[26] FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE (duca d'Urbino), _Discorsi militari_,
in-12. Ferrara, 1583. — Opera postuma, dove esso stesso parla dei
consigli e discorsi fatti in Venezia sopra queste guerre dei Turchi
dell'anno 1537 e 1538; specialmente p. 1, 4, 10, 14, 27.
GIAMBATTISTA LEONI, _Vita di Francesco Maria della Rovere_. Venezia,
1605, p. 452: «_Morì addì 20 ottobre, 1538._»
CARD. FARNESE, _Lettera a monsig. Gio. Ricci in Venezia_, data di Roma,
28 ottobre, 1538. — ARCH. RICCI, _Armata navale_, cit., IX, 225.
MURATORI, _Ann._, 1538: prop. fin; «_Terminò i suoi giorni nel dì primo
d'ottobre, Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino_,» e cita
Alessandro Sardi, Storia mss.
[27] VERDIZZOTTI cit., 653: «_Scrisse Cesare a Ferrante Gonzaga che
dovesse condursi senza indugio a Corfù.... Scorgevano al solito i
Senatori di Venezia che queste confidenze venivano misteriosamente
sporte.... per nudrire le speranze della repubblica, acciocchè in tanta
tardità di cose non ripigliasse i negoziati di pace colla Porta._»
DE HAMMER cit., X, 514: «_Barbarossa portava incendio e ruine sulla
costa di Candia. Retimo e Canea seppero resistere alla furia: ma i
corsari presero vittovaglie e artiglierie da Milopotamo e da Scittia
abbandonate, e incendiarono ottanta villaggi._»
[11 agosto 1538.]
VIII. — La Prèvesa, detta altrimenti Nicopoli, è punto di momento per
chiunque guerreggia in Levante. La fabbricò Augusto dopo la celebre
battaglia d'Azzio, nel luogo medesimo dove aveva posto l'alloggiamento
in terra prima del combattimento, e donde erasi imbarcato per acquistare
il dominio del mondo. Oggidì per quelle acque passa la linea di confine
che divide la Turchia dal nuovo regno di Grecia. Un golfo di circa
ottanta miglia, detto dagli antichi seno Ambracio, e dai moderni golfo
dell'Arta, si apre a cerchio tra le terre; e a guisa di tanaglia
sboccata lascia alla riva tra due promontorî un tortuoso ed angusto
canale, dove non passano più che due o tre bastimenti per volta. Il
promontorio boreale è l'Azziaco; e nella sua risvolta dentro il golfo
sopra rupe è la Prèvesa: città piccola, ma secondo quei tempi
fortificata in figura di quadrilatero con otto torrioni rotondi, tre per
ogni fronte, piazze alte e basse di artiglieria, muraglie grosse, e
fosso profondo. Sarebbe stata ancor più sicura se non avesse avuto un
prolungamento di case discendenti verso la marina a guisa di borgo,
aperto da ogni parte[29].
Il Grimani, prima di avventurarsi all'entrata dell'angusto canale, pensò
di mettere in terra un corpo di fanteria; e dopo investita la piazza, e
divisa l'attenzione del nemico, spingervi a fidanza l'armata. Il qual
divisamento sortì felice esito: chè essendo saltato in terra il mastro
di campo Tomassone con quattro compagnie di dugento uomini ciascuna, ed
avendo di primo impeto preso il borgo e postovi l'alloggiamento, non fu
difficile a Paolo Giustiniani sforzare l'ingresso e aprire il varco a
tutte le altre galèe; tanto che al tramonto del sole già l'armata
dominava nel golfo, e il piccolo esercito nel borgo[30].
[12 agosto 1538.]
Venuta la notte, perchè più agevolmente potessero le milizie di terra
attendere ai lavori di zappa ed accostarsi copertamente alla muraglia, i
marinari presero a battere con vivissimo fuoco la piazza: i Turchi al
modo stesso rispondevano. Di qua e di là a vicenda molti e gravi danni.
Tra i nostri in quella notte colò a fondo un palischermo pieno di gente,
squassato da cannonata grossa; il capitan Bernardino Londano, che nella
galèa da sè puntava il corsiero, colpito da una palla nel ventre ebbe il
corpo dal mezzo in su gittato fuor di bordo; il comito del cavalier
Sampieri fu morto, e similmente il padrone di un'altra galèa, con
parecchi altri di minor conto[31]. Ne parla il Grimani in una lettera.
Non la produco, tuttochè inedita, perchè non voglio menare il discorso
troppo alla lunga: e in vece ne darò tra poco un'altra più piena di
notizie.
Maggior contrasto ebbero a sostenere le milizie di terra, e dal numeroso
presidio, e dallo stormo dei vicini. Costretti a combattere non tanto
per espugnar la fortezza, quanto per mantenersi nelle posizioni,
duravano intrepidi tutta la notte e la giornata seguente, e sempre in
gran travaglio coll'armi in mano, senza potersi aspettare lo scambio pel
cibo e pel riposo. Un sorso di vino, e un'archibugiata: un mozzicon di
pane, e un colpo di cannone. Poscia il Patriarca, avendo fatto
disbarrare tre grossi pezzi da breccia, aggiunse il sopraccollo ai
soldati, che si trovavano dalla fronte e dalle spalle assaliti e scossi
da gagliarde sortite, e tenuti alla difesa di sè stessi, delle poste e
dell'artiglieria. Non però di meno, rinfrancati dall'esempio e dalla
voce del loro mastro di campo, sostenevano egregiamente la fazione, e si
facevano sempre più presso alla porta della marina.
[13 agosto 1538.]
Il dì seguente, avendo rotta in parte la muraglia, dettero due assalti
alla terra: e tuttochè ributtati, tornarono la terza volta infino a
piantare tutte e quattro le bandiere sulla cresta dei muri. Ma pel
piccol numero, non superando ottocento fanti, e dovendone quasi la metà
restare a guardia delle trincere e dell'artiglieria, non furono
sufficienti a maggior progresso. Fece allora il Patriarca sonare a
raccolta. E vedendo crescere il numero dei nemici alla campagna, e
diminuire la sua gente, deliberò di ritirarsi. Caddero in questa fazione
quasi cento e venti uomini tra morti e feriti: tra i primi il prode
capitan Camillo da Fabriano, compianto ed ammirato da tutti; tra i
feriti il mastro di campo, e Luigi Raimondi.
[14 agosto 1538.]
Allora i nemici, che quasi dodici mila si erano raunati dai luoghi
vicini, nulla più aspettando che la ritirata dei Romani, con
terribilissimo impeto assaltavano alla coda ed ai fianchi la nostra
colonna, che sempre combattendo marciava verso la marina, conducendo
però in mezzo l'artiglieria, le bagaglie, ed i feriti. Alla spiaggia
erano attelate a scaglioni su due punti le galèe, colle prue verso terra
per incrociare i fuochi e tenere i Turchi lungi dal punto intermedio
della riva, dove avevasi a eseguire l'imbarco, per lo spazio interno del
triangolo difeso e intercetto dai fuochi convergenti. Dopo di che
l'armata nostra si tirò fuori del golfo, e die' volta per racconciarsi a
Corfù.
[15 agosto 1538.]
La impresa del Patriarca, come si legge in tutti gli storici di quel
tempo, così la troviamo commendata da ciascuno, massime dai Veneziani:
perchè ebbe conseguenze importantissime, che superarono di lunga mano
qualunque guadagno fosse potuto venire dall'acquisto di quel luogo.
L'esempio dei Romani tra gli amici rilevò le speranze già quasi morte; e
tra i nemici costrinse Barbarossa, per paura di perdere la Prèvesa, a
levarsi in sul punto dell'assedio della Canèa, liberando all'improvviso
(come poi si seppe) dalla terribile ambascia i Candiotti. Però il
ribaldo se ne venne proprio nel golfo dell'Arta con tutta l'armata sua a
cercare la nostra; e fu costretto restarsi impotente; perchè così vicino
non eragli dato più imprender nulla senza esporsi a pericolo[32].
Di questi fatti parla il medesimo patriarca Grimani in una lettera del
diciannove di agosto, diretta al Ricci, tesoriero dell'armata romana in
Venezia, il quale l'ha conservata nei suoi registri, ed io qui la
pubblico come documento importante ed inedito[33]:
«19 agosto 1538, di Corphù.
»Reverendo monsignor Giovanni. — Si ebbero le notizie vostre per il
schirazzo[34] che giunse quivi; come l'havrà inteso per lettere di
Bernardino[35], et similmente la nave Malipiera con le munizioni
accusate: al che non accaderà dire altro.
«Credo che havrete inteso, pur per lettera di Bernardino, del nostro
andare all'impresa della Prèvice. Hora vi dirò succintamente che,
desideroso di fare servitio et cosa di honor a Sua Santità, a questi
giorni passati mi deliberai di far qualche effetto, et di non perder più
tempo[36]. Di modo che essendomi detto da molti che l'impresa di essa
Prèvice sarebbe molto facile, et ritrovandomi io alla Parga[37], quivi
discosta quaranta miglia, deliberai tentarla. Et così il dominica che fu
alli undici feci dismontar la gente, che potevano essere da ottocento
fanti: et la notte, posta in terra l'artiglieria per batterla, fatte le
trincere et difese al meglio che si potè, cominciammo la mattina
seguente a batterla per terra et per mare. Però io con tutta l'armata
entrai da l'altra banda sotto la fortezza per il golfo senza danno
alcuno, ancorchè provassero le galere infinite cannonate di nemici.
Battemmo tutto il lune, il marte, et il mercole, sino al giobbia
mattino[38], che ci levammo: et non si cessò mai giorno et notte. Talchè
havendo tirato più di novecento cannonate[39], senza gli altri pezzi
piccoli, ci cominciò a mancare la munizione. La quale fu potissima causa
di non ci lasciar tentare l'ultima fortuna. Il marte vi furono dati doi
assalti, et furonvi tutte piantate le bandiere sopra i muri: ma furono
ributtati per non essere soccorsi dagli altri che stavano dentro gli
alloggiamenti in guardia dell'artiglieria. I quali non si moverno, quasi
spaventati dal primiero assalto et dalla vista di nemici che si
trovavano alla campagna, et tuttavia andaveno crescendo, a piedi et a
cavallo.
»Per la qual cosa vedendo il mercore che multiplicava il soccorso a'
nostri danni, deliberai porre l'artiglieria in galera: et così sugli
occhi dei nemici, che ci vennero assaltare sin dentro gli alloggiamenti,
levatala con bonissimo ordine, la calcammo sopra esse galere, senza
lasciar dietro cosa alcuna, et sempre scaramucciando con Turchi, sin che
si ebbero condotte le artiglierie et le altre cose ad salvamento.
»Poi il giobbia mattina, havendo colle galere tutta la notte tormentato,
et vedendone mancar le munitioni, et crescere il nemico di continuo alle
spalle, havendo poca gente da poterli resistere, deliberammo lasciar
l'impresa. Et cusì venimmo fuori del golfo, salutati però tutti con
buone cannonate. Et alla mia galera ne toccorono cinque, però senza
morte di alcuno per grazia di Dio. Ultimamente uscimmo tutti ad
salvamento, con qualche danno però de' nostri. Et abbiamo lasciato
quella fortezza di modo ruinata, et dal canto nostro con tutto
quell'animo che s'ha potuto operatosi, che mi reputo haverne riportato
la vittoria. Et forse Iddio per qualche mio peccato non mi ha voluto far
degno di vederne un fine. Nondimeno io spero che un giorno Sua Santità
conoscerà che la vita mia è per sacrificarsi nel servitio di Sua
Beatitudine. Havendone scritto largamente al signor Nunzio di costì, et
volendo questo Generale spacciare in pressa non se gli puote dir tutto
il particolare: però Vostra Signoria ne potrà essere ragguagliata da Sua
Signoria reverendissima.
»Di nuovo ci è che Barbarossa ha spalmato a Scio, et che andava alla
volta di Negroponte coll'armata, et di più che haveva mandato quaranta
galeotte alla volta di Modone: et appresso questo clarissimo Generale vi
è qualche sentore et dubitanza che egli se ne venghi sotto Napoli di
Romania. Et di tanto più si dubita, quanto che le sei galere, che furono
mandate l'altro giorno per soccorrerla, per timore di non incapparsi nei
piedi di essa armata, sono andate et ancor sono alla Cania[40].
»Io vi scrissi per l'ultima il bisogno grande del danaro e dei frumenti.
Hora torno a recordarvelo, che per l'amor di Dio operiate che se ne
facci quella provvisione che vedete necessaria. Et di questo, di grazia,
siate ricordevole; perchè potete comprendere il bisogno mio.
»In oltre sapete come io sto di remigi. Et la causa che mi ha mosso a
tentare la impresa è stata principalmente per usare ogni via, acciò mi
potessi interzare[41]. Nè havendomene Dio fatto la gracia, anzi havendo
ricevuto qualche danno di uomini in questa impresa, resto più che mai
disperato. Et ancor che l'animo mio fosse di non disarmare alcuna di
queste galere che ho meco (non piacendo ancora a Sua Santità), nondimeno
questo clarissimo Generale mi ha esortato ad disarmarne tanto che possa
interzarmi intieramente; et dettene le ragioni, per le quali non vedo nè
via nè modo di potergli contradire: et massime che la necessità dei
tempi che hora cominceranno non comporta che si possa fare
altrimenti[42]. Però mi sono risoluto disarmarne quattro di quelle che
mi parranno a me manco profittevoli et interzarmi col resto ad
compimento; acciò possa comparire cogli altri et fare honor a Sua
Santità. La quale quando havrà compreso che tutto si conviene per
evidente necessità, son certo rimarrà soddisfatta di questo, conoscendo
che di manco non si puote fare.
»Messer Miniato io più et più volte l'ho persuaso ad venirsene. Et hora
più che mai parmi che non voglia sentirne parola, dicendomi che, se io
non voglio che stia meco, egli si acconcerà sopra l'armata del Doria. Di
modo che non so più che fare, se non ogni giorno predicarcelo nella
testa. Et quando se disponga de venire io lo manderò molto volentieri
per soddisfarvi[43]. Ben vi dico che in questa impresa della Prèvice si
ha fatto honor; che sempre ha voluto trovarsi anche egli armato nelle
fattioni con gli altri soldati, et portatosi coraggiosamente.
»Altro per hora non le dico, se non ricordarle di nuovo il bisogno mio
et della armata: et a V. S. de cuor me offero et raccomando.
»Da Corphù il 19 d'agosto 1538.
»Marco Grimano, Legato apostolico.»