[239] HORATIUS NUCULA, _Coment. de bello Aphrodisiensi_, in-12. Roma,
1552, p. 23: «_Auria sibi adjunxerat tres triremes Julii tertii pont.
max. apud Centumcellensem portum.... ad augendam classem, qua immanis
ille archipirata saltem coerceretur._
ADRIANI cit., 282: «_Il Doria passando da Livorno menò seco in compagnia
tre galere del duca di Firenze, delle quali Cesare per questa impresa lo
aveva ricercato.... tre ne menò anche del Papa, sotto il governo del
priore di Lombardia._»
[240] DOCUMENTI pel Palermo cit., 127: «_Le tre galere del Papa stanno
assai bene._»
[241] BONAVENTURA THEULI, _Apparato minoritico della provincia romana_,
in-4. Velletri, 1648, p. 84: «_Domino Francisco Andreotti, Civitatis
vetulæ viro, omni bonitate ornato, militiæque clarissimo, et re bellica
singularissimo._»
ANNOVAZZI, _Storia di Civitavecchia_, in-4. Roma, 1853, p. 286.
[242] P. A. G., _Marcantonio Colonna_, 158, 303, 314, 386, e i documenti
ivi citati.
ARCH. de' Domenicani in Civitavecchia, cod. _Ricordanze_, segnato B, p.
303, (V. sopra, I, 397).
[243] ARCHIVIO dei Domenicani in Civitavecchia, codice intitolato
_Campione_, p. 353, (Come sopra).
[244] ANONIMO, _Vita di Astor Baglioni_. Mss. alla Comunale di Perugia,
segnato D, 24. — Non impaginato, ma pel mio conto a p. 20, e 21, ricorda
la spedizione di Astorre in Africa, nomina i predetti perugini, e dice:
«_Astorre prese una fregata in Civitavecchia, con molti gentiluomini di
pezza che menava in sua compagnia.... e si pose su le galere di Carlo
Sforza, prior di Lombardia che in quella impresa militava sotto il nome
della Sede apostolica._» — (Vi sono in Perugia altre vite Mss. del
medesimo Astorre: tanto era pregiata dai contemporanei la sua virtù. Il
Vermiglioli, il Fabretti e l'Angelucci ne fanno autori Bernardino
Tomitano e Guido Sensi. Io cito l'Anonimo della Comunale, visibile a
tutti, che in sostanza dice le stesse cose degli altri, se pure non sono
un'opera sola con qualche variante, e sotto diversi nomi nelle copie.
Questo Mss. dell'Anonimo ho pur citato nel _M. A. C._, p. 196.)
SALAZAR cit., p. 61, A, I. Lo chiama più volte «_Astorvallon_.» (Avverto
lo Spagnolismo della lezione per togliere equivoci.)
[245] ADRIANI cit., 282.
ARCHIVIO ST. IT. cit., 1848, app. n. 22. — Nato in Roma nel 1525, morto
in Brescia 25 settembre 1564. Lasciò gli scritti seguenti:
«1. _Relazione alla repubblica di Venezia intorno al modo di stabilire
una buona milizia in tempo di pace. Data del 22 nov. 1563._ (Pubblicata
nell'ARCHIVIO cit. da p. 201 a 220.)
»2. _Modo di ben formare uno squadrone._» (Mss. all'Ambrosiana.)
[246] DOCUMENTI per F. Palermo, cit., 130: «_Virtù, valore, e consiglio
del signor Giordano Orsini.... e il signor don Garzia, al principio che
lui venne qui, non gli fece cera, nè in fatti nè in parole._»
[247] DOCUMENTI cit., pubblicati da F. PALERMO, p. 126: «_Il signor don
Garzia colle sue galere andò ad incontrare il Principe tre miglia.... la
sua capitana o per inadvertentia, o a posta, urtò la capitana del
Priore, e gli ruppe tutti i remi di una banda.... Il Priore sta in
cagnesco, non potendo aver lume donde sia proceduto questo disordine._»
(Lettera di messer Francesco Babbi al duca Cosimo di Firenze, data da
Napoli, addì 8 maggio 1550.)
[248] LIVIUS, XXXVII, 24: «_Si qua concurreret rostro cum hostium navi,
aut proram lacerabat, aut remos detergebat._»
CÆSAR, _De bell. civ._, I, 58: «_Pluribus navibus adoriri singulas
contendebant, aut remos transcurrentes detergere._»
[20 maggio 1550.]
IX. — Per opera delle maestranze Carlo Sforza prestamente si rifornì di
palamento: e deposto quel po' di broncio, che a un uomo d'onore era
impossibile celare nel primo giorno, fece legge a sè stesso di non
pensare ad altri nemici che a' Musulmani, e di non vendicare altre
offese che le patite dal cristianesimo. Però stette come prima al suo
posto, e seguì l'armata contro Dragut in Africa, dove si voleva
abbattere a un tratto la pirateria, se venisse mai fatto di cogliere
lui, e i suoi navigli, e i seguaci nella nuova residenza. Ma costoro,
ammaestrati per le lezioni di Barbarossa, eransi celatamente sottratti
con quaranta bastimenti; e già da lungi scorrevano le acque della
Sardegna e di Spagna, quando l'armata cristiana addì venti di maggio
presentavasi innanzi alla piazza di Afrodisio.
I maggiori capitani andarono a riconoscerla dalla parte del mare,
ronzando a piccola distanza dall'una e dall'altra parte intorno alla
penisola; e dopo alcuni colpi di cannone ricambiati, con qualche morto e
ferito di soldati e di ciurma, si allargarono per consultarsi tra loro.
Pareva difficile l'espugnazione, bisognandovi grosse artiglierie da
breccia, e fanterie numerose da campo, più che non erano sull'armata.
Perciò volendo anche lasciare aperta a Dragut la via del ritorno in
quelle parti, dove lo aspettavano; e insieme pensando di chiamare da
Napoli, da Palermo, e dalla Goletta maggior nervo d'armi e di armati,
deliberarono per suggerimento del Baglioni e dello Sforza di occupare un
castello tenuto dalle genti di Dragut poco più di venti miglia lontano
inverso maestro, e luogo opportuno a fermare l'uno dei capi della rete
che gli si voleva tendere[250]. Questo castello, chiamato Monastero,
comparisce da lungi ai naviganti proprio sulla punta sporgente che
chiude la baja di Susa dal lato meridionale: un isolotto gli sta presso
da tramontana, e le Conigliere per dodici miglia da levante. Alcuni
mettono in quel punto l'antica colonia romana di Adrumeto, i Turchi
infino al presente lo chiamano Monastir, e i nostri comunemente
suppongono essergli venuto tal nome da una badia di Agostiniani,
anteriore all'invasione degli Arabi[251].
Si principiò dall'acquata, sapendo essere presso al castello, dal lato
di tramontana, ricche sorgenti di acqua dolce, tanto necessaria al
sostentamento della gente[252]. Le galèe (come altrove in alcun luogo ho
detto, e qui devo ripetere per non rimandare il lettore di qua e di là;
oltre che non sarà male rimettere il discorso a nuovo, secondo il
bisogno) le galèe per la qualità della loro costruzione non potevano
imbarcare vasi di grande capacità; ma bisognava tenerle al barile. E
quantunque i piccoli recipienti industriosamente ripartiti a tre e
cinque per banco tra l'armatura del posticcio, senza ingombrare nè la
coverta nè le camere, sommassero a due o tre cento in ciascuna galèa;
nondimeno alla moltitudine della gente nell'arsura delle continue
fatiche non sopperivano di bevanda che per quindici o venti giorni. Dopo
i quali bisognava di necessità accostarsi a terra, e attignere a ogni
modo da qualche fontana o ruscello, e di più combattere nel paese
nemico, se venivano a impedire. Oltracciò più lungo tempo nei vasi di
legno l'acqua non si sarebbe conservata, sapendosi per esperienza il
pronto venirvi della medesima a nausea, a corruzione e a vermi: cause di
pericolose dissenterie. Singolarissimo beneficio ha recato ai marinari
colui che ha proposto le casse di ferro, dove l'acqua si mantiene
lungamente freschissima e sana. Oggi tutti i bastimenti, massime i
militari, usano vasi di bandone laminato; e mette letizia di refrigerio
il vedere sul ponte la tromba per attignere, e la chiavetta della
fontana sotto alla mano di tutti. In mezzo alle armate navali, nei
grandi porti e nelle rade, senza che niuno si affatichi per acqua, da sè
vengono le cisterne galleggianti condotte dalla macchina a vapore, e si
mettono sotto il bordo di chi ne vuole, e gittangli la manica
conduttrice. Il motore dimena le trombe, e ciascuno empie le sue casse a
talento.