NOTE:

[65] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 77: «_Andrea Doria diede la

volta.... Andrea schivò la battaglia la seconda volta.... Barbarossa

veduto fuggire le galee cristiane._» (Nel punto della fuga tutti

combinano, anche Antonio, parzialissimo di Andrea. Però la sua

confusione manifesta nel racconto a salti e pieno di ambagi, tra le

quali ne metto una sola per saggio, dove dice: «_Restando a ponente più

verso la terra di Leucata._» Questo è impossibile, perchè Leucada guarda

per traverso ponente, e chi le resta più a ponente sta più verso mare,

non più verso terra.)

[66] AMMIRATO cit., 661: «_Restaronvi prese due galere; una veneta di

Francesco Mocenigo ucciso d'archibugiata, ed una pontificia dell'ab.

Gio. Batta Bibiena, che fu fatto schiavo._»

MAMBRINO ROSEO cit., 229: «_Furono prese due galere di Cristiani; l'una

dall'abate Bibbiena.... e l'altra di Francesco Mocenigo.... le quali

combatterono con mirabile difesa._»

[67] ULLOA cit., 157, b. med: «_Barbarossa prese due galere.... e la

nave di Luigi di Figueroa spagnolo, et alcune altre navi da carico, le

quali furono abbruciate._»

SANDOVAL cit., 184: «_Los Turcos combatieron tres naos en que iban

españoles, y tomaron la del capitan Villegas de Figueroa, natural de

Ocaña._»

[68] SANDOVAL cit., 185: «_Barbaroxa dixo en español muchas veces, y

todas riendo a carcaxadas, O como Andrea de Oria mata a las linternas

por no ver por donde huye!_»

[69] DE HAMMER cit., X, 517: «_Le imprese di Barbarossa.... furono

prosperose solo per la inattività del Doria._»

ANTONIO DORIA cit., 52. — V. vol. I, p. 342.

[70] MIGUEL CERVANTES, _Don Quixote_, in-8. Ambères, 1673, I, 451: «_A

quel dia de Lepanto.... se desengaño el mundo, y todas las naciones del

error en que estaban, creyendo que los Turcos eran invencibles por la

mar._»

LEOPOLD RANKE, _The ottoman and Spanish empire_, in-4. Londra, 1843, p.

23: «_The Turks ruled the Mediterranean in war and piracy ever since

that day of 1538.... They believed that the christians would never

venture again to stand before them in open fight. This superiority

endured till the year 1571._»

[29 settembre 1538.]

XIII. — Le infauste notizie dell'armata corsero rapidissime da Ancona e

da Brindisi a Venezia ed a Roma, e le due città presero aspetto di tale

costernazione, quale si vede nei giorni più acerbi di pubblico

infortunio. Da una parte l'insolenza cresciuta ai barbari e ai pirati,

dall'altro l'avvilimento delle armi proprie, il discapito della società

e della religione, tutti vedevano; e insieme l'onore delle armi, il

sangue dei cittadini, il pubblico danaro, le navi, le milizie gettate in

una voragine di guerra e di spesa inutile, anzi vituperosa e per gli

indugi e per la fuga del principal condottiero. Tutti cercavano la causa

del disastro, pochi la capivano, niuno ardiva scriverla[72]. Ma un fatto

tanto grave, con tanta cura preparato, e costantemente seguìto anche dai

successori per tanto tempo, deve avere una ragione stabile, arcana,

alta, che non mette a pericolo i mancatori, anzi gli assicura e li rende

più cari ai padroni e più potenti tra i cortigiani: dunque la ragion di

stato. Con lungo studio ho cercato io di spiegare a me stesso questo

fatto: ed ora per debito di storico, dovendo ragionevolmente stabilire

le cause e gli effetti dei grandi successi, ad esempio dei posteri, ed a

giusta retribuzione di lode e di biasimo, cui spetta, grande o piccolo,

nostrano o straniero; massime trattandosi di personaggio per tanti

titoli commendevole, al quale la pubblica opinione non attribuisce altro

che bravure, e da me stesso tante volte lodato, presento ai lettori la

sostanza di ciò che han detto in questo caso i suoi difensori, i suoi

nemici e gl'imparziali. Si vedrà che tutti, volendo o non volendo,

menano alla medesima conclusione, come il lettore dalla precedente

esposizione dei fatti deve prevedere.

L'ira e le accuse dei contemporanei contro Andrea non ricorderò io colle

parole della plebe rabbiosa, ma colle scritture notissime ed assennate

di Scipione Ammirato e di Paolo Paruta, ambedue lodati dal Tiraboschi; e

più il Paruta dal Pallavicino, come «Storico egregio tra gli italiani,

non meno per candore di sincerità che di stile, e per limpidezza di

pietà che di prudenza». Il primo parlando della pubblica indignazione,

che veniva crescendo come si moltiplicavano le lettere private, nelle

quali minutamente si narravano i fatti e biasimavasi Andrea, dice[73]:

«Non vi fu accusa, non vi fu detrazione contro il Doria, che avventata

non gli fosse. La sovranità del comando conservavalo in rispetto,

altrimenti gli sarebbero corsi in faccia gli sputi universali: tanto era

grande la rabbia.... Il mancar di fede è colpa da non rimettersi, nè da

gastigarsi mai abbastanza.» Il senator Paruta scende ai particolari, ed

enumera ad una ad una le accuse comuni e le voci che allora

correvano[74]. La privata amicizia di Andrea con Barbarossa, la venuta

di una galeotta piratica al suo bordo presso la Prèvesa, gli interessi

suoi nel mantenimento della pirateria, l'avversione contro i Veneziani,

la tinta di nero data alle antenne per arcano segno di secrete

intelligenze, l'ambizione della propria grandezza, il timore di mettere

a rischio la sua persona, l'avarizia delle sue sostanze e galèe, dalle

quali dipendeva tutto l'esser suo pel bisogno che aveva l'Imperatore del

suo servizio. Indi soggiugne cosa di gran momento e inaspettata,

scrivendo: «Nè più degli altri astenevansi da queste accuse gli

Spagnuoli: anzi il marchese d'Agialar, ambasciatore di Cesare in Roma,

pubblicamente detestava le operazioni del Doria; mostrandosi in ciò

forse più ardente per levare quel carico, che da tale successo potesse

nascere, all'Imperatore; quando fosse nato sospetto essere ciò eseguito

di ordine e di commissione di lui.» Dunque per quanto sia grande il

susurro popolare, la destrezza dei ministri e la cautela degli

scrittori, una cosa in fondo si rivela dalle parole dei contrari: cioè

corso libero a tutte le accuse, salvo al sospetto di infedeltà combinata

tra Carlo ed Andrea.

Tra gli imparziali metto il fiore dei dotti e religiosi uomini, e primo

il cardinal Pallavicino, con queste parole[75]: «Della Lega seguirono

successi inferiori alle speranze, bastando ad Andrea Doria mandare a

vuoto gli sforzi dell'inimico senza combattere, eziandio che la vittoria

apparisse molto più verosimile della sconfitta: poichè dall'una si

prometteva egli leggier vantaggio del suo principe, e dall'altra gli

prevedeva grandissimo detrimento. Il qual consiglio gli partorì l'odio

appresso i collegati e l'infamia appresso la moltitudine.» Dunque non si

procede conforme alle esigenze della cristianità e del comune vantaggio

dei collegati, ma a seconda dei privati interessi di Cesare. Ciò

conferma con poche e circospette parole il cavalier Giacopo Bosio nella

storia dell'Ordine suo, dicendo[76]: «Avvegnachè il principe Doria in

quella giornata nell'opinione di molti dall'acquistata riputazione sua

non poco cadesse, ne assegnò egli nondimeno all'Imperatore ragioni tali,

che per sicurezza degli stati suoi di lui soddisfattissimo rimase.» Con

maggiore intrepidezza, e per zelo di religione, leva la voce Odorigo

Rainaldo dell'Oratorio, continuatore del cardinal Baronio, e storico

ufficiale di Roma, negli Annali ecclesiastici, scrivendo[77]: «In verità

io mi vergogno di raccontare nell'anno presente i fatti dell'armata

cristiana.... Mancò al dover suo Andrea Doria, anche nel momento di

combattere, quando si vedeva più certa la speranza di vincere;

quantunque sollecitato a battaglia dai generali di Venezia e di Roma.

Esso al contrario, facendo sul mare inutili giravolte e più vana

ostentazione di arte marinaresca, prese finalmente il turpe partito

della fuga, e se ne andò deriso dai barbari, che gli ciuffarono sette

bastimenti tra navi e galèe, e ne fecero falò in mezzo al mare....

Furono sparse voci sinistre intorno alla sua condotta; ma dicono che

Andrea non ne facesse niun conto: perchè egli riduceva la somma delle

cose al comodo di Cesare. Il quale, avendo accapigliato i Turchi contro

i Veneziani, non aspettava altro che vedere quest'ultimi stremati di

forza e di sostanza, per gittarsi sopra di loro, e spogliarli del

dominio di terraferma.» In questo modo gli imparziali rincalzano

l'argomento: e dalle basse regioni delle ingiurie personali montano alle

sublimi ragioni di stato, dove assicurano l'assunto della infedeltà fuor

di controversia. Ma perchè sarebbe ingiustizia condannare chicchessia

senza udirne le difese, volgiamoci ai due che hanno scritto di proposito

in favore di Andrea.

Udiamo il Sigonio discolparlo così[78]: «Noi non cerchiamo di

investigare le cose occulte, gli ordini dati in secreto, gli intimi

pensamenti dei principi, e le oscure volontà degli uomini.... Per voler

di Dio il Doria non fu favorito dalla fortuna, perchè tutti confessano

che il vento mancò.» A mezzodì pel desinare, signor Carlo, mancò il

vento; non all'asciolvere, nè alla merenda, quando Andrea lo sciupò

prima in consigli inutili, e poi in fuga vergognosa. Col vento fresco di

Scirocco in poppa sciolse le vele, fece orecchie di lepre alla

marinaresca, si allargò dai Turchi, fuggì verso Corfù e piantò i

Cristiani in confusione. Menollo il vento. E voi ravvolgetevi quanto che

sia per quella notte senza lumi, abbarcate cose occulte, secrete, intime

e oscure quantunque vi pare, che noi vediamo i fatti più chiari delle

parole; anzi per la medesima filatessa di scuse non ricerche vediamo più

che altro manifesta l'accusa. E quanto alla temerità di interpretare a

rovescio la volontà di Dio... Passiamo all'altro, commensale di Andrea e

segretario dell'Altissimo, il quale al modo istesso non trovando nè per

mare nè per terra scuse sufficienti alla difesa; e non sapendo dove che

siamo noi piantar chiovello da carrucolare il convincimento nostro, si

volge al cielo dove ci ha lasciati il collega suo, ed esclama[79]: «Il

grande Iddio, che vide la strage che si faceva quel giorno di sangue

umano, se due sì potenti armate combattevano alla Prèvesa, levò di

animo.... che si combattesse.... Di maniera che qualunque esaminerà quel

successo (dirittamente giudicando) confesserà che fosse permissione

divina che quelle due armate non si azzuffassero insieme.» Caschi

adunque il diritto di guerra e pace, esultino i codardi, tremino i

prodi, si rompano i giuramenti, si tradiscano le alleanze. Chi potrà

trovarci biasimo? Sono permissioni divine! Vedi il sistema delle

discolpe personali come mena alla negazione dei principî eterni della

giustizia, e quindi quanto importi alla storia di mettergli il freno.

Non sono mai mancati, nè mai saranno per mancare nè sofismi, nè

bestemmie, nè ciurmerie al fine d'imporre alla moltitudine e di mettere

gli stolti in confusione. Ma quei che hanno l'intelletto sano non

possono non vedere che, quando i difensori per scusare i falli di un

uomo intorbidano le massime supreme della morale, della difesa e delle

battaglie; e di più mettono in compromesso a favore dei Turchi la

provvidenza divina, secondo gli umori del loro cervello; in somma quando

spiegano dall'alto al basso coperchioni tanto fatti, e' deve esserci

sotto gran magagna da nascondere.

Ora esaurite le testimonianze imparziali, e pesate le accuse e le

difese, non sarò io giudice singolare a proferire la sentenza: ma

volentieri seguirò la formola del magistrato e legislatore supremo Carlo

V imperatore, alla quale senza appello tutti devono colla debita

riverenza sottomettersi. Pensate in quel primo fervore quanta gente

intorno a Carlo per dire, per sapere, per consigliare: gli ambasciatori

dei principi, l'oratore di Venezia, il nunzio del Papa, i grandi di

Spagna, i ministri, gli ammiragli, cento ronzoni pel gabinetto: ed egli,

non volendo mettersi in contradizione con alcuno, aveva pronta per tutti

una sola risposta, che ci ha conservata nei precisi termini il

Cappelloni segretario del Principe. Diceva Carlo, semprechè alcuno

parlava dei successi della Prèvesa[80]: «Per mia fede, Sua Santità in

quell'impresa ha mancato. Io ho mancato, et i Vinitiani mancarono; et

niuno ha fatto il debito suo, se non il principe Doria.» Dunque erano

d'accordo: e Andrea ha obedito agli ordini di Carlo. Ecco tutto.

Che maraviglia dunque se Andrea diviene sempre più grande, più accetto

al padrone, più potente alla corte? Carlo non naviga se non lo porta

Andrea, non entra in Genova senza alloggiare in casa d'Andrea, non move

foglia, nè fa alleanza, senza metterci alla testa Andrea. Soltanto il

Doria conosce e soddisfa al debito suo. Lo stento dell'arrivo, la metà

del contingente, la molestia del rinforzo, l'infingimento dei consigli,

il rifiuto di combattere, la fuga innanzi al nemico, l'abbandono degli

alleati, il trionfo degli infedeli sono tutti doveri di Andrea; tutti

servizi resi all'Imperatore. Carlo è soddisfattissimo per comodo suo:

così può tenere abbasso Venezia per mezzo del Turco, abbasso Milano per

l'impotenza dei Veneziani, basse le Sicilie per la paura dei pirati,

bassa Roma pel bisogno del soccorso, basso il Turco per la minaccia

della lega; ed alto solamente Carlo e la sua corte. In somma gli

Austriaci di Spagna volevano che il Turco ci fosse per contrappeso ai

Veneziani, i Borboni di Francia che ci fosse per contrappeso agli

Austriaci, altri che ci sia per contrappeso ai Moscoviti. In ogni tempo

la stessa politica dell'equilibrio, ordinato soltanto al proprio

interesse ed alla altrui depressione, ha tenuto Maometto in Europa.

Carlo, Filippo, Francesco e Sempronio han sempre fatto e faranno la

medesima cosa, e per le stesse ragioni. Dunque stian cheti gli

eccentrici difensori dell'Escuriale (non dico del muro, ma delle persone

in quella cerchia appostate) a proposito di queste faccende dei Turchi.

Filippo ha seguìto la politica tradizionale della sua casa, incominciata

dal bisavolo alla Cefalonia, e continuata dal padre alla Prèvesa. Ciò

risulta dalla catena dei fatti, dal raziocinio, dai documenti: e quanto

più se ne pubblicano, tanto meglio si conferma questa verità, che è

l'unica chiave per entrare nel laberinto di cotali maneggi, senza di che

non si capirebbe più nulla.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 31 / 213 题