E Dante e Buonarotti e Galileo, che gli dormono accanto, dottor
Ferroni?!
Poichè di ogni uomo, per quanto grande, una parte muore, quale è
dunque nell'opera del Macchiavelli quella che rimane? I suoi
_Discorsi_ hanno davvero fondato la scienza storica, il suo _Principe_
stabilito la scienza politica, le sue _Storie_ iniziato il metodo
storico? Lo si è affermato molte volte, ma nessuno de' suoi più
ferventi ammiratori è riuscito a provarlo.
Come reazione al medioevale concetto mistico della vita i suoi
Discorsi non sono che una negazione; all'ipotesi della legge divina
Macchiavelli sostituisce come verità suprema la realtà effimera del
fenomeno. La sua teoria è quindi più angusta e più falsa della
precedente. La sua storia non ha perciò altra legge che la gravità di
un fatto, il quale ne sposta o ne schiaccia un altro. La sua
legislazione prescinde dal diritto, il suo _Principe_ è la
soppressione di ogni governo nella unificazione personale di tutti i
poteri. La sola idea che in esso valga è la negazione della moralità
privata nell'azione storica ma negazione impotente che non si converte
in affermazione trovando quale possa essere la moralità della storia.
Macchiavelli non sente che l'umanità non può essere diversa dall'uomo;
se l'individuo ha una morale, l'umanità deve averne un'altra, e
ambedue sono egualmente vere. Il loro antagonismo apparente nella vita
dovrà conciliarsi nella storia.
Macchiavelli sacrificò egli le proprie teorie all'ideale della patria?
La sua utopia, se pure può chiamarsi così, fu in lui coscienza di
filosofo o di uomo? Come coscienza filosofica sarebbe stata
sistematica, come coscienza umana sarebbe stata operosa; Macchiavelli
la contradisse in tutte le opere e la dimenticò sempre nell'azione.
Una utopia e un disegno, la sua fu un'aspirazione. Desiderare uno
stato nazionale non è concepirlo; concepirlo allora sarebbe stato
trovare una combinazione inattuabile ma organica, nella quale tutti
gli Stati di allora o si fondessero o si confederassero in un corpo,
mettendo in questo corpo una coscienza, tracciando una legislazione,
coordinando le varietà nell'unità, le differenze nelle funzioni, le
funzioni nei poteri. Macchiavelli espresse l'aspirazione che era in
tutti gli spiriti colti di allora, potè appassionarvisi meditando o
fantasticando, ma non passò mai dal sogno al disegno, dal disegno allo
studio dei mezzi.
Le sue Storie non afferrarono nè il concetto del medio-evo nè quello
del rinascimento. Il medio-evo per raccontarlo bisognava intenderlo, e
Macchiavelli lo sopprime. Il medio-evo è il mondo delle invasioni sul
mondo romano, col cristianesimo sul paganesimo, colla scolastica sopra
Aristotile, col papato sopra la chiesa, coll'impero sopra la
feudalità, colla nuova individualità sopra l'antica, con un'altra
unità nella storia, un altro principio e un altro fine in entrambe. Il
mondo antico ebbe la città, il mondo nuovo ha il comune: il mondo
antico si basava sulla servitù, il mondo nuovo sulla libertà; in
questo l'uguaglianza spirituale preparava tutte le altre, in quello le
differenze storiche distrussero tutte le forme nelle quali si erano
realizzate. Il mondo barbaro si riunisce nelle invasioni, il mondo
cristiano nelle crociate. Macchiavelli, che cita una volta sola Dante,
non sospettò il medio-evo. Le sue Storie sono una successione di
drammi, nei quali la politica è al tempo stesso anima e decorazione.
Il risorgimento è un fiore che spunta sopra un albero che muore.
Il mondo di S. Tommaso e di Dante, di Gregorio VII e di Barbarossa,
delle crociate e delle invasioni, della fede e delle barbarie, dei
santi e dei vassalli, dei signori e dei comuni, dell'imperatore e del
papa scompare; l'uomo moderno libero nella coscienza, nella vita e
nella storia s'inoltra. Tutto rovina intorno a lui; Copernico gli dà
il cielo, Colombo l'America, Lutero la libertà, Guttemberg la cultura
universale colla stampa, Cesalpino il moto nel sangue, frate Bacone
l'uguaglianza militare colla polvere, gli artisti il senso della vita,
gli eruditi i secreti della tradizione, gli scienziati la padronanza
della natura, i filosofi la sovranità del pensiero. Nel risorgimento
la prima tendenza politica è la nazionalità, conseguenza della
individualità: si costituiscono i regni sulla base delle razze,
nell'orbita del possesso storico. Per arrivare all'unità bisogna
quindi passare per l'unificazione, che avrà un processo dispotico.
Ecco la necessità che uccide i comuni. Il dispotismo per sopprimere
tutti gli antagonismi deve divorare tutte le Signorie: la sua
livellazione produrrà l'eguaglianza, e la sua pressione fortificherà
la coscienza. L'Italia, che ha troppe e troppo antiche differenze, non
potrà costituirsi in uno Stato solo: le piccole Signorie si fonderanno
in reami e ducati; lo straniero è necessario a quest'opera. La contesa
fra papato ed impero è esaurita, il papato dovrà battersi colla
Riforma, più tardi unito ad essa contro la scienza.
L'Italia nel risorgimento non è conquistata come credette il
Macchiavelli; non è lo straniero che la soggioga, ma italiani che
combattono contro italiani. I minimi governi scompaiono, e siamo allo
stato col sovrano e col suddito.
L'Italia allora non era guerriera ma artistica, commerciale, industriale,
erudita; la sua coscienza era fiorentina, veneziana, milanese, genovese,
napoletana, non italiana; il suo ideale non poteva essere diverso. Solo
nell'orbita di un maggiore Stato, nell'uguaglianza sotto un re potevano
fondersi queste diverse coscienze in una sola. Le ultime passioni d'allora
erano medioevali, libertà di comune, odio di fazione. L'Italia, i cui
eserciti si battevano così male, aveva dei partigiani che si battevano fin
troppo bene; tutta piena di eccellenti capitani, aveva dei venturieri e non
una milizia.
Il risorgimento sfuggì al Macchiavelli. Predilesse la repubblica
quando diventava impossibile, credè al Valentino che era l'ultima
espressione del principe fuso col condottiero, sognò la milizia quando
cessava la patria, lo Stato mentre mancava ancora la nazione, offrì ai
Governi futuri la politica dei Governi passati, non s'accorse che la
religione stava per rinnovarsi, il diritto per prodursi, la libertà
per regnare. E il suo regno dovendo essere nella coscienza, la libertà
religiosa era la prima.
Come i suoi _Discorsi_ sono senza l'idea del progresso, così il suo
_Principe_ è senza quella della morale, e le sue _Storie_ senza
l'altra del diritto, e la sua arte senza passione.
Macchiavelli nel proprio secolo è uno straniero; se ne ha i vizi, non
ne ha le idee e non ne sente le passioni. Ha l'istinto del nuovo, ma
non lo afferra e si avviluppa in contraddizioni insolubili;
chiarissimo nella visione dei fatti, l'intorbida appena ne cerca la
ragione: realista, è un sognatore. Non comprende e nessuno lo
comprende, vuole agire e non può, insegnare e non gli si bada;
consiglia il dispotismo ed è un democratico, adora il proprio comune e
vorrebbe una patria italiana, odia Roma e non si volge verso Lutero: è
un artista e non parla mai d'arte, è un indipendente sempre in cerca
d'un padrone, un libero che ignora la libertà.
Così diventa a sè stesso e agli altri inesplicabile, ma la sua
spiegazione sta nel suo secolo, nel quale muore tutto il medioevo e
nasce il mondo moderno. Egli vi è il vertice di tutte le
contraddizioni, la vittima di tutti gli antagonismi. La sua coscienza
era solo nell'intelletto, la sua infallibilità nell'istinto; vuole
l'impossibile e l'impossibile diventa la verità del futuro; si stima
un politico e rimane un letterato. A Boccaccio, a Petrarca non era
succeduto altrimenti; divennero celebri per le opere cui davano meno
importanza, il _Canzoniere_ e il _Decamerone_. Del resto questa
incoscienza è la caratteristica del tempo. Uno solo, il più grande fra
i grandi d'allora, sente il vuoto e la morte intorno a sè: la sua
anima è tragica, Michelangelo Buonarotti. La diversità delle sue
attitudini e la varietà delle sue opere non lo distraggono come
Leonardo, la bellezza non lo appaga come Raffaello, la ricchezza non
lo soddisfa, la gloria non lo consola. In un secolo dissoluto è casto,
in un'epoca irreligiosa sente sopratutto la religione; ha tutte le
fierezze di un cittadino nella dignità dell'uomo. Rimane scapolo, non
lascia figli.
Come Dante, il suo grande antecessore, sovrasta al medio-evo,
Michelangelo domina il risorgimento; entrambi tragici ma sereni,
riassumendo il loro tempo, sono universali.
Il cinquecento, che pare tutto corruzione, ha pure una grande sanità
nel popolo, che Michelangelo rappresenta: ecco l'avvenire.
La generazione che sta per sorgere avrà tutta la coscienza che manca a
quella che tramonta; Campanella, Telesio, Bruno, Tasso, Sarpi,
Galileo, filosofi, scienziati, storici, poeti, tutti diventeranno
martiri nella coscienza e per la coscienza. Tragedia e carnevale sono
finiti, comincia il dramma. La vita diventa una conquista del mondo
interiore ed esteriore. La _Mandragola_ e il _Principe_ non si
capiscono più; alla delicatezza della forma è succeduta quella del
sentimento.
L'indagine si sostituisce alla ipotesi, la prova alla autorità; il
papato, che aveva accettato la dedica dei libri di Copernico e di
Macchiavelli, processa Galileo, pugnala Sarpi, imprigiona Campanella,
brucia Bruno. Le corti respingono Tasso, il grande poeta che muta
l'eroe classico e il cavaliere romanzesco nel gentiluomo moderno.
Ma nessuno di questi grandi scrittori, nemmeno il Galileo, supera il
Macchiavelli nella prosa. Quasi sempre più fluido, spesso più limpido
del Macchiavelli non ne ha l'eloquenza, il rilievo, la sicurezza dei
moti bruschi ed improvvisi. La prosa del segretario fiorentino
considerata nel suo tempo è un miracolo di potenza e di originalità.
Non vi si sentono influssi latini nè contorsioni scolastiche, tutto vi
è vero, tutto vi è fuso; ha la bellezza greca alla quale non occorre
la grazia e che ignora gli ornamenti. Pensiero e parola, frase e
periodo, tutto è colato in un solo getto: l'argomento, che vi si
svolge, l'avviluppa, la conduce seco, l'anima e n'è animato. Il colore
viene alle parole dalle cose, la sonorità vi è ritmata sul sentimento
senza che una volontà straniera o un gusto posteriore l'àlteri per
abbellirla.
Macchiavelli, che non era un letterato nel senso attribuito allora a
questa parola, e che credendosi un politico non scriveva per scrivere
ma per esprimere il proprio pensiero reso lucido dall'evidenza della
percezione artistica e dalla sicurezza di una dialettica che nessun
dubbio filosofico inceppava, trova senza cercarla, come doveva
fatalmente accadere, la prosa italiana. Se fosse stato più artista,
forse non avrebbe saputo sottrarsi al gusto dell'epoca; se fosse stato
un filosofo o un vero politico, le difficoltà della materia gli
avrebbero disturbata l'armonia della forma. L'entusiasmo col quale si
obliava nelle proprie teorie e la passione che metteva nei fatti loro
favorevoli, erano la sua coscienza e la sua verità di scrittore,
giacchè senza l'una e senza l'altra non si può esserlo.
Macchiavelli si è contradetto spesso, ma non ha mentito mai a sè
medesimo; nessuno fu meno macchiavellico di lui.
La sua prosa è uno specchio, il quale riflette tutto il suo pensiero
con tale nettezza che a nessuno può venir in testa di credere che fra
quella e questo l'ipocrisia abbia calato i proprii veli.
Che se questa gloria di aver fondato e perfezionato nel medesimo tempo
la prosa italiana paresse troppo scarsa agli ammiratori del
Macchiavelli, la gloria di Dante fondatore della poesia non dovrebbe
sembrar loro molto maggiore, giacchè fra prosa e poesia la differenza
non è poi grande quanto il volgo immagina, essendo entrambe egualmente
necessarie alla vita del pensiero nazionale. E alla prosa solo
Macchiavelli deve la popolarità delle sue sentenze, che luoghi comuni
al suo tempo la coscienza non potè poi ratificare e nullameno lette
una volta non uscirono più dalla memoria nemmeno di coloro che le
respingevano dall'intelletto. Questa immortalità della bellezza se non
vale quella della verità, non è seconda a nessun'altra, e Macchiavelli
smentito dalla storia, abbattuto dalla scienza, misurato dalla
critica, non più temuto o vagheggiato dalla coscienza moderna, può
rimaner calmo nella sicurezza dalla propria gloria, poichè fino a
quando in Italia si pensi e si scriva la mente di tutti ricorrerà
involontariamente alle sue opere, invidiandone quella bellezza
d'espressione, nella quale sola il pensiero trova la coscienza di sè
medesimo e l'immortalità.