La battaglia di Pavia richiamò sulla scena politica Macchiavelli.
Clemente VII, che gli aveva commesso le _Storie_, era succeduto ad
Adriano VI sul trono di Leone X, del quale era stato segretario così
accorto e stimato che pareva, secondo il giudizio del Guicciardini,
piuttosto guidare il papa che servirlo. La politica era allora
intricatissima per opera del papato, che mirando alla propria
ricostituzione si mutava di guelfo in ghibellino, tenendo dalla
Francia e dall'imperatore, imbrogliando sè medesimo colle pretese
dinastiche dei varii papi, ma in fondo seguendo la politica che la sua
Storia e il suo istinto gl'imponevano.
Macchiavelli in quel giuoco non aveva compreso nulla. Pieno di tutti
gli istinti del risorgimento, che tendeva alla costituzione delle
nazionalità esaurendo le forme feudali colla unità delle monarchie e
dell'impero, fuorviato dal sogno di un'Italia libera, non intese la
posizione che le faceva la grande contesa della Francia coll'impero e
del papato con ambedue. Nè guelfo nè ghibellino non penetrò entro la
logica di nessuno dei due partiti. Il movimento del Savonarola,
insurrezione guelfa contro il pontefice aiutata dai sentimenti
repubblicani del Comune e dal nuovo spirito religioso latente in tutti
gli spiriti non gl'inspira che una lettera mezzo satirica, nella quale
Savonarola è un furbo impostore che tira a comandare. La seconda
calata francese di Luigi XII, che annulla per sempre tutte le speranze
del risorgimento italiano mutando Milano e Napoli in una parentesi di
forze straniere che soffocano l'Italia, non gl'ispira un lamento, non
gli svela il secreto della politica italiana: più tardi nel 1502 a
Rouen parlando col cardinale d'Amboise, primo ministro di Luigi XII,
per impegnarlo ad estendersi in Italia combattendo il papa, consiglia
di piantarvi colonie in Lombardia tramutandone gli abitanti: consiglio
di storia antica e di odiosa impossibilità politica. Anche questa
volta non s'avvede che il movimento guelfo è favorevole alla Francia,
la quale deve secondarlo per poter conquistare. Col permesso di Luigi
XII i Borgia opprimono i feudatari della Chiesa per costituirsi uno
stato; Machiavelli inviato da Firenze presso il Valentino, lo vede
all'opera, s'entusiasma d'ammirazione, dimentica l'impossibilità della
sua impresa che alla morte di Alessandro VI doveva urtare nella
politica impersonale del papato, inverte la propria posizione di
legato fiorentino per proporre alla Signoria di aiutare il Valentino
in una conquista che già la minaccia. E quando Giulio II detronizza,
imprigiona Cesare Borgia, Macchiavelli non comprendendo che la Chiesa
trionfa sola fra gli Stati italiani del risorgimento attribuisce la
catastrofe del duca alla fortuna.
Giulio II prosegue la politica del papato e dei Borgia risuscitando
tutti i vecchi diritti della Chiesa; e Macchiavelli non vede in lui
che un prete prepotente ed armato, che ogni principe italiano potrebbe
rattenere e che il signor Baglioni ha fatto male a non pugnalare
immortalandosi. Giulio II stringe la lega di Cambray e prostra Venezia
per strapparle l'esarcato di Ravenna; avutolo, si volta con Venezia
contro la Francia per conquistare Ferrara, Parma e Piacenza: mutatosi
in ghibellino favorisce i Medici contro i guelfi a Firenze, gli Sforza
contro i guelfi a Milano e ingannando tutti, forse sè stesso, urla:
fuori i barbari!
Macchiavelli non prevede il ritorno dei Medici come non aveva previsto
il trionfo di Giulio II in quella politica prettamente papale. Salito
al pontificato Leone X, il primo consiglio ch'egli dà in una lettera
al Vettori è di richiamare Luigi XII alla conquista di Milano,
ricadendo così fra le due occupazioni spagnuola a Napoli e francese a
Milano distruggendo tutta l'opera di Giulio II; e questo per
premunirsi contro il pericolo immaginario di una conquista svizzera.
Non suppone nemmeno che Leone X debba seguire la politica del suo
antecessore complicandola colle aspirazioni regali della propria casa.
Perfino il tentativo del concilio di Pisa contro Giulio II, che in
quell'epoca fra Savonarola e Lutero poteva pure ad un pensatore
politico ispirare qualche riflessione, non ne suggerisce alcuna degna
di un grande ingegno al Macchiavelli; il quale rituffato dalla sua
buona sorte nella vita privata, potè scrivendo i _Discorsi_, il
_Principe_, le _Storie_, la _Mandragola_ acquistare nella letteratura
quella gloria che la politica gli contendeva giustamente. Nessuno ha
colto con maggiore profondità e finezza di Giuseppe Ferrari tutti
questi errori politici del Macchiavelli.
La battaglia di Pavia dando a Carlo V una supremazia incontestata su
tutta l'Europa gli subordinava pure la politica del papato.
Perciò Clemente VII alleatosi per abbassare la Spagna con Francesco I,
dopo la prigionia di questo, rimase solo contro il vincitore irritato.
La posizione era terribile; se i pericoli della Riforma non avessero
costretto papato ed impero ad allearsi, tutta l'opera di Giulio II
andava forse perduta. Il problema politico si avviluppò allora così
stranamente che Guicciardini, la miglior testa del secolo, vi si
sgomentò. Per resistere all'imperatore si pensò ad una Lega italica
contro di lui, aiutata dalla Francia. Clemente VII ne pareva invasato,
tutti aderivano, la Francia prometteva; ma l'uno non si fidava
dell'altro, nessuno aveva fede in nessuno, tutti trattando fra loro
della Lega, per tenersi aperta una porta, ne avvisarono Carlo V.
Quindi ebbe luogo la congiura rimasta nella storia col nome del
Moroni, che ne fu il mestatore e che consisteva nell'offrire al
Marchese di Pescara la corona di Napoli e il grado di generalissimo
della Lega. Il Moroni, finissimo diplomatico meglio che grande
politico, non ne conchiuse altro che perdervi provvisoriamente la
libertà per opera dello stesso Marchese di Pescara, che glie la ridonò
morendo. Congiura e lega concepiti come espedienti finirono
naturalmente in un aborto.
Il Guicciardini allora Presidente della Romagna coll'incarico di
pacificarla, fra le cure del nuovo difficilissimo governo, nel quale
mostrò le più eminenti qualità politiche, non solo non perdeva di
vista gli avvenimenti, ma preveduto mirabilmente l'esito della
battaglia di Pavia, ne aveva anticipatamente dedotte tutte le
conseguenze con tanta singolare nettezza di visione da far prendere i
proprii giudizi per profezie.
A lui venne mandato dal papa il Macchiavelli, che recatosi a Roma per
ottenere qualche altro sussidio alle storie s'era fatto riprendere
dalla smania di azione politica e dalla vecchia utopia della
Ordinanza. Sognava già di sollevare il popolo e di lanciarlo armato ed
invincibile contro gli eserciti di Carlo V. Il Guicciardini
naturalmente ne sorrise: opporre Giovanni dalle Bande Nere con un
esercito raccogliticcio, e come raccoglierlo? a Carlo V; un
condottiero al padrone della Spagna, dell'Impero, delle Fiandre, di
Milano, di Napoli, dell'America, vincitore esasperato della Francia,
ecco quanto seppe concepire l'ingegno politico del Macchiavelli. Così
discutendo col Guicciardini sulla prigionia di Francesco I, egli
sostenne che Carlo V o non l'avrebbe liberato mai, o che Francesco I,
sarebbe poi stato fedele alla propria parola e avrebbe rinunziato al
ducato di Milano: Guicciardini affermava precisamente il contrario, e
la storia gli dette prontamente ragione.
Macchiavelli partì desolato da Faenza, giacchè l'assicurazione datagli
dal Guicciardini, che la Romagna, guerriera d'istinti, era meno che
atta per le proprie divisioni di guelfi e ghibellini a dare un
esercito, recideva l'ultima ala al suo ultimo sogno. A Firenze si
distrasse ancora occupandosi della rappresentazione delle proprie
commedie, tenne corrispondenza col Guicciardini, e tanto fece che
fallito il disegno dell'Ordinanza e l'altro su Giovanni dalle Bande
Nere, ottenne di essere cancelliere e procuratore della commissione
nominata dal Consiglio dei Cento per la fortificazione delle mura. Ma
anche questa volta, sebbene l'aiutasse Pietro Navarro, il primo
ingegnere militare d'allora, la sua febbrile attività non potè vincere
il disaccordo degl'ingegneri, nè ottenere danari all'opera. Era
destinato che Firenze non riuscirebbe a difendersi se non
nell'entusiasmo della libertà e sotto lo scudiscio della disperazione,
e che un ingegnere ben altrimenti grande del Macchiavelli,
Michelangelo Buonarotti, fortificherebbe le sue mura.
I tempi ingrossavano, Carlo V per impadronirsi dell'Italia doveva
inoltrarsi coll'esercito, ma difettava di danaro: Francesco I uscito
di prigione contro le supposizioni del Macchiavelli armava; il
cardinale Colonna, nimicissimo di Clemente VII, alla testa di 800
cavalieri e di 3000 fanti irrompeva nella città eterna per
imprigionarvi il papa, che potè a stento riparare in Castel S. Angelo,
e furioso della fallita impresa saccheggiava chiese e palazzi
cardinalizi. Il papa scese a patti, il cardinale abbandonato da Carlo
V si ritirò a Grotta Ferrata, chiamandosi tradito. Intanto i soldati
di Clemente fuggivano sotto Siena, Frundesberg nel Tirolo alla testa
dei lanzichenecchi giurava di venire a Roma per impiccarvi il papa, e
il Guicciardini luogotenente generale pontificio non riusciva a
persuadere il duca d'Urbino, generale di Clemente VII, a più risoluta
azione in tanto frangente. Il papa irresoluto non si decideva nè alla
pace nè alla guerra.
Macchiavelli andò due volte al campo della Lega per conto della
Signoria, e ne tornò sconfortato: tutto andava a rifascio. Firenze
esposta ai primi colpi poteva essere da un giorno all'altro presa e
saccheggiata. Intanto gli imperiali comandati dal Borbone, congiuntisi
ai lanzichenecchi avanzavano su Bologna: il duca di Ferrara, il grande
artigliere d'allora, sempre minacciato dalla politica assorbente del
papato li spalleggiava. Firenze abbandonata dal papa, che trattava
coll'imperatore, mandava di nuovo Macchiavelli al Guicciardini; il
quale non riuscendo a smovere il duca d'Urbino dal proposito timido o
traditore di non attaccare gl'imperiali, promise di accorrere al primo
pericolo della patria colle genti del papa, anche malgrado la volontà
del duca generale. Ma gl'imperiali presero tumultuando la via di Roma.
Allora il papa concluse una tregua col Lannoy, vicerè di Napoli,
impegnandosi a reintegrare i Colonna e a ritirare le armi dal
Napoletano, lasciando il reame a Carlo V, Milano allo Sforza e pagando
60000 ducati al Borbone, il quale si sarebbe ritirato. Il popolo
romano indignato si ribellò: il Borbone, che aveva ordini secreti di
procedere, dichiarò insufficienti per il suo esercito i 60000 ducati,
e passò il Reno presso Bologna.
Nessuno ci capiva più nulla. Il povero Macchiavelli, vecchio e
ammalato, ritornò a Firenze, nella quale il terrore di un assalto e lo
sdegno contro il cardinale Passerini, reggente pel papa, erano al
colmo. Bastò l'occasione di un tumulto provocato da un soldato perchè
tutti si levassero al grido di popolo e libertà. Si dichiararono
decaduti i Medici e ripristinata la repubblica. Ma il cardinale
Passerini accorse alla riscossa con pochi archibugieri e colle guardie
medicee assediando il palazzo; si temeva una strage e non ne fu nulla:
tutto parve finito con una promessa di perdono generale e l'elezione
di nuova Signoria. Poco dopo arrivò la notizia del sacco di Roma e del
papa prigioniero in Castello: allora il tumulto mutandosi in vera
rivolta, il cardinale dovette andarsene coi due pupilli, Ippolito e
Alessandro dei Medici, mentre si proclamava la repubblica.
Questa fu per Macchiavelli l'ultima e la maggiore disgrazia. Già
repubblicano col Soderini, quindi piaggiatore dei Medici cui dedicava
il _Principe_ e le _Storie_, loro servo fino allora senza prevedere la
nuova e suprema rivoluzione repubblicana, fu sospetto a tutti; la sua
vita, il suo carattere, la mutabilità delle sue opinioni, tutto lo
accusava. Invano oggi il Villari e molti altri vorrebbero difenderlo
ripiegandosi sul patriottismo delle sue vaghe aspirazioni a uno stato
nazionale, e sulla fatalità che lo aveva costretto a servire casa
Medici; il patriottismo necessario d'allora non poteva essere
compensato da un patriottismo immaginoso e immaginario come quello del
Macchiavelli, che non fece mai nulla nemmeno per esso e lo disdisse
troppe volte e non arrivò a dargli mai i contorni di una vera utopia.
Firenze non era e non poteva essere l'Italia; l'infedeltà alla
repubblica fiorentina non era scusabile con un'aspirazione a una
repubblica o a una monarchia italiana. Poi nulla giustificava la
servilità del Macchiavelli verso i Medici così nelle _Storie_, come
nel _Principe_; solo l'egoismo e i bisogni domestici di un letterato
di molto ingegno e di poca coscienza potevano spiegarla. E a quei
tempi, nei quali fazioni e partiti si combattevano e si esiliavano
ancora a vicenda, la fede alla propria parte era tuttavia abbastanza
sentita in tutti. Macchiavelli servì fedelmente tutti i padroni, ma
non serbò fede a nessun principio. La mollezza del suo carattere e lo
scetticismo del suo spirito come gli scemarono il valore politico
nell'azione, così gli tolsero quello morale nella vita. I repubblicani
di quest'ultima repubblica, nata in tanto difficile ora per morire
tragicamente, dovettero guardare con disprezzo questa figura di
vecchio impiegato e letterato, che credendosi un gran politico aveva
sempre dato a tutti consigli non mai seguiti da alcuno e che nelle
crisi dolorose della patria aveva sempre separato il proprio dal suo
interesse. La congiura del Boscoli, nella quale egli aveva fatto così
magra figura, non poteva essere dimenticata: il rifiuto opposto alla
congiura Soderini doveva essere noto.
I duecento fiorini delle Storie a lui commesse dal Medici e nelle
quali i Medici erano falsati ed elogiati, saranno sembrati a più d'uno
di coloro, che si disponevano a morire per Firenze repubblicana, come
il prezzo di un tradimento, il danaro di Giuda.
E la coscienza del proprio torto oppresse il Macchiavelli. Scartato
dalla nuova commissione per la difesa delle mura, dimenticato nella
nomina del nuovo segretario dei Dieci della Guerra e che fu certo
Tarugi, un ignoto rimasto ignoto, mentre egli si era illustrato nel
medesimo ufficio, non protestò. Egli, lo scrittore più eloquente del
secolo, il letterato che avrebbe bastato alla sua gloria, non scrisse
su ciò una sola pagina, grido sublime di dolore e di amore di patria.
Il suo patriottismo soccombette. Era quello il grande momento per una
grande anima. La tragedia che minaccia ogni uomo nella vita lo aveva
finalmente colto: la patria risorta per morire diffidava di lui, non
voleva morire con lui. Nessun'offesa, nessun maggior dolore per una
coscienza di cittadino e di poeta. Respinto dalle cariche, isolato
dalla diffidenza, colpito dai dispregi, vecchio, povero, solo con se
stesso, col suo ingegno, col suo cuore, colla sua anima, Macchiavelli
avrebbe potuto, sentendosi grande e calunniato, scrivere il proprio
testamento politico e dettare così l'epitaffio per la tomba che
aspettava la repubblica fiorentina.
Non lo fece, non lo poteva fare. Egli era una piccola anima in un
grande ingegno.
Quando, morta la repubblica, Buonarotti si trovò costretto a servire i
Medici, si nascose per lungo tempo a tutti nella loro cappella e
scolpì sulle loro tombe le più tragiche figure, che vanti ancora la
storia dell'arte: così sfogò il proprio dolore, e interrogato lo
spiegò in una quartina, che Dante invidierebbe e vale sola tutta
l'opera letteraria del Macchiavelli.
Ma Buonarotti era un genio, e il genio deve avere l'intelletto pari al
cuore.
Dopo quest'ultimo sfregio, sciaguratamente meritato, Macchiavelli
ammalò e morì con tutti i conforti della religione. Fu suprema
ipocrisia, suprema indifferenza, che consente nel costume universale,
o una vera conversione? Forse un po' di tutto, perchè le opinioni del
suo ingegno non bastarono forse alla debolezza del suo carattere
nell'ora estrema.
Sepolto in Santa Croce nella sua cappella gentilizia, non ebbe pompa
di funerali nè rimpianto di popolo. La sua famiglia si estinse presto;
la cappella, passata in altre mani, cadde in tale abbandono che non si
potè più indicare il luogo preciso della sua sepoltura. Quasi tre
secoli dopo per opera di lord Cowper, auspice Leopoldo, si fece la
prima grande edizione delle sue opere, e gli si eresse nella stessa
cappella un piccolo monumento, sul quale il dottor Ferroni pose
l'ampollosa iscrizione: