FINIT LIBER TERTIUS

CLARISSIMO MELCHIORI TRIVISANO CLASSIS MARITIMÆ REIPUBLICÆ

VENETÆ IMPERATORI DESIGNATO MERITISSIMO MARINUS SANUTUS

LEONARDI FILIUS VENETUS PATRICIUS SALUTEM.

Quanto sia l'amore et ubligatione che ciascuno patricio debbe havere a

li soi compatrioti, li quali in ogni loro operatione per la Republica

più che bene si portano, magnifico Marchiò Trevixano, non mi accade

exprimere, perchè gli eruditi l'intendeno, et gli ignoranti il

cognoscono, et il vulgo il predicano. Ma _solum_ vi entra medio una

rubigine, la quale intermossa, tutti operanti a benefitio publico

sarebbeno exaltati; et vi subjunge la invidia, ch'è di natura pessima,

nemica dil bene e contraria a ogni honesto vivere: le qual do parte

de invidia, con la detratione, sono quelle che, come ho ditto,

pervertono gli homeni dal recto judicio. Ma ben che queste vi sia,

pur la fama de la verità è sempre, nè pol star molto occulta. Che,

si questo non fusse, vedendo per far bene talhor esser mal da alcuni

remeritati, niuno si sforzeria patir fatiche, continui affanni, sonni

perdere, il giorno senza quiete stare, et cose contrarie a la età

loro sostenere. Adoncha il merito pur è dato a ciascuno secondo li

gradi soi. Et io, uno di quelli patricii mi ritrovo essere, el quale

con ogni dimostratione, et _non solum_ con li suffragii, honoro,

extollo et magnifico quelloro si operano bene per la nostra Republica,

come Toa Magnificentia continuamente ha fatto, sì _alias_ essendo in

armada vice generale, et in la pretura patavina, _quam_ in questa

legatione in exercito terrestre contra a l'impeto gallico posto;

et a quelli legeranno li toi progressi et sapientissimo governo, li

sarà spechio e norma,_ maxime_ a chi useran tal ufficio ne li posteri

tempi. Et havendo alquanto considerato, dopoi finita questa mia decima

lucubratione, ch'è tutta la guerra gallica in Italia, opra di farne

qualche conto per la verità di quella et cosse nuove, poi l'intitolata

al Serenissimo Principe nostro, mi pensai extollerte con questo poco

de inculte parole, et titolarti uno di cinque libri. Concludendo, io

et tutti gli altri patricii et senatori te siamo grandemente ubligati

per li modi tenuti, frequenti a imitatione, trovarsi in questa tua età

ne la battaglia al Taro in Parmesana, dove fu spanto assà sangue, et

_fortasse_ più che za molti anni in Italia sia seguito; et poi seguir

l'exercito gallico già quasi rotto et posto in fuga, et governar

_pacifice_ col collega tuo tanto exercito di la Signoria nostra, a

presso di quaranta millia persone; et _demum_, andato a l'ossidione

di Novara, terra dil Duca de Milano, da Galli tenuta, dove sei stato

qualche zorno; et benchè quella non si ottenisse, pur chi legerà questa

vedrà esser ivi sta fatto assai. _Ergo, merito_ te habiamo designato

la pretura maritima, ne la qual son certo, _ut moris est_, talmente ti

porterai, che a la dignità ultima, _inter nos Venetos_, adjungerai. Et

quanto sia di Toa Magnificentia, _licet_ longa familiarità con quella

non habbi per avanti habuta, per questa la sarà certificata, io esser

suo quanto io son. Et a Toa Magnificentia mi ricomando, _quae diu felix

valeat. Vale._

_Ex urbe Veneta, ultimo Decembris 1495._

MARINI SANUTI LEONARDI FILII DE REDITU CAROLI FRANCHORUM REGIS EX

NEAPOLI IN GALLIA ET DE FUGA ET CLADE ACCEPTA AB EXERCITU VENETORUM

APUD FORNOVUM PARMESANI DISTRICTUS INCIPIT LIBER QUARTUS FELICITER.

Essendo lo exercito franzese disceso per la via di Pontremolo propinquo

a Fornovo, ultra el Taro, fiume torentuale, fu scontrato _ultra flumen_

da l'exercito instructissimo di la Illustrissima Signoria di Venetia,

propinqui a miglia 4, che erano alozati a Gierola, li qual feceno

diversi movimenti et scaramuze, sachizato il loco di Fornovo per

nostri, et Franzesi expulsi, sì come nel libro precedente è scritto.

Il perchè poi si redusseno Franzesi in capo di la valle, et ivi in

una collina eminente, a la ripa dil Taro, distante da Parma mia 5, et

stabiliti et fixi; deliberono nostri, movendose, _omnino_ apizare et

far fatto d'arme. Et inteso questo la Majestà dil Re de Franza, venne

la Domenega et tutta la notte seguente nel suo campo, per non dimorar

più su quelle montagne; et havia exercito de homeni et cavalli da

fatti zercha 8000, et cavalli lezieri 2000, el resto zente inutile;

et altri attendevano a li cariazi per ritornar in Franza, et questo

non era poco numero di zente di tal sorte inutile. Havea zerca colpi

60 de artigliarie su carete, zoè spingardi, passavolanti, et altre

generatione o vero sorta de artiglierie, variamente per loro chiamate,

et butavano ballotte de ferro de assà grandezza, harebbe bastato a una

bombarda non picola: in tutto, concludendo, erano da XV in XVI milia

persone.

El nostro veramente exercito era bellissimo, et forsi za molti anni

tale in Italia (_non si era_) visto, sì come molti veterani homeni

d'arme_ publice_ dicevano, zente disposta sì da pie' come da cavallo

numero grande: di cavalli 12 milia, nei qual era homeni d'arme 2800, li

primi de Italia, condutieri strenui et experimentati; cavalli lezieri,

computando ballestrieri a cavallo, numero zerca 1500, et Stratioti

750; fanterie da zerca X milia, et el Duca de Milan; sotto el conte

de Caiazo era persone zerca 2000 tra cavalli et pedoni, però che esso

Duca il cargo di qua havia lassato a la Signoria, et lui pur havea el

campo a Novara. Mancava zonzer, in ditto exercito venuto, Cozanderle

thodesco, capo di 1000 teutonici tra schiopetieri et lanzarioli, el

qual a dì 20 Zugno havia fatto la mostra soa a Trevixo, et andava

in campo, et era poco lontano. Ancora Paris da Lodron con li soi

provisionati, li qual di hora in hora dovea zonzer, et eran in camino

cernide de Veronese et Vicentina; et li 2000 fanti fatti a Bologna

mancavano; de li qual parte el zorno driedo el fatto d'arme zonseno

in campo. Oltra di queste fantarie, mancava di zente d'arme el sig.

Pandolfo Malatesta di Rimano con 400 cavalli, Zuan Paolo di Manfron,

vicentino, condutto nuovamente con 200 cavalli i quali tutti erano

inviati per venir in campo. Ancora la conduta dil sig. Zuane Sforza di

Pexaro, era a soldo dil Pontifice et nostro, con 80 homeni d'arme et

60 balestrieri a cavallo, et cussì le zente dil Duca de Gandia, le qual

veneno poi quando el campo fo a Novara, sì come dirò di sotto. Adoncha

mancava assà zente di venir, per augumento di l'exercito nostro.

Hor venendo el Luni, a dì 6 Luio, el qual zorno era ordinato per le

disposition fatal se dovesse far fatto d'arme con Franza, et in questa

matina venne uno trombetta in campo nostro, zoè da parte di Zuan Iacomo

di Traulzi, era uno de capitanei dil Re, el qual ne li zorni superiori

ritrovandose su quelle montagne, le so zente italiane con Franzesi

veneno a parole per caxon di alozamenti et vittuarie, _adeo_ esso Zuan

Iacomo l'have molto a mal, et più volte volse venir da la banda nostra,

_ut dicitur_, cossa che molto nostri desiderava, et za ne era qualche

pratica; et cussì mandò uno suo trombetta, come ho ditto, fenzando de

mandar a dimandar al Marchexe de Mantoa alcuni danari che l'avea spexo

a Napoli in uno cavallo per Soa Signoria. _Tamen_ è da considerar

mandasse o lettere o vero qualche aviso; _conclusive_ fo divulgato

voleva la notte passar di qua; et li Provedadori di campo, subito a

hore 13 spazò uno corier in questa terra, a dì 7 hore 22, et perchè non

era redutto el Collegio nè alcun altro Consejo, et el Principe nostro

pur amalato, _unde_ subito zonte tal lettere, mandono per li Savij

dil Collegio, et per li cai dil Consejo di X, tra li qual vidi Paulo

Trivixan kav., era Cao quel mexe, andar in gran pressa in palazo, et

lesseno le lettere, et cussì nostri stavano in questa expectatione che

ditto Traulzi dovesse venir di qua, et anche quello havesse a seguir

di campo, essendo propinqui tre mia de inimici, et non restavano de

far far oratione. _Et unum non praetermittam_ di scrivere, che uno,

qual fusse non so, andò a trovar alcuni di Collegio, notificandoli che

al tutto Franzesi con nostri in questo zorno di 6 Luio doveano esser

a le man: la qual cossa non potea saper _nisi_ per astrologia o altra

indivinatione et virtù havesse. Et queste parole per piaza di S. Marco

se diceva, dove continuamente patricii et altri se reducevano per

intender quello seguiva.

Ma ritorniamo al Re de Franza. El qual, venuto zoso de monti, et reduto

con l'exercito su quelle giare dil Taro dove si fermò, et mandò uno

suo trombeta da li Provedadori nostri a richiederli el passo, dicendo

che con la Signoria non havea guerra alcuna, ma sempre la real casa de

Franza esser stata et esser amica di essa Signoria, et con Soa Majestà

havia bona lianza, et che mons. di Arzenton verrebbe la matina in campo

a parlarli, volendo un salvo conduto. Questo stratagema Franzesi usò,

dicendo Arzenton anderà e li tenirà in parole et in tempo, _adeo_ el

campo non starà su le arme; et io in questo mezo montarò su la strada

romea, et anderò al mio viazo; ma li andò fallito el pensiero. _Imo_

questo zorno di Luni 6 Luio, è zorno di esser in memoria da Franzesi

celebrato, per essere sta zorno infortunatissimo; però che da 4 parte

have grandissime disgratie et danni et rotte; primo qui, a Zenoa, a

Novara, et a Napoli Ferdinando intrò, sì come tutto sarà scritto di

sotto.

Hor non havendo hauto el suo trombeta risposta bona, perchè tutti li

nostri erano volonterosi de apizarse, el Re con li soi primi capetanii

ordinò el suo exercito per redurlo tutto insieme, mandando li cariazi

verso el campo nostro _ordinate_, le artiglierie nel mezo et in la

coda, verso el campo nostro, volendosi aviar al suo viazo verso la via

romea. La qual cossa, prevista da l'exercito Veneto, tutto a l'arme

disposto, el Governador zeneral havendo dato la cura a so barba sig.

Redolfo di Gonzaga per la longa pratica havea de governar el fatto

d'arme, fatti li colonelli, sì come ho scritto ne l'altro libro,

et ordinato al conte di Cajazo con el suo squadron fusse el primo

investisse, et esso Marchexe governador secondo, _et sic de singulis_;

mandò la compagnia cojonesca con Tadio da la Motella et Alexandro

Coglion condutieri fra il monte et la giara dil Taro, fino a la coda

dil campo nemico, a ciò fusse da quel canto serrato, et preocupate le

artiglierie loro; et per mezo el traverso fo mandato li fanti pedestri,

balestrieri, cavalli lezieri et Stratioti, li qualli tutti passarono

el Taro a guazo. Et la matina poi, inteso per le scolte a hore zerca

14, come Franzesi se ne venia per la giara a costa al monte, et le loro

artiglierie salutavano nostri, et trazevano con tanta furia che tutti

sarebbeno spaventati, si non fusse stato la grandissima volontà de

nostri de provarse con Franzesi per liberation de Italia, et per haver

fama con la Signoria nostra, altri per romperli et farse richi con

loro cariazi; et cussì in quella matina, _licet_ li Provedadori nostri

non erano di opinione che 'l campo dovesse andar a trovar Franzesi,

considerando el grande pericolo era, ma parse pur al Governador di non

voler indusiar, vedendo era il tempo, et che se non havesse investito,

Franzesi se ne andava a loro viazo. Et fatto con lui un grosso squadron

del fior de li condutieri et homeni d'arme, et tutto el campo armato a

li so lochi, che, come da quelli vi si trovò, fu di belle cosse a veder

che mai si potesse veder, et si aviò verso li nemici nostri, i quali

erano mia 3 lontano. Li squadroni veramente era cussì ordinati: Caiazo

primo; Governador, zoè Marchese di Mantoa, suo barba sig. Rodolfo et

volse con lui sig. Ranuzo dil Farnese; terzo sig. Antonio di Urbino, el

qual era el primo squadron fusse, sì di più numero, _quam_ de valenti

homeni, et questo non si mosse, che, si havesse mosso, _sine dubio_

tutti li nemici erano presi et morti. L'altro fo quello dil conte

Bernardin Fortebrazo. Quello di Tadio da la Motella et coioneschi,

nominato di sopra, era sta mandà al monte, come ho ditto. Et ultimo

quello dil conte Carlo di Pian di Meleto, che era redeguardo. Stava

a custodia di lozamenti et stendardi Luca Pisani et Marchiò Trivixan

provedadori, et Daniel Vendramin pagador in campo. Et è da saper che

'l sig. Rodolfo, havendo fatto li soi disegni, ordinò a li capi de

li squadroni, sotto pena di la vita, niun si dovesse muover de li soi

lochi, se lui, che andava col squadron dil Marchese a combatter, non

ritornasse a farli venir a far fatto d'arme, non credendo di morir,

come fu. Li fanti veramente, secondo li soi ordeni, andava corando

drio li squadroni; et convenne passar tre acque dil Taro, che erano

spesse a modo fango, per modo tal che andavano fin a mezo el petto, et

li cavalli fin a mezo la panza. Et cussì col nome de Christo partito

el Governador, li altri squadroni streti et in ordine li venia driedo,

seguitandolo per esser tutti a le man con Franzesi, et tutti passono le

ditte acque nominate di sopra.

Ma ritorniamo a quello fece Franzesi. In questo mezo nostri si

preparava, _etiam_ loro ordinono le zente, et fece uno squadron a

l'impeto de nostri di 3000 et più combattenti, et voltaron le spalle

al monte, et in mezo ne fece uno altro, dove era la Majestà dil Re,

armato, circondato de molte artiglierie; poi da la destra mano, verso

li cojoneschi et la valle, disteseno una ala de cavalieri et pedoni;

et alla sinistra feceno el simele, verso lo ascender di la collina va

a la via romea; in mezo di la qual ala messe un altro terzo squadrone

de cavalieri, 600 in 800. Et è da saper che sempre Franzesi in loro

battaglie suol far tre soli squadroni di tutto lo exercito; el primo

se chiama antiguarda, el secondo la bataia, el terzo retroguardia; et

_saepius_ el Re, o vero el capitanio, sta in lo squadrone si chiama la

battaia. Adoncha, in questo zorno sexto di Luio, zerca a hore 16, sopra

la giara dil Taro, _in agro parmensi_, tra do ville chiamate Opian

et Medesan el fatto d'arme cussì passò. Essendo assaltati li nostri

con scaramuza, a l'hora preditta, lo strenuissimo squadron nostro dil

Marchexe di Mantoa animosamente sula ditta giara secca assaltorono li

nemici con desterità impetuosa, zoè lo squadron che era fra le ale,

fatto a l'incontro de nostri, et primo a investir, _ut dicitur_, fo

esso Marchexe, el qual passò con una lanza uno homo d'arme franzese da

una banda a l'altra, et combattè con gran vigoria; et fu tale la virtù

de nostri, che in breve spatio di tempo questo squadron nemico ruppe

et fracassò et messe in fuga, _ita et taliter_, che li nostri, con

amplissima vittoria, trascorseno fino a l'ala immobile de li cavalieri

deputati a la guarda di la Majestà dil Re, et tanto probatissimamente

feceno quanto fusseno stati ...... _Etiam_ el squadron dil conte

Bernardino, mentre el Governador combatteva, intrò ne li nemici; et

il primo feritore, sì come ho scritto, fo esso Marchexe di Mantoa, con

tanta strenuità che _nihil supra_, et più ne amazò di soa man, et prese

el bastardo di Borbon lui medemo, el qual si rese et, _dicitur_, si

questo non fusse stato che se interpose in mezo, harebbe preso el Re,

perchè più volte li hebbe le man adosso. El secondo feritore fu el sig.

Redolfo; terzo el sig. Ranuzo dil Farnese; quarto el conte Bernardin

Fortebrazo, dil qual più di sotto parleremo; poi Ruberto di Strozi,

Alexandro Beraldo, Vicenzo Corso, Alvise Valaresso patricio Veneto et

condutier nostro, li conti Brandolini, et cussì _successive_ tutti li

capi di squadra nei cavalieri di quei strenuissimi squadroni rupeno la

lanza loro. Tutti cridava: Marco! Marco! Italia! Italia! rotti! rotti!

Et fo atroce pugna. Non si sparagnava la vita l'uno l'altro, ma tutti

per el fil di la spada erano mandati sì da nostri _quam_ da Franzesi.

Non si faceva presoni, come in le guerre de Italia; ma Franzesi

cridavano: A la gorgia! A la gorgia! Nostri: A la morte! A la morte!

Sì che era crudelissima battaja, et assà sangue coreva su la terra. Et

cussì nel principio, havendo nostri vigorosamente el primo suo squadron

rotto et frachassato, li pedoni et cavalli lezieri et li Stratioti, li

qual doveano attender a compir di fugar li nimici, ma, come cupidissimi

di preda, assaltorono li cariazi franzesi e comenzorono chi in qua chi

in là a strazar forcieri, valise, padiglioni et trabache vilupate, con

tanta avidità et rapacità che fra loro intrò discordia, zoè tra pedoni

e Stratioti. Il che veduto per li nimici, col consejo di Zuan Jacomo

de Traulzi se distacò e riserrò del circulo di la Majestà dil Re da

l'ala sinistra quelli cavalieri strenuissimi, con cerchii d'oro e sopra

veste di panno d'oro et d'arzento et di veluti a diversi colori, con

pedoni nel mezo et ne la coda, con tanta destreza et peritia militare,

che _non solum_ rebatè nostri che contra de loro prosperavano, ma

quasi li rupeno et li pedoni sui de la prefata sinistra trascorseno

a li nostri, depredatori de li loro cariazi, con tanto impeto, che ne

amazorono molti e molti pedoni. Li Stratioti erano, con quello haviano

potuto tuor, partiti et andati via di la battaja, che dovrebbeno esser

stati in ajuto de nostri. Et poi da l'ala dextra i nemici assaltarono

le squadre cojonesche, che havea preso le artiglierie, e queste veneno

da nostri veniva reculati da Franzesi, et questi, nominati di sopra,

nostri, essendo strachi dil combatter et haver rotto el primo squadron,

fo necessario _etiam_ ripararse da questo secondo impeto, el qual

era el fior di le zente nemiche. Et si el squadron dil conte Antonio

d'Urbino _tunc_ si havesse mosso, et fusse venuto a combatter, per

esser _etiam_ questi valentissimi cavalieri et grosso squadron, _sine

dubio_ Franzesi tutti erano rotti. Ma esso conte mai si volse muover,

dicendo havia in comissione dil sig. Redolfo di non muoversi; et non

comprendeva che 'l poteva esser sta amazato in la battaja. Et Marchiò

Trevixan provedador, che era armato in campagna, li mandò a dimandar

la causa che 'l non se moveva col suo squadron, andar a socorer nostri

erano malmenati da Franzesi. Disse quello havia in comission, et pur

ditto l'andasse, rispose: se vuj provedadori me l'ordinate sopra di

voi, andarò. Et loro non volseno asumersi tal cargo, _licet_ era cosa

da fare. Et cussì non andò. El sig. Marchexe tuttavia combatteva, e

fo mudato in quella battaia di tre corsieri, et non poteva partirse

perchè, partido lui, li altri lo harebbeno sequitato, et cussì nostri

saria sta rotti; et el sig. Redolfo era sta amazato; sì che le cosse

a questo modo passava. Et questi do squadroni dil conte Bernardin,

et il suo dil Marchexe, et _etiam_ quello dil conte de Chaiazo, che

investite _etiam_ lui, et assà de soi fonno amazati, conveneno loro

soli combatter con Franzesi. Et questo fatto d'arme fo el più horribele

et crudel, come ho ditto, fusse sta fatto in Italia za molti anni. Et

Franzesi con nostri combatteva virilmente: l'habito loro, oltra le

arme, era stivali sopra le schiniere, et sopra le curaze quelle sue

veste con manege longe, chi di veludo, et chi de seda de altre sorte,

et di panno; e sopra le celate capellazi grandi, et parte di loro havia

elmi. Tutti li cavalli senza barde, tristi da armizar, ma optimi a

cavalcar, con le selle pariano coperte, et tutti quelli combateteno

erano homeni disposti a far fatti d'arme, et molti se ne ha trovato

che più presto hanno voluto morir che mai renderse ad alcuno presone,

et amazaveno perfino li ragazeti picoli. Et _unum_ non voglio lassar

de scriver: che vedendo alcuni di quelli dil squadron di ditto conte

Antonio di Urbin, che esso non si voleva et non potea moverse, se

partino con loro cavalli di ditto squadron, et andò a combater con li

nimici; tra li qual el strenuo Zuan da la Riva cavalier veronese, et

_etiam_ D. Antonio di Pigi.

Et in questa battaja fonno morti di una parte et l'altra dile persone

più di 3000; de nostri zerca 1000, et el resto de Franzesi. I quali

prima che aterasseno niuno de nostri, erano do o tre di loro amazati,

et assà di primi soi baroni, come di sotto più diffusamente sarà

notado. Ma de' nostri homeni de condition fonno morti questi: el sig.

Redolfo di Gonzaga, barba dil Marchexe di Mantoa preditto, et quello

havia el governo dil campo per suo nepote Governador, che _tunc_ havia

anni 28, et _nunquam_ più experimentado in combatter ni in niuno altro

exercito,_ tamen_ cussì strenuamente si portò. _Etiam_ fo amazato

el conte Ranuzo dil Farnese condutier di 600 cavalli valentissimo,

Vincenzo Corso, Ruberto di Strozi, Alexandro Beraldo et altri capi di

squadra, sì come per una poliza di quelli fonno morti qui sotto notada

il tutto si vederà, zoè de li homeni da farne qualche extimatione.

_Questi sono li morti nostri nel fatto d'arme da Franzesi[138]._

Ma de Franzesi sono sta amazati zerca 80 baroni, tra i qual 16 capi

di gran reputatione; et ben la verità non se potè intender, dil numero

di loro fonno morti, ma pur certo passono 2000; et di nostri, fatta la

descriptione, mancò 960. Adoncha fo crudelissima battaja, la qual durò

per spatio de do hore et non più. Et prima nostri, come ho ditto, li

haveano rotti et fracassati, zoè da una parte combatteva el Marchexe

de Mantoa et conte Bernardin Fortebrazo, da l'altra el conte Ranuzo,

da l'altra cojoneschi, et da l'altra el conte de Caiazo et d. Annibal

Bentivoi. Et se 'l non fusse stato la cupidità di la preda de molti

italici homeni d'arme, oltra li Stratioti et fanti, tutti Franzesi

erano da nostri malmenati; però che, frachassato el primo squadron

nimico, nostri elexeno a far presoni per haver taja, altri a robar li

cariazi et menarli via, perchè quasi tutti fonno acquistati et tolti

da nostri, come dirò di sotto. Et mentre queste cosse fevano, assaltò

quel squadron, el qual trovò li homeni d'arme cussì separati, et

allhora fo la crudelissima battaja, et quelli havevano presoni fu forzo

lassarli, volendo varentarsi la vita; et cussì veneno in qua per mezo

mio combattendo una parte et l'altra virilmente. Era grandissima pioza,

la qual fo causa Franzesi non potevano operar le loro artiglierie,

come fece nel principio, che pur qualche danno dette a nostri,

amazando cavalli. Ma Iddio provete a mandar tal pioza grandissima,

et el colonello bracesco dil conte Bernardino fo quello che sempre

combatete; _adeo_ di 360 homeni d'arme che era, ne fo morti zerca

80, senza li famegli et ragazi; et il fidelissimo conte Bernardino fo

ferito mortalmente, et have assà ferite, come dirò più avanti. Et si

non fusse stato uno suo ragazo che lo tirò nel fosso, et lì stette come

morto, sarebbe stato compito di amazar da Franzesi. Hieronymo Zenoa

capitano di 300 fanti, _etiam_ virilissimamente combattendo fo ferito

di 12 ferite acerbamente, et de li soi do terzi fonno morti, et have

4 botte di spada su el volto; _tamen_ varite poi; el qual fo portato

in questa terra per Po, et zonse a dì 12 ditto. Et è da saper che,

mentre nostri combattevano, el conte Nicola Ursini di Petigliano, era

presone col Re, vedendo questo era el tempo de esser liberato, fuzite

con 3 cavalli nel nostro campo, et, smontato, comenzò a confortar

nostri, dicendo Franzesi erano quasi rotti, et che, non obstante

di nostri ne fusse sta morti alcuni, che dimane prometteva vittoria

indubitata, però che erano sta amazati li più valenti homeni havia la

Majestà dil Re; et che non havendo se non tre squadroni fatto fatti de

nostri, et che quel strenuissimo dil conte Antonio d'Urbino non era

sta operato, che era una magnificentia a vederlo in ordine armato in

campagna, _iterum_ concludeva Franzesi erano spazati. Per le parole

dil qual tutto lo exercito nostro prese conforto, che pur si dolevano

di la morte de tanti capi, _maxime_ dil sig. Rodolfo loro governador,

et dil sig. Ranuzo. Et ancora per el prefato conte di Petigliano

fo referito che la Majestà dil Re, vedendo la vittoria et prosperar

de soi cavalieri, voleva con la ala destra proseguirla, che sarebbe

stato assà danno a nostri, non si movendo li altri squadroni, che si

fusseno mossi, Franzesi rotti erano come in più lochi ho scritto; ma

che esso conte gli disse: Sacra Majestà, non fate; perchè Italiani son

grossissimi et gran numero, che si tutti fusseno a la battaia venuti,

harebbe fatto gran danno a le zente di Vostra Majestà: _ita_ che, per

tal soe parole, restò. Hor vedendo Franzesi non potevano acquistar

alcuna vittoria, ma ben star in pericolo che non si movesse li altri

squadroni e darli adosso, feceno recolta, et si redusse a lo ascender

di la collina che va verso la via romea. Quello feceno poi sarà scritto

de sotto. Ma nostri etiam, fatto recolta, havendo dato gran rotta

a Franzesi, preso li soi cariazi de valuta più de ducati 100 milia,

ritornono _etiam_ loro a Gierola a li alozamenti, stracchi et lassi;

et _non solum_ quelli havevano combattuto, ma _etiam_ li altri erano

stati con le arme tutto quel zorno indosso. Et el sig. Marchese non

tanto dolendose di la morte dil barba et de soi, et _maxime_ dil so

Joan Maria, el qual fo quello li scapolò la vita quando fu le cosse

di missier Francesco Secco suo barba, che _ut dicitur_, lo voleva

atossicar, et questo li manifestò ogni cossa, d'indi fo so favorito,

et li dete più de 20 milia ducati; sì che non tanto si doleva di la

morte di questi, quanto de non haver potuto dar compita vittoria a la

Signoria nostra de Franzesi, ma stava con bon animo, el zorno sequente

de esser a le mano, et però puosero altro ordine ne li squadroni, di

quello era. Et cussì per quella notte non seguite altro, ma steteno con

bone guardie; et el simel fece Franzesi. Et è da saper che poi che 'l

conte Bernardin fo ferito et butato nel fosso el so cavallo, el qual

si non l'havesse hauto, _sine dubio_ sarebbe stato amazato; ma oltra

questo cavallo è gaiardo et bellissimo, _etiam_ lui nel combatter con

denti, calzi et altro aiuta el so patrone, si che esso conte molto

amava ditto cavallo; et ritornato in campo al so alozamento fo rubato,

et, _ut dicitur_, da quei dil conte di Caiazo, benchè sempre dinegasse

et al Duca et a la signoria nostra, _tamen_ ditto cavallo più non si

trovò, et cussì privo fu. Non voglio restar de scriver questo altro

disordine: che mentre Stratioti dovevano attender a danizar Franzesi,

poichè si ebbeno fatto ricchi de li cariazi, zerca 200 di loro con

ditte somme andono su uno monte, et ivi steteno a veder come andavano

le cosse. Adoncha Franzesi perse in uno zorno (come per uno epigrama

ch'è _ex tempore_ da uno andava per Venetia fazando elogio et epigrama

fece, et sarà scritto de sotto) quello che nel regno di Napoli et in

altre città de Italia havia vadagnato et volea portar in Franza; sì

che Stratioti et homeni d'arme feceno bene li fatti soi. Et a ciò,

oltra le cadene, vestimenti di ogni qualità et sorte, se intendi quelle

cosse digne di memoria che furon prese, et inteso dapoi questa rota che

nostri haveano: primo, stendardi do dil Re, uno de li qual have el duca

de Milan, l'altro fo donato a Marchiò Trivixan provedador, era una †

bianca in campo rosso; pavioni (_padiglioni_) dil Re de assà sorte; lo

elmeto et la spada dil Re, la qual la Signoria hebbe da Stratioti, et

la pagò; l'ufficio dil Re, sopra dil qual era un'oratione in franzese,

la qual Carlo Magno imperator la diceva, et fo translatata in latino,

et sarà qui posta; l'anconeta con reliquie assà, di la qual de sotto

trateremo; li sigilli d'arzento dil Re; una zangola d'arzento, la

qual have el conte Avogaro; et molte altre cosse, di le qual scrivendo

sarebbe tedioso. El bastardo de Borbon, chiamato bastardo Mathio, che

fo presone dil Marchexe, _ut dicitur_, havea ducati 4000 in la sella

scosi dil cavallo, et si volse dar de taia lui medemo ducati X milia;

ma el Marchexe lo mandò in custodia a Mantoa: quello di lui seguite, ne

la fine di l'opra intenderete. Et a questo modo passò el fatto d'arme

quel zorno a dì 6 Luio: et si tutte le zente nostre havesseno voluto

far el dover era grandissima vittoria. Ma non voglio restar de scriver

ancora questo, che mentre si facea la battaia, alcuni de quelli di

don Alfonso de Ferrara, vedendo nostri havea pur da far per l'impeto

gallico soprazonse, corseno via; et li provedadori, vedendo questo, se

li fece incontra dicendo: Ah, fiuli de San Marco, dove andate? Tornate

a la battaia. Alcuni tornava, altri corseno fino in Parma, cridando: el

campo di la Signoria è rotto, _licet_ fusse superiori de li nimici: per

le qual parole tutta Parma se doleva, serando le bottege, et el sig.

Galeotto di la Mirandola, era lì gubernadore per il Duca de Milan, fece

far custodia a le porte. _Tamen_ poco da poi soprazonse altri soldati

de nostri, con presoni et cariazi, et notificò el prosperar de nostri,

et rota de Franzesi: _unde_ tutta Parma se consolò alquanto.

Questa nova de esser sta a le man con Franzesi nostri, venne a Venetia

in hore 32, zoè zonse le lettere de Provedadori, scritte a hore 3

quel zorno, a dì 8 ditto, a hore zerca 13, et mi ritrovai in sala di

l'audientia, andato per inquerir si era venuto nova alcuna, et venne

una voce fuora di Collegio: li campi è stati a le man. Subitamente

tutto el palazo et la corte se empite de zente, per intender el

successo; et fo manifestato a tutti quello era stato, et legevase

lettere de campo de varie persone in diversi lochi lì in palazo,

_publice_; tra le qual una molto copiosa di Anzolo di Maffei, drizata

al mio carissimo Carlo di Priuli di Costantino fiul, et altre. Et

per non haver la Signoria, per le lettere di Provedadori inteso _ad

plenum_ la vittoria era stata, ma ben la morte de li strenui condutieri

nostri et zerca 500 dei nostri, dicendo che non potevano avisar el

tutto per quella sera, però non feceno sonar campanon, ni far fuogi,

sì come, si allhora havesse inteso quello poi inteseno harebbe fatto.

Et tutti correva di Rialto a San Marco quella matina, come desiderosi

de intender el ben publico; et tutto el popolo de questa terra molto

si alegrò, cridando: Marco! Marco! Et alcuni puti per Rialto cridava:

A Ferrara! A Ferrara! _Adeo_ tutta la terra era _in motu_. Et alcuni

savogini mercanti erano in questa terra, per essere vestiti a modo

franzesi, fonno da puti assà molestadi; et ritrovandose in questa furia

a Rialto, corseno in chiesia. Poi andono a la Signoria lamentandose;

_unde_ fo proclamato su le scale in Rialto, niun li dagi fastidio ni

de parole ni de fatti, in pena de lire 50; et s'il fusse puto havesse

50 scuriae; et si fosse homo grande, fusse frustado da San Marco a

Rialto, et dovesse star uno anno in preson. Questo feceno nostri per

non haver guerra con Savoia, et per conservar la franchisia de questa

terra. Et per la morte de questi do signori Redolfo et Ranuzo, et per

el ferir dil conte Bernardino, nostri non sentite molta alegreza de la

vittoria habuta de i nimici. Et da Milan in questa mattina de 8 Luio,

si have lettere di 7 et non sapevano ancora dil fatto d'arme fatto

con franzesi a Fornovo, et notificava come, per lettere di Bernardo

Contarini date in la villa di Perna, che in quel zorno di 7 Luio a hore

19 mandò 12 Stratioti a imboscarse per metter di mezo certi franchi

arcieri, li quali venivano fuori de borgi di Novara; et le scolte de i

nimici scoperse Stratioti, et con quele scolte ditti 12 Stratioti fonno

a le man, et di queli ne amazono 9 et preseno 6 cavalli. _Unde_, per

esser fatto la scaramuza in li borgi, Franzesi si messe in ordene, et

veneno fuora; ma li Stratioti corseno in campo, cridando: Arme! Arme!

Et subito esso Provedador con 250 Stratioti montò a cavallo, però che

li altri erano andati per scorta de vittuarie per el campo. Hor ditti

Stratioti 250 fonno a le man con uno squadron di cavalli 200, et assà

pedoni i quali da ditti Stratioti fonno rotti et reculati fino ne

li borgi de la terra, feriti assà, morti XV, et cavalli 32, et fatto

presoni 4 homeni d'arme in numero di 17 Franzesi, tra li qual uno mons.

Alvise di Sansonagia, fiul che fo de mons. Jacomo cavalier dil Dolfinà,

homo era de condition; et questo fu menato in campo in lo alozamento

de ditto Provedador. Et de Stratioti fo in questa scaramuza feriti 7,

morto uno cavallo, benchè ne prendesseno tre cavalli de li nimici;

et de li XV che amazono, che era tra homeni d'arme et arcieri, fo

sepeliti per li nimici numero 7. Ancora notificò, come el zorno driedo

se voleva ditto campo levar dove era, et andar ad alozar mia do de là

de Novara, a uno loco ditto Minone, dove essendo, non porà venir al

Duca de Orliens alcuna nova de Aste; et come per una spia in quel zorno

inteseno, in Novara era poca vittuaria, et però li volevano assediar,

aciò prendesseno partito, sì che cussì come Franzesi havea messo quello

territorio de qua da Tesino fino a Vegevene tutto in fuga, a hora

per la venuta di Stratioti tutto è reacquistato, et li nimici stanno

assediati in Novara, che prima Ducheschi stavano in Vegevene, come per

una lettera dil Duca de Milan se intese, scritta al so Ambassador era

in questa terra.

La spedizione di Carlo VIII in Italia · 第 26 / 49 题