NOTE:

[3] L'ARCHIVIO principesco degli Orsini, aperto per la somma cortesia

dell'eccellentissimo don Filippo alle mie ricerche, forse appresso darà

maggior chiarezza ai fatti del conte Gentile, quando saranno fatti gli

indici e gli inventarî, recentemente ordinati dalla saviezza del

possessore.

BOSIO, e gli altri appresso alla nota 8.

[4] ARCHIVIO dei Notaj e cancellieri di Camera a Montecitorio in Roma.

Volume segnato, _Contract._ ab anno 1534 ad 1539. Not. Berisius, ch.

377: «_Die dominica undecima novembris MDXXXVII, Civitævetulæ in

palatio Cameræ etc. — Remus in Christo pater et dominus Joannes

de Rubeis epus Papien. Cameræ aplicæ præsidens et clericus, et

commissarius a SSmo D. N. Papa ad locum Civitævetulæ destinatus, rev.

d. Guido Pacellus commissarius et Alexander Bencius computista dictæ

Cameræ, qui ex eo quod intendunt tres triremes SSmi D. N. Papæ cum

suis armamentis, furnimentis, et rebus eis necessariis sibi ipsis ab

illmo et exmo d. Gentile Virginio Ursino, comite Anguillariæ

consignandas, postquam sibi consignatæ fuerint, nobili dno Jacobo

Hermolao Sanctitatis suæ camerario secreto, et dictarum triremium

capitaneo asserto consignare, prout Sanctitas sua verbo tenus dicto

rmo dno epo et clerico, ut ibidem assertum fuit, commisit; et

similiter remus d. epus Ariminen. Sanctitatis suæ et Cameræ

aplicæ generalis thesaurarius similem commissionem sibi dedit verbo:

tamen easdem triremes recipere nec acceptare intendunt nisi prius per

aliquos peritos expertos nautas, et per dictum d. Jacobum cum aliis

duobus nautis ab eo nominandis, si navigabiles et paratæ ad exercitium

maritimum fuerint, dictum et attestatum fuerit, cum in similibus

experientiam aliquam non habeant; et propterea coram ipsis vocare

fecerunt dnum Paulum Justinianum venetum, Joannem de Milano

patronum galeræ sancti Augustini et Georgetum Cammillum comitum dictæ

galeræ qui demum coram eisdem rmo d. epo. ac dnis commis.

et computista affirmarunt dictas tres galeras Sanctitatis suæ nunc in

portu Civitævetulæ existentes, nuncupatas unam S. Petro, aliam S. Paulo,

reliquam S. Joanni, vidisse illasque in rei veritate navigabiles

aptasque et paratas ad bellum et usum marittimum, dummodo earum ciurmis

et panaticis necessariis furniantur, etc. et pro talibus teneri et

adjudicari posse prout ipsi tenent et judicant. Super quibus etc._

»_Acta fuerunt hæc. Civitævetulæ in palatio Cameræ etc, die et anno ut

supra._

»_Successiva vero die præd. d. Jacobus Hermolaus dixit et affirmavit

tres galeras in præinsertis designatas cum armamentis furnimentis et

aliis rebus dictis galeris necessariis jam a quatuor diebus citra cum

aliis duobus practicis et expertis nautis, sibi fidis et amicis,

nominatis Bartholomæo de Gallipoli patrono capitanæ, et Dominico de

Genua patrono triremis S. Pauli, ab ipso d. Iacobo vocatis; et cum eo

revidentibus et judicantibus, bene et fideliter atque accurate vidisse,

illasque pro bonis et navigabilibus ac aptis et paratis ad omnem et

quamcumque factionem et exercitium marittimum, etiam ad navalem bellum,

cognovisse et judicasse._»

[5] ARCHIVIO cit., nella nota precedente ch. 382: «_Inventario de la

ghalera Capitana de santo Joanne de Nostro Signore, qual'è al presente

nel porto de Civita vecchia, et altre cose consegnate per l'illmo

et exmo signore il signor conte de Languillara al rmo signor

vescovo di Pavia presidente et chierico di Camera aplca, come

commissario di Sua Santità a dì XII de novembre del MDXXXVII. Velame

etc. — Sartiame ecc. L'artiglieria di san Giovanni ecc.... — Inventario

della ghalera di san Paulo.... ecc. — Et de sancto Pietro ecc._»

[6] P. A. G., nel primo volume, p. 364.

[7] PAULUS III, _Jacobum de Hermolais nuncium et commissarium deputat

pro securitate littorum Romandiolæ et Marchicæ, earum comunitatibus

præcipiens ut cujuscunque generis victualia, earum naviliis conducenda,

justo prætio recepto, subministrent trans mare Christianæ Classi. —

Datum Romæ die secunda januari MDXXXVII._ — ARCH. SECR. VAT. ex tom.

minut. brev. die dicta, numero 40, p. 52, e copia presso di me.

[8] BOSIO cit., III, 177, E: «_Tutta l'armata in Corfù.... comprese....

le galere che in Civitavecchia armate s'erano a carico del conte

dell'Anguillara, che erano del Papa._» 178, A: «_Il conte non portava

stendardo alcuno._»

MARCO GUAZZO, _Istorie de' suoi tempi_, in-8. Venezia, 1549, p. 234:

«_Presenti all'armata quattro galèe del conte dell'Anguillara, Capitana,

Padrona, santo Agostino, e santo Paolo._»

DOCUM. cit., nota 4: «_Paulum Justinianum, Joannem de Milano, et

Georgettum Camillum comitum galeræ sancti Augustini._»

ARCHIVIO de' Notari Camerali, alle ultime note di questo libro:

«_Inventario della galea Vittoria consignata all'illmo signor

conte de Languillara._»

[Gennajo 1538.]

III. — L'invernata del trentasette rapidamente scorreva tra gli

apprestamenti dalla parte dei Cristiani e dei Turchi, volendo gli uni e

gli altri tornare più che mai gagliardi ai ferri nella buona stagione

del trentotto. Al tempo stesso papa Paolo trattava l'argomento della

lega, sempre desiderata, e non potuta mai fermamente stabilire tra i

principi cristiani. Lettere, brevi, messaggeri, viaggi, maneggi, nunci

per tutta l'Europa; e specialmente grandiose trattazioni in Roma tra il

pontefice Paolo III, e i ministri di Carlo V, e del doge di Venezia al

fine di conchiudere una lega stabile contro il Turco. Cosa facile in

apparenza, perchè Paolo e Carlo già erano di fatto collegati contro

Solimano; e i Signori veneziani pur di fatto già combattevano contro lo

stesso nemico: quindi non si poteva dubitare che non avessero a volere

la compagnia e i soccorsi di gente, di navigli e di danaro dal Papa e

dall'Imperatore. Ma per venire con patti determinati alla conclusione

dell'alleanza solenne bisognava superare non poche difficoltà tra i

Veneziani e Cesare: gelosi i primi di conservare il loro dominio e la

loro indipendenza, cupido il secondo di accrescere i suoi confini, e di

avere tutti in Italia deboli e soggetti. Questi intendimenti

rimaneggiati per ragione di stato, coperti sotto il manto dell'urbanità,

e pienamente conosciuti dalle due parti, non potevano non portare

diffidenza tra loro. Per vincere la quale il Pontefice adoperava tutto

il suo gran senno, non perdonando nè a fatiche nè a dispendio. Spingeva

i Veneziani, frenava Carlo, chiedeva fiducia e la mostrava, voleva

spedizione gagliarda, e si offeriva pronto ad armamenti maggiori: ma non

poteva togliere le conseguenze necessarie di funesti principî.

Carlo V già da un anno erasi impadronito del ducato di Milano,

pretendeva altresì vecchi diritti sopra parecchie città del dominio

veneto, perchè al tempo degli antichi erano appartenute allo stesso

ducato. Carlo dominava direttamente nei regni di Napoli, di Sicilia e di

Sardegna, indirettamente in Toscana, in Genova e in Piemonte. Nè a ciò

contento, voleva anche di più: e sapeva che la soverchiante intramessa

sua faceva afa a molti, specialmente ai Papi e ai Veneziani. Presso i

primi si era sdebitato in gran parte col sacco di Roma, e il resto

serbavasi alla guerra di Campagna. Il freno ai Veneziani lo ponevano i

Turchi. Per ciò indirettamente la potenza di Solimano sosteneva quella

di Carlo in Italia, tenendo abbasso la Venezia e la Sicilia, e dando

pascolo ai Genovesi. Dunque il Turco per lui si aveva a comprimere, non

a distruggere. Intendono meglio di me questa spezie di politica coloro

che la praticano: coloro che assettano ogni cosa del mondo

coll'equilibrio. Santa parola, e bellissima teoria, l'equilibrio sulle

braccia della giustizia: ma sotto alle leve dell'interesse è stata e

sarà sempre scellerata impostura. I Veneziani, maestri a chicchessia

nell'arte del governo, conoscevano a fondo questi umori; e sapevano non

doversi aspettare grandi soccorsi dall'amorevolezza di Carlo. Se non che

assaliti con tutto lo sforzo da Solimano, e messi al rischio di perder

tutto dalla parte di là; e di qua invitati dai ministri cesarei, sotto

la mediazione del romano Pontefice, vollero provarsi a vedere cosa

succederebbe, sostituendo alle teorie interessate dell'equilibrio la

giustizia e la fede dei trattati. Parve miracolo che, dopo poche sedute,

in due settimane gli ambasciatori di Madrid e di Venezia coi ministri

del Papa in Roma dessero la lega tra loro per conclusa.

[8 febbrajo 1538.]

Produco qui i capitoli dell'alleanza senza preamboli e in compendio,

perchè sono notissimi e da altri pubblicati. Chi li vuole per intiero,

se li accatti dove facilmente si trovano, che io non do nè piglio noje

inutilmente a talento di qualche arrogante[9]:

«Roma, otto febbrajo 1538.

»1. Le spese comuni della guerra contro il Turco in Levante saranno

divise in sei parti: una a carico del Papa, due dei Veneziani, tre

dell'Imperatore.

»2. La guerra dovrà cominciare in quest'anno 1538 con galèe ducento,

navi cento, fanti cinquanta mila, cavalli quattromila.

»3. Il Papa armerà trentasei galere, e se non potrà averle tutte del

suo, gli saranno dati dai Veneziani gli scafi, da essere armati a sue

spese e di sua gente.

»4. L'imperatore metterà galèe ottantadue, ed altrettante i Veneziani,

perchè, insieme colle trentasei del Papa, abbia a venire il numero pieno

di dugento.

»5. Le cento navi saranno tutte allestite dall'Imperatore, e gli altri

collegati ne faranno le spese, a ragione delle seste parti convenute.

»6. Fanti e cavalli metterà ciascuno in punto nella proporzione medesima

delle seste.

»7. Le contribuzioni degli altri principi italiani saranno tassate a

giudizio del Papa, e anderanno a beneficio comune dei collegati.

»8. Il Re dei Romani manterrà viva la guerra con poderoso esercito in

Ungheria.

»9. Il Papa solleciterà gli altri principi e popoli, specialmente i

Polacchi, a venire in ajuto dei collegati.

»10. Si riserva posto onorevole al Re di Francia, se gli piacerà di

entrare nella lega.

»11. I confederati saranno pronti colle forze di terra e di mare non più

tardi del mese di marzo dell'anno presente.

»12. Il capitano generale di tutte le forze di terra sarà Francesco

Maria della Rovere, duca di Urbino; e di tutta l'armata navale capitan

generale Andrea Doria, principe di Melfi.

»13. Le vittuaglie potrà ciascuno comprare a giusto prezzo nel paese

dell'altro, dove ne sia abbondanza; ma prima sarà tenuto tirare le

provvigioni più che può di casa sua.

»14. Qualunque differenza potrà nascere tra i collegati, sia rimessa

all'arbitramento del Papa.»

Questi capitoli addì otto di febbrajo, letti ed approvati in Roma nel

pubblico concistoro, alla presenza dei ministri e ambasciatori

pontificî, veneziani, e spagnuoli, ebbero prestamente l'approvazione

delle corti di Madrid e di Venezia; le quali colla stessa solennità vi

aggiunsero alcuni articoli accessorî per regolare tra loro gl'interessi

particolari pel caso delle conquiste future. Pattuirono che qualunque

fortezza, provincia o città dovesse tornare a colui che le aveva altre

volte possedute: pognamo esplicitamente l'isola di Rodi ai Cavalieri, le

province dell'Africa a Cesare, ed ai Veneziani gli antichi possedimenti

di Levante, più la Vallona e Castelnuovo di Dalmazia[10].

Or qui ricisamente chiedo l'attenzione del lettore intorno al

procedimento della lega ed alla osservanza dei capitoli: perchè ci viene

innanzi il modello, sul quale dopo trent'anni si riprodurrà quella lega

tanto notissima per la vittoria di Lepanto, quanto infelicissima pei

dissidî precedenti e successivi. Attenda il lettor savio e imparziale

alla politica di Carlo V nel trentotto, e vedrà quella di Filippo II nel

settantuno, conforme agli stessi interessi, alle medesime tradizioni, ed

alla seguenza dei consiglieri; specialmente del famoso Granuela che dal

fianco del primo passò poscia nel gabinetto del secondo. Qui si ha a

vedere Filippo simile a Carlo, come figlio al padre; i ministri dell'uno

simili a quelli dell'altro, come discepoli a maestri; Giannandrea simile

ad Andrea, come erede e testatore; e Granuela simile a sè stesso come

identico soggetto. Qui alle prove certissime, che ho dato altrove, si

aggiugnerà da sè la controprova, ciò è dire l'ultimo e supremo apice

dell'evidenza. Gli è attributo proprio soltanto della verità l'andar

sicura attorno per ogni parte in armonia con sè stessa, in tutto e per

sempre: al contrario dell'errore, che tosto o tardi incontra l'inciampo

e il trabocco nella contraddizione. Tutti gl'intelligenti troveranno i

fatti e le ragioni delle due leghe avvolte nei medesimi tranelli della

stessa politica: vedranno sempre i medesimi disordini provenire al modo

istesso e costantemente dalla stessa parte. Dunque la causa era e sarà

sempre di là. Perciò io di qua ripeto e mantengo altamente tutto ciò che

ho scritto altrove ad onore e difesa di Pio V, de' suoi ministri, e del

nostro paese contro i nemici e detrattori stranieri: e insieme ripeto e

mantengo che non ho mai confuso nè confondo le nazioni colle corti, nè i

cortigiani coi popoli, nè gli innocenti coi rei. Veniamo ai fatti.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 14 / 213 题