X.

La battaglia di Pavia richiamò sulla scena politica Macchiavelli.

Clemente VII, che gli aveva commesso le _Storie_, era succeduto ad

Adriano VI sul trono di Leone X, del quale era stato segretario così

accorto e stimato che pareva, secondo il giudizio del Guicciardini,

piuttosto guidare il papa che servirlo. La politica era allora

intricatissima per opera del papato, che mirando alla propria

ricostituzione si mutava di guelfo in ghibellino, tenendo dalla

Francia e dall'imperatore, imbrogliando sè medesimo colle pretese

dinastiche dei varii papi, ma in fondo seguendo la politica che la sua

Storia e il suo istinto gl'imponevano.

Macchiavelli in quel giuoco non aveva compreso nulla. Pieno di tutti

gli istinti del risorgimento, che tendeva alla costituzione delle

nazionalità esaurendo le forme feudali colla unità delle monarchie e

dell'impero, fuorviato dal sogno di un'Italia libera, non intese la

posizione che le faceva la grande contesa della Francia coll'impero e

del papato con ambedue. Nè guelfo nè ghibellino non penetrò entro la

logica di nessuno dei due partiti. Il movimento del Savonarola,

insurrezione guelfa contro il pontefice aiutata dai sentimenti

repubblicani del Comune e dal nuovo spirito religioso latente in tutti

gli spiriti non gl'inspira che una lettera mezzo satirica, nella quale

Savonarola è un furbo impostore che tira a comandare. La seconda

calata francese di Luigi XII, che annulla per sempre tutte le speranze

del risorgimento italiano mutando Milano e Napoli in una parentesi di

forze straniere che soffocano l'Italia, non gl'ispira un lamento, non

gli svela il secreto della politica italiana: più tardi nel 1502 a

Rouen parlando col cardinale d'Amboise, primo ministro di Luigi XII,

per impegnarlo ad estendersi in Italia combattendo il papa, consiglia

di piantarvi colonie in Lombardia tramutandone gli abitanti: consiglio

di storia antica e di odiosa impossibilità politica. Anche questa

volta non s'avvede che il movimento guelfo è favorevole alla Francia,

la quale deve secondarlo per poter conquistare. Col permesso di Luigi

XII i Borgia opprimono i feudatari della Chiesa per costituirsi uno

stato; Machiavelli inviato da Firenze presso il Valentino, lo vede

all'opera, s'entusiasma d'ammirazione, dimentica l'impossibilità della

sua impresa che alla morte di Alessandro VI doveva urtare nella

politica impersonale del papato, inverte la propria posizione di

legato fiorentino per proporre alla Signoria di aiutare il Valentino

in una conquista che già la minaccia. E quando Giulio II detronizza,

imprigiona Cesare Borgia, Macchiavelli non comprendendo che la Chiesa

trionfa sola fra gli Stati italiani del risorgimento attribuisce la

catastrofe del duca alla fortuna.

Giulio II prosegue la politica del papato e dei Borgia risuscitando

tutti i vecchi diritti della Chiesa; e Macchiavelli non vede in lui

che un prete prepotente ed armato, che ogni principe italiano potrebbe

rattenere e che il signor Baglioni ha fatto male a non pugnalare

immortalandosi. Giulio II stringe la lega di Cambray e prostra Venezia

per strapparle l'esarcato di Ravenna; avutolo, si volta con Venezia

contro la Francia per conquistare Ferrara, Parma e Piacenza: mutatosi

in ghibellino favorisce i Medici contro i guelfi a Firenze, gli Sforza

contro i guelfi a Milano e ingannando tutti, forse sè stesso, urla:

fuori i barbari!

Macchiavelli non prevede il ritorno dei Medici come non aveva previsto

il trionfo di Giulio II in quella politica prettamente papale. Salito

al pontificato Leone X, il primo consiglio ch'egli dà in una lettera

al Vettori è di richiamare Luigi XII alla conquista di Milano,

ricadendo così fra le due occupazioni spagnuola a Napoli e francese a

Milano distruggendo tutta l'opera di Giulio II; e questo per

premunirsi contro il pericolo immaginario di una conquista svizzera.

Non suppone nemmeno che Leone X debba seguire la politica del suo

antecessore complicandola colle aspirazioni regali della propria casa.

Perfino il tentativo del concilio di Pisa contro Giulio II, che in

quell'epoca fra Savonarola e Lutero poteva pure ad un pensatore

politico ispirare qualche riflessione, non ne suggerisce alcuna degna

di un grande ingegno al Macchiavelli; il quale rituffato dalla sua

buona sorte nella vita privata, potè scrivendo i _Discorsi_, il

_Principe_, le _Storie_, la _Mandragola_ acquistare nella letteratura

quella gloria che la politica gli contendeva giustamente. Nessuno ha

colto con maggiore profondità e finezza di Giuseppe Ferrari tutti

questi errori politici del Macchiavelli.

La battaglia di Pavia dando a Carlo V una supremazia incontestata su

tutta l'Europa gli subordinava pure la politica del papato.

Perciò Clemente VII alleatosi per abbassare la Spagna con Francesco I,

dopo la prigionia di questo, rimase solo contro il vincitore irritato.

La posizione era terribile; se i pericoli della Riforma non avessero

costretto papato ed impero ad allearsi, tutta l'opera di Giulio II

andava forse perduta. Il problema politico si avviluppò allora così

stranamente che Guicciardini, la miglior testa del secolo, vi si

sgomentò. Per resistere all'imperatore si pensò ad una Lega italica

contro di lui, aiutata dalla Francia. Clemente VII ne pareva invasato,

tutti aderivano, la Francia prometteva; ma l'uno non si fidava

dell'altro, nessuno aveva fede in nessuno, tutti trattando fra loro

della Lega, per tenersi aperta una porta, ne avvisarono Carlo V.

Quindi ebbe luogo la congiura rimasta nella storia col nome del

Moroni, che ne fu il mestatore e che consisteva nell'offrire al

Marchese di Pescara la corona di Napoli e il grado di generalissimo

della Lega. Il Moroni, finissimo diplomatico meglio che grande

politico, non ne conchiuse altro che perdervi provvisoriamente la

libertà per opera dello stesso Marchese di Pescara, che glie la ridonò

morendo. Congiura e lega concepiti come espedienti finirono

naturalmente in un aborto.

Il Guicciardini allora Presidente della Romagna coll'incarico di

pacificarla, fra le cure del nuovo difficilissimo governo, nel quale

mostrò le più eminenti qualità politiche, non solo non perdeva di

vista gli avvenimenti, ma preveduto mirabilmente l'esito della

battaglia di Pavia, ne aveva anticipatamente dedotte tutte le

conseguenze con tanta singolare nettezza di visione da far prendere i

proprii giudizi per profezie.

A lui venne mandato dal papa il Macchiavelli, che recatosi a Roma per

ottenere qualche altro sussidio alle storie s'era fatto riprendere

dalla smania di azione politica e dalla vecchia utopia della

Ordinanza. Sognava già di sollevare il popolo e di lanciarlo armato ed

invincibile contro gli eserciti di Carlo V. Il Guicciardini

naturalmente ne sorrise: opporre Giovanni dalle Bande Nere con un

esercito raccogliticcio, e come raccoglierlo? a Carlo V; un

condottiero al padrone della Spagna, dell'Impero, delle Fiandre, di

Milano, di Napoli, dell'America, vincitore esasperato della Francia,

ecco quanto seppe concepire l'ingegno politico del Macchiavelli. Così

discutendo col Guicciardini sulla prigionia di Francesco I, egli

sostenne che Carlo V o non l'avrebbe liberato mai, o che Francesco I,

sarebbe poi stato fedele alla propria parola e avrebbe rinunziato al

ducato di Milano: Guicciardini affermava precisamente il contrario, e

la storia gli dette prontamente ragione.

Macchiavelli partì desolato da Faenza, giacchè l'assicurazione datagli

dal Guicciardini, che la Romagna, guerriera d'istinti, era meno che

atta per le proprie divisioni di guelfi e ghibellini a dare un

esercito, recideva l'ultima ala al suo ultimo sogno. A Firenze si

distrasse ancora occupandosi della rappresentazione delle proprie

commedie, tenne corrispondenza col Guicciardini, e tanto fece che

fallito il disegno dell'Ordinanza e l'altro su Giovanni dalle Bande

Nere, ottenne di essere cancelliere e procuratore della commissione

nominata dal Consiglio dei Cento per la fortificazione delle mura. Ma

anche questa volta, sebbene l'aiutasse Pietro Navarro, il primo

ingegnere militare d'allora, la sua febbrile attività non potè vincere

il disaccordo degl'ingegneri, nè ottenere danari all'opera. Era

destinato che Firenze non riuscirebbe a difendersi se non

nell'entusiasmo della libertà e sotto lo scudiscio della disperazione,

e che un ingegnere ben altrimenti grande del Macchiavelli,

Michelangelo Buonarotti, fortificherebbe le sue mura.

I tempi ingrossavano, Carlo V per impadronirsi dell'Italia doveva

inoltrarsi coll'esercito, ma difettava di danaro: Francesco I uscito

di prigione contro le supposizioni del Macchiavelli armava; il

cardinale Colonna, nimicissimo di Clemente VII, alla testa di 800

cavalieri e di 3000 fanti irrompeva nella città eterna per

imprigionarvi il papa, che potè a stento riparare in Castel S. Angelo,

e furioso della fallita impresa saccheggiava chiese e palazzi

cardinalizi. Il papa scese a patti, il cardinale abbandonato da Carlo

V si ritirò a Grotta Ferrata, chiamandosi tradito. Intanto i soldati

di Clemente fuggivano sotto Siena, Frundesberg nel Tirolo alla testa

dei lanzichenecchi giurava di venire a Roma per impiccarvi il papa, e

il Guicciardini luogotenente generale pontificio non riusciva a

persuadere il duca d'Urbino, generale di Clemente VII, a più risoluta

azione in tanto frangente. Il papa irresoluto non si decideva nè alla

pace nè alla guerra.

Macchiavelli andò due volte al campo della Lega per conto della

Signoria, e ne tornò sconfortato: tutto andava a rifascio. Firenze

esposta ai primi colpi poteva essere da un giorno all'altro presa e

saccheggiata. Intanto gli imperiali comandati dal Borbone, congiuntisi

ai lanzichenecchi avanzavano su Bologna: il duca di Ferrara, il grande

artigliere d'allora, sempre minacciato dalla politica assorbente del

papato li spalleggiava. Firenze abbandonata dal papa, che trattava

coll'imperatore, mandava di nuovo Macchiavelli al Guicciardini; il

quale non riuscendo a smovere il duca d'Urbino dal proposito timido o

traditore di non attaccare gl'imperiali, promise di accorrere al primo

pericolo della patria colle genti del papa, anche malgrado la volontà

del duca generale. Ma gl'imperiali presero tumultuando la via di Roma.

Allora il papa concluse una tregua col Lannoy, vicerè di Napoli,

impegnandosi a reintegrare i Colonna e a ritirare le armi dal

Napoletano, lasciando il reame a Carlo V, Milano allo Sforza e pagando

60000 ducati al Borbone, il quale si sarebbe ritirato. Il popolo

romano indignato si ribellò: il Borbone, che aveva ordini secreti di

procedere, dichiarò insufficienti per il suo esercito i 60000 ducati,

e passò il Reno presso Bologna.

Nessuno ci capiva più nulla. Il povero Macchiavelli, vecchio e

ammalato, ritornò a Firenze, nella quale il terrore di un assalto e lo

sdegno contro il cardinale Passerini, reggente pel papa, erano al

colmo. Bastò l'occasione di un tumulto provocato da un soldato perchè

tutti si levassero al grido di popolo e libertà. Si dichiararono

decaduti i Medici e ripristinata la repubblica. Ma il cardinale

Passerini accorse alla riscossa con pochi archibugieri e colle guardie

medicee assediando il palazzo; si temeva una strage e non ne fu nulla:

tutto parve finito con una promessa di perdono generale e l'elezione

di nuova Signoria. Poco dopo arrivò la notizia del sacco di Roma e del

papa prigioniero in Castello: allora il tumulto mutandosi in vera

rivolta, il cardinale dovette andarsene coi due pupilli, Ippolito e

Alessandro dei Medici, mentre si proclamava la repubblica.

Questa fu per Macchiavelli l'ultima e la maggiore disgrazia. Già

repubblicano col Soderini, quindi piaggiatore dei Medici cui dedicava

il _Principe_ e le _Storie_, loro servo fino allora senza prevedere la

nuova e suprema rivoluzione repubblicana, fu sospetto a tutti; la sua

vita, il suo carattere, la mutabilità delle sue opinioni, tutto lo

accusava. Invano oggi il Villari e molti altri vorrebbero difenderlo

ripiegandosi sul patriottismo delle sue vaghe aspirazioni a uno stato

nazionale, e sulla fatalità che lo aveva costretto a servire casa

Medici; il patriottismo necessario d'allora non poteva essere

compensato da un patriottismo immaginoso e immaginario come quello del

Macchiavelli, che non fece mai nulla nemmeno per esso e lo disdisse

troppe volte e non arrivò a dargli mai i contorni di una vera utopia.

Firenze non era e non poteva essere l'Italia; l'infedeltà alla

repubblica fiorentina non era scusabile con un'aspirazione a una

repubblica o a una monarchia italiana. Poi nulla giustificava la

servilità del Macchiavelli verso i Medici così nelle _Storie_, come

nel _Principe_; solo l'egoismo e i bisogni domestici di un letterato

di molto ingegno e di poca coscienza potevano spiegarla. E a quei

tempi, nei quali fazioni e partiti si combattevano e si esiliavano

ancora a vicenda, la fede alla propria parte era tuttavia abbastanza

sentita in tutti. Macchiavelli servì fedelmente tutti i padroni, ma

non serbò fede a nessun principio. La mollezza del suo carattere e lo

scetticismo del suo spirito come gli scemarono il valore politico

nell'azione, così gli tolsero quello morale nella vita. I repubblicani

di quest'ultima repubblica, nata in tanto difficile ora per morire

tragicamente, dovettero guardare con disprezzo questa figura di

vecchio impiegato e letterato, che credendosi un gran politico aveva

sempre dato a tutti consigli non mai seguiti da alcuno e che nelle

crisi dolorose della patria aveva sempre separato il proprio dal suo

interesse. La congiura del Boscoli, nella quale egli aveva fatto così

magra figura, non poteva essere dimenticata: il rifiuto opposto alla

congiura Soderini doveva essere noto.

I duecento fiorini delle Storie a lui commesse dal Medici e nelle

quali i Medici erano falsati ed elogiati, saranno sembrati a più d'uno

di coloro, che si disponevano a morire per Firenze repubblicana, come

il prezzo di un tradimento, il danaro di Giuda.

E la coscienza del proprio torto oppresse il Macchiavelli. Scartato

dalla nuova commissione per la difesa delle mura, dimenticato nella

nomina del nuovo segretario dei Dieci della Guerra e che fu certo

Tarugi, un ignoto rimasto ignoto, mentre egli si era illustrato nel

medesimo ufficio, non protestò. Egli, lo scrittore più eloquente del

secolo, il letterato che avrebbe bastato alla sua gloria, non scrisse

su ciò una sola pagina, grido sublime di dolore e di amore di patria.

Il suo patriottismo soccombette. Era quello il grande momento per una

grande anima. La tragedia che minaccia ogni uomo nella vita lo aveva

finalmente colto: la patria risorta per morire diffidava di lui, non

voleva morire con lui. Nessun'offesa, nessun maggior dolore per una

coscienza di cittadino e di poeta. Respinto dalle cariche, isolato

dalla diffidenza, colpito dai dispregi, vecchio, povero, solo con se

stesso, col suo ingegno, col suo cuore, colla sua anima, Macchiavelli

avrebbe potuto, sentendosi grande e calunniato, scrivere il proprio

testamento politico e dettare così l'epitaffio per la tomba che

aspettava la repubblica fiorentina.

Non lo fece, non lo poteva fare. Egli era una piccola anima in un

grande ingegno.

Quando, morta la repubblica, Buonarotti si trovò costretto a servire i

Medici, si nascose per lungo tempo a tutti nella loro cappella e

scolpì sulle loro tombe le più tragiche figure, che vanti ancora la

storia dell'arte: così sfogò il proprio dolore, e interrogato lo

spiegò in una quartina, che Dante invidierebbe e vale sola tutta

l'opera letteraria del Macchiavelli.

Ma Buonarotti era un genio, e il genio deve avere l'intelletto pari al

cuore.

Dopo quest'ultimo sfregio, sciaguratamente meritato, Macchiavelli

ammalò e morì con tutti i conforti della religione. Fu suprema

ipocrisia, suprema indifferenza, che consente nel costume universale,

o una vera conversione? Forse un po' di tutto, perchè le opinioni del

suo ingegno non bastarono forse alla debolezza del suo carattere

nell'ora estrema.

Sepolto in Santa Croce nella sua cappella gentilizia, non ebbe pompa

di funerali nè rimpianto di popolo. La sua famiglia si estinse presto;

la cappella, passata in altre mani, cadde in tale abbandono che non si

potè più indicare il luogo preciso della sua sepoltura. Quasi tre

secoli dopo per opera di lord Cowper, auspice Leopoldo, si fece la

prima grande edizione delle sue opere, e gli si eresse nella stessa

cappella un piccolo monumento, sul quale il dottor Ferroni pose

l'ampollosa iscrizione:

Fino a Dogali · 第 27 / 41 题