la mattina a dì primo Marzo, havendo habuto grandissimo dolor, andò in
Collegio a la Signoria, con el qual el Vice Doxe, perchè el Prencipe
era amalato, fo doluto assà, et usatoli parole accomodate, per le qual
poteva intender _intrinsice_, nostri non avrebbeno voluto tal cosse.
Et poi ditto orator domandò che la Signoria li dovesse dir quello
lui volevano facesse, o star qui o si dovesse levar e andar via, non
essendo più Napoli in poter dil suo Re, _licet_ le fortezze _adhuc_
si teniva. _Unde_ per la Signoria li fo risposo, prima facesse quello
a lui pareva, et altre parole a mi incognite conferiteno; _tamen_
che, tenendosi li castelli, poteva restar come ambassador, et che
sarebbe honorato. Et cussì ditto orator restò, ma non andò molto fuor
di caxa, et in questa matina non havia collar d'oro al collo, sì come
portava prima la vesta. Et li altri ambassadori, eccetto Arzenton,
andono a caxa soa a dolersi dil suo Re, el qual mons. di Arzenton era
molto aliegro, et fece qui consolo dil Reame uno fiorentino, chiamato
Bartholomio de Nerli, el qual era molto rico et mercadantava et era
zenero di Joam Frescobaldi assà nominato, che in questo anno morite;
et questo fece in loco di Piero Martineus era consolo in questa terra
sì dil Re di Spagna _quam_ di esso re Ferando; el qual però sempre
exercitò el consulato. Et altro non seguite.
Aduncha el Re di Franza, sì come di sopra havete udito, è intrato in
Napoli, et assà cose accadete in brevissime hore, et si puol dir haver
acquistato el Reame in 7 zorni et non più, però che a dì 14 intrò in
S. Zermano, et a dì 21 in Napoli, cosa _quodammodo_ incredibile et
miranda, et _nunquam_ haver hauto contrasto de Aragonesi: et si el
fusse venuto a tuor el possesso, sarebbe stato più zorni. Et questo
è processo, perchè caxa di Aragona non ha habuto niuno li sia stato
fidele, che pur a uno castello vi sta grandissimo tempo uno exercito
ad haverlo, pur si voglia mantenir. Et esso Re non volse aspettar fino
a dì 25, che si preparava el triumpho; et za Napolitani havevano dato
principio a butar assà muraglie a terra per farli più honor a la soa
intrata, _tamen_ ben che cussì sotto sora, intrò. Fo decreto perchè Soa
Majestà che habuto li castelli lui vi serà Re de Napoli, e intraria poi
secondo il consueto regio[123]. Ma prima che alcuna cosa descriva de
li successi seguiti lì in Napoli, voglio di questa città alcuna cosa
descrivere.
Napoli, città regale, o vero sedia di Re, fo chiamata olim Parthenopea,
fo edificata zerca 1000 anni avanti lo advenimento de Christo da
Diomede in sul lito dil mare, et da Tito Livio nel ottavo de la prima
Deca assà di questa è scritto. Fo sottoposta a Romani, et da 300
anni in qua da Re subiugata, i quali hanno però dato continuamente il
censo a la Chiesia. Ha belli templi, mure, palazzi, zardini et roche
superbissime, et in ditta città vi sono quattro castelli: Castel nuovo,
che fo edificato o vero riconzato di novo per re Alphonso, dove è tal
lettere: _Alphonsus regum princeps hanc condidit arcem_. Poi è la torre
di San Vicenzo et Castel di Capuana, et e da l'altro campo di la terra,
Castel di l'Uovo, situato e torniato di mare, ove è tal epigramma:
_Ovum ritro novo; non sic turbor oro._
_Dorica castra cluens tutor; temerare timeto[124]._
È ancora uno bellissimo monastero di Santa Chiara, è una gran cosa;
sono 100 religiose donne, et fo edificato per la moglie di re Ruberto.
Poi è Santa Maria di Carmini in capo di la piaza, monasterio de
frati, et assà monasterii et chiesie in la terra, li qual, _gratia
brevitatis_, qui lasserò di scriver. Et fuora di la terra, sopra uno
monte alto, distante da Napoli uno mio, è il monasterio di San Martin
de frati certosini, e lì a presso ha una fortezza con la chiesia,
et è nuovamente fabricato. Circonda Napoli mia 3, mostra forma di
scorpione, brazando il colpho di mar con le do zaffe, et verso la terra
voltando la coda, come di sopra _fortasse_ ho scritto. Ha gran populo,
belle chiesie, et meglio acasado; di fuora bellissime possession et
zardini con gran palazzi. È il mercado in piazza di Venere, et in cao
di la piazza è una fontana granda, et poco da canto è a modo di uno
tabernacolo con una colonna di porfido in mezo, dove re Carlo fece
taiar la testa a re Coradin, re di Napoli. Di questa città fo Bonifacio
(_IX_) pontefice, de la stirpe de Tomacelli, et Joanne 23 de Cossa;
et _etiam_ in questa vi habitò Virgilio, Livio et Oratio; et ancora
Virgilio è ivi sepulto, che fu sommo poeta. Et mia do lontano de qui
è una montagna concavata, longa mezo mio, et larga vi pol andar 4
cavalli a paro, alta meza lanza, et in alcuni luogi una lanza e meza,
è di sorte di sasso di tuffo, si va con torze accese o vero lume per
essere obscurità grande et assà polvere: la qual concavità fo fatta,
come si dice, per Lucullo romano. Non voglio descriver le delicie havea
re Alphonso in ditta città di Napoli; pur qualche parte, a eterna
memoria, qui farò mentione. La sua munitione era tre stalle: in una
bellissime armadure discoperte, di armar homeni da cavallo da capo a
piedi; poi un'altra con assà numero di curazze et balestre liziere; poi
in la terza X bombarde grande di metallo, tra le qual do grandissimi
passavolanti, poi curazze assà da fanti a pe', in un'altra parte assà
bombarde di ferro, da forteze et galee. Questa munitione era arente il
castello dove habitava el Re, ma _nunc_ tutta disfatta.
El zardin dil Re era in loco alto, con muri grandi, arbori producono
ogni generation de frutti, naranzeri et limoni, et conzati li fruteri
a torno con li naranzeri parevano spaliere; et in capo di uno altro
zardin era una habitation di assà bestie volative, et ne l'intrar come
armeri pieni de cunii (_conigli_) bianchi; _item_ a modo di una cheba
di ferro, dove erano oseleti, merli, tordi et altri oselli, tra i qual
uno corbo bianco, uno beretino et uno negro, che parlavano; papagà
beretini assà di ponente, in cabie; poi una camera con assà chebe di
papagà di ponente in cabie, uno solo verde di levante, tra i qual era
uno, habuto dal Re di Spagna, trovato in una isola nuovamente trovata,
grande come Italia.
Questo papagà era grande come uno beretin di ponente, la testa bianca,
el beco bianco, i pie' bianchi, sotto la gola dal beco fino al petto
tutto rosso, et il resto verde. _Item_ uno altro ortesello tutto
naranzeri, et limoni solamente; uno altro, chiamato paradiso, dove
era limoni, zedri, naranze, pomi d'oro, zensamini et mirti in gran
copia, salizato di pietre, et una bella fontana et una pissina, una
tavola, una credenziera e una cappelletta da dir messa, tutta fatta
di... de mirto. Et el Re poteva venir in sti zardini dil castello per
alcuni ponti levadori: tra i qual orti era una via si potea zostrar.
La libraria dil Re era in una camera sopra la marina, dove era assà
copia de libri, in carta bona, scritti a penna, et coverti di seda
et d'oro, con li zoli d'argento indorati, benissimo aminiati, et in
ogni facultà. Ma lassiamo questo, et di li ornamenti di Castel di
Capuana, dove habitava re Alphonso, in vita dil padre, alcuna cosa
scriviamo. Prima una camera ornata di depenture, ne la qual era uno
organo, con li fianti di uno legno ditto ferulla. Et di questa se intra
in un'altra più ornata di pitture, con uno organo di camera, con li
canoni di carta, uno canon dorato et l'altro paonazo, che sonava per
excellentia. Poi un'altra pur depenta, con tavole longe piene di lavor
de cristalli de ogni sorte. _Etiam_ un'altra con lavori bellissimi di
cristallo lavorati a oro, et penture in gran quantità. Poi un'altra
con tavole piene di lavori di porzelane, cosa dignissima. Poi se
intra in una cortisella, dove era un satyro di marmoro abrazava uno
puto ignudo con lascivia; el qual puto stava con la faza chinata con
vergogna, assà bello et antico. _Item_ una altra fegura antica, trovata
a Gaeta nel cavar di fossi dil castello. Poi se intra in una camera
a pepiano, grande, ornata di veludo pelo de lion, et cussì el letto
con uno fioron d'oro, con l'arma in testa, da lato et in mezo. Poi
in una, ornata di veludo verde a torno, con il letto _ut supra_. Una
altra di ormesin vergado, _similiter_ il letto: una di tabì intorno una
ferza beretina et una negra a la divisa, et uno studio tutto intorno
et di sopra lavorato di tarsia; sopra la tavola uno bellissimo tapedo
damaschin, sopra el qual era 4 libri coperti di seda, con li zoli et
cantoni d'arzento, zoè la Bibia, Tito Livio et Petrarca, uno caramal
grando, tutto d'arzento, do candellieri de diaspro, et la ymagine dil
re don Ferando vechio, di bronzo. Di qui si va in uno oratorio o ver
capelleta, ornata a torno di veludo negro, con una pala pincta per
excellentia, con 4 candellieri de diaspro. Poi se trova tre stalle, et
se intra in una camera ornata di razi et tapezerie, poi in un'altra con
figure depente, et il letto coperto di panno d'oro. _Demum_ un'altra
_similiter_ fornita. Uno studio ornato, con libri coperti _ut supra_,
et la figura dil Pontano gran secretario dil Re, homo dottissimo,
zitata di bronzo. Poi si monta in alto, et si trova la speziaria dil
Duca, con gran copia.... Et ussiti di questo palazzo, se intra in la
stalla, dove erano 200 corsieri; poi la caneva con gran copia di botte
grande, et in un altro zardin, dove di Zener era pome granate fresche.
In cao di questo, uno altro bello palazzo, et una fontana, et tre
camere: una ornata di tapezarie, l'altra di picture, et la terza pur
di varie picture, con le letiere coperte di seta et d'oro. Montati su
scale si trova pozuoli da star al fresco, mirabili; poi si discende
in altre camere ornate _ut supra_, et uno oratorio dove era el Duca de
Calavria, zoè don Alphonso, fatto naturalmente, che stava in zenochioni
che pareva vivo; et altre camere et sale. Et questo basti quanto alle
cose era in Castel di Capuana, come ho ditto.
In Castel nuovo si teniva le zoie dil Re, dove se intrava in una torre
ditta la Torre di l'Uovo, dove era tre organi, uno con li fianti
di tela, l'altro di piombo, l'altro di..., che tutti tre sonavano
diversamente. In mezo questo loco era un repositorio con gran artificio
fatto, con 430 casselette una sopra l'altra, da cavar et metter,
lavorate a oro, fatto per medaie et camei, che ne era in gran quantità:
et qui su una tavola quadra, coperta di veluto negro, mostravano le
zoie a li orator. Era gran quantità, varie, di sorte diverse, collane,
colari etc.
Lasserò le delicie havea il Re a Pozoreal, con le camere ornate d'oro
et di seta; et in una de le qual era la coperta di panno d'oro sopra
rizo, con uno moschetto damaschin, dove soleva dormir el Re talvolta
l'istate, et soleva tenir in la credentiera quando pastizava ad alcuno
60 vasi tra picoli et grandi, oltra li altri arzenti, le cariege
d'oro con cuscino di panno d'oro da zapar suso. Li scalchi erano don
Fedrigo et don Alphonso abate, poi duchi, conti et marchexi stevano
in piedi, davano 50 bandisone. Et _accidit_ che re Alphonso dete uno
pasto a l'ambassador veneto quivi a Pozoreal, essendo Duca, che durò
la cena da hore 20 fin do hore de notte, et _tamen_ tutte queste
cose Alphonso lassò, non però che il meglio potesse non portasse con
lui. Et Franzesi questi castelli occupono, non servando quello faceva
Aragonesi; ma, come intesi, in camera dil Re di Franza medemo atacavano
le candele al muro, et ogni sporcicia faceva in li più ameni luogi.
Era con el Re 2000 osti che lo seguiva, i quali intrati in Napoli,
non si teniva più bottege aperte per la terra, ma tutto a torno la
piaza era queste ostarie, dove Franzesi si andava a usar l'exercito
loro con Baco, et poi seguiva Venere. Et de li quattro banchi erano a
Napoli, zoè Strozi et Medici fiorentini, Spanochi senesi, et Palmieri
napolitani, fo fatto parte ostarie, et in parte stava meretrice venute
col Roy. Se diceva messa in franzese et in italiano. Era carlevar
quando intrò, et la quaresima li predicatori predicava, ma niun andava
a le prediche. Le donne principal o andavano fuora per le ville o
vero in monasterii, et in quello de Santa Chiara ne era zerca 2000.
Et come da chi vi era intesi, la settimana santa el Re non vardava a
far quello li piaceva, come dirò di sotto, con alcune soe favorite,
et per Pasqua niun quasi si comunicò. Li frati erano partesani, chi
anzuini et chi aragonesi, zoè tenivano; et el zorno de Pasqua, che
tutti assueta andar a le chiesie, non se vedeva donne per la terra; et
dove erano alozati Franzesi, in casa de cittadini, per non haver briga
de comprar legne, brusavano porte et finestre, et fino le botte; et
si li patroni volevano resister, erano feriti, come tutto più avanti
descriverò, a Dio piacendo. Et el Re, intrato che 'l fu, fece uno
editto non fusse dato impazo a Zudei, _tamen_ poi comportò ogni danno
li fo fatto. Anchora (fu) contento Marani ritornasse, et li de' salvo
condutto, poi lo rumpete, et li retene, et manzò zerca ducati 12 milia.
L'era dil Consejo dil Re zerca X: Samallo, Felippo mons. barba dil
Re, marascalcho di Beucher, marascalcho di Giae, mons. de la Tramuil,
de Obegnì, do Mompensier, de Lignì, de Miolans, lo Preosto di Paris
etc. El Pontano gran secretario dil re Ferando, summo philosopho et
litteratissimo, rimase a Napoli, nè volse andar col suo Re; et in casa
soa era alozato el Preosto di Paris. Or questo Pontano fo chiamato dal
Re de Franza per inquerir alcune cose, per la longa pratica havia di
quel Regno, et li fo fatto bona compagnia. Ma a le cose seguite per
zornata, da poi l'intrar dil Re in Napoli, scriviamo.
_Quello seguite in Napoli da poi lintrata dil Re di Franza._
A dì 24 Fevrer continuamente bombardando, quelli dil castello, sì
_etiam_ Pizofalcon et Torre S. Vincenzo, la terra, _adeo_ non si poteva
andar per Napoli. Et el Marchexe di Pescara era già partito et andato
in castel di l'Uovo, dove conferite con Ferandino; et poi tornato in
Castelnuovo dove era, et questa è la verità, a custodia todeschi 350
et biscaini 150, forniti di vittuarie per anni do, formenti, farine,
carne salade et formagi; et li mortari erano molto operati, perchè
sfondrasseno le caxe. Franzesi veramente _etiam_ loro bombardava
ditto Castelnuovo, _maxime_ la parte di la cittadela, _tamen_ faceva
poco danno, et poco più basso che li merli si poteva bombardar el
castello, et _solum_ da una banda. Et vedendo el Re de Franza non lo
potendo haver per forza, et che non stimavano forche nè altro, havendo
però li soi in questo zorno preso la cittadela vicina al castello,
et con fuoghi artificiadi ruinò qualche parte de ditte muraglie, et
con grandissimo impeto introno dentro et amazò alcuni custodi, che
non poteno fuzir cussì presto, et trovono do bombarde grosse, le
qual le vastano, non havendo tempo de far altro mal, et quelli dil
castello molestandoli con le artegliarie, conveneno Franzesi ritornar
in loco più securo, a li repari havia fatto. Et el Re deliberò di
veder si poteva haver a patti, et si comenzono a parlar con quelli
dil castello. Andava persone in colloquio dentro con ditto Marchexe,
el qual in questo zorno ussite et andò in Castel dil Uovo, _demum_ a
Yschia; et tra i altri Zuan Jacomo di Traulzi andò a parlamento con
ditti custodi, dicendo che in termine almeno di hore 20 si dovesse
render, altramente che, havendolo, li jurava, _nomine Regis_, de far
el Marchexe di Pescara in quattro parti; ma si se rendevano li daria
tutto el suo stato et li fece altre promessione, et che accettasseno
el partito, altramente, havendolo per forza, tutti anderia per el fil
di la spada. Al qual ditto Marchexe rispose: volersi tenir 20 hore,
20 zorni, 20 mexi et 20 anni et in eterno, si tanto el vivesse, per
el Re suo et per caxa di Aragona, per la grande fede lui portava,
per esser loro arlevato, et che voleva che più fede se ritrovasse in
lui solo che in tutto el resto de Italia; che in fina mo, havia el Re
de Franza prosperato, ma che d'indi non haverebbe cussì, perchè eran
tutti disposti di mantenir caxa di Aragona in piedi, cridando tutti
tutti: Ferando! Ferando! Aragona! Aragona! Et el Traulzi li rispose
come la roca di Gaeta si havia reso, et che non sperasse soccorso.
Et lui disse: nol credo, come era la verità; però che sapeva ben lui,
esser ivi fidatissimo per il suo Re; et in Gaeta era come in Napoli,
la terra per Franza, li castelli per Ferando. Et _conclusive_ ditto
Marchexe disse: ve ne andate, nè più tornate, nè mai si pensa el Re
de Franza che mi renda; et pregate Soa Majestà che, havendomi vivo
ne le mani, faci quello mi ha mandato a dir; perchè disposto son al
tutto di voler terminarme. _Tamen_ poi si parti, et andò in Castel
dil Uovo, come ho ditto di sopra. Ma el Re de Franza stava con molta
paura; per le continue bombarde et mortari venivano trati, per la terra
non si andava: era una cossa molto oscura veder quella degna città in
tanta terribilità. _Tamen_ Franzesi per questo non restava con le sue
artegliarie far danno a li castelli.
A dì 25 ditto la torre di S. Vicenzo in Napoli, vicina al Castel nuovo
si rese a Franzesi, et con quelli dil castello feceno trieva per tutto
ozi et doman a mezo dì, per veder se si potevano acordar. Et la notte
zonse tre galie, et messe in ditto castello fanti 150. El cardinal
S. Piero _in Vincula_ era in Napoli alozato ne l'arciepiscopato. Et
in questo zorno li ambassadori veneti andono a visitar Soa Signoria,
el qual mostrava esser molto amico de quella. Et è da saper che uno
zorno el Re li mandò fino a caxa a far uno prexente di la badia di San
Zermano, era dil Cardinal di Medici, con pensione de ducati 2000; et
ditto Cardinal disse: non creda la Majestà dil Re che io lo siegua per
haver abatie, ma _solum_ per l'amor et fede porto a Soa regal Majestà.
Et mostrò refutarla; _tamen_ el Re mandò a dir voleva l'havesse.
Intrato el Re in Napoli, tutto el Reame era sottosopra; tutte le terre
di la Puia, et quele di la Calavria, Terra di Lavoro etc. da loro
medeme levavano una † bianca in campo rosso che, come ho ditto, non
sapevano far l'arma de Franza: et dove andava suo araldo era il ben
venuto. Pur Camillo Pandon, vice re per Ferando in Puja, habitava in
Otranto, et fo causa che alcune terre non se rendesse, come quando
scriverò l'acquisto, dirò il tutto.
In questo zorno di XXV Fevrer acadete cosa in Napoli molto acerba, _ut
ita dicam_, a tutta la christianità: che Giem sultam, fratello dil gran
Turco, el qual questo Re tolse dal Pontifice et lo menò con lui; et in
camino avanti el Re intrasse in Capua si amalò, fo divulgato da cataro,
el qual li era disceso in uno ochio et nel stomego, o vero fusse
reuma; _tamen_ intrò in Capua, et stava sempre apresso dil Re. Et pur
crescendoli el mal, fo portato in bara in Aversa, poi in Napoli, dove
li medici li feno molte provisione, cavando sangue et altri remedii, et
alquanto migliorò. Pur la febbre li cressete, onde non volle provisione
alcuna che, _ita volente fato_, in questa matina expirò, fermo e
costante ne la fede soa. La qual morte fo grandissimo danno sì al Re de
Franza, _quam_ a tutta Italia, et _maxime_ al Pontifice; che lo privò
de ducati 40 milia d'oro haveva ogni anno da suo fratello, per caxon
havesse custodia de lui. Et a hora, non dubitando più dil fratello,
si inanimerà contra cristiani, che Dio nol voglia: che se niuna cosa
teniva Turchi a passar in la Puja, era che 'l Signor non voleva mandar
gran quantità, a ciò che non si levasseno poi contra di lui, sublevando
questo suo fratello, ch'era amato da li populi, et huomo assà bellicoso
et de grande animo. Nè ancora voleva mandar poche persone, a ciò non
fusse rotte: sì che questo suo fratello era buona causa di far star
basso ditto signor Turco. Et pur ogni anno veniva de Turchia in Italia
ducati 40 milia venetiani. Et el Re di questa morte dimostrò haver gran
dolor, et sospettavano el Pontifice non ge l'havesse dato attossicato
a termene: la qual cosa _non erat credendum_, perchè sarebbe stato
suo danno. Or, come si fusse, morite; et fu poi in deposito mandato a
Gaeta. Questo, mentre era in camino, era custodito da 1000 franzesi
et altre generatione; havia con lui turchi che lo serviva, et havea
libertà de andar per el campo a suo piacer.
A dì 26, passato mezo zorno, fo molto bombardato el castello fino la
sera, non havendo voluto acordo. Et el Re andava ogni zorno fuora di
la terra per quelli zardini et lochi ameni et colletti (_colline_)
a la caza con grandissimo piacer, et lassava bombardar a li soi. Ma
Ferandino, come fo a Yschia, et che messe zoso la soa brigata, volendo
passar in Cicilia, convenne per fortuna restar et ritornò a Castel dil
Uovo, sì per inanimar li soi di le fortezze, _quam_ per sopraveder. Et
andava inanzi et indrio a suo piacer, zoè da Yschia a Napoli, et poi la
sera ritornava a Yschia; et fo ancora a Gaeta a sopra veder quelle cose
dil castelo.
A dì 27 et 28 ditto fo pur bombardato per Franzesi;_ tamen_ con poco
danno dil castello; et erano più fermi che mai.
A dì primo Marzo 1495 la notte venne Villamarin con cinque galie al
muolo di Napoli, et brusò uno galion et una galia de le rimaste in
porto; poi tornò da re Ferando; et ancora una galia, la qual fenze di
esser fuzita et venuta dal Re de Franza, tolto assà robbe di la Rayna
et di don Fedrigo, insieme con le ditte ritornò dal suo Re. El qual fo
divulgato havia 14 galie, _tamen_ non andava a torno se non con tre. Et
za li zorni passati havea mandato uno suo dal Re de Franza, per veder
se poteva acordarsi, et haver qualche stato lì in Reame; ma ditto re
de Franza non voleva udir parola per darli stado in quelle parte, ma
ben li prometteva in Franza. Et vedendo le cosse cussì disperate al
tutto, Ferandino deliberò de andar in Cicilia a trovar el padre, e
forsi passar in Spagna, lassando don Fedrigo a Yschia, a ciò facesse
quello lui faceva per inanimar li custodi de li castelli, et _etiam_
di quello di Gaeta. Ma el Re de Franza dolendosi molto di la morte dil
fratel dil Turco, deliberò di tenirla secreta quanto più potesse, et
non volse per alcuni zorni se sapesse la verità, o fosse vivo o morto,
ma ancora da poi sepolto fece far quella custodia medema a la caxa come
prima, et star lì sui deputadi a la guarda, et vi andava medici; et fin
a li ambassadori veneti non volse dir alcuna cosa, benchè ditti oratori
la verità sapesseno, et havia subito advisato la Signoria. _Tamen_ non
molto da poi per Napoli ogni uno intese el certo, et Franzesi diceva
el papa ge l'havea dato atossicato, perchè _post mortem_ li fu trovato
alcuni segni di veneno sul corpo; et siccome scrivono li dottori,
_maxime_ quelli tratano _de venenis_, come Piero di Abano et altri,
che si puol dar veneno a uno, et non farà l'operation se non al termene
constituto. Or sia come si voglia, questa nova subito per molte vie fo
notificata al gran Turco, _tamen_ non lo credea, come dirò più avanti.
Et el Pontifice sopra tutti li altri mostrò haver grandissimo dolor, et
_etiam_ come sì presto el Reame era perso.
Questo Re de Franza era devotissimo, et ogni terra dove l'intrava,
prima andava in chiesia, et ivi stava do hore in oratione, ringratiando
Dio; ogni prima domenega di mexe se confessava et comunicava; non
cavalcava la festa; varisse di mal di scrovole, secondo el costume
regio de Franza, disceso da Santo Ludovico re, et qui in Italia
molti del mal preditto segnando varite, _ut dicitur_. È magnanimo
perchè dona e fa molti presenti, et tra li altri, da poi intrato in
Napoli, conferite assà privilegii et fece molte exemptione ad alcune
terre che li dimandono; restituite a molti baroni li loro stadi, et
quelli li investiva et si faceva jurar omazo; et quelli contadi, che
non si trovava heriedi veri et antiqui baroni, li conferiva a soi
benemeriti franzesi, _ita_ che sempre era in conferir gratie, doni et
beneficii; et in questo li soi cancellieri et secretarii erano molto
occupati, _maxime_ uno chiamato Rubertet ch'era di primi. Et havendo
za fatto uno dei soi capetani in uno ufficio in Reame, zonto che fo
el Principe di Salerno, inteso che ditto offitio a lui aspettava,
revocò dal suo barone, et _libere_ dette a ditto Principe, el qual
ritornò nel suo stado, come dirò di sotto. Et ancora per angarizar
manco Napolitani, molte di le sue zente, oltre quelle si sparpagnò in
la Puja et Calavria con le zente italiane, volse, che molte erano in
Napoli, uscisse et andasse ad alozar a Aversa, Nola, Capua et Gaeta,
_licet_ ancora la roca si tenisse, o vero castello, et in altri lochi
ivi vicini, et pur si sforzava di haver le fortezze di Napoli. Ancora
fece molti editi, tra i qual, che tutti quelli habitanti in Napoli,
che havesseno formenti et farine, si dovesse dar in nota in termene
limitato, altramente quelle fusse perse, et restino condennati di
pena per saco ducati 100; et tutti quasi si andono a dar in nota,
_unde_ par la farina crescesse un poco più, et venne grandissima
bondantia di ogni cosa. _Tamen_ Napolitani subito comenzono a esser mal
contenti de Franzesi: questo perchè erano li vassalli in le sue caxe,
et Franzesi li patroni. Creteno (_credettero_) haver exemptione, et
li capitoli a loro modo, et nulla ebbeno: _ymo_ el Re vuolse scuoder
avanti el tempo una gabella pagavano da Pasqua, come dirò di sotto.
Li Zudei fonno scaciati, et messi a saco quelli pochi erano restati,
da Franzesi; _licet_ essendo edito dil Re non li fusse dato noja:ma
non poteva obviar a la furia di le sue zente. El stato dil Principe
di Squilazi, fiol dil Pontifice, andato con Ferando via, dete a suo
barba Filippo monsig. Fece monsig. de Citem, za fo qui ambassador,
sopra le artegliarie et munitione de Napoli. El ducato de Ascoli dete
a monsig. di Beucher, _licet_ li fioli dil signor che era fusse in
la roca di Gaeta. A monsig. di Arzenton, era qui suo ambassador al
presente, li dete la trata di trazer di Reame, et _etiam_ li resalvò un
buon officio in Napoli. Et gran siniscalco del Regno, monsig. di Lignì
suo cusino. Et gran armiragio, monsig. di Beucher nominato di sopra,
o vero governador dil Regno, zoè di l'intrade. Monsig. di Mompensier,
come ho ditto za, era instituido dovesse romagner Vicerè di Napoli; et
de la Calavria Vicerè monsig. di Obignì; et di la Puja Vicerè monsig.
di la Spara (_de l'Esparre_); et cussì a tutti li soi conferiva de
beneficii de ditto Reame; a alcuni baroni _etiam_ erano scaciati, tra
i qual el conte di Mariano have el suo stado, per esser sta antiquo
suo. A Colonesi, come di sopra scrissi, dete el contà de Fondi, rende
de intrata ducati 12 milia, et qui in Napoli li fece la investisone
et privilegii. Al conte de Fondi dete el contà d'Albe et de Zelano. La
badia de San Zermano dete al cardinal S. Piero _in Vincula_. È da saper
Medici havia _solum_ ducati 2000 di pensione, et el resto re Alphonso
godea; et però San Piero _in Vincula_ contento de dar al ditto cardinal
tanti altri beneficii de ditta quantità, et a lui restasse libera
ditta Abatia. El cardinal de Zenoa con domino Obieto dal Fiesco che,
come dissi, erano montati su le nave et slargati in mar, habuto salvo
conduto dal Re, dismontò, et volendo andar el Cardinal per Napoli,
cadete di cavallo, si fece mal a la spala, _adeo_ fo portato a caxa: et
li oratori veneti andono a visitar Sua Signoria et poi, varito, si fece
più amico dil Re cha li altri, et quello seguitò et per li sui operò
insieme con ditto Obieto per esser cai di parte di Zenoa.
El sig. Virginio Orsini et el Conte di Petigliano in questo tempo erano
a Castelamar, retenuti per el re de Franza, ma el Traulzi si acordò col
Re nel numero di soi cinque capitani con ducati X milia a l'ano et 100
homeni d'arme.
Non restava continuamente el Re de Franza de far bombardar Castelnovo,
et quasi una parte era vasta et brusata, ma poco li custodi si
curavano, _ymo_ li respondevano gagliardamente, danizando la terra,
et fonno amazati de quei dentro zerca 40. El Re stava in Castel
de Capuana, occupato in dar audientia, confirmar privilegii et
sottoscriver donationi: pur andava a la caza, et talhora sopra li
repari, et a quelli faceva bona bota con le bombarde molto li laudava,
_ut dicitur_, li donava danari per inanimarli. _Unde_ loro, vedendo
el Roy, feva el dover; et li fo manifestado come a uno monasterio,
chiamato le Madalene, in la città, era sta scose 4 bombarde grosse
per Aragonesi sotto terra, et quelle mandò a tuor et fece piantar
per bombardar el castello. Et mancando polvere et ballote de ferro,
perchè li soi passavolanti non trazeno se non balle di ferro molto
grosse, mandò a tuor a Hostia di le soe galeaze per terra, a ciò
fusseno portate più presto. Le qual galeaze veniva a Gaeta, _demum_
a Napoli di longo. Et mandò alcuni commessarii franzesi con 4 cavalli
per uno et non più, per più magnificentia, a molte terre sì di la Puia
_quam_ di la Calavria, a dimandar dovesseno levar le sue insegne,
et ivi tuor el possesso: et cussì zente italiane, zoè Colonnesi,
andavano ivi dintorno. Manferdonia levò le soe insegne. Trani et Leze
feceno in questi zorni alcune moveste, perchè erano tutti levati a
romore, et messeno a saco li Zudei, et li dette alcuni tormenti, a ciò
confessasseno dove era il suo haver. Qui a Leze era Polo di Priuli, di
Domenego fiol, patricio nostro, in questo tempo. Da lui intesi che vene
monsig. di la Spara Vicerè prima a Monopoli, et fo a mezo quaresima,
dove fè zurar omazo al Re; _demum_ la Domenega di Lazaro fo a dì 5
April, ditto Vicerè intrò in Leze con 160 cavalli et havia con lui
uno zerman dil gran maistro de Rodi, chiamato monsig. de Libret, et
andò in chiesia col Vescovo, perchè fo honoratamente ricevuto, poi in
castel fe' zurar omazo ai sinichi di la terra et a li baroni, prima fe'
lezer la patente _publice_ in chiesia. Et è da saper che _antiquitus_
el Signor di Leze si chiamava Duca di Leze et conte di Matera. Or fece
uno edito che tutti li debitori havesse do anni di comodità di pagar,
et cussì ordinò fusse publicato per tutta la Puja. Poi andò a Otranto,
come dirò di sotto. Et questo Vicerè havia gran libertà; _tamen_ in
le concessione che faceva sempre diceva: essendo cussì la volontà
dil mio Roy. Qui a Leze vi sta consolo venetiano, et _etiam_ a Trane
per antiqua consuetudine. Ma basti zerca a ste cose di Puia; le qual,
_licet_ non sia a hora il suo tempo seguito di scriverle, pur ho voluto
commemorarle, a ciò ogni cossa inquerita habbi memoria. Molfeta mandò
li soi ambassadori a Napoli a fermar li capitoli col Re; si levono le
insegne preditte di Franza, et cussì continuamente acquistava qualche
terra: et se niuna restava, era perchè li castelli ancora si teniva
per re Ferandino, et non volevano romper l'omazo zurato di observar a
caxa di Aragona. In Bari se ritrovava el Cardinal di Ragona, zoè nepote
di re Alphonso, et don Fedrigo non restava di voler acordo col Re de
Franza; era contento di haver la sua baronia, che era di la dote di soa
moglie l'ha al presente, che fo fia dil Principe di Altemura. Ma el Re
non voleva darli per niente alcun stato de qui, ma ben do volte tanto
in Franza.
A dì 4 Marzo essendo venuto el cardinal Curcense in Napoli, li oratori
veneti lo andò a visitar.
A dì 6 el Re de Franza humanissimamente parlò ai cittadini napolitani,
dicendoli che non era venuto per cupidità di acquistar danari, nè
per usurpar cosa alcuna, ma per beneficio et augumento universal, per
liberar questo regno de tyrannide, e principalmente per remetter li
baroni ne li soi stati, et restituir a cadaun le cose soe; diffalcando
ducati 250 milia dil pagamento feva far li Re passati di caxa di
Aragona, zoè era contento di haver lui tanta quantità manco a l'anno,
et di questo ne feva uno presente, et distribuite 50 offitii lì
in Napoli, zoè 40 a zentilhomeni et X a plebei. _Item_ li exortono
volesseno far la description de tutti coloro che erano atti e volevano
exercitar l'arte militar, che a tutti, secondo le condition di cadauno
voleva dar soldo, et cussì a quelli si exercitava in cose maritime; et
voleva che ogni uno stesse bene, secondo le virtù loro, sotto la sua
corona. Le qual parole fo molto grate et acete a tutti. Ma oltra de
questo non volse pagasseno sal, _tamen_ che lui voleva far vender in
uno magazen, et saria stato questo medemo perchè lo haveria montato.
Et mandò a dimandar a le terre rendute li doni consueti quando intra
un Re nuovo in dominio, chiamato sussidio caritativo, et a bon hora
comenzò a richieder. El qual, come fo divulgato, sarebbe da 60 in 70
milia ducati; et di subito habuto li castelli, mosse fama volersi
partir, et ritornar in Franza. Ma Napolitani comenzono a star mal
contenti, non havendo potuto obtenir li privilegii volevano, _maxime_
di una impositione a loro noiosa imposta per re Ferando vechio, che
pagava _annuatim_ al Re da Pasqua certa quantità, zoè tanto per fuogo.
Et non _solum_ el Re (_non_) li volse assolverli, ma quella voleva al
presente, dicendo havia de bisogno de danari per pagar le soe zente.
Et a dì 25 April erano assueti de pagar le doane di le piegore ducati
100 milia. Et el Re, havendo bisogno, chiamò queloro havevano tal
cargi, dicendo si di presente a dì 8 Marzo li volevano dar ducati 60
milia, li sparagnava el resto. Et Napolitani si scusavano non haveva da
darli. Era in Napoli, come per una lettera di Zuan Bragadin patricio
nostro vidi di 9 Marzo, Franzesi 15 milia, et in Reame 25 milia,
_omnibus computatis_. Fo divulgato el Re havia terminà de menar con
lui in Franza 200 cittadini napolitani, et lassar 7 in 8 milia cavalli
et 4000 pedoni franzesi in Reame: el resto menar con lui. El sig.
Virginio Orsini et conte di Petigliano erano presoni, menati di Nola
a Castelamar mia 18 lontan da Napoli, solicitavano la sua liberatione,
dicendo non erano presoni, ma con parola dil Re erano stati retenuti, o
pur, si piaceva a Soa Majestà di darli soldo, che volentiera restariano
con quella. Ma per Franzesi li fo dà taglia ducati 50 milia, et la
sua cosa mandata in longo. Ma el Traulzi era conduto al soldo dil Re,
come ho scritto, con homeni d'arme 100, et 100 balestrieri, et 100
arcieri, con la provisione de ducati 10 milia a l'anno, come scrissi di
sopra. Et questo capetanio italiano nel accordo insì (_entrò_) con gran
misterio, per le cose havea in animo de far.
A dì 7 zonse in Napoli el Principe de Salerno con zerca 400 cavalli,
et dal Re fo _benigne_ ricevuto, et era el primo in Reame per haver
la pratica in quello; et a dì 9 ditto ricevete da li soi de Salerno,
che li mandò 57 muli cargi di farine, biava et vino, et certa somma di
danari; et poco da poi andò ivi, dove come Dio fo ricevuto, per esser
bon et benigno signor.
Havendo mandato el Duca de Milan, subito inteso la intrada dil Re
in Napoli, alcuni de soi per tuor la sua ducea de Bari et la contea
di Rossano, che erano soi: _unde_ el Re liberamente li fece li soi
privilegii et concessione, _tamen_ ancora Bari non havea habuto in
suo dominio. _Licet_ tra Franzesi pur se divulgava esso Re, partito de
Napoli, voleva venir adosso el duca de Milano, per metter el Duca picol
fiul di suo zermano in signoria, o vero per dar ditto stato al Duca di
Orliens, el qual era rimasto in Aste, et faceva zente, et è intitolado
Duca de Milano; dil qual el signor Ludovico duca ne havea gran paura,
et molto di questo consultava con Sebastian Badoer cavalier, era ivi
per la Signoria ambassador, come scriverò di sotto. E pur Franzesi
cridava a Milano.
In questo mezo quelli dil Castello novo cessò de bombardar, perchè tra
li custodi erano venuti a romor, zoè Spagnoli con Sguizari, et tra loro
alcuni fonno morti: et era uno capo di Spagnoli, che fo capitano qui
in Romagna con l'esercito aragonese, et uno altro de' Sguizari. Et el
Re de Franza, intendendo la cagione, partì di Castel di Capuana, et
venne alozar in un palazzo più vicino al Castello, et mandò a parlar
con ditto capetanio yspano, se si volevano render, et cussì fonno
fermati li pati a dì 2 Marzo, che se in termene 4 zorni non havesse
soccorso da re Ferandino, se intendesse esser reso, et Franzesi levono
il bombardar. Li pati fonno questi: rendersi, salvo l'haver et le
persone, et quello Ferando a loro havia donato, et li sia dato a tutti
li custodi paga di tre mesi. Et è da saper che questa discordia seguita
dentro, ne la qual ne morì zerca 100, fo causa di tal deditione.
Adoncha el Castello a dì 7 Marzo si rese al Re de Franza, essendo sta
bombardato _solum_ 10 zorni, nè fo rotto altro che le merladure et
fenestre, tanto era forte di muraglie; et fo levato le bandiere de
Franza. Et qui fo trovato di robbe lassò re Ferandino, che non potè
portar via, di più sorte panni d'oro et di seta, per valor di ducati
200 milia: sì che Franzesi comenzò tutti a vestirsi de seda, dove prima
erano vestidi de panno, secondo el consueto loro. Et questo basti zerca
a Napoli; et de le cosse seguite in questo tempo, _maxime_ a Venetia,
comenziamo a scriver.
Ma prima non voglio restar de scriver come el Re de Franza mandò do
gripi a Rodi dal Gran Maistro a notificarli questa vittoria, et che li
mandasse la sua nave et altro aiuto bisognando, come Franzese.
_Cose seguite a Venetia et in diverse parte in questo tempo mezo._
Domente el Re de Franza seguite la sua intrata in Napoli, zonsea la
Signoria... dil Duca di Orliens era in Aste, ringratiando di falconi,
offerendosi. Et secondo el consueto si dette el titolo dil Duca de
Milano. Et fo divulgato, come per lettere de Milano se intese, ditto
Duca ivi adunar exercito; et che la Raina de Franza havea parturito
una figlia, a la qual fo posto nome...., et havia fatto comandamento
al duca di Borbon per tutta la Franza che, exempti et non exempti,
dovesseno mettersi in ordine per dover venir bisognando in Italia
in aiuto dil Re, però che non havevano ancora inteso el suo felice
successo in Reame. Et el sig. Ludovico duca dimostrava haver gran
paura dil suo stado, _licet_ sia stato causa di far venir questo Re
in Italia. Ancora perchè si dubitava di re Maximiliano, che ancora
non havea ottenuto la investisone dil Ducato, come havia mandato a
rechiedere, et con la Signoria, si voleva aderir a ogni cosa, spesso
consultando con Sebastian Badoer, mediante ei qual si governava,
_licet_ fusse oratore veneto, et mandò per Po li soi ambassadori, li
quali andò prima a Ferrara, poi zonseno quivi.
Benchè non sia a proposito qui descriver tal cossa, pur per mia
satisfatione ne voglio far memoria. In questo anno, a dì 26 Fevrer fo
el Zuoba da nui chiamato di la cazza, nel qual zorno per consuetudine
antiqua si fa sulla piaza di San Marco ogni anno una bellissima cazza
di alcuni tori, et vien tagliato la testa per li scudieri dil Principe
a certi porchi; tutte signification come in l'opra de Venetia, dove
trato _De principio Urbis, de situ et Magistratibus_, è diffusamente
descritto. Vista la Signoria in palazzo a veder, et a hora, per esser
tanti degni oratori in questa terra, fo molto solemne, con certi
balletti de mumarie sopra soleri, con fuogi artificiati etc. Era el
Principe con el legato dil Pontifice, uno solo di oratori dil Re di
Romani, zoè domino Joanne Stainer, perchè cussì fo ordinato a ciò li
altri non havesseno a precieder a questi de altri Re. Poi era quello
de Franza, quello de Spagna, quello de Napoli, _licet_ za el suo
Re fusse partito et el Re de Franza habuto el dominio de Napoli, ma
ancora non si sapeva, nè era zonta tal nuova, altro che del intrar
in Capua; poi quello de Milano, de Mantoa et de Rimano: mancava de
Ferara, che per esser amalato non venne. Et fo bellissimo veder el
nostro Serenissimo Principe in mezo dil Legato e 4 oratori di 4 Re li
primi di la Christianità, duchi et signori. Poi era assà senatori,
et domino Fuciano baron hungaro. Era un grandissimo populo su ditta
piaza; fo stimato persone da 50 milia in suso, et era assà varietà
de mascare, benchè in questo anno per el Consejo di X fo decreto
niun se potesse mascherar senza parte presa nel consejo di X, et però
niun si trasvestiva, _tamen_ per far più bella la festa fo preso che
_de cetero_ X zorni avanti el marti de carlevar ogniun si potesse
stravestir a loro modo.
Intrato che fu el Re de Franza in Napoli, subito scrisse una lettera
a la Signoria, molto piacente, savia et piena di rengratiamenti,
denotando la sua intrata, benchè le fortezze ancora si teniva, et
sperava di breve haverle, et tutto el resto dil Reame. Che quello
offeriva a ditta Signoria, come so bona amiga, promettendo di far
meglior compagnia a nostri di quello faceva Aragonesi, ringratiando di
l'operatione et l'allianza servata, con molte dolce parole, chiamando
el doxe zerman carissimo, offerendosi in ogni cosa. Et quello araldo
portò ditta lettera in Collegio, per decreto di la Signoria li fu
donato ducati 100 d'oro, et vestito, in demostration si havea habuto
allegrezza di questa vittoria de Soa Majestà. La qual lettera zonse a
Venetia a dì 4 Marzo.
A dì 4 Marzo 1495 zonse a Venetia li do ambassadori dil Duca de Milano,
che za alcuni mesi erano stati eletti, et di zorno in zorno dovevano
venire: i quali fonno domino Guido Antonio Traulzi episcopo di Como,
et l'altro Francesco Bernardin Visconte consegliero dil Duca, fo fiol
di domino Sagramoro, homeni degni, et da farne extimatione, et di le
prime caxe de Milano, però che Visconti et Traulzi sono le principali,
et li duchi tutti, da questo in fuora, si chiamò de caxa de Visconti.
Et veneno per Po, steteno 8 zorni a venire, li fo mandato contra fino
a Malamoco assà patricii, cavalieri et altri de Pregadi: tra i qual
Hieronimo Lion cavalier eletto ambassador al loro Signor; _etiam_ vi
andò contra domino Tadeo de Vicomercà, altro ambassador era qui de
Milan, et _etiam_ quello de Ferara. Altri oratori non vi andò, nè
_etiam_ venne a visitarli, per esser di testa coronà. Venne con li
piati fino a la caxa dil Marchexe di Ferara, dove era preparato, et
li fo fatto le spexe, et poi dato ducati 100 in uno sacheto, a ciò
loro medemi se le facesse. Veneno con zerca persone 60, et vestiti di
color. Et la mattina seguente, fo il secondo dì de quaresima, andono
a l'audientia, et exposeno la soa imbassata, et cussì l'altro zorno
ancora. Se divulgava per tutta la terra, come era la verità, che erano
venuti per far la liga, et esser insieme con questi altri oratori su
queste pratiche. Et _sæpius_ Venetiani consultavano nel consejo di X
con la zonta sì de padri, savii de collegio, _quam_ altri primarii
patricii eletti: et se reduseno tre zorni continui da matina et da
poi disnar. Se divulgava tramavano de far lega, et _sæpius_ cazavano
di Collegio, Conseio di X et Pregadi, li papalisti quando tratavano
alcuna cosa di Roma. Et fo ditto el Pontifice al tutto se voleva
partir di Roma, per dubito dil Re de Franza, nè voleva star più in
le paure et pericoli era stato. Et molti mormorava che 'l verrebbe ad
habitar a Padoa o in altro luogo in le terre nostre, o vero in Ancona
ch'è terra subposta a la Chiesia. _Tamen_ Venetiani lo dissuadeva non
volesse partirsi de Roma et lassar quella terra in abandono, et che
provederebbeno che la Santa Romana Chiesia non havia alcun incomodo,
nè _etiam_ Soa Beatitudine, et _tamen_ erano su queste cosse dil
Pontifice, et per expedir tanti varii ambassadori molto occupati, le
cose andava molto secrete. Et in questo tempo ordinò a molti Monasterii
religiosi in questa terra, et li mandò la Signoria elemosine a ciò
pregasseno l'eterno Dio che inspirasse ne le mente di quelli governava
questa inclita Republica a elezer la miglior via per el ben de Italia,
_juxta illud dictum: in maximis sive minimis implorandum est divinum
auxilium_. Et ditti ambassadori erano qui andavano spesso _vicissim_
a l'audientia, zoè Legato, Spagna et Milano; quello dil Re de Romani
non ussia molto di caxa, et _etiam_ mons. di Arzenton, ambassador dil
Re de Franza. _Tamen_ stava admirato di quello havesse a seguire, et
cercava con ogni via de intender. Et una mattina, avanti el Re havesse
Castelnovo, andò in Collegio rengratiando, _nomine regis_, di la
benevolentia li havia dimostrato in questa impresa, et che havia bona
causa de esser sempre bono amigo di questa Signoria, et obligato a far
ogni cossa, usando dolcissime parole. Et per el Prencipe li fo risposto
sapientissimamente. _Tamen_ a Napoli el Re faceva puoco conto de li
oratori veneti, negandoli talor l'audientia, come scriverò di sotto.
Da Corphù per lettere di Alvixe Venier bailo et capetanio de dì 17
Fevrer, et zonte a Venetia a dì 25 Marzo 1495 con uno gripo, se intese
come da Costantinopoli veniva uno messo con lettere drizate a la
Signoria, de mercadanti, perchè ivi non vi era ni baylo ni ambassador,
copiose molto di nove, le qual da Turchi fonno trovate et tolte. Pur
capitato el messo le portava a Corphù, notificò al baylo come el sig.
Turco faceva una grandissima armata de più de vele 200 per ussir fuora
questo anno, et havia ordinato uno grande exercito, più che il padre
mai facesse, et questo per paura dil Re di Franza, non facesse quello
diceva le prophetie, et come li soi savii di la leze predicevano,
che la loro setta mahumetana in questo anno dovea patir grandemente
pericolo di _penitus_ esser _versa_. Et non molto da poi ordinò a 30
milia asappi dovesseno mettersi in pronto et venir a la Vallona. Et per
lettere di ultimo Zener da Costantinopoli, dirizate a Antonio Grimani
procurator, però che essendo fuora et a pena habuto el stendardo et
zonto a Corphù, che morto Zuan Moro fo eletto in loco suo procurator
di San Marco, la qual dignità _apud Venetos_ è la primaria driedo el
prencipe. Sono nove li primi et veterani patricii. Et ancor pur era
capetanio zeneral, et stete assà tempo come dirò de sotto. Or per
ditte lettere se intese Turchi volevano andar con l'armata a l'ysola
de Scyo de Zenoesi, et quella subjugar, sì come per li oratori dil re
Alphonso più volte era stà pregato volesse far, per haver Zenoesi dato
gran favore al Re de Franza, et ivi fabricata l'armata et tuttavia
li danno, _licet_ ditta ysola sia tributaria al sig. Turco. Per la
qual cosa Zenoesi, et più quelli de Scyo steteno di malavoia, et non
sapevano che farsi: _tamen_ non seguite altro, et l'armada dil Turco
non ussite, sino fo disfornita. Pur prima se intendesse el certo dette
da suspettar assà. Et per lettere di ditto capetanio zeneral, venute
in questi zorni, fo manifestato la quantità di l'armata facea, come
lui era da Costantinopoli de persona _fide digna_ advisato, zoè galie
80, 100 fuste grosse, 30 palandarie, con bombarde zuso che traze da
pope, 30 altre palandarie da portar cavalli et zente, 4 nave grosse;
et ancora l'exercito terrestre grandissimo, a la summa de 60 milia
persone, et che aspettava con desiderio el sig. Turco l'ambassador
dil Re de Ongaria, con el qual havia guerra, che ivi veniva per
pacificar le cose, et li voleva far ogni patto, a ciò non impedisse
el suo pensier de Ytalia. _Item_ come l'ambassador dil Papa et dil Re
di Napoli erano partiti da Costantinopoli, et venuti a la Vallona, et
aspettava de passar in Reame. Se divulgava el Turco haver dato danari
a ditto orator napolitano, et promesso de mandar X milia Turchi in so
aiuto. Et al tutto erano disposti ditti Turchi de ressister a questo
Re de Franza. Et è da saper, che dil mese di Zener 1495 a Napoli,
ritrovandose ivi l'ambassador di esso sig. Turco, fo publicato la paxe
fatta et sigillata tra lui et el re Alphonso de Napoli, come di sopra
ho scritto: et questo per confortar quei populi.
Et inteso questo da Venitiani molto si dolseno, che questo Re de
Franza dovesse esser caxon di far passar Turchi in Italia et ussir sì
grande armata in mar, et presono nel Consejo de Pregadi de augumentar
l'armada, et far metter banco, et armar in questa terra alcune galie;
et za li soracomiti erano eletti, a ciò ussendo ditta potente armada,
el colpho nostro, et le terre marittime non fusseno senza presidio, le
qual però _continue_ se fortificava.
In questi zorni per decreto dil Consejo di X fo mandato Alvixe Sagudino
secretario al sig. Turco, per advisar di la morte di suo fratello Giem
sultan, et di quella certificarlo, et _etiam_ per altre facende, a ciò
potesse advisar la Signoria dil seguito di la sua armata, et per esser
homo pratico et haver la lengua, parse di mandarlo più presto lui, che
elezer altro oratore, et _etiam_ per più prestezza. El qual la sera
medema, che fo a dì 6 Marzo montò in uno gripo et andò verso Corphù, et
zonto a la presentia dil Signor have più accetto la sua venuta che di
orator potesse esser zonto, per intender la certezza di la morte dil
fratello, la qual havia inteso et non la credeva, come tutto scriverò
più avanti, secondo el consueto mio.
Ancora domino Martino Albari episcopo di Durazo, essendo montato in
gripo per andar al suo episcopato, non essendo ancora partito de li
do castelli, per el Consejo di X, 7 Zener, fo mandato a retener, non
andasse di longo, ma a uno de li castelli dismontasse; et ivi stete cum
custodia, dove vi andò uno cao dil Consejo di X, et uno inquisitore
di ditto Consejo, con li nodari, a esaminarlo et veder si portava
scrittura alcuna. Questo era stato a trovar el Re de Franza, et havia
offerto a Soa Majestà, volendo andar contra Turchi, XX milia Albanesi,
et el Re have molto accetto, et li dette certe commissione, con le
qual se ritornava in Albania, per comover quelli populi, havendo però
prima dato noticia a la Signoria nostra. La qual, _prima facie_, mostrò
non curarsi; ma poi, considerando era suo homo, et havia el vescovado
in loro terre, non se impazando Veneti in niuna cossa, _etiam_ era
buono li subditi non se impazasse, non perchè non havesseno voluto el
prosperar dil Re contra infedeli, ma perchè sapevano bene el ne havea
poca voglia, et comovendo queste cosse, non seguendo poi nulla, el sig.
Turco harebbe potuto haverlo _multum_ a mal. _Tamen_ poi fu lassato con
admonitione _pro nunc_ non dovesse andar in quelle parte, et stete in
questa terra.
In questo tempo el Gran Maistro de Rodi, de natione franzese, armò una
barza de 300 botte con 60 homeni suso, et tre caravelle con le insegne
dil Re de Franza, et andò in corso in l'Arcipelago. Poi ditta barza si
conzonse con l'armata dil predetto Re in Provenza, et cussì fece assà
danno.
In Spagna per lettere de dì 17 Fevrer zonte a dì 5 Marzo al so
ambassador, se intese come el Re et Rayna con la corte era ancora a
Madrit, et che havia ordinato grande exercito, el qual a dì 10 Marzo
dovia esser in ordine, nè si sapeva dove el volesse mandar. Ben dette
fama contra Mori a lui vicini a li confini de Granata. Et era pregato
da li oratori dil re Alphonso dovesse romper al Re de Franza, essendo a
hora el tempo, sì per acquistar regno, _quam_ per non esser in Franza
chi quello difenda, per haver el Re el fior di le zente franzese con
lui. _Etiam_ aiutava caxa di Aragona, _tamen_ non volse mai romper, per
la bona paxe havia. Et come intesi, ne li capitoli, _inter cætera_,
vi era uno che esso Re prometteva non se impazar in le action dil
Reame di Napoli, le qual diceva el Re de Franza haver. Pur li soi
ambassadori mosse certo dubbio a ditto Re de Franza, come ho scritto
di sopra. L'armada soa veramente, zoè le 32 caravelle, capetanio
el conte de Trivento, erano zonte in Cicilia con lettere drizate
al Vicerè, nomeva don Ferando de Cugna, el qual avanti ditta armada
zonzesse, a dì do Dezembrio in Catania era mancato di questa presente
vita. Era di natione castigliano, et le sue robe fo portate a vender
in questa terra: le qual vidi, et era bellissime. Or per esser morto
ditto Vicerè, l'armada non fece altro ma ivi dimorò, et non era niuno
volesse averzer ditte lettere dil Re et Rayna drizate a questo Vicerè,
di quello haveva a far la ditta armata, ma subito scrivesseno in Spagna
comandasse quello a loro Altezze pareva. El qual za, inteso la morte
dil suo Vicerè, havea eletto uno altro chiamato mons. Joan de la Nuza
aragonese, era vicerè di Catalogna, el qual venne in Cicilia con le
galie di Barbaria per Vicerè, con gran triumpho ricevuto da Ciciliani,
et stete a Messina. Quello di ditta armada seguite, et di le cosse di
Spagna, intenderete più avanti.
Ancora a dì 23 ditto, zoè Marzo, per lettere di 5 dil presente mexe de
Spagna al ditto suo ambassador, per le qual intese la ferma opinione
dil Re et Rayna di voler esser in liga con questa Signoria etc.,
_etiam_ fu divulgato lo esercito predetto dovea andar a li confini
de Franza, verso Perpignano, non però per romper guerra ma per star
preparato, et che havia ordinato altra armata di barze et caravelle,
le qual dovea venir in Cicilia, capetanio don Consalvo Fernandes de
Agilar, castigliano, _etiam_ che el Duca di Alve, con una quantità
de gianezari (?) venirebbe. Ma _unquam_ si mosse de Spagna; _tamen_
la ditta armada seconda pur venne, et fo in aiuto da poi la liga di
re Ferandino a metterlo in Napoli, benchè tanto stette indarno che fo
disfornita.
In Alemagna Maximiliano re de Romani faceva preparatione de far la
dieta, et come li soi oratori erano in questa terra, dicevano havea
ordinato a dì 2 April, che le sue zente dovesseno esser preparate
perchè, o fatta o non ditta dieta, era disposto venir a Roma a
coronarse. Et fece uno editto, che tutte le terre franche contribuivano
in aiuto di Soa Majestà. Et morite in questo tempo uno Duca di Saxonia
molto exercitato ne le arme, di la qual morte Maximiliano have gran
dolore.
A Roma el Pontifice con reverendissimi cardinali consultava quello
dovesse fare. Era disposto non lassarsi trovar a Roma, ritornando el
Re de Franza, perchè el cardinal S. Piero _in Vincula_ con ditto Re
metteva grande odio con il Pontifice, et sarebbe stato contento di
nova eletione o di far scisma. Fo divolgato che esso Pontifice have
mandà bona parte dil suo in Ancona _secrete, tamen_ non fo la verità,
ma ben fece certi provisionati, et dette soldo ad alcune zente d'arme,
faceva fortificar el castello Santo Anzolo, sì de ripari _quam_ fece
cavar li fossi a torno, et deliberò de far che el Tevere passa per
Roma li andasse a torno in ditte fosse, le qual continuamente si cava,
et cavando trovono musaichi, porfidi, serpentini et medaie, et altre
cosse bellissime. Et a dì 14 Marzo cavalcò con la corte de Cardinali et
oratori a torno ditto castello, poi andò zerca mezo mio fora de Roma a
spasso per ricrearsi alquanto. Et essendo zonto a dì 7 Marzo Hieronimo
Zorzi cavalier, ambassador decreto a Soa Beatitudine, _etiam_ vi era
ancora Paulo Pisani, con li quali consultava de li rimedii opportuni
contra questo Re de Franza. Ma in questo mezo, per interposizione di la
Signoria nostra con el duca de Milano, el qual mandò molto celeramente
Alvixe Becheto a Nepi, fo pacificato le cosse dil cardinal Ascanio
vicecancellario con el Summo Pontifice, che, come scrissi, da poi
partito el Re de Franza di Roma, più non era voluto andar a Roma ditto
cardinal et seguiva l'odio havia al Papa; et hora, a compiacentia
dil fratello, per molti respetti volse ritornar. Et cussì a dì 8
Marzo intrò in Roma con grande honor, et andò poi a visitatione dil
Pontifice, dicendo: _Recedant vetera, nova sint omnia_. Et spesso erano
insieme a consultatione, perchè era necessario per le cose occorrente,
_maxime_ per la liga si tramava a Venetia, la qual molto dal duca de
Milano suo fratello era desiderata, per dubito havea di non perder el
stado suo.
Ancora zonse a Roma el Cardinal mons. Samallo, venuto di Fiorenza in
questi zorni; _tamen_ el Pontifice scondeva di lui le pratiche di la
liga si tramava. El qual Cardinal pur ne intese qualche parola, et
poi andò a trovar el Re. Zonse a Napoli a dì 14 Marzo, come dirò di
sotto. Et _etiam_ vi zonse a Roma quello ambassador di re Alphonso fo
qui, nominato di sopra, chiamato Hieronimo Sperandio dottor, et, stato
alquanto, _demum_ ritornò a Napoli. Oltra di questo vi entrò in Roma
200 homeni d'arme con li cariazi di la compagnia dil sig. Virginio
Orsini et Conte di Petigliano, i quali fuziteno quando lo exercito
aragonese da loro medemi si messeno in foga.
A Venetia adoncha si tramava la liga, la qual have principio _volente
Deo,_ perchè niun orator primo disse voler far liga, et _tamen_ poi
tutti fonno d'accordo de conligarse: et questo per il sapientissimo
Governo di la Signoria nostra. Et in questo tempo, al principio de
quaresima, cominciò le pratiche de ditta liga: et _veneti patres_
erano molto occupati in dar risposta a li ambassadori andavano a la
audientia, che era bellissimo veder ogni mattina andarvi, et tutti
havea fatto capo in questa terra, come quella che non havea ambition
de acquistar stado, ma ben per conservar _pacifice_ Italia. Quelli de
Milan sollicitava ogni mattina, dicendo non esser tempo de aspettar,
et lui solo era contento legarsi con questa Signoria, però che in
Italia non reputava fusse altri stadi che Venetia et Milano, come
era la verità, per essere do grande potentie; et _etiam_ esso Duca
deva danari et prestanze a le soe zente, et quelle faceva metter in
ordine, et sollicitaveno de haver risposta. Quelli dil Re de Romani
non se curava di altri che di la Signoria, et _prima facie_ mostrò non
voler Ludovico, per non esser iuridico Duca, et di lui non volevano
aldir parola, nè nominar Ludovico, ma ben el Stado de Milano. Quanto
queste parole indicava, lectori vi lasso considerar. Quello de Spagna
_etiam_ non se curava de esser ligato con altri che con la Signoria,
nè el suo Re li havia dato comissione de ligarsi con altri, nè poteva
haver saputo[125] come questi oratori volevano far liga. El Pontifice
non se lassava intender: hora era contento, hora dimostrava non farne
caso, et era in amicitia col Cardinal di Napoli di casa Caraffa, el
qual havia ribellato ad Aragonesi, et teniva da questo Re de Franza:
questo perchè a Caraffeschi non havia tolto, _imo_ conferito ogni sua
intrata, et cussì a ditto Cardinal lassato li beneficii havia in Reame.
Et cussì Venitiani erano in _magnum quid_ in convegnir adatar tutti
questi oratori varii, i quali però tutti volevano liga, nè si poteva
acordar il modo: unde _sæpius_ si faceva consegli, et _inter patres_
disputatione. Quello seguite poi, lezendo intenderete di sotto il
tutto. Ma a le cose di Napoli et successo dil Re de Franza ritorniamo.
_Come el Re de Franza habuto Castelnovo comenzò a bombardar Castel dil
Uovo et quello fece a Napoli._
A dì 7 Marzo havendo el Re de Franza habuto Castelnovo, et _etiam_
in questi zorni la fortezza de Pizofalcon situada sopra uno monte
fuora di Napoli, la qual senza contrasto si rese, et a dì 9 comenzò
a far bombardar Castel dil Uovo, edificato in mar, _tamen_ ha uno
brazo assà stretto per el qual si vien a la terra, et volendo li
custodi difendersi era inexpugnabile. Et el Re _ex opposito_ fece
piantar le bombarde, ma quelli di ditto castello, subito che 'l Re
have Castelnovo, murono la porta. Et a dì 10 el Re andò a disnar a
Pizofalcon, ch'è quella roca nominata di sopra, situada su quel alto
monte, per mezo Castel dil Uovo, et qui stete tutto el zorno a veder
bombardar el ditto castello, et fo buttato assà muraglie a terra.
Mandò mons. di Lasparra vicerè in Puia, et mons. de Obegnì vicerè in
Calavria. Ancora fece uno editto, che tutti li calafai et marangoni dil
Reame venisse a Napoli, perchè voleva far tajar arbori, et _reliqua_
preparar, per far una grossissima armada. Et a Zenoa se preparava per
Soa Majestà galie X, et li ambassadori veneti fonno a parlamento con
Soa Majestà, notificandoli come la Signoria li advisava le nuove dil
Turco, et come faceva grande armata. Et lui rispose: provederemo a
tutto. Et _conclusive_ non faceva quella compagnia a ditti oratori,
qual da prima solea far, et raro li dava audientia.
A dì 12 ditto zonse a Napoli don Ferante fiol dil Duca di Ferrara, et
Piero di Medici, i quali erano stati fin hora a Roma.
El Re, habuto che ebbe Castelnovo, et li custodi con lor robe ussiti,
altri restati con esso Re, altri andati dove a loro parse, comandò
fusse riconzato dove le bombarde havia fatto danno, et _maxime_ el
ponte el qual era roto. Et conzato che fu, se partì de Castel de
Capuana, et venne alozar in ditto castello, dove soleva habitar li Re
aragonesi.
_Et accidit_ che a dì 6 ditto venne a presso Napoli don Fedrigo con
do galie et una galiota, et mandò a dimandar al Re salvo conduto, et
uno de soi primi baroni per ostaso, che 'l volea venir a parlar a Soa
Majestà. Et el Re li fece salvo conduto, et mandò sopra el schifo suo
cosino mons. de Lignì per ostaso in galia. Et don Fedrigo venne da Soa
Majestà; el qual era sopra le bombarde a sopraveder. Et dismontato del
schifo, li venne contra alcuni baroni soi amici et parenti franzesi,
per caxon di la prima moglie soa che fo franzese; et quello ricevuto
con gran benivolentia, parlando a la franzese, montono a cavallo et
veneno a trovar el Re. Et come fo a la soa presentia, dismontò, et li
volse basar li piedi; et el Re non volse, _imo_ li fece gran careze;
pur tanto fè don Fedrigo che li basò la man. Et poi, fatto le debite
acoglienze, et usato le parole acomodate, montono a cavallo, però
che esso Re andava a cavallo per Napoli molto familiarmente, hora
con 100 cavalli et hora con X, sì come si atrova, non servando alcun
decoro; et andono a torno la terra. Un poco poi esso don Fedrigo si
tirò con el Re sotto un certo arboro da canto de li altri, et loro
do soli steteno a parlar per spatio de zerca hore 3, et non vi era
a presso niuno. _Demum_ el Re chiamò tre soi baroni et consegieri di
primi, et pur ancora parlono; et non potendo concluder alcuna cosa,
don Fedrigo ritornò in galia, poi in Castel dil Uovo, et mons. Lignì
venne in terra. Poi andò alcuni franzesi, zoè quelli soi parenti et
amici, a parlarli in castello, i quali tratavano di acordarlo con
el Re; _tamen_ non potendo ottenir nulla, montono in galia. Et (_don
Federico_) ritornò a Yschia, dove era el re Ferandino con 14 galie.
Quello feceno scriverò di sotto. Essendo stato però Ferandino al castel
di Gaeta a sopraveder, el qual ancora se teneva et continuamente era
bombardato. Ma è da saper che don Fedrigo dimandò do cosse al Re de
Franza. La prima che el re Ferendo suo nepote era contento di venir
a inchinarsi a Soa Majestà, _dummodo_ non perdesse el nome de Re, et
che li daria tutto el Reame, zoè l'Apruzo, Puia et Calavria, et lui
restasse con Napoli solamente, a ciò che 'l nome de Re, come ho ditto,
non se perdesse; prometendo di darli tributo, et che quello regno fusse
suo come quello de Franza, et che tutte le fortezze restasse in le
sue man per sua securtà. Et non voglio restar de scriver questo, che,
intrato che fo el Re de Franza in Napoli, comenzò titolo nuovo, zoè:
_Carolus Franciæ Siciliæ atque Jerusalem rex_, sì come era el titolo de
re Alphonso. La seconda richiesta fo che a lui, don Fedrigo, dovesse
lassar el Principato di Alte mura, però ch'è di la dotta sua, et el
contà de Matalon che fo de soa madre; et che lui vegneria sotto Soa
Majestà. A la qual richiesta el Re rispose: prima che Ferandino non se
pensasse de haver niun stado in Reame, come sempre lui ha ditto, ma ben
in Franza li prometeva stado condecente; secondo che a esso don Fedrigo
non li voleva dar a lui ditti contadi, ma ben investiria le donne di
quelli, et li faria privilegii che lui scodesse le intrade; _tamen_ che
'l voleva che lui venisse ad habitar in Franza, dove oltra di questo
che li dava di qua, _etiam_ in Franza li prometteva di dar el dopio
di stado, ma che per niente non voleva aragonese niun in Reame, _imo_
che quel nome fusse estinto. _Unde, re infecta_, don Fedrigo ritornò a
Yschia, come ho ditto. Et ancora prometteva el Re de dar a don Ferando
re una sua neza, fiola dil duca di Borbon suo cugnado, con ducati 60
milia de intrada.
Et non restava continuamente Franzesi de bombardar Castel dil Uovo.
Quelli di Otranto et Galipoli aspettavano l'araldo dil Re per rendersi.
A Rezo (_Reggio_) città in la Calavria, tumultuando tra loro, essendo
l'armada de Spagna poco lontana, et _etiam_ quella terra vicina alla
Sicilia ch'era de ditto Re de Spagna, levono le bandiere sue; ma poi
a dì 10 Franzesi l'have. Et el Re, cussì come le terre et castelli
si rendeva, fatti li capitoli con loro, quelli erano de baroni
retrovandese vivi, zoè de quelli che al tempo di la rayna Zuanna
possedeva, li conferiva et concedeva facendo soi privilegii; et non
(_trovando_) de quelli, donava a soi baroni franzesi. Et si tenne per
lui _solum_ 12 terre et Napoli; el resto, zoè l'intrate, conferiva et
dava a Franzesi come ho ditto, i quali cercava de venderli, et grande
intrata dava per picola quantità denari; et, come vidi una lettera
de 17 Marzo, Franzesi dava ducati 100 d'intrada a l'anno per ducati
200, et li faceva li soi instrumenti, ma non trovavano da vender, et
cussì fonno in richiedi, et in Napoli pompizavano d'oro et di seta
che era una magnificentia a veder. Et Zuan Jacomo di Traulzi _palam_
dimostrò de esser acordà con el Re, et habuto danari cominciò a soldar
zente italiane. Et come per lettere de Ferara se intese dal Vicedomino
nostro, che era una fama che ditto Traulzi doveva venir in Romagna
con 50 squadre, _tamen_ mai se partì dal Re, et con lui ritornò in
Franza. Napolitani erano pur malcontenti, perchè ogni zorno havevano
cosse et affanni novi: et per Napoli se andava armati, et el Re voleva,
oltra el dacio di le piegore, _etiam_ una certa angaria, la qual per
don Alphonso era sta avanti el tempo scossa, et però Napolitani non
sapeva che farsi, et si doleva di la loro fortuna, volendo volentiera,
potendo, ritornar sotto caxa di Aragona et non sotto Franza. El
sussidio caritativo de uno ducato per fuogo el Re mandò a dimandar in
l'Apruzo, Puia et Calavria, el qual, _ut mos est_, saria assà danari,
da ducati 100 milia in suso. Secondo la consuetudine de Franzesi de
voler sopra tutto star a piacere con donne, et el suo clima a Venere è
molto dato, cussì questo Re seguiva assà li so piaceri, sì per esser
in una età atta a questo, _quam_ perchè soa natura cussì richiedeva.
Et varie sorte de donne qui in Italia provò, le qual li era portate
per li soi Franzesi. Et intrato che 'l fo qui in Napoli accadete che
se inamorò in una madona Lionora da Marzano, fia della duchessa di
Malfi, orfana, la qual el re Alphonso havea dato a suo padre el contà
de Celano; ma ditto conte venuto col Re de Franza, esso Re li dette el
suo contado. _Unde_ questa donna vedendo essere expulsa, la madre la
menò in castello dal Re, vestita d'oro, sopra una careta ben in ordine;
et pregò Soa Majestà non li volesse tuorli el suo stado, dimostrando
lo possedeva con ogni ragione. _Unde_ el Re, vedendola sì bella, fo
contento di lassarli ditto contado, et privò el conte di quello, et
fece privilegii a questa donna. Et era tanto el ben che li voleva,
che ogni zorno voleva ditta madona Lionora venisse in Castello, et per
Napoli era chiamata soa favorita. Et è da saper che soa madre è sorella
di la moglie di Marc Loredan fo di Antonio cavalier et procurator,
la qual prima fo maridada nel duca Vlacho (?). Ma poi el Re li venne
fantasia di mandar per la sua altra, la qual la tolse a Guastalla in
Parmesana venendo in Italia, et era come intesi dil parentè di quei di
Gonzaga; la qual la lassò in custodia a Lucca. Et cussì questa zonse
lì a Napoli la settimana santa, et d'indi ditta madona Lionora non
frequentava il venir cussì spesso in Castello, pur veniva a le fiate,
_et hæc satis._
El Re non havea piacer di niuna virtù, nè canti, nè soni, nè buffoni;
ma pur, venuto in Napoli, trovò do buffoni che fu di re Alphonso, i
qual pur andavano qualche volta a darli piacer. Era ancora uno mato,
chiamato fra Zuane, el qual essendo in Castelnovo, et dimandando
Franzesi: chi viva? lui non potè star che non dicesse: Re Ferando di
Aragona! Et Franzesi, non haveno rispetto a la soa pazia, ma lo butò
zoso di le mure, et morite; che tutto Napoli ne have dolor, perchè era
piacevol stolto.
A dì 13 Marzo vedendo el Re che quelli di Castel dil Uovo se teniva, et
le bombarde, le qual erano piantate a Pizofalcon sopra el monte, havea
bombardato tre zorni et butato zo un pezzo de moro, et con quella nave
dil Cardinal di Zenoa et altri navilii voleva farli dar la battaja;
_unde_ li mandò a dir che non si rendendo per tutto quel zorno, el
Re non li voleva più a pati. Et li custodi pavidi levono le insegne,
zoè uno segno di volersi aboccar: et dato la fede per el Re, venisse
liberamente a parlarli, venne fuora di ditto castello do, li quali
fonno a parlamento con el Re, et concluseno di rendersi salvo l'haver,
et le persone, et quello che a loro era sta donato per re Alphonso et
re Ferdinando, volendo però termine zorni 8; et che si in 8 zorni el
suo re non li manderia soccorso, ex nunc leveriano le bandiere di Soa
Majestà, et che dentro mandasse el Re chi a lui piaceva. Et el Re vi
mandò tre: el Principe di Salerno, mons. di Biamonte et uno altro suo
barone. Aduncha essendo sta bombardato _solum_ tre zorni, et 6 da poi
renduto Castelnovo, che era inexpugnabile, si rese. _Et est mirum_ che
Aragonesi non habbino habuto niuno che li sia sta fidelissimo, et ogni
cosa senza battaglia se habbi renduto a questo Re de Franza.
A dì 14 ditto venne mons. di Samallo cardinal, era stato a Fiorenza
et Roma, et advisò el Re havia inteso de una certa liga si faceva a
Venetia. Et andati li do oratori veneti a soa visitatione, però che
Paulo Trivixano a dì 15 have licentia de ritornar a Venetia, la qual
ge fu data per avanti, che _quam primum_ li castelli el Re havesse
ottenuti, dovesse quando a lui piaceva partirsi de lì. Or a dì 15 come
ho ditto, ditti ambassadori andono a visitar questo Cardinal, el qual
li disseno: _Domini oratores_, io son sta a Roma, et ho inteso de una
certa liga si vuol concluder a Venetia contro el Roy nostro, usando
assà strane parole; dicendo: io ho ditto al Pontifice che non fazi
tal cossa, nè vogli aldirne parola, perchè el Roy è potentissimo, et
havia Dio con lui et la justicia. Et che l'intendeva di Maximiano Re
de Romani, _tamen_ che el suo Re con una lettera li faria far quello
lui volesse. Dil Re di Spagna, che havevano paxe bona, et datoli do
contadi, zoè di Rossiglion et Cerdania, et che mai non credeva volesse
romperli la fede. Che la Signoria nostra non havea causa di farlo,
per la lianza promessa. Et che el sig. Ludovico si l'andasse troppo
zercando tal cosse, lui saria il primo batuto, _maxime_ sapiando
el Duca di Orliens esser in Aste a lui propinquo. _Unde_ li nostri
oratori sapientissimamente risposeno, che non sapevano nulla di tal
cosse, jurandoli sacramento. Et questo fo essendo a tavola, però che
li volseno dar un pasto. Et Samallo disse: mons. di Arzenton _etiam_ ha
scritto al Roy, ch'è una fama in Rialto di questa liga. Et subito ditti
oratori scrisseno a la Signoria. _Tamen_ el Re havia una gran paura, et
sollicitava molto el suo partir, facendo più denari il poteva: et tutto
dimostrava voler ritornar.
A dì 16 partì de Napoli dal Re per ritornar in Franza mons. Marescalco
di Bertagna con cavalli 2000, et uno altro baron; et _quam primum_
poteno ritornono ne' loro paesi.
In questo zorno medemo el prefetto de Roma signor de Senegaia venne
a Napoli, et alozato in caxa dil Principe di Salerno si amalò di una
malattia che fo molto longa, et de lì alquanti zorni andò a Senegaia
pur amalato, et più volte fo ditto esser morto. Questo è cugnato del
Duca de Urbin.
In questo tempo el Re de Franza mandò uno suo ambassador al Pontifice,
chiamato mons. Frances de Nusemburg sig. de Gran Mason, a dimandar la
investison et coronation dil Reame di Napoli. El qual zonse a Roma
a dì 28 Marzo. Ancora per avanti havia scritto al Cardinal de San
Dyonisio, che dovesse advisar el Papa come el suo Roy voleva esser
per la Settimana Santa in Roma, et ivi far le feste di Pasqua. Per la
qual cosa el Pontifice stava molto sospeso, nè sapeva che risponder
dovesse. Et per lettere de 18 Marzo de Napoli se intese come el Re per
el continuo star sopra le bombarde, per inanimar quelli trazevano, a
ciò vedendo el Re facesseno miglior colpi, li venne certe rossure su
la persona. Zoè andato a Pozo real, ussito di Napoli per recreatione,
tornato che 'l fu si butò al letto, et stette tre zorni in letto, con
mal dubitavano di fersa, havendo habuto in Aste le varuole. Et che
nostri ambassadori non erano carezati come da prima; et do volte fonno
in castello per aver audientia dal Re, et, aspettato assai, poi fonno
licentiati, dicendo el Re non li poteva parlar: sì che dimandavano
licentia, digando steva ivi con puoco honor di la Signoria. La qual
cosa per Venetiani non fo data, a ciò, mentre stesseno, se intendeva
li soi progressi, et_ etiam_ non era tempo. Era lì a Napoli con el Re
4 cardinali: San Piero _in Vincula_, el Cardinal de Zenoa, Curzense et
Samallo.
Ferandino veramente in questo mezo con don Fedrigo, Marchexe di Pescara
et altri se ritrovava a Yschia con 14 galie, et ivi fortificava quella
fortezza. Et è da saper che zonto che fu esso re Ferandino a Yschia,
però che andava in su et in zoso avanti fosse resi li castelli,
volendo intrar nel castello de Yschia, el castellano era di Aversa
par recusasse, ma pur a persuasione di la Rayna et altre donne, che
tanto lo pregò, fo contento di lassarlo intrar. Et intrato, inteso el
mal voler dil castellano, fo ditto lui medemo li dette di uno pugnal
nel petto, et lo amazò, et cussì a uno suo fiul. Altri disse quelli fè
retenir, _sed quomodocumque res se habeat_ mutò el castello et montò in
galia, volendo menar la Rayna a Mazara in Sicilia, et andar a trovar
suo padre, el qual era ivi con alcuni frati. _Etiam_ fo divolgato
don Fedrigo voleva andar dal Turco a dimandar soccorso, et _tamen_
non andò. Ma Ferandino, havendo menato con lui el fiul dil Principe
di Rossano era in preson in Castelnovo, quello in galia maredò in la
sorella dil Marchexe di Pescara, bellissima donna, fo contessa di la
Cera, la qual era andata con la Rayna fuzendo da Franzesi. Et el fiul
dil Principe di Salerno lo mandò a donar al padre; et ancora mandò uno
suo ambassador al Duca de Milano, el qual mostrava volerlo aiutar,
et era gramo dil favore havea dato al Re de Franza, nomeva Scipio
di Filomarino cavalier napolitano, el qual a la fin de Marzo venne a
Venetia et alozò in caxa di l'altro suo oratore, et poi andò a Milan et
si ritrovò al publicar di la liga.
A Napoli vene el sig. Virginio Orsini et el conte di Petigliano con
segurtà di Prospero Colonna et altri, di ducati 100 milia. _Tamen_
haveano pur custodia. Et volevano dimostrar al Re non esser presoni,
ma presi sotto la fede data a loro di bocca di Soa Majestà, _licet_
non fusse in scrittura; et a la fin fo data la sententia per loro, come
dirò più avanti._ Tamen_ el Re mai li volse dar licentia, a ciò non li
facesseno guerra, essendo accordati per capitani con qualche Stado,
_maxime_ divulgandosi ditta liga si faceva; la qual molto Franzesi
_intrinsice_ temeva, dubitando non esser serati di mezo, et non potesse
ritornar in Franza.
El Cardinal Curzense venuto di Roma, come ho ditto, a Napoli per esser
franzese,_ licet_ a requisitione di Maximiliano fusse creato, exortava
el Re de Franza a dover far expeditione contra Turchi, et molto a
questo se faticò, et _etiam_ scrisse alcune lettere a la Signoria, le
qual fo lette in Pregadi et conteneva che Venetiani dovesse scriver a
li soi oratori erano in Napoli, che con lui dovesse pregar la Majestà
dil Re a tal impresa de infedeli, perchè dal canto suo faceva ogni
cossa. Questo faceva per essere povero cardinal, et havea poca intrada,
nè dil cappello il Pontifice li voleva dar li ducati 1000 a l'anno si
consueta a dar da la Camera Apostolica a tutti Cardinali: et questo
perchè non feva residentia in Roma. _Unde_ facendo requisitione contra
infedeli si harebbe fatto qualche cruciata, _ergo_ etc.; la qual cossa
non fo voluta far da nostri per la bona paxe si havia col signor Turco.
A Gaeta tenendose la roca o vero castello pur per Aragonesi,
continuamente Franzesi la bombardava; ma quelli custodi poco se curava,
perchè non li faceva molto danno, et haviano dentro assà vittuarie, et
con sue artigliarie rispondevano a quelli di la terra. Et Franzesi,
i quali non usano bombarde come le nostre italiane, ma sono a modo
passavolanti, che buttano ballotte grossissime di metallo et ferro,
et questo vien che sbusano li muri dove trazeno, et assà da longi,
come faceva a Napoli a Castel dil Uovo, che quasi do mia lontano lo
bombardava.
Ma qui a Gaeta vedendo Franzesi non poter far nulla per la via
bombardava, mutò le bombarde, et quelle messe in una chiesia di San
Francesco, et buttò parte di le mura di ditta chiesia a terra, per
poter meglio trazer e far repari. La qual cossa fo causa de far che
li custodi atendesseno a dover prender partito de renderse, maxime non
aspettando alcun soccorso di re Ferando, et intendendo li castelli de
Napoli erano resi e tutto el Regno quasi venuto sotto Franzesi. Et
volendoli dar la battaglia, li custodi deliberorono de renderse, et
Franzesi non li volseno far altri patti, se non che li voleva sparagnar
la vita, altramente, aspettando la battaglia, tutti sarebbe impicati.
Et non potendo far altramente fonno contenti. Et a dì X Marzo li
aperseno le porte, et Franzesi intrò in la roca, et li custodi senza
vestimenti, come fo detto, fonno mandati fuora, havendo de gratia de
haver habuto la vita. Et cussì haveno ditta fortezza.
Ancora, come per lettere di 23 da Napoli, se intese come ivi erano
oratori di Otranto et Galipoli per fermar li capitoli col Re de Franza
et volerse render. Et firmati, el vicerè di Puia mons. di Lasparra ivi
andò, et habutoli, andò a Misagne vicino a Brandizo; ma lì era Camillo
Pandon, vicerè per el re Ferandino, el qual stava in Misagne, et fo
causa Brandizo mai volse rebellar ad Aragona. Taranto, dove prima era
Cesare de Aragona, fo fiol natural di re Ferando vechio, a dì 29 Marzo
mandato fuora li cittadini, questi erano per casa di Aragona, si deteno
a Franza, et cussì molti altri luogi, sì in Puia _quam_ in Calavria,
e tutti di volontà. Quelli si volseno tenir, li quali saranno nominati
di sotto, si teneno, et non fonno combattuti; sì che, si ancora queste
altre terre havesse voluto far el suo dover, questo Re de Franza non
prosperava tanto.
Et vedendo el Re che Yschia, benchè fusse ysola, era molto vicina a
Napoli, et era receto di re Ferandino, deliberò de far conzar certa
armata lì in Napoli per mandar a tuor ditta fortezza. Ma Ferandino
ancora era lì con le XIIII galie et la Rayna, _tamen_ aspettavano
tempo per passar in Sicilia, et in compagnia con la Rayna se ritrovava
l'Arciepiscopo di Taragona, per nome di suo fratello Re di Spagna, come
scrissi di sopra. Et _etiam_ in questi zorni vi zonse uno altro oratore
di esso Re de Spagna, chiamato Maistro Rational, el qual fo quello
venne a Venetia, et andò per mar, dismontato fo preso da Franzesi et
spogliato, poi, presentata al Re la commissione andava alla Rayna, li
dette salvo conduto, et lo lassò andar a Yschia. _Et accidit_ che el Re
de Franza fece tramar acordo con el castellano de Yschia, promettendo
8000 scudi se li dava la fortezza: ma, inteso questo, Ferandino vi
messe custodia più fidata, et ditto castellano, come fo divulgato,
fece annegar, altri disseno lo retenne. Et quello seguite di lui non se
intese.
La rayna Anna de Franza moglie di Carlo re, el qual in Italia a questi
tempi se fa nominare, et suo cognato duca di Borbon, inteso el felice
successo nel Reame, scrisse una lettera al Re, alegrandosi molto,
notificando per tutta la Franza esser sta fatto bellissime feste et
dimostratione di allegrezza; _tamen_ lo confortavano a repatriar,
notificandoli non li poteva mandar danari, perchè li populi non
volevano pagar angarie, et queste tal lettere fo bona causa di la
pressa che faceva esso Re de partirse de Napoli: _tamen_ prima voleva
aspettar a dì 25 April, che era el tempo de scuoder le doane di le
piegore, che era ducati 60 milia, nè più se parlava de andar contra
Turchi, come nel principio de questa impresa havia sempre ditto; et
de ritornar tra loro parlavano. Et tutti zercava far danari, al meglio
potevano; et Roma, Fiorenza e Milano non mancava di far qualche danno,
pur parlavano di questa lega._ Unde_ el Re si pensò de voler disturbar
ste pratiche, et fece uno orator in questa terra, et uno a Milano, et
voleva dar partido, et qual stado con lui più presto si aderiva l'altro
restasse con lui inimicitia: et quello veniva a Venetia era mons. de
Miolano, et a Milano mons. de la Tremoila, baroni soi di primi et dil
suo conseio secreto, i qual tanto indusiono a vegnir, che seguite la
liga, et non li volse più mandar, perchè non poteva haver effetto le
imbassate soe.
Ancora a Roma remandò ambassador Filippo mons., come di lui più
diffusamente sarà scritto. Et tra quelli lo consigliava era varie
opinione: altri diceva el meglio saria venir a Zenoa, et ivi per mar
andar in Provenza; altri volevano ritornasse per la via medema che era
venuto, et cussì fece, et stavano su queste pratiche et consultatione.
Piero de Medici continuamente pregava Soa Majestà lo riponesse nel
Stado, o vero venisse a dominar Fiorenza. El cardinal San Piero _in
Vincula_ voleva venisse a Roma a dismetter el Papa e farne un altro.
El cardinal de Zenoa et domino Obieto, ai quali perdonò ogni offesa,
volevano venisse a Zenoa. Zuan Jacomo di Traulzi a dani de Milano. El
cardinal Curzense, come ho ditto, contra a' Turchi. Sì che _inter eos
variæ opiniones dicebantur_. Napolitani pur erano mal contenti per le
insolentie, però che stava ne le soe caxe, manzava et beveva, toleva et
usava la roba loro come soa propria, et più che vergognava le donne,
et tal, non volendo consentir, le amazavano; et alcune maridate, da
poi consentitoli, per tuorli li anelli havevano in dito, li tagliava
li diti, come da persone che ivi in questo tempo se ritrovava intesi:
cosse intollerabele. Et non potendo quelli meschini più soportar,
andono a dolersi al Re, el qual mostrò molto li dispiacesse tal
violentie; ma pur a tanto exercito non havendo da darli dinari nè le
sue page, mal poteva remediar: pur trovato alcuni giotoni, ne fece
impiccar 6; la qual cossa fo assà de timor; benchè tal provision fusse
tarde, et za Napolitani erano disperati, et contra Franzesi harebbono
fatto ogni mal che havesse poduto.
Fo aviato in questi zorni 4000 cavalli de Franzesi verso Roma; ma poi,
successo la liga, li fece ritornar a Napoli. Et questo basti a le cosse
de Napoli.
Napolitani non potendo suportar le inzurie li fevano Franzesi, feceno
alcuni una conjuration de amazar el Re de Franza, quando l'andava alla
Nonciata: ma tal cossa fo discoverta et notificata al Re; et fo preso
doy di conjurati, et _deinde_ el Re se riguardava de andar come prima.
La qual cossa se intese a Venetia per lettere di oratori nostri de dì
29 Marzo, et zonte a dì 3 April; et come uno frate discoverse tal cosa,
et che el Re havia passato uno grande pericolo, perchè erano disposti
di amazarlo.
_Cose seguite a Venetia et a Milano et Fiorenza fino al concluder di la
liga et in questo mexe de Marzo 1495._
Intendendo Venitiani per molte vie di l'armada grossissima faceva el
Turco, et grande exercito, deliberorono di far provisione sì da mar
come da terra, et elexe 28 Fevrer capetanio di le nave armade Thoma
Duodo, era stato capetanio di le galie di Barbaria, et in mar assà
exercitato patricio; et di brieve, come dirò, lo mandò in armada
sopra una nave di comun, di botte.... Et _etiam_ preseno di armar do
altre nave grande di comun, patroni di le qual elexeno nel Consejo
de Pregadi Alban D'Armer et Daniel Pasqualigo, el qual altre volte
era stato patrone. Et a dì 2 Marzo nel Mazor Consejo, per scrutinio
del Consejo de Pregadi, fo eletto Proveditor in armada a presso el
capetanio zeneral Bortholomio Zorzi, che _alias_ fo provveditore a
Gallipoli a tempo di la guerra di Ferrara, et fratello di Hieronimo
cavalier, era ambassador a Roma; el qual _libentissime_ accettò. Et el
zorno fo publicato la liga messe banco, come dirò di sotto, et andò
poi in armada benissimo in ordine. Oltra di questo a dì 7 April in
Pregadi elexeno XV sopracomiti, benchè ancora altri ne fusse eletti che
ancor non havia armato, et 9 patricii fuora in armada. Questo perchè
Venetiani al tutto volevano aver grossa armada, ussendo el Turco, di
galie 40 et nave.... senza le altre vele et galie de viazi, che a li
bisogni se mandano in armada: _tamen_ non fo bisogno; pur haveno grossa
armada de galie 36, come al loco suo il tutto sarà scritto. Et in
l'Arsenal continuamente se fabricava galie. Li arsilii andono per li
stratioti in questo tempo zonseno in la Morea, et comenzono a cargar,
benchè do de ditti arsilii in questo mexe de Marzo per fortuna sora
el porto se averse, et convenne ritornar in l'Arsenal a riconzarsi.
Ancora fo dato prestanze et sovention a le zente d'arme, a ciò al
bisogno fusseno in ordene. Et ordinato de far la mostra in uno zorno in
le terre dove erano alozate; la qual fo fatta dil mexe di Marzo, come
intenderete lezendo. Le qual cosse judicavano Venetiani volevano far
fatti, come feceno.
In questi zorni morite do condutieri strenui di la Signoria preditta,
assà veterani ne l'arte militar; a Roman in Bergamasca Zuan Antonio
Sharioto, havia cavalli 300; et poco da poi, a Ruigo, Alexandro dil
Turco, _etiam_ havia cavalli 300: homeni ambedoi armadi da la Republica
nostra; et la loro conduta fo poi partita tra li altri conduttieri.
Ancora nel Consejo di Pregadi condusseno, per via de li ambassadori
era a Napoli, Zuan Paulo di Manfron, vicentino, el qual era stato al
soldo dil re Alphonso, et li detteno cavalli 200. Et cussì partito
de lì venne in queste parte, ma fo molto tardivo. _Etiam_ li detteno
25 balestrieri a cavallo. Et benchè le decime dil Monte Nuovo fusse
pagate molto volentieri, non voglio restar de scriver questo: che mons.
di Arzenton de Franza volse andar insieme con Alvise Marcello, era
alle Raxon Vecchie, a la Camera de li Imprestidi per veder el modo se
pagava et scodeva. Et visto in quel zorno gran moltitudine de brigata
che portava danari, _adeo_ el cassier non poteva suplir de scuoder,_
unde_ ste molto admirato, che in li altri luogi si stenta assà avanti
che si possi haver pur una minima quantità, et qui scodevano tanti
danari portati da cittadini nostri _voluntarie._ Or perchè pur ne
restava debitori, nel Consejo di Pregadi elexeno tre Savii a le Cazude,
executori di le quattro decime imposte _quam_ di quelle se metteva per
giornata: li qual avesseno a raxon de ducati X per cento di pena di
quello scoderanno; uno de li qual attender dovesse a debitori dil Monte
Vecchio, l'altro dil Monte Nuovo, et il terzo a le decime del Clero: et
fonno eletti Mathio Donado, Hieronimo Orio, et Alvixe Loredan, i quali
tutti erano dil Consejo di Pregadi, _licet_, non vi essendo, per ditto
officio vi poteva intrar. _Etiam_ questi havea do exatori, Bertuci
Loredan et Lorenzo Manolesso, fatti _alias_ per Collegio, _licet de his
hactenus_.
Continuamente erano Venetiani su pratiche de concluder la liga,
exortati da diversi oratori, _maxime_ da quelli de Milan, benchè
qualche controversia fusse di adatar con li oratori dil Re di
Romani, perchè non havea commissione di far liga insieme con el duca
Ludovico, _rationibus superius allegatis_; et per questo se stava
tanto a concluder. _Etiam_ perchè se aspettava lettere di Spagna et di
Maximiliano. Et tal pratiche al principio erano condutte nel Consejo
di X con la Zonta; el qual spesso se reduseva; _tamen_ pur _etiam_
conferiva nel Consejo di Pregadi. Et a ciò si concludesse presto,
per Collegio, con autorità habuta dal ditto Consejo di Pregadi, fonno
eletti et dato tal cargo a tre patricii, che fusseno auditori de li
ambassadori, _maxime_ Re di Romani et Spagna, però che Milan quello
voleva la Signoria era contento; et questi dovesse referir et in
Collegio et in Pregadi la loro volontà et opinione. I qual fonno Marco
Bolani consegier, Lunardo Loredan procurator savio dil Consejo, et
Andrea Barbarigo, fo del Serenissimo Prencipe, savio di Terra ferma.
Et questi molto si affaticò in andar a caxa de ditti oratori; _tamen_
la messeno al fine. Et el Pontifice non se lassava molto intender.
_Unde_ Hieronimo Zorzi kav.r ambassador a Soa Santità era _sæpius_
in consultatione; et pur esso Pontifice, oltra el legato suo era in
questa terra, mandò uno altro ambassador, el qual venne incognito,
_licet_ poi, conclusa la liga, _palam_ si dimostrò et come orator
dil Pontifice fu honorato, zoè Alvixe Becheto milanese, el qual era
colateral di le zente di la Chiesia. Et ancora Venetiani mandò per lo
episcopo di Calahorra legato, el qual era andato a Padoa a mudar aiere,
a ciò venisse a Venetia che si volevano expedir. Et a dì 24 Marzo, fo
la vigilia di la Nonciata, fo Pregadi; et in questo medemo zorno ditto
legato venne da Padoa, et con le barche di viazo medeme venne alla riva
dil Principe, et essendo suso el Pregadi andò in camera dil Principe,
el qual non se sentiva bene nè ussiva dil suo palazzo. Et lui mandò
per li Conseglieri et Cai dil Consejo di X, et ivi conferiteno con
ditto Alvixe Becheto. Fo divolgato li fo ditto che al tutto volevano
concluder, et che se el Pontifice voleva esser, _bene quidem, siue
autem_ faria senza di lui. Et cussì a dì 24, a dì 26, a dì 27, a dì
28, che fo 4 continui zorni, fo Pregadi, et comenzavano a voler metter
fine, perchè li oratori de Maximiliano _etiam_ sollicitavano, et el
duca de Milano havea mandato una commissione in man dil Prencipe
nostro in publica forma, che, benchè fusse tre soi ambassadori in
questa terra, _tamen_ la Signoria dovesse concluder la liga, et far dil
Stado suo quello a nostri pareva; che fo cossa assà degna de memoria,
et de qui ponerla; ma per essere secretissima non ho potuto haverla.
Di Pregadi se cazavano li papalisti ogni zorno. Et a ciò se intenda,
papalisti sono li patricii che hanno pare, fio, frar, et fio de frar
dediti a la Chiesia, zoè hanno benefitii et intrade; et questi, essendo
de Pregadi, quando se tratano alcuna cossa de Roma, sono expulsi, per
schivar li inconvenienti puoi occorer, a ciò le cosse passino secrete:
et questo si fa mentre non si è in liga o in paxe con el Pontifice. Et
ancora, essendo Pregadi suso, se reduseva Consejo di X con Zonta, sì
che, concludendo, tramavano ditta liga. Et corrieri de Milan veniva
in hore 24, de Roma in 50, et de Maximiliano da Vormes ch'è mia 600
lontano de qui, in zorni 6, che fo cossa incredibile. Le cosse si
strenzevano et andavano molto secrete. Quello seguite sarà scritto di
sotto. Et mons. di Arzenton non andava più assà spesso in Collegio,
come soleva; _imo_ era admirato di quello havesse a seguir, et zercava
de intender qualcossa, nè si vedea più con l'ambassador de Milan,
come era assueto de andarvi. Et è da saper che in questi zorni, al
principio de quaresima, andò in Collegio a dimandar a la Signoria che
lui intendeva che si ragionava per la terra di certa liga si tramava in
questa terra, et che era quasi certo, vedendovi tanti ambassadori, et
che non sapea la causa perchè questa liga si dovesse far, et che, si la
fusse contra el suo Re, questa Signoria li havia promesso bona lianza,
et però pregava la Signoria lo advisasse, et che el suo Re era presto a
intrarvi non essendo contra de lui: con altre simil parole. A le qual
el Prencipe li rispose sapientissimamente, secondo il solito; sì che,
senza saper altro, Arzenton tornò a caxa. Et non molto da poi accadete
che, ritrovandosi in chiesia di San Zanepolo uno cittadino da Catharo
chiamato Nicolò de Fano, el qual_ alias_ per Hieronimo Orio, era lì
rettor, fo bandito di Catharo per soi misfatti; questo si buttò a piedi
di ditto orator dil Re di Franza, dicendo che in questa terra non si
faceva justitia più, et che lui, che era ambassador di christianissimo
Re et justo, li volesse far uno salvo condotto potesse ritornar a
Catharo. Et vedendo alcuni patricii eran con ditto orator, lo mandò via
dicendo esser pazzo. Et pur lì continuando ne la soa richiesta, mons.
di Arzenton disse: va, va, sei in una terra che si fa ragione etc. Et
inteso tal cosa per li Cai dil Consejo di X fo subito mandato a tuor
dil chiostro de frati, perchè lui, da poi ditte tal bestial parole,
conoscendo l'error suo, non volse partirsi di loco sacro, credendo
esser sicuro. Ma per cose di Stado non si varda, et per esser _crimen
læsæ majestatis_ fo mandato a tuor dove l'era, et menato in presone,
et datoli tortura. Poi nel Consejo di X fo spazato per pazzo, zoè che
'l stagi 3 anni ne la preson forte serato; poi che sia in libertà di
quelli dil Consejo di X saranno in quello tempo de licentiarlo o ver
darli la punitione li parerà, col Consejo di X però. Et cussì se ne sta
in presone.
Fiorentini considerando l'error suo, et che Pisa non ritornava sotto
il pristino loro dominio, li do ambassadori erano a Napoli, zoè lo
episcopo Soderini de Volterra et Neri Caponi continuamente dimandando
audientia dal Re de Franza, quella hebbeno, et li dimandono prima
che se Soa Majestà si havea a doler de Fiorentini, et se in niuna
parte se teniva offeso, che li fusse dato auditori, che volevano
justificar el tutto. _Demum_, che non havendo fatto cosa niuna contra
la christianissima Majestà Soa, _imo_ haverli dato ogni favore, che
li piacesse di farli render la soa terra di Pisa, _juxta_ la forma
di capitoli. Ai qual el Re rispose: prima che non si lamentando lui
de Fiorentini fin hora, non bisognava justificatione, poi che quanto
a Pisa elli non la meritavano, et che li bastava che fusseno in loro
libertà et privi del governo de Medici; et che ogni dì Piero de Medici
lo molestava, et lui non li voleva dar orecchie; ma che havendo Pisani
voluto esser sotto soa protetione, et levato la soa insegna, non poteva
far non manco di custodirli et mantenerli in libertà, sì che zerca
Pisa più non se parlasse. _Unde_ Fiorentini vi mandò uno protonotorio
de Caponi per ambassador, el qual a dì primo April passò per Roma,
et non molto da poi, havendo habuto el Re le fortezze, elexeno nel
loro Consejo quattro ambassadori a Soa Majestà, sì per congratularsi
di tanta vitoria, _quam_ per veder al tutto de haver Pisa, et el Re
li observasseno li capitoli promessi et jurati de observer: ancora
per Monte Pulzano. I qual fonno questi: Guido Anton Vespuzi cavalier,
Bernardo Ruzelai, Lorenzo Morelli et Lorenzo di populani, _olim_ de
Medici. Et prima nel numero di questi quattro elexeno Paulo Antonio
Soderini, che fo qui ambassador l'anno passato, et non vi volse andar,
sì perchè suo fratello lo Episcopo di Arezo era lì dal Re oratore,
_quam_ per altre occupatione. _Unde_ in loco suo elexeno uno de questi
altri, et cussì a la fine de Marzo partino di Fiorenza con gran pompa,
andono a Roma, poi a Napoli, et arivò a dì 3 April a Napoli; erano con
manege dogal. Et el successo loro intenderete poi.
Quelli di Monte Pulzano, havendo intendimento con Senesi per essere
loro vicini, rebelono a Fiorentini, et si deteno a Senesi. Levono
le loro insegne a dì.... Marzo, et scaziando el dominio ivi era per
Forentini: _unde_ vedendo Fiorentini questo, subito spazò uno corrier
al Re de Franza, quasi come loro protetore, a dimostrarli questo. Et
da poi vedendo gli oratori fiorentini dolendosi al preditto Re, per
soa excusatione Senesi elexeno do ambassadori a Napoli a Soa Majestà,
i quali assà ben in ordene partino de Siena, et zonseno a dì 7 April
a Roma, _demum_ andono a Napoli, dove bonazò le cose, et teneno Monte
Pulzano.
Pisani volendo al tutto esser in libertà, et si difendevano da la
zente fiorentina, essendovi in so aiuto el sig. Fracasso di San
Severino mandato ivi per el Duca de Milano, et in questo tempo mandono
4 ambassadori a Napoli, a ciò el Re non si movesse di opinione di
mantenerli in libertà. Et questi veneno molto ben in ordine.
Lucchesi ancora non potendo haver ottenuto Pietrasanta, che fo sua,
dal Re preditto, li mandono do altri ambassadori a Napoli a pregar
Soa Majestà li volesse render li ducati diexe milia a lui prestadi,
con promissione, _quam primum_ fusse intrato in Napoli, di doverli
render: ma nulla poteno fare, perchè el Re zercava danari, et questi li
domandava.
A Milano el Duca, havendo pur paura dil suo Stado, havendo za
principiato a voler refar le mura circonda Milan che erano assà vechie,
havea messo una universal angaria a pagar tanto per persona per causa
de ditte mura, ma al presente era de bisogno de far altre preparatione;
et fece far la descriptione degli homeni da fatti nel suo dominio.
Ancora assoldava zente sì da cavallo _quam_ provisionati, et diceva
voleva haver cavalli 8000 et assà fanti. Et molto carezava Sebastian
Badoer ambassador veneto, facendo grande extimatione per essere homo
dignissimo.
Ancora zonse a Milano quel ambassador de re Ferandino, chiamato
Scipio de Filomarino cavalier, nominato di sopra, et molto dal Duca
fo carezato et ivi restò. Et havendo mandato a la Signoria, come ho
scritto, esso Duca la sua commissione zerca a la conclusione di la
liga, la qual molto desiderava, et visto la forma di capitoli, et
tenendola za per conclusa, come quasi era, fo molto aliegro. Et in
questi zorni fo a parlamento con mons. di la Ruota, oratore dil Re
de Franza lì a Milano, dove _etiam_ si trovò l'ambassador veneto.
Et li disse el Duca: _Domine orator_, siate certo che a Venetia col
nome de Dio si conclude una liga, la qual reputo sia fatta con li
primi potentati dil mondo, et quando loro non la facesseno, la Ill.ma
Signoria et io siamo ligati a conservatione de li Stadi nostri. Questo
perchè el Re nostro, oltra che li havemo prestato assà quantità d'oro,
dato el passo contra el sangue nostro, et mediante el nostro favore
ha ottenuto el Regno di Napoli, scaziato quel povero re Ferandino
mio nepote, che a hora va remengo, et è sta cridato tra soi di venir
a Milano; et questo è il merito ne rende. Avisandovi come, essendo
dacordo la Illustrissima Signoria et nui, non havemo paura di niuno,
non che essendovi altri potentati, qual intenderete. Et si 'l Re vorrà
passar, vorremo i danar nostri che li havemo prestati et fatti prestar
a Zenoa. Ancora scrisse a Zenoa fusse licentiato quelli Franzesi che
ivi erano per nome dil Re, per voler far armada, tra li qual era el
fradello dil card. Samallo, chiamato mons. Zeneral de Linguadoca,
et che de lì se dovesseno partir. Et che ponesseno in ordene X galie
et do nave grosse, et quelle subito armasseno a requisitione soa. Et
mandò danari al suo commissario era ivi, Coradolo Stanga protonotario,
el qual za molti anni in Zenoa era Stado per suo nome comissario.
Ancora vi mandò de Milano a Zenoa per costodia 500 fanti, a ciò quella
riviera fusse custodita; et scrisse a la Marchesana di Monferà, fo
moglie dil marchese Bonifacio, el qual Stado a lui era recomendato,
che non dovesse lassar più passar de que' Franzesi, imo ponesse ogni
custodia a li passi, et facesse diligentia più non vi passasse, come
fino hora erano passati; ma ben quelli ritornava in Franza dovesse
lassar ritornar. Questo fece perchè in Aste se intendeva esser zonte
nuovamente lanze 500 franzese, le qual volevano venir di qua da monti.
Et come per lettere di Roma se intese che in Italia se aspettava in
soccorso dil Re, per augumento di le soe zente, el Prencipe de Orangie
et el Marescalco de Bergogna, i qual sono gran signori in la Franza,
et di primi capitani dil Re, i qual venivano con 300 lanze. Oltra
de questo esso Duca de Milano notificò a la Signoria come, parendo a
quella, era de opinione de andar a tuor Aste, la qual impresa reputava
molto facile et, conclusa che fusse la liga, voleva andarvi: la qual
cossa fo molto cativa, perchè sdegnò el Duca de Orliens, et li tolse la
città di Novara, come scriverò di sotto.
A Ferara el Duca elexe in questo tempo do ambassadori a Napoli, ad
alegrarsi col Re de Franza de la vittoria, et conferir altre cosse
con lui: i quali erano Bonifacio de la Bevilaqua Kav.r et Julio Tasson
Kav.r I quali si partino benissimo in ordine, et andono fino a Rimano,
et poi, _nescio qua de causa_, esso duca li fece ritornar, et più non
li mandò, o fusse perchè sapeva di questa liga, o vero il zenero Duca
de Milano li scrivesse non era tempo de mandar ditti oratori.
A Venetia, a dì 25 Marzo, el zorno de Nostra Donna, per lettere venute
da Zenoa se intese come loro havevano di XI dil presente da Lion, i
quali scriveano haver da Londra di 21 Fevrer come a dì 7 Zener di note
passando in mar di Spagna su le seche de Sain o vero di Bertagna do
galie de Fiandra venete erano naufragade; però che za se havea inteso
di la fortuna grandissima habuta, et de 45 navilii che si partino
per andar a Londra non scapolò se non la terza galia, patron Piero
Bragadin et la nave di Anzolo Malipiero. Adoncha queste do galie de
Fiandra, di le qual era capetanio Polo Tiepolo, cognominato da Londra,
patroni Andrea Tiepolo et Bortholamio Donado, i quali si annegono
insieme con XX altri patricii nostri, che saranno nominati di sotto,
et persone in tutto n.º 500. _Etiam_ se intese esser rota ivi la nave
de Hieronimo Zorzi cavalier et fratello, carga de vini, la qual in tal
fortuna naufragò: benchè da poi, come scriverò di sotto, ditta nave
havendo scorso grandissimo pericolo, zonse a Londra a salvamento, che
fo _mirum quid_ che le nave zonzesse et le galie perisse, chè _raro
aut numquam_ galie suol romper et perir in mar per fortuna. Benchè del
1437, capetanio Marin Mozenigo, in questo medemo luogo do altre galie
de Fiandra si rumpete, et el capetanio con gli altri annegati.
Questa rotta fo assà danno a Venetiani a presso ducati 100 milia, oltra
la morte di patricii et homeni marittimi persi, et _mirum est_ che de
tanto numero pur uno vi scapolasse, ma come poi per lettere di Piero
Bragadin patron di l'altra galia, drizate a la Signoria, se intese, che
cessata la fortuna, et lui zonto a salvamento perchè se ingalonò, et si
questo non era sarebbe rotti. Mandò a veder ivi dove have la fortuna,
di la qual judicava ditte galie fusse perite, et trovono in mar arbori
di galie, scrigni etc. sì che certo fo che erano rotte: la qual fortuna
durò.... zorni continui, benchè ancora nostri stava in expetatione de
intender altro avviso; pur non si trovava a segurar a ducati 70 per
cento. Et _tandem_ a dì 8 April venne uno fante di Londra, per el qual
tutti quasi inteseno el certo, che fo queste lettere de ditto patron, e
tutti levono coroto, che fo una cosa obscura a veder tanti mantelli a
Venetia et panni bruni per li patricii mancati. Et preseno in Pregadi
che ditta galia dovesse tuor nel ritorno in sua conserva, oltra la
nave Malipiera, do altre nave forestiere, et quelle pagarle di denari
di la Signoria, oltra un certo _quid_ havesse di le mercadantie; et
poi, inteso la nave Zorzi era salva, _etiam_ quella fo messa a ditta
conditione.
Questi sono li patricii annegadi su le galie de Fiandra. Et prima
galia, capetanio ser Polo Tiepolo; patron ser Andrea Tiepolo de
ser Matio; nobeli ser Mafio Girardo q.m ser Francesco, ser Cabriel
Soranzo q.m ser Zacharia, ser Christofol Tiepolo de ser Mattio, ser
Andrea Valier de ser Dolfin, ser Hieronimo Zustinian de ser Dardi,
ser Zuanmaria Pasqualigo de ser Marco, ser Dolphin Venier q.m ser
Christofolo. (_Seconda_) galia patron ser Bartholomio Donado q.m ser
Antonio el cavalier, ser Antonio Donado de ser Hieronimo el kavalier,
ser Benedetto Orio de ser Zuanne, ser Santo Venier q.m ser Piero,
ser Hieronimo Foscarini q.m ser Zacharia, ser Andrea Girardo q.m ser
Francesco, ser Francesco Mozenigo q.m ser Lorenzo, ser Jacomo de Mezo
q.m ser Alvise, ser Andrea Pisani q.m ser Francesco dal Banco, et
ser Lorenzo Donado q.m ser Alvise. Et poi a dì... April nel Consejo
di Pregadi messeno tre galie al ditto viazo, et fonno incantate le
galie secondo el consueto. Et a dì 10 April eletto nel Mazor Consejo
capetanio Domenego Contarini era stato capetanio di le galie di Beruto.
_Et tamen_ per la guerra successa con el Re de Franza, andando per le
sue terre dove sarebbeno (in) qualche pericolo, per questo anno non
andò; sì che oltra li altri danni ne fece ditto Re de Franza, questo
viazo de Fiandra non andò.
Per lettere de Antonio Bon, conte et capetanio a Dulzigno, se intese
come Albanesi era sta mal menati da Turchi, per le novità haveano
cercato de far a presso Crose, et che molte aneme erano sta menate via
et fatto gran danno Camalli turco, corsaro nominatissimo, el qual za
alcuni anni in mar dannizava molto; _unde_ fo mandato galie et barze,
_tamen_ nostri mai ha potuto metterli le man adosso, che summamente
desideravano, et sempre è fuzito. Et prima al tempo de Hieronimo
Contarini, essendo capetanio di le galie de Barbaria, et Sebastian et
Marco Antonio Contarini fradelli, patroni, et ritrovando ditto corsaro
a Tripoli in Barbaria lo investiteno, prese alcune barze, et lui si
butò a l'aqua, et montato in una fusta fuzite. _Unde_ ditto capetanio
fo remunerato, che essendo fuora fo eletto capetanio al colpho, et
_nunc_ rimase Proveditore in armada, Sebastian Contarini fo fatto
capetanio di le galie dil trafego in questo anno, et Marco Antonio suo
fradello fo eletto sopracomito: sì che tutti quelli si porta bene da
questa inclita Republica nel Senato sono rimunerati.
Ancora da Andrea Loredan, essendo capetanio di le nave armade, lo andò
a trovar in Barbaria, et have certo danno et perse qualche legno de li
soi, et lui fuzite in terra. Or al presente, intendando Zuan Francesco
Venier come ditto corsaro era venuto sul mare, quello andò seguitando
fino in Canal di Negroponte, ma el Bassà de lì, passato che fo ditto
Camalli di là, bassò il ponte, et non volse ditta galia li andasse
driedo. Et ditto soracomito volse dar a quel Bassà ducati 500, et lui
_minime_ volse accettar, _licet_ questo fusse contra i capitoli di la
paxe si havea col signor Turco. Et cussì Camalli fuzite di le man di
nostri.
In questo mexe di Marzo a Venetia fo gran pioze, _adeo_ pareva volesse
ritornar l'inverno, dove veniva l'istade, et a dì 27 ditto nevegò, ma
durò poco la neve sora la terra.
_Quello seguite a Roma in questo tempo._
A Roma el Pontifice temendo che, si era in liga, essendo el Re de
Franza vicino et potente in le arme, lui dovesse esser el primo che
havesse a patir, benchè era ragionamenti dovesse partirsi di Roma et
venir in Ancona, dove staria securamente, et in ogni tempo porave
trasferirse in loco più securo, ma pur li doleva lassar Roma; et
consultando con el cardinal Ascanio vicecancellario, con el qual era
pacificato; et scrisse brievi a la Signoria et al Duca de Milano,
che le fusse mandato 500 cavalli lezieri per uno et 1000 fanti, a ciò
che la città de Roma fusse custodita, et _maxime_ la soa persona; et
che si havea pensato el meglio era non partirsi de Roma, sì per non
lassar quella città cussì, come _etiam_ perchè li Cardinali non lo
seguitarebbe, et remanendo tra loro havriano potuto crear uno altro
Papa, et poner scisma in la Chiesia de Dio; et che molti Cardinali li
era contrarii, et non desideraveno altro. Et di qua veniva che questo
Pontifice non si lassa intender chiaro di voler esser in sta liga,
_tamen_ ne havea voglia grande. Li prelati de Roma occultavano se
intendeva el Re de Franza dovea venir di brieve ivi[126].
Et venuto lo ambassador dil Re de Franza a Roma, come scrissi di sopra,
et habuto audientia, dimandò la investisone _et cetera_; _etiam_ in
narratione tocò alcune parole, che 'l suo Roy intendeva di una liga si
praticava a Venetia, et che era certo Soa Santità non li saria nè faria
cosa alcuna contra el Roy. A le qual parole, usate le debite risposte,
el Papa tolse rispetto di voler far concistorio et responderli; et che
inteso l'opinione de Cardinali li risponderia; et scrisse in questa
terra et a Milano _quid respondendum. Unde_ li fo rescritto dovesse
Soa Beatitudine darli bone parole fino fusse sigillata la liga; et
poichè conclusa fusse, più largamente li poteva dar la repulsa, et
che per niun modo lo investisse. Et pur ditto ambassador continuamente
dimandava risposta, onde a dì 29 Marzo el Pontifice chiamò concistorio,
dove notificò quello ditto oratore li havea richiesto, et che havia
exposto come el suo Roy havea acquistato col nomine di Cristo tutto
el Reame de Napoli. Secondo che l'era de opinione de andar contra
infedeli, et per questo Soa Beatitudine, come capo di la Christianità
dovesse exhortar li potentati de Italia a questo, perchè lai era
promptissimo. Tertio che dovesse investirlo dil Reame ditto, acquistato
et _de jure_ a lui pervenuto, et mandar uno Cardinal a Napoli a
coronarlo, quello Regno _pacifice et quiete_ possedendo, _etiam_ sì
come per li capitoli li era sta promesso. Et cussì in concistorio el
Pontifice volse che tutti li R.mi Cardinali dicesse la soa opinione
zerca a la risposta. _Unde_ el Cardinal di Napoli, amico molto dil
Re de Franza, disse che si dovea risponder cussì: alegrarsi con Soa
Majestà di la vitoria, et che zerca a l'andar contra infedeli era
util cossa; _demum_ che si dovesse dar la investisone, et mandarli
a incoronarlo a Napoli, sì come fo fatto a re Alphonso, dicendo la
ragione che 'l moveva a dir questo. Poi parlò el Cardinal...... et
laudò la prima parte di alegrarsi di la vitoria. A la seconda molto
vehemente exclamò: era bona et perfetta opera de andar contra infedeli.
A la tertia che non era de opinione di darli la investisone sì presto,
nè mandarlo a incoronar, se prima non se intendeva _quomodo_ lui la
dimandava, _maxime_ essendo _adhuc_ re Ferandino in parte di Stado
in Reame. Poi parlò el cardinal S. Dyoniso, franzese, largamente, che
si dovesse far quanto el Roy dimandava, dicendo molte alte parole, le
qual _ad plenum_ non se intese, et cussì altri Cardinali è da judicar
dicesseno el parer loro. _Unde_ parse al Pontifice de far chiamar
dentro ditto orator franzese, et dimandarli el modo lui dimanderia
tal investisone et coronatione. Et cussì venuto dentro li dimandò; et
esso orator disse do volte nè mai mutò parola, se non: io la dimando
che 'l mio Roy sia investido, come colui che _pacifice_ possiede
ditto Reame, et mandar uno Cardinal a Napoli a incoronar Soa Majestà,
et non lo volendo mandar disse havea in commissione di notificar
a Soa Beatitudine, come lui in persona vegneria a Roma a tuor la
corona, perchè el vol esser coronato _juxta_ la promessa. Et el Papa
rispose: nui havemo consultato con li fratelli nostri Cardinali; se
alegremo molto di la soa vittoria habuta, et zerca a l'andar contra
infedeli metteremo ogni nostra forza; ma quanto a la investisone et
coronatione, se vol saper come el vostro Re la dimanda; et, se niuno
ne ha prejuditio, se vol aldir le parte, et far le cosse passino con el
debito di la rasone et muodi di la Sedia Apostolica, sì come comanda li
sacri canoni et decreti. Et che scrivè al Re in bona forma et dixè che
nui ge la volemo dar, et che per questo el non vegni qui a Roma, perchè
venendo forsi el non ge troverà; et advisè Soa Majestè come siamo
stimolato di esser in una liga si trama da li primi potenti dil mondo.
Queste parole disse perchè za havia scritto al legato et suo ambassador
Alvise Becheto dovesseno sottoscriver a li capitoli, et za reputava
fusse fatta. Ancora mandò a dimandar al Re preditto a Napoli el corpo
de Gem sultan, el qual el Re non lo volse dar et quello custodiva.
Et a dì 25 Marzo intrò in Roma et a tutti se dimostrò el Cardinal de
Valenza, el qual da poi fuzite dil Re fin hora era stato ocultato; al
presente, non timendo più el Re, ritornò a Roma.
A dì 30 Marzo, che fo la quarta Domenega de Quaresima, havendo in
consueto el Pontifice ogni anno in tal zorno de dar o mandar a donar
la Ruosa d'oro a quel Re o Potentia a lui più grata; _unde_, in
questo anno 1495, ditto la messa in San Piero dove era li Cardinali et
oratori, chiamò Hieronimo Zorzi cavalier ambassador veneto, al qual,
_nomine Reipublicæ suæ_, li presentò la ditta Ruosa in mano, dicendo
molte parole in laude di la Signoria nostra, et che era Republica
christianissima et molto devota alla Chiesia Romana; _unde, merito_
li presentava ditta Ruosa, la qual lui voleva mandarla per uno suo
familiar a posta fino in questa terra a presentar in man del Prencipe.
Et cussì scrisse a la Signoria de voler far. Et è da saper che questo
è uno degnissimo presente, et, _ut plurimum_, suol mandar a donar a
Re; et l'anno passato la mandò a donar al Re de Franza fino in Franza,
et l'altro avanti al Re di Romani. Et za una simile Ruosa fo donata a
tempo di Antonio Donato del 1475, che se ritrovò orator a Sisto quarto
Pontifice, et fo fatto kavalier; el qual successe a la legatione dil
carissimo Lunardo Sanudo genitore mio, che dil 1474 a dì 11 Ottubrio
a Roma morite. La qual Ruosa repatriando ditto oratore la portò, et,
presentata a la Signoria, fo posta ne le zoje di S. Marco, dove _etiam_
questa fo posta, nè avanti più in niun tempo Venetiani hanno habuto
tal presente. Et a dì 21 April che fo el Marti de Pasqua, essendo
zonti in questa terra domino Jacobo fiol natural dil Duca di Cardona,
di nacione cathelano, con la Ruosa d'oro mandava el Pontifice a la
Signoria come ho ditto; et venuto el Prencipe con li oratori in Chiesia
de S. Marco, dove per el patriarca Thoma Donato nuovamente eletto in
loco de Maphio Girardo cardinal di la Romana Chiesia _tituli sancti
Sergii et Bacchi_, el qual da poi la creatione di questo Pontifice
ritornando a Venetia a..... morite. Or fo mandato alcuni patricii a
tuor ditto messo era alozato a san Greguol, dove alozava Alvixe Becheto
ambassador dil Pontifice, _tamen_ a sua posta et spese di S. Marco; et
venuto presentò la ditta Ruosa su l'altar di san Marco, et ditto che fo
la messa, lui medemo la tolse in mano et venne davanti el Prencipe; et
prima li aprexentò uno brieve apostolico, la copia dil qual sarà qui
sotto scritta, et poi presentò in man dil Prencipe la Ruosa, et disse
alcune parole latine. _Unde_ el Prencipe, tenendola in mano, li rispose
sapientissimamente; poi andono con quella pur in man in processione
per la piaza a torno di la chiesia, et andò fino in palazzo; poi tolse
licentia et con la Ruosa _etiam_ in man fino nel suo palazzo andò.
Et ditto Jacobo de Cardona have luogo di ambassador dil Papa, mentre
stete in questa terra. Et benchè questo non fusse suo loco per l'ordine
de' tempi, pur ho voluto qui scriver; et poi fo decreto nel Consejo
de Pregadi de donar a ditto portator di la Ruosa ducati 300 d'oro
venetiani, et darli una vesta damaschin cremesin fodrà di raso. Et poi
a dì 28 April partì di questa terra, tolto licentia da la Signoria, et
ritornò a Roma.
_Exemplum brevis Sanctissimi Domini nostri ad Illustr.m Principem et
Senatum Venetum_