 1686, p. 197.
M. BELLIN, _Atlas maritime, recueil de cartes et plans_, in-4. Parigi,
1764, III, 71.
W. SMITH, R. N., _Carte dell'ammiragliato britannico, colle correzioni
fino al_ 1852: «_The coasts of Tunis: Monastir._»
G. R. WILKINSON, R. N., _Carte dell'Ammiragliato, del_ 1864: «_From
Soussa to Mehediah: anchorage of Monastir._»
[252] NUCULA cit., 54: «_Universa classis aqua egere cæpit; cujus
petendæ causa, idoneus Monasterii ager visus est, in quo probatissimæ
aquæ magnam copiam esse constabat._»
[28 maggio 1550.]
X. — Tutti intesi all'acquata, si accostarono per ordine a terra presso
il Castello, fuori del tiro delle artiglierie: empirono il barchereccio
di ciurme e di barili: e prevedendo ostacoli dai nemici, distaccarono a
sostegno degli acquatori alcune compagnie di archibugeri. Presto si
scambiarono i primi colpi, crebbe la scaramuccia, venne in terra don
Garzia, concorsero in maggior numero i combattenti. In quella Astor
Baglioni alla testa dei Romani caricò gagliardamente le fanterie sortite
dalla piazza[253], i Musulmani volsero in fuga, i nostri in gran fretta
ad inseguirli: in somma vinti e vincitori entrarono mescolatamente nella
terra, e il Baglione la prese di soprassalto il ventotto di maggio[254]
[29 maggio 1550.]
Restava la rôcca, dove la maggior parte dei presidiarî eransi raccolti:
però fu presa subitamente a battere dalla parte esterna da don Alvaro de
Vega, e di dentro tra le case circostanti da don Fernando suo fratello,
figliuoli di don Giovanni de Vega vicerè di Sicilia, alla testa delle
milizie veterane che il padre loro aveva mandato in Africa: valorosi
giovani, osteggiati ambedue dalle crescenti pretensioni di don Garzia.
La stessa notte posero in terra alcuni pezzi da breccia: ai quali,
mancando il traino, provvidero don Alvaro de Vega e Giordano Orsino con
certi carrettoni di contadini, tanto che la mattina seguente messi al
posto meglio degli altri servirono. Al tempo stesso si batteva la rôcca
dalla parte del mare, giuocando a maraviglia i grossi corsieri delle
galèe sugli affusti a scalone, anche colla punteria di rialzo a gran
volata. Sotto le percosse delle galèe cadde in isfacelo il mastio: le
trombe chiamarono all'assalto, e la bandiera della Croce comparve sulla
rôcca. I pirati fatti a pezzi, gli abitatori prigionieri, le mura del
castello demolite. Dei nostri dieci morti, ducento feriti, e due galèe
perdute: chè l'una del principe di Monaco colò da sè in fondo, crepatone
con gran rovina il cannone, o per mancamento di getto o per acciarpìo di
carica: e l'altra del marchese di Terranova, malmenata da simile
fracasso, dètte in secco[255]. Intorno a questi fatti più importanti
della marineria oltre le testimonianze italiane aggiungo le spagnuole,
tuttochè le edizioni a quattro colonne di mastro Mattia, e di mastro
Bartolommeo per difetto di torcolieri e di legatori nell'ordinamento
delle pagine e dei numeri, pajano fatte a posta per istancare la
pazienza di chicchessia[256].
[Giugno 1550.]
Assicurata la comodità dell'acqua alle sorgenti ormai libere di
Monastero, l'armata andò a porsi presso le Conigliere, guardando quel
tratto di mare, e facendo qualche corsa infino alla Goletta, che dal
tempo della spedizione di Tunisi erasi sempre tenuta con grosso presidio
dagli Spagnoli. Risiedeva colà per governatore il mastro di campo don
Luigi Perez di Vargas, uomo di molto valore, di gran senno, e di lunga
pratica nelle guerre e nei costumi africani. Esso approvò l'impresa di
Afrodisio, posto che si facessero venire da Napoli artiglierie e
fornimenti da breccia, e maggior nervo di fanti: offerì per sua parte
tutti i rinforzi che si potevano cavare dalla Goletta, senza mettere a
pericolo la difesa della piazza; e assicurò che, per mezzo del re del
Caruano[257], suo amicissimo, non mancherebbe mai a giusto prezzo
l'abbondanza delle vittuaglie e dei rinfreschi nel campo. Di che
rallegrossi più d'ogni altro don Garzia, nella speranza di mettersi per
supremo generale alle imprese di terra: e subito propose di correre in
persona a Napoli, promettendo cavare dalla bontà di suo padre ogni fatta
rinforzi. Nel vero andò e tornò sollecitamente, menando grosse navi
piene di soldati, di artiglierie e di munizioni.
Se non che il Perez della Goletta, prima di separarsi, parlando
all'orecchio di Andrea Doria, avealo ammonito e pregatolo di chiamare
subito al campo il vicerè di Sicilia don Giovanni de Vega; e di affidare
a lui, come a gran mastro di guerra, e secondo le leggi della monarchia,
il supremo comando dell'assedio, prevedendo altrimenti non lieti
successi. Andrea eziandio di ciò persuaso, e pensando ancora che il
Vicerè da sua parte accrescerebbe forza alla spedizione colle armi della
Sicilia, gli scrisse, lo richiese, e promisegli di fare una corsa a
Trapani per imbarcarlo. In somma alla fine del mese tutti erano in
punto, secondo questi concerti, salvo il furore di don Garzia. Il quale,
trovato all'improvviso il Vicerè sull'armata, cioè un altro in procinto
di occupare quel primo posto di onore e di autorità che esso nell'animo
aveva fin allora tenuto per suo, tutto stizzito tirossi da parte,
dicendo volersene andare colle sole galèe di Napoli ad inseguire Dragut
pel Mediterraneo, senza mettersi in terra ad altri stenti[258].
Si ebbe a durare gran fatica per quietarlo alla meglio: e si potè
soltanto ritenerlo colla promessa di formare un triumvirato, dove
Andrea, Giovanni e Garzia starebbero alla pari; niente si farebbe senza
il beneplacito dei tre, e le leggi andrebbero col nome soltanto
dell'Imperatore[259].
[24 giugno 1550.]
Stabilite queste convenzioni, l'armata sciolse da Trapani alli
ventiquattro di giugno: cinquantadue galere, ventotto navi, quaranta
pezzi di batteria, e quattro mila uomini da sbarco; senza sfornire
menomamente le galere, che dovevano sempre tenersi in punto per
qualunque fazione, se mai comparisse squadra nemica sul mare o con
Dragut o con altri. Davano speranza gli Arabi divenuti nemici dei
Turchi, e la postura della piazza, che poteva essere con poca gente
assediata dalla parte di terra. Il mare istesso ed i venti secondavano
le aspirazioni dei marinari e dei soldati, i quali prestamente in due
soli giorni navigando si facevano la mattina delli ventisei innanzi alla
piazza voluta espugnare.