[71] BOSIO cit., III, 181, E.
SANDOVAL cit., 185.
BRANTÔME, _Capit. étrang. Leida_, 1666, II, 45.
MAMBRINO ROSEO cit., 231.
LETTERE DE' PRINCIPI, Venezia, 1561, p. 132.
[72] CIVILTÀ CATTOLICA, del 4 settembre 1875, p. 515: «_Ferdinando
d'Aragona aveva nelle sue mani il Consiglio supremo delle Indie; e guai
allo scrittore che si fosse osato allora dar lodi al Colombo, in onta
alla volontà ed ai risentimenti di cotesto Consiglio!_» (Sempre
l'istessa prepotenza, tanto nella lode che nel biasimo, secondo la
ragione o meglio l'ingordigia di stato.)
[73] SCIPIONE AMMIRATO, _Storie fiorentine_, in-fol. Firenze, 1641,
parte II, 661.
[74] PAOLO PARUTA, _Storia di Venezia_, in-4. 1717, lib. IX, p. 70.
[75] CARD. SFORZA PALLAVICINO d. C. d. G. _Storia del Concilio di
Trento_, in-fol. Roma, 1666, lib. IV, n. 30, p. 91.
[76] CAV. JACOMO BOSIO, _Storia della sacra religione et illustrissima
milizia di San Giovanni Gerosolimitano_, in-fol. Roma, pel Facciotto,
1602, III, 181, D.
[77] ODORICUS RAYNALDUS, _Congr. Orat. Annales Ecclesiastici post. card.
Cæsarem Baronium_, in-fol. Roma, Anno 1538, n. 26: «_Quid porro a
sociali classe gestum sit hoc anno, pudet referre.... Defuit Andreas
Auria.... ductis mari variis gyris et navalis peritiæ inani
ostentatione, demum turpem fugam, ridente Barbaro, capessivit.... Cumque
adversi rumores spargerentur, ferunt.... eos contempsisse, cum omnia
revocaret ad commodum Cæsaris, qui turcico bello implicitos Venetos, a
præpotente hoste viribus et opibus exhauriendos, terrestris imperii
urbibus expoliare posset._»
[78] CARLO SIGONIO, _Vita e fatti di Andrea Doria_, tradotti in volgare
da POMPEO ARNOLFINI, in-8. Genova, 1598, p. 210.
[79] CAPPELLONI LORENZO, _Vita e gesti di Andrea Doria_, in-8. Genova,
1565, p. 79, 89.
[80] CAPPELLONI cit., p. 79.
[30 settembre 1538.]
XIV. — Qui cade in concio di contrapporre agli studiati artifizî delle
ingordigie politiche una lettera scritta proprio di quei giorni da un
giovane venturiero dell'armata romana: il quale avvegnachè non potesse
entrare tanto addentro nei fatti e nei giudizî di quella giornata, e
qualche volta anticipi e posticipi come gli viene alla penna l'ordine
dei fatti, nondimeno con schiettissima semplicità, non disgiunta da
qualche arguta ironìa di sale romanesco, ripete i parlari di tutti, e
mostra pur di sapere da sè alcuno arcano e pauroso secreto da non
potersi confidare nè allo scritto, nè alla cifra: ma da essere riservato
a bocca quando che sia. Ecco la lettera inedita, che pubblico colle
stesse scorrezioni, delle quali chiede scusa per più ragioni esso stesso
lo scrittore, Miniato Ricci da Corfù addì 30 settembre[81]:
«A monsignor Parisani, tesoriero di N. S.
»Non ho scripto a Vostra Signoria Reverendissima più tempo fa, pensando
de voler tornare costà più presto che non è stato. Et il mio tardare
l'ha causato la venuta del signor principe Doria, et il mio desiderio di
vedere l'armata turchesca, e di che modo si combatte in mare: essendo
che in terra havevo veduto per l'ultima alla Prèvesa. Et così spettando,
venne quello glorioso Messìa[82], che fu alli otto del presente. Che per
honor della Christianità fusse piaciuto a Dio che non se fusse per
quest'anno partito da Genova: che haveria riportato molto più honore in
quelle bande de Ponente, che credo fora de queste di Levante, per
quest'anno. La causa bisogna la dica abbreviata per non far volume. Et
haveria dire a bocca[83]; sendo che la vergognia me fa restare de qua.
»Vostra Signoria Reverendissima ha da saper come alli 25 del presente
partissimo dal canale de Corfù in tre battaglie, come il signor principe
haveva ordinato. Cento quarantuna galèra, et sessanta o più navi[84],
fra le quali erano tre galeoni che portavano più di quattrocento
cinquanta bocche d'artiglieria di bronzo, nel qual numero sono più di
cento cannoni[85]. Et andassimo quel dì sopra il canal della Prèvesa,
largo tre miglia. Et surgessimo tutti, con vento tutta la notte assai
fresco. Et perchè nel canale ovvero golfo della Prèvesa era l'armata
turchesca, non possette riuscire il disegno di far smontare le genti,
come s'era disegnato. Perchè per gente che andarono la notte a
riconoscere fu giudicato esser di troppo gran pericolo per più rispetti,
che non accade il contarli.
»La mattina del ventisei partissimo di lì, dipoi di haver alquanto
scaramucciato et tratte molte cannonate coll'armata turchesca, cioè con
venticinque galere, quali intravano et uscivano dal golfo[86]: et
pigliammo la volta di capo Ducato per andare in golfo di Lepanto. E così
camminassimo tra il giorno e la notte fino a trenta miglia, perchè
bisognò remurchiar le navi per carestia de vento. La mattina de'
ventisette, a ore dieci in circha[87], sorgessimo molte galere sotto
l'isola di Santamaura per spettar che tutta l'armata se drizzasse verso
capo Ducato, quale andava vagando per certo vento che ne dava in faccia.
Et stando noi surti così dove stava il signor Principe, et il nostro et
il veneto Generale, et molti altri signori, fu scoperta l'armata del
Turco, quale era uscita dalla Prèvesa. Perchè causa non lo so, ancorchè
li judicii siano varii: perchè molti dicono che Barbarossa voleva andare
in Barberia, molti che ne veniva a disturbare l'andare a Lepanto, e
molti judicii. Dove per questi signori fu determinato, de poi molte
discussioni[88], se dovesse tornare alla volta dei nemici. Et benchè
l'opinione del reverendissimo Patriarca non fusse de tornarci,
tuttavolta per obbedire ce tornò; con ordine del signor Principe che sua
Signoria reverendissima fosse retroguardia, Veneziani battaglia, et lui
antiguardia. Et così dessimo alquanto de spazio alle navi, quali avevano
un poco de vento[89], acciò potessero intrare in prima. Et così dui
delli sopraddetti tre legni, molto agili di vele, andarono alla volta
dell'armata: la quale poichè l'ebbe veduti tornare indietro, ancora lei
si fece innanzi. Et come piacque al vento, li sopraddetti dui legni
andorono tanto innanzi che cominciorono a tirare alli nemici, et li
nimici a loro. Dove tutta l'armata stava di tanto buona volontà et de
tanto grande animo de combattere, che non pareva che cento quaranta
legni che haveva Barbarossa fossero stati se non tante fregate. E
spettando tuttavia che se desse segnio de dar dentro. Abbenchè in questo
mezzo, per ordine di sua Excellentia, eravamo usciti del primo ordine,
et andati tutti in una battaglia. Et dipoi per il medesimo ordine
mettessimo tutte le navi sopra del vento.
»Et stando così con questa speranza tuttavia andassimo largandoci verso
li nimici, et loro stringendosi verso la terra. Di sorte che (per li
nostri buoni ordini!) ne guadagnarono il vento: et se messero d'una
tanto bella ordinanza verso di noi per spettarci, che se fossero stati
lanzichinecchi saria stato troppo; non tanto esser galere. Et così ne
tirorno molti e molti pezzi d'artiglieria alle nostre galere et alle
navi, quali erano tutte arrivate, e restate a lor dispetto in
bonaccia[90]. Et stando così loro verso terra, e girando noi in mare
veleggiando, se drizzorno ad alcuni navigli che erano restati indietro,
fra li quali furono de veduta mia tre navi grosse; ancorchè molti
dichino quattro o sei. E combattendo l'una più di quindici galere,
avendole dato assai botte, nè mai havendo possuto salir sopra, havendole
buttato l'albero colle vele a terra, per volerla prendere ce buttarono
fuoco: et questo perchè cinquecento Spagnuoli che ce stavano sopra se
portorno tanto bene che non se può dir più. E certo se gli archibusi
ammazzan loro, come li loro han fatto de li nostri, si judica che molti
più siano morti di loro in quel combattimento.
»In mezzo a questo le altre galere combatterono dui altre navi, quali al
medesimo feceno grandissima difesa; pure all'ultimo furono prese: perchè
uno contro trenta è impossibile a durar, chè tutti non sono galioni.
Presso queste tre navi se trovano dui galere: una del Papa assai male in
gambe per fuggire, rispetto alli homini che non sono nè pratichi nè atti
a questo offitio o per dir meglio exercitio[91]: et l'altra de'
Venetiani, più atta a fuggire della nostra: ma al combattere la nostra
meglio di quella, come per l'experientia si è visto. Perchè essendo la
nostra prima assalita da dui galiotte, le rebbuttò. Et saria scampata,
se altre quattro galere non l'havessero sopraggiunta. Dove combattè
mezz'ora o più gagliardamente: et all'ultimo restò pregiona la galera,
et tutti li homini morti. Questo se sa per vista delle navi che erano
più presso; et per uno scampato a nuoto sotto una galèa turchesca, quale
tornando poi verso le navi, quello si dispiccò, e intanto con voti
eccetera se salvò in una nave. L'altra de' Venetiani, per quello se
vedde, se judica siano più prigioni che morti: perchè non fece troppa
difesa.
»In questo tempo tutti pensavamo che se dovesse dar dentro alli nemici:
perchè pensavamo il Principe havesse lassato sbattere li Turchi con le
navi, et che poi con le galere se dovesse investire. La qual cosa non fu
fatta. Et forse la causò un nembo di tempesta che venne, che ne fece un
gran disturbo[92].
»Per la qual cosa, per venire alla conclusione, essendo ventiquattro
hore[93]; et essendo insieme cento trentanove galere et tutte le navi,
honoratissimamente ce ne demmo a fuggire! lassando dui galere, tre navi,
et forse più, et molti altri vascelli in man di Turchi. Et che è più,
lassammo tutte le navi a seccho, che non havevano vento. Et vedemmo
bruciar dui navi. Et la fuga fu tanto honorata, senza che li nemici ci
venissero direto, che fino a quest'hora mancano molte galere, quali
s'intende sono andate in Puglia, che sarà stata una fuga di ottanta
miglia: et in questa fuga sono intervenute una delle nostre, sei o otto
del Principe, et altrettante o più de Venetiani. E questo, come ho
detto, senza che li nemici ne seguitassero un passo: ma la tanto gran
paura che era intrata addosso alli uomini[94]. Tutti dicono essere stati
li ultimi a fuggire, et che avevano li nemici alle spalle, et che sono
stati seguìti quindici miglia. Oltre che alcuni dipoi d'haver corso per
dette ottanta miglia più che di passo hanno dato in terra per sospetto
d'altre galere che vedevano pur delle nostre. Alcuni hanno tratto
d'artiglieria a scogli, pensando fussero galere[95]. Alcuni lungata la
via trenta o quaranta miglia discostandosi uno dall'altro, ogniuno per
sospetto. Et come è piaciuto a Dio, semo tutti in Corfù. Et dalle dui
galere in poi, nessuna ha havuto male nissuno, salva una di Rodi, che
una botta mazzò otto homini. Sicchè vostra Signoria reverendissima ha
inteso come ce troviamo. Basta che a judizio de tutta l'armata, la quale
se sa che semo più de settanta mila homini, è stato ed è molto inculpato
e biasimato quello, il quale ha avuto il carico di questa impresa[96].
Et certo ha perso in un punto quello che non ha acquistato in molti
anni.
»Et io non saprei dire quale fusse la causa che non se sia fatta questa
giornata: se non forse che quelli che stanno in cielo et all'inferno
hanno havuto paura di tanta gente, quanta in quel dì justamente doveva
sopraggiungere sopra l'una et l'altra porta in un tratto, non li
togliesse il dominio[97]. Che certamente ogniuno judica che campandone
di cinque due, fusse assai: stante che essendo tra l'uno e l'altro più
di cento trenta mila, saria stata pur troppo grossa la mortalità. Et io
non judico che sia stata altra la causa: perchè avendo la fortuna
mostrato una tanta immortalità d'un Principe, et una tanta grandissima
vittoria di Cristiani, come ne mostrava; et non havendo saputo
pigliarla, non saperia dire altrimenti da quel che ho detto.
»Certifico bene Vostra Signoria Reverendissima che mai li Christiani
ebbero tal ventura, nè haveranno, de esser tanto vicini a una armata di
nemici, come sono stati, et haver più certa vittoria, che havevano[98].
(Seguono alcune righe in cifra, senza chiave, e niun deciframento
nell'Archivio.)
»Io tra il disagio che se patisce a scrivere, et haver hanco prescia,
non sarò più lungo. Et la prego che, se dell'altre sarà più
scorrettamente scritta, oltrechè per l'ordinario è mio costume, adesso è
forza sia molto più, rispetto al luogo: et per questo mi perdoni più
dell'ordinario. Et alla sua bona gratia humilmente me raccomando,
insieme col signor Cavaliero[99], quale anchora lui non havendo possuto
mostrare il desiderio che tiene di far honore alli padroni, sta
desperato.
»Et perchè so che Vostra Signoria Reverendissima ama messer
Giovanni[100], la supplico voglia fare opera che non venga in queste
parti: chè me pare intendere che egli debba venire. Et certo finirà la
vita sua, se egli viene. Io saria tornato: ma per vergogna son risoluto
vedere il fine, o vero la partita del Principe, quale a mio judicio
penso sarà presto.
»Da Corfù a dì ultimo de settembre 1538, mezzanotte.
»Di V. S. Rma.
»Umilissimo Servitore
»Miniato Ricci.»