NOTE:

[28] MAUROCENUS cit., 519: «_At Grimanus moræ impatiens, generoso animi

impetu incitatus.... privato consilio aliquid se conficere posse ratus,

Corcyra solvens.... cum triginta sex triremibus.... ad Ambracii sinus

fauces delatus est._»

ULLOA cit., 16: «_Mentre in Corfù si aspettava.... messer Marco Grimani

patriarca d'Aquileggia capitano delle galere del Papa.... per non perder

tempo.... determinò di occupare la Prevesa, per esser luogo di mare

molto importante._»

[29] CORONELLI, _Atlante veneto_, grande in-fol. Venezia, 1690, II, tav.

25.

IDEM, _Piante di città e fortezze_, in-fol. Venezia, 1689, tav. 155.

W. H. SMITH, _R. N. Jonian Sea, from Purga to Katakolo, and the gulfs of

Arta and Patras_, in-fol. Londra, 1825. — Admiralty charts.

[30] MAMBRINO ROSEO cit., 226.

MARCO GUAZZO cit., 232.

SABELLICI, _Contin._ cit., 493.

JOVIUS cit., 476.

VERDIZZOTTI cit., 654.

JUSTINIANUS cit., 274.

SEGNI cit., lib. IX.

[31] ARCHIVIO RICCI, _Lettera del Patriarca a Monsignor Giovanni Ricci,

data da Corfù, addì primo settembre 1538_, nel volume segnato IX, pag.

172.

[32] BOSIO cit., III, 178, B: «_Sebbene fatto non venne al Patriarca per

il gagliardo soccorso che al Castello della Prèvesa dettero i Turchi di

Lepanto, fu nondimeno cagione che Barbarossa da Candia si levasse._»

[33] MARCO GRIMANI patriarca d'Aquileja e legato apostolico sull'armata

di Nostro Signore, _Lettera a monsignor Giovanni Ricci, tesoriero

dell'armata medesima in Venezia_. — ARCHIVIO RICCI, volume intitolato:

_Tesoreria dell'armata_, IX, 163.

[34] _Lo Schirazzo_ era navetta da carico, usata dai Levantini in quel

tempo. — Come sopra a p. 436.

[35] _Bernardino_, cioè Bianchi, segretario del Patriarca, per mezzo del

quale si manteneva la corrispondenza ordinaria tra il Legato e il

Tesoriere.

[36] _Non perder più tempo!!_ Testimonianza imparziale del Legato

apostolico, ministro papale. Perder tempo! in quelle circostanze, per

mancanza del Doria, nel mese d'agosto!

[37] _La Parga_. Questo è quel castello, di che parla il Berchet nella

sua notissima poesia, intitolata _Gli esuli di Parga_.

[38] _Lune e giobbia_. In dialetto veneto, vale lunedì, martedì,

mercoledì, e giovedì: e così _Prèvice_ per Prèvesa, ed altri idiotismi

che ciascuno corregge da sè.

[39] _Cannonate_ qui intende tiri di cannone intiero e ordinario da

cinquanta (senza contare i tiri dei mezzi e dei quarti cannoni, da

ventiquattro e da dodici), tanti da consumare la munizione valutata a

trenta cariche per ciascun pezzo grosso di ciascuna galèa, disponibili

in terra, senza togliere le altre trenta necessarie nel mare, che a

sessanta si valutava il complesso, come in alcun luogo dimostrerò.

Questo doveva essere messo a memoria dal commissario Ricci, perchè

fornisse subito dell'altra munizione.

[40] _La Canèa_. Dunque liberata dall'assedio, come è detto; e

pareggiata la partita colla Prèvesa, da una parte e dall'altra. Le

notizie correvano rapide per la vicinanza dei luoghi, la qualità della

stagione, e la moltitudine dei fuggitivi e degli incrociatori.

[41] _Interzare_, parlando di remeggio in questo caso, significa mettere

tre uomini almeno a ogni remo. Chi si trovava con due, era fiacco, e

cercava il terzo, pigliandone tra i Turchi prigionieri. Data

l'espugnazione della Prèvesa con qualche centinajo di prigionieri, il

Patriarca si sarebbe interzato a preferenza di ogni altro.

[42] _La necessità dei tempi._ Dunque i Veneziani capivano da sè la

qualità dei tempi vicini all'equinozio, la stagione inoltrata, e il

bisogno di armarsi a dovere, senza andare all'altrui scuola, e senza

ricevere in casa per violenza gente straniera. Dunque la difficoltà dei

nostri armamenti era sempre pei rematori. E più si vede uno dei casi che

porta la variante nel numero dei legni di un'armata.

[43] Questi è Miniato Ricci, giovane fratello del Tesoriere, imbarcatosi

per venturiero sull'armata romana. Siamo chiari che il fratello

maggiore, temendo perderlo, usava ogni arte a richiamarlo: ma egli

stette saldo, e appresso avremo una sua relazione inedita della gran

giornata, alla quale fu presente.

MELE, mss. cit., _Genealogia di casa Ricci_, in quell'Archivio, da p.

165 a 180.

[8 settembre 1538.]

IX. — Se taluno dopo tanto tempo non avesse più alla memoria il fatto

della lega, oggi che siamo agli otto di settembre, si riscuota; che

finalmente si avvicina il giorno della salute, ed alla vista di Corfù

comparisce il glorioso Messia. Così, dopo averlo tanto aspettato

all'armata, si usava comunemente chiamare il principe Doria[44]. Egli

seco conduce una trentina di navi piene di infanteria spagnuola, quasi

dieci mila uomini, cavati dai presidî del Regno; e in vece delle

ottantadue galere pattuite, ne mena la metà, cioè quarantuna galea, tra

le sue e quelle di Napoli e di Sicilia e dei particolari assoldati dalla

maestà di Carlo. Niuna galera dei regni di Spagna[45]. Dopo le visite e

i complimenti, cominciano al solito le mostre e i consigli.

Prima di udire i pareri di quei signori scendiamo al porto sotto la

fortezza di Corfù, e vediamo ciò che si può consigliare e imprendere in

quest'anno coll'armata della lega così oramai raccolta come si trova; e

appunteremo sulla carta in breve compendio il novero dei legni, delle

artiglierie e delle genti, perchè a un batter d'occhio ciascuno possa

riconoscerne la forza. Nei numeri io mi tengo al minimo, e sempre sulla

testimonianza degli autori e dei documenti che per tutto questo libro

vengo citando. Per esempio, al patriarca Grimani non darò più di

ventisette galere, dovendo supporre che di fatto ne abbia disarmate

quattro, come egli scriveva di voler fare per interzarsi: similmente

escludo dal novero i legni minori, cioè le fregate e i brigantini nostri

e d'ogni altro; ma sempre ritengo le quattro galèe del conte

dell'Anguillara, che alcuni mettono in disparte. Ai Veneziani assegno il

minimo, dicendo galèe settantadue; perchè il compimento delle altre

dieci, e un numero anche maggiore essi tenevano altrove in distaccamenti

diversi per la guardia e scoperta nel golfo e nelle isole; e assegno

loro venti navi, compreso il famoso galeone, non potendosi ammettere

numero minore senza impedire il servigio e l'approvvigionamento delle

galèe. Una nave sola e grossa, chiamata la Cornara, assegno al

Grimani[46]; quantunque egli nelle sue lettere parli di più navette e

schirazzi, e della nave Malipiera al servigio dell'armata papale. Al

Doria assegno le trenta navi, che bastavano al trasporto delle

infanterie; e quarantuna galea, come trovo distinte a parte a parte le

sue proprie e le seguaci. Ho voluto altresì tener conto della maniera

diversa di questi e di quelli nel noverare le artiglierie; dandone dieci

o undici pezzi a coloro che tanti ne solevano portare; e dandone sette o

cinque solamente agli altri che stavano contenti al numero minore. Nelle

navi metto sottosopra trenta pezzi per ciascuna, quantunque compresavi

l'artiglieria minuta ne portassero di più. Rematori interzati calcolo

almeno cencinquanta per galèa; soldati settantacinque pei Veneziani, e

cento per ogni altro; marinari cinquanta per ciascuna nave o galèa. Con

queste regole, che possono essere provate e riprovate da chiunque,

compongo la tavola generale che metto nella nota[47].

[10 settembre 1538.]

Ci troviamo adunque dinanzi bella e fiorita armata: centoquaranta galèe

di battaglia, cinquanta navi grosse, trentasette mila tra soldati e

marinari, dumila e cinquecento cannoni, e capitani eccellentissimi come

il Doria, il Cappello, il Gonzaga, l'Orsino, il Simeoni, il Giustiniani

e tanti altri. Entriamo con essi in Consiglio; e chiunque abbia fior di

senno, un po' di pratica, e qualche lettura, giudichi ciò che possiamo

aspettarci. Primo di tutti il General veneziano, senza niuna querimonia

dei disordini precedenti, saluta il Doria: e, levando le mani, ringrazia

Iddio di poter vedere unita l'armata cristiana, per numero e per forza

capace di qualunque impresa. Indi richiede che si debba uscire, cercare

l'armata nemica, e conquiderla. Don Ferrante Gonzaga volge il discorso

assegnatamente alla Prèvesa, non solo per guadagnare quella importante

fortezza, ma anche per chiudere dentro al golfo l'armata nemica, nella

speranza di pigliarsela tutta a salvamano, come pochi anni avanti erasi

fatto nello stagno di Tunisi. Il patriarca Grimani non chiede altro

favore che di esser messo alla vanguardia: e per le recenti prove fatte

in quei rivaggi, promette condurre gli alleati a sicura e segnalata

vittoria. Gli altri a una voce ripetono battaglia e vittoria.

Il solo Andrea Doria si contrappose a tutti, e non comparve più quegli

che infino allora era stato. Uomo eccellente, gran marino, di alto

senno, e di cuor magnanimo, fedele a chiunque lo aveva assoldato senza

offenderlo, benemerito di papa Clemente, vittorioso a Corone, degno di

somma lode per tutto il quarto dei miei libri intitolato al suo nome; in

somma lo abbiamo messo e tenuto in grande onore, secondo il merito suo e

il dover nostro. Ma ora la fede dei trattati, la salute di tutti gli

stati d'Italia, e la suprema necessità civile e religiosa del

cristianesimo nel secolo decimosesto, mi costringono a compiangere la

sua e la nostra sventura, ripensando mestamente quanto miglior comparsa

avrebbe fatta quest'anno in Levante sotto miglior padrone. Il Doria

veniva fresco fresco dall'Acquamorta, bene indettato coll'astutissimo

Carlo e co' suoi consiglieri, donde traeva soldi ed onori col patto di

tenere a segno i Veneziani ed ogni altro. Perciò nel consiglio del dieci

di settembre, in vece di mettere animo, fecesi con grande sfoggio di

teoriche marinaresche a sciorinare le infinite difficoltà delle

battaglie navali, aggiungendovi i sinistri delle traversìe, delle

correnti, dei venti e delle tempeste equinoziali. In fine

coll'inesorabile rigore della logica prese a svolgere tutte le

conseguenze che aveansi a cavare dalla sua tardanza. Proclamò la

necessità di tenersi sempre vicino a qualche gran porto di rifugio,

escluse il punto principale della Prèvesa proposto dagli altri; e per

mostrare che i disegni suoi miravano a più alto vantaggio, propose nulla

meno della conquista di tutta la Morèa, cominciando da Patrasso e da

Lepanto; allegandone molte ragioni, e specialmente il comodo dei

ricoveri che in ogni fortuna di mare avrebbero quivi incontrato[48].

Tristo preambolo! la ricerca del rifugio, e non del nemico!

Niuno degli astanti si ardì replicare all'oracolo diffinitivo per non

rompersi fin dal principio. Ma perchè a voler andare da Corfù a Patrasso

e a Lepanto, secondo il disegno di Andrea, doveva l'armata della lega

necessariamente passare innanzi alla Prèvesa, dove era Barbarossa

coll'armata nemica, gli altri capitani di Venezia e di Roma mostrarono

di contentarsene, sotto espressa condizione che, traversando di là, e

prima di procedere avanti, si dovesse presentare la battaglia al nemico.

Pensavano certamente che Barbarossa, almeno per riputazione, non avrebbe

mancato di accettarla, nè a sè stessi sarebbe fallita l'occasione di

vincerla. Intendevano tutti che il primo assunto di campagna navale deve

essere la distruzione o l'avvilimento dell'armata nemica; senza di che

ogni altra fantasia di castelli, di isole, di porti, non può tornare che

vana. Andrea medesimo erane più d'ogni altro persuaso, e così aveva

fatto esso stesso a Corone: però costretto dall'evidenza, e dalla

maggioranza, accettava il partito, come colui che altresì ben conosceva

le diverse maniere di presentare la battaglia, volendo o non volendo

combattere.

[11 settembre 1538.]

Intanto il primo attacco non mira a Barbarossa, ma ferisce di punta i

Veneziani. Conciossiachè Andrea per tenerseli soggetti tanto che mai non

potessero fare diversamente dalle sue macchinazioni, preso pretesto

dalle galèe della repubblica non provviste a sufficienza di fanterie,

richiese solennemente al generale Vincenzo Cappello di lasciar montare

in ciascuna delle sue galèe venticinque fanti spagnuoli di rinforzo[49].

Vincenzo turbossi tutto alla insolente proposta: ma si contenne, e

rispose scusandosi di non poterlo fare senza espresso comandamento del

Senato. Si offrì nondimeno pronto a rinforzarsi al bisogno, togliendo

gente dai presidi di Corfù e del Zante, e specialmente dalle due grosse

brigate di riserva sotto Pasotto Pasio di Bologna e sotto Giacopo da

Nocera. Di più domandò, anche senza altri rinforzi, di esser collocato

in parte ove fosse maggiore il pericolo e più difficile la ritirata, in

tutto a giudizio e a piacimento del Principe. Il genovese ed il

veneziano, ambedue scaltriti, dissimularono: quegli contento della

superiorità assunta, e dei partiti che trar si proponeva tanto dal

consenso, quanto dal rifiuto, per governare le cose a suo talento;

questi offeso dal sospetto ingiurioso e dall'attentato di servitù

volutagli imporre.

Notate adesso come (quantunque per equivoco) il nome di Giannandrea,

nipote ed erede di Andrea Doria, esce fuori per la prima volta dalla

penna del gravissimo storico e cavaliero Giacopo Bosio proprio al

proposito delle pretensioni di mettere soldati spagnoli nelle galere

veneziane[50]; quasi che niun altro nome meglio del suo potesse legarsi

a questi tranelli, da lui poscia ripetuti a rischio di condurre gli

alleati sul punto di rompere in guerra mutua quattro giorni prima della

battaglia di Lepanto. Tanto erano radicati certi artifizi nei consigli

di Carlo e di Filippo, e dei ministri e degli eredi!

Ben so che i Veneziani non usavano empire di gente a ribocco le loro

galèe, come empivale Andrea, senza spesa, coi soldati di Carlo; ed anche

so che lasciando altrui il vantaggio dei numeri non però di meno

correvano in valore i Veneziani alla pari con tutti, e talvolta anche di

più. Ogni nazione ha il suo modo tradizionale di equipaggiare:

gl'Inglesi, per esempio, fino a questi ultimi tempi hanno usato tenere

il settecento dove i Francesi mettevano il mille; e così diversamente i

Portoghesi, gli Americani e gli Olandesi. Che però? Valevano forse meno

per questo gli uni degli altri? O vero qualcun di loro ha mai preteso,

sotto colore dell'alleanza, di mettersi di filo in casa altrui a

venticinque per volta?

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 23 / 213 题