[225] P. A. G. _Medio èvo_, I, 187; II, 379.
_Marcantonio_, 93, 105, 254, 260, 264, 310.
_Guerra de' Pirati_, V. all'Indice, voce _Schiavi_.
[226] Vedi sopra, I, 379.
[227] Vedi sopra, I, 428.
[228] Vedi sopra, II, 124.
[229] DE HAMMER cit., X, 625: «Nella relazione del bailo. I, R. arch.
dom. 4 luglio 1546, si legge — _Barbarossa è morto questa notte passata
alle ore.... fu sepolto al collegio da lui istituito a Beschiktasch alla
spiaggia del Bosforo_. — Colà anco oggi si erge in modo pittoresco da
muschio ed edera circondata la cupola della sua tomba.»
[230] P. A. G., _Marcantonio Colonna_, 212, e seg.
[231] BAUDRAND, _Lex. geogr._, voce _Thagura_.
BOSIO, III, 108, e segg.
[232] BOSIO, III; 216, 245, 263, 279, 314.
[233] LUIS MARMOL, _L'Afrique, traduite de l'Espagnol_ par Porrot
d'Ablancourt, in-4. Parigi, 1667, II, 499.
[234] WILLIAM H. PRESCOTT, _History of the reign of Philip the Second,
King of Spain_, in-8. Boston, 1856, II, 356 — Londra, 1855, I, 308.
[235] BOSIO cit., III, 244, D; 251, B; 258, D.
[236] ANTONIUS GEUFFRÆUS, _Aulæ turcicæ descriptio per Guillelmum
Godelevæum latine reddita_, in-4. Basilea, 1577, p. 533.
[237] SANDOVAL cit., _Vida de Carlos imp._ II, 122.
[238] DOCUMENTI sulla _Storia del regno di Napoli_, raccolti e ordinati
con illustrazioni da Francesco Palermo, nell'ARCH. STOR. IT., in-8.
Firenze, 1846, IX, 123: «_Omissis aliis.... Dragut rais, ancorchè il
signor vicerè dica non aver nuova certa, è stato veduto fuori verso
questi porti di Puglia con quaranta vele.... Tutta questa provincia da
Napoli al Faro di Messina è in grandissimo terrore; e tutti i populi
marittimi si reducono a' luoghi forti o alle montagne._»
(Sono lettere di messer Francesco Babbi, secretario del duca Cosimo,
residente in Napoli, del quale parla pur l'ADRIANI, 183, C; 186, H,
ecc.)
PRESCOTT cit., Boston, 1856, II, 353: «_The Mediterranean in that day
presented a very different spectacle.... long tract of desert territory
might then be seen on its borders, with the blackened ruins of many a
hamlet proclaming too plainly the recent presence of the corsair....
scarcely a day passed without some conflict between Christians and
Moslems._»
[Aprile 1550.]
VIII. — Per questo l'Imperatore richiese al duca di Firenze l'ajuto
delle sue galere, e con maggiore istanza ne scrisse al nuovo Pontefice,
sapendosi da tutti la perfezione, alla quale coi viaggi e colle
esperienze degli anni precedenti aveva condotto Carlo Sforza il suo
armamento[239]. Il nome dell'egregio cavaliero gerosolimitano, capitano
generale delle galèe romane, scusava ogni elogio[240]: e gli crescevano
riputazione attorno i suoi compagni d'arme, Filippo Orsini da Vicovaro,
Francesco de' Nobili da Lucca, e Antonio Fani da Bologna capitani delle
tre galèe; e i giovani ufficiali di Civitavecchia Francesco
Andreotti[241], Filippo Filippetti[242], e Trajano Biancardi[243]; che
poi divennero capitani di chiara fama, specialmente il secondo nominato
sovente nei documenti Colonnesi a Lepanto, e il terzo che nello scorcio
del secolo salì al grado di colonnello. A questi poscia si aggiunse
fiorita schiera di giovani perugini, tra i quali ricordo Ruggiero e
Grifone degli Oddi, Luca Signorelli, Lodovico Monaldi, il cavalier
Ranieri, Camillo Perinelli, Livio Parisani, ed altri molti, sotto la
condotta di quel prode rampollo di valorosa famiglia che era Astorre
Baglioni, eletto comandante delle fanterie da sbarco; il cui valore
aveva a sostenere degnamente in Africa la riputazione della scuola
braccesca, ed a crescere poscia sublime nella difesa di Famagosta in
Cipro[244].
Il principe Doria, partitosi dalla Spezia con venti galèe, passò di
Livorno per congiungersi colle tre dei Fiorentini, che erano a carico di
Giordano Orsini di Roma e di Chiappin Vitelli di Castello. Notissimo il
Vitelli nelle storie toscane per tutto il regno di Cosimo, e ne avremo a
parlare più volte pei tempi seguenti. L'Orsino del ramo di Monterotondo,
ancor giovane di venticinque anni, allievo di Gentil Virginio, e della
marineria romana, dopo il generalato della fiorentina, militò coi
Francesi alla Mirandola e a Siena, tenne per loro la Corsica, e
finalmente acconciatosi coi Veneziani, morissi governatore di Brescia,
lasciando ai posteri onorevoli memorie del suo valore e del suo
ingegno[245]. Con questi signori il Doria se ne venne nel porto di
Civitavecchia per unirsi allo Sforza. Felice presagio di lieti successi
contro Dragut, come già la venturosa riunione quivi medesimo contro
Barbarossa. Ma non avranno questa volta le fazioni dell'armata a
procedere tanto spedite e concordi, come quando presedeva in persona
l'Imperatore; anzi le vedremo arruffate pel capo di tre maestose figure,
non troppo simili tra loro, che sono don Giovanni di Vega, vicerè di
Sicilia, e generale dell'impresa; Andrea Doria, principe di Melfi, e
generale dell'armata; e don Garzia di Toledo, figlio del vicerè don
Pietro, cognato del duca Cosimo, e generale delle fanterie di sbarco.
Nojosissimo quest'ultimo a sè stesso ed agli altri: pensava in gran
sussiego tanto più rendersi orrevole, quanto meglio potesse senza suo
carico mortificare gli ausiliari. Però cattiva cera all'Orsino di
Firenze[246]: ed allo Sforza di Roma tale un tratto di perfidia, da
disgradare quasi direi il feroce tumulto degli arrabbiati nemici in
Malta contro di lui.
[6 maggio 1550.]
L'armata navale dei collegati, alli sei di maggio sull'ora di vespro,
entrata nel golfo di Napoli, metteasi a remo in bella ordinanza. Il
Doria nel mezzo, a destra lo Sforza coi Romani, a sinistra l'Orsino coi
Fiorentini, e di qua e di là gli altri legni. Ecco intanto don Garzia di
Toledo uscir fuori del porto tre miglia colle galèe del Regno incontro
ai vegnenti. I quali, avendolo oramai vicino, allargano le righe per
aprirgli il passo, e spalano i remi per fargli onore. Egli al contrario
colla sua capitana, preso l'abrivo, come se volesse girarsi alla destra
tra la reale del Principe e la capitana del Papa, svolge una gran curva,
e prolungandosi a un tratto addosso allo Sforza, gli fracassa tutti i
remi di banda sinistra[247]. Minor vituperio sarebbe se il Cane de'
Tartari in carrozza andasse a rompere le gambe d'uno squadrone di
cavalleria che stesse a salutarlo in parata. Atroce ingiuria! Ma non
chiedetene altra riparazione: anzi rendetevi persuasi che è stata una
piccola disgrazia. Così sono rimeritate dai superbi le cortesie e i
servigi!
Dunque pazienza, e non si faccia zitto, nè per parte del capitano di
Roma, nè dello storico. Il lettore sapiente pensi ad altro, e ciascuno
di noi ringrazi la sorte e l'educazione del nostro paese, che ci aprono
innocenti e nobili distrazioni coi classici. Qui si fa luogo a
postillare la celebre frase marinaresca di Livio e di Cesare: _Detergere
remos_[248]. Intorno al che non pochi si smarriscono per manco di
vigoria, non bastando loro la lena di levarsi dal senso proprio al
metaforico, quando il contesto lo richiede, secondo la speciale esigenza
del subbietto. La citata frase marinaresca, nel senso dei classici, non
indica, nè può esprimere l'atto proprio del forbire o dello asciugare i
remi: funzioni che non voglionsi attendere dai nemici nel combattimento.
Ma quel Tergere ironico ti mena a paragonare il palamento
dell'avversario all'imbratto, ed a conchiudere ricisamente di scoparlo
via; come di tante altre cose analoghe eziandio nel volgar nostro
diciamo. Pertanto Livio e Cesare scrivevano sulle carte il fraseggio
poetico dei marinari: i quali di vivace ironia condivano gli stenti
della caccia contro il remeggio dell'avversario. E se riuscivano a
levargli la forza motrice, a tarpargli le penne, ed a lasciarlo deriso e
immobile, diceanlo terso e ridotto al pulito. Bastava a ciò una passata
di contrabbordo rapida e vicina: perchè essendo la parte esterna o pala
dei remi tanto lunga e sottile, quanto altrove ho ragguagliato; e il
braccio interiore o girone più corto, grosso, fermo allo scalmo, e
tenuto dai rematori, con piccolo sforzo alla punta le pale andavano in
pezzi, come cadrebbe l'erba sotto al colpo della falce, o il pelo sotto
alla menata del rasojo: di che ben si direbbe altresì pulita la guancia,
e sbrattata l'ajuola.
Non sempre gli antichi bastimenti di guerra schermian di rostro: ma
talvolta correvano al palamento, come oggidì si accenna all'elica o alle
ruote del nemico per togliergli la forza motrice, per batterlo dalla
parte più debole, e per ghermirlo. Similmente i difensori, a divertire
il danno, faceano di tener sempre la prua sull'offensore, e coprivano i
fianchi, o almeno acconigliavano e nascondevano i remi; che altrimenti
non potevano per la loro fragilità non essere spezzati. Infino ai
modellini di questi legni (se attendete) quasi sempre fallirà qualche
remo scavezzo o franto. Nella cui previsione i maestri hanno usato
mettere in forma gentile i remetti di due pezzi, uniti al cartoccio di
sottil bandone, perchè all'occorrenza vi si possa alla pala magagnata
sostituire la sana, senza il fastidio del rifare tutto il remo di nuovo.
E per la stessa ragione amici e nemici, come ora portano fucine e
macchinisti per racconciare elici e ruote, tubi e caldaje; così al tempo
dei nostri maggiori portavano faggi di rispetto e maestranze speciali
per rimettere in buon assetto il palamento. Ogni galèa infino agli
ultimi tempi, oltre al calafato e al mastro d'ascia, imbarcava due
maestri per lavorare di nuovo o di vecchio sui remi; e si trovano
chiamati nei documenti (quantunque le voci manchino nei vocabolari) il
maestro Remolaro, e il fante Remolarotto[249].