sarebbero diademi, buccole, collane, spilli, orologi, anelli,
braccialetti, fibbie, medaglioni, ecc. Con l'oro si fanno oggetti di
lusso per le tavole, come saliere, porta ampolle, coppe, posate,
fruttiere, vassoi, trionfi: e si fanno candelabri per le chiese,
reliquiari, cornici, statuette, angioli e croci: anzi vi dirò che in
un paese molto lontano dal nostro, la Grecia, fu scolpita, molti
secoli sono, una statua, tutta d'oro massiccio. Ora le statue non si
scolpiscono più nell'oro, ma nel marmo: e voi ne avrete vedute chi sa
quante a ornamento delle piazze, dei palazzi e delle chiese. Con
l'oro si _coniano_ le monete da cinque, da dieci, da venti, da
cinquanta e da cento lire. Vi auguro di possederne un giorno molte di
queste monete; e sapete perchè? Perchè so che siete buoni, e godete
nel dar qualche centesimo ai poverini che non hanno pane. Che cosa
fareste, dunque, se vi ritrovaste a posseder tant'oro? Io credo che
qui nel vicinato non ci sarebbero più poveri, non è vero?
[Illustration]
Voi, ora, sarete curiosi di sapere di dove si leva quest'oro tanto
prezioso. Ve lo devo dire? Si _cava_ di sotto terra. Così è,
figliuoli. La terra non ci dà solamente le mèssi e i dolci frutti, ma
anche tutto quanto è necessario a far comoda e ben difesa la vita
dell'uomo.
E non crediate che dalla terra si estragga solamente l'oro: oh vi si
trovano ben altre cose! Dove metto il ferro? Il ferro non è bello come
l'oro, anzi, se si ha da dire schiettamente è piuttosto bruttino, con
quel suo colore bigiastro e tetro. Ma che vuol dir ciò? Non è mica
l'apparenza quella che decide del valore reale d'una cosa! Anzi
l'apparenza, spessissimo, è ingannatrice. Abbiatene un esempio in
Paolino, che oggi non è potuto venire a scuola. Il poveretto è debole,
malato, spaurito? ha un viso e due occhi che non promettono nulla.
Eppure quanta bontà in quell'ottimo cuore! Quanta svegliatezza in
quella mente! Chi potrebbe conoscerlo senza volergli bene? Chi
vorrebbe preferirgli un fanciullo bello, ma cattivo, sgarbato e
bighellone?
Riprendiamo il filo del discorso. Qui nella scuola ci sono punti
oggetti di ferro? Guardiamo un po': oh sicuro! Gli arpioni a cui
stanno attaccate le carte geografiche, le aste dalle quali pendono le
tende, il paletto della porta e il grosso campanello che vi annunzia
l'ora della ricreazione, sono di ferro.
Il ferro ci è molto più utile dell'oro; anzi, giacchè ci siamo, vi
dirò che l'oro non è utile a nulla e ne potremmo fare a meno
benissimo. Ma se venisse a mancarci il ferro! Come si fabbricherebbero
gli arnesi necessari all'agricoltura? E senza il ferro e la vanga,
come si potrebbe lavorar la terra? Non c'è mestiero, arte o
applicazione di qualsiasi ramo della scienza che non si giovi del
ferro: dal pesante martello del fabbro alla sottilissima lama con la
quale il medico interroga la rete complicata de' nostri nervolini e
de' nostri tendini, tutti gli arnesi per mezzo de' quali l'uomo studia
e lavora, sono di ferro.
Onoriamo dunque il ferro. E onoriamo anche l'oro, purchè serva a
ingentilire il costume, a incoraggiare le industrie, a premiare il
lavoro: onoriamolo sopratutto, se nelle mani di chi lo possiede,
diventa mezzo o strumento di carità.
Tanto il ferro che l'oro si chiamano _metalli_: nè sono soli: vi ha
l'argento, il rame, il piombo, lo zinco, il mercurio e molti altri.
I luoghi della terra dai quali si estraggono i metalli si chiamano
_miniere_. Ricordiamocene.
Vorrei dirvi ancora molte altre cosette sui metalli; ma mi accorgo che
la lezione diventerebbe un po' troppo lunga e m'impedirebbe di
raccontarvi la solita novellina. Peraltro, avanti di cominciarla,
voglio assicurarmi se avete ben capito quello che vi ho spiegato.
* * * * *
1. Ditemi di che colore è l'oro e a quali usi serve
2. Se uno di voi potesse disporre di una bella moneta d'oro, come la
impiegherebbe?
3. Com'è il ferro? A che serve? nominatemi dodici oggetti di ferro.
4. Come si chiamano i luoghi della terra dai quali si astraggono i
metalli?
5. Ditemi il nome di sei metalli.
Amaro!
(_Dagli appunti d'una maestra_).
Non so in qual modo, ma i miei scolarini erano venuti a sapere che
quel giorno era il mio compleanno. Me li vidi arrivare alla scuola col
vestito delle feste e con un regalino tra le mani.
Chi mi portava una penna elegante, chi un libriccino da messa, chi un
astuccio da lavoro, chi un bel mazzo di fiori freschi. Io fui
consolata e attristata da quella vista: consolata perchè qualunque
segno di gratitudine o d'affetto che mi venisse da quei buoni
figliuoli mi toccava il cuore e mi faceva parer leggiero ogni
sacrifizio: attristata, poichè pensavo che i denari occorsi in quelle
compre, potevano venir destinati a più nobile uso. A ogni modo,
accolsi serenamente quelle care dimostrazioni d'amore.
[Illustration]
Un bambino solo, il più povero, non mi offrì nulla: ma dal suo
contegno imbarazzato e dal suo visetto malinconico argomentai quanto
dovesse soffrire. Lo chiamai e quando l'ebbi vicino me lo strinsi
ripetutamente fra le braccia, baciandolo. Incoraggiato da quelle
carezze, il poverino mi pose tra le mani un involtino e fuggì
vergognoso.
Sorpresa e incuriosita, lo aprii senza che nessuno potesse
accorgersene. Vi erano.... indovinate!.. Tre pallottoline di zucchero!
Lo richiamai subito da me.
--Lo sapevi che mi piacesse lo zucchero? gli chiesi sorridendo.
--Me lo sono figurato! Mi piace tanto a me!
--E tu, ripresi commossa, l'hai certo chiesto alla mamma e....
--No signora! replicò prontamente, non ho chiesto nulla a nessuno;
glie l'ho serbato proprio io, di _mio_....
--Ma pure....
--La nonna, quando mi dà il caffè e latte, mi mette sempre nella
chicchera due o tre pallottoline di zucchero per indolcirlo. Io ho
levato lo zucchero....
--E il caffè e latte?... chiesi con la gola serrata.
--L'ho preso amaro!
* * *
Mario, piccolo Mario, dove sei tu? Forse il fumo delle officine avrà
annerito il tuo viso d'angelo, forse a quest'ora lavorerai i campi
dove biondeggia la messe e si matura, al sole, la vite, forse ti
accoglieranno le navi avventurose dove il lavoro è sì duro, la
speranza sì fallace....
Ma chiunque tu sii, operaio, agricoltore o uomo di mare, il tuo posto
è fra i nobili cuori, per quali l'amore è sacrifizio, l'abnegazione,
dovere.
Mario, piccolo Mario, se tu per un momento potessi entrare nella mia
stanzetta da studio, vedresti molte carte, molti libri, molti ninnoli;
e vedresti anche, custoditi in una piccola campana di vetro, tre
pezzetti di zucchero, un nome, una data!
Gli uccelli
Stamattina una mia cara amica ha voluto regalarmi questo grazioso
uccelletto. Guardatelo: è un _canarino_. Ha le penne gialle, il becco
e le gambettine color di rosa pallido; ha gli occhi neri, vispi,
brillanti come due margherite. Ora non canta, perchè non ne ha voglia
o forse perchè la vista di luoghi nuovi e di persone sconosciute lo
intimidisce. Ma quando si sarà addomesticato con noi, allora
sentirete. Altro che trilli e gorgheggi di un cantante! Vi parrà
impossibile che da un corpicino così piccolo possa uscire tant'onda di
melodia.
Ma già chi di voi non ha in casa qualche uccellino? Aldo ha un
_fringuello_, Giovanni un _cardellino_, Tommaso una _cutrettola_ e
Gigino un _usignuolo_. Le care bestioline!
Non so se vi è mai occorso di fermarvi in Mercato, dove c'è una bella
bottega, piena di uccelletti di tutti i colori, di tutte le forme, di
tutti i paesi.
Dal _fringuello marino_, così grazioso nel suo mantello arancione a
macchiette nere, al maestoso _uccello di paradiso_, colle sue belle
piume rosee, auree, infocate, ogni classe di questi gentili animali ha
laggiù il suo rappresentante.
Ma gli uccelli dalle piume sì splendide non sono dei nostri paesi:
essi ci vengono da regioni caldissime, dove il sole scintilla sulle
sabbie color d'oro, dove i fiori hanno colori abbaglianti, dimensioni
gigantesche, profumi acuti: e quanto più ardente è il clima dal quale
ci vengono, questi leggiadri pellegrini, tanto più ricco e vivo è il
colore delle loro piume.
Ci avete mai pensato, voi, al volo degli uccelletti, a questa loro
mirabile attitudine, per mezzo della quale percorrono, in pochi
minuti, tanta immensità di cielo?
Tutti voi conoscete certamente i piccioni, non è vero? E saprete forse
che in tempi molto lontani dai nostri, si metteva a profitto la loro
rapidità nel volo, per inviare messaggi, lettere, notizie da un paese
all'altro. Ebbene: uno di questi messaggeri fa in un solo giorno più
cammino di quello che possa farne un uomo in sei giorni.
Che ve ne pare? Quando studierete la storia naturale, imparerete come,
oltre le penne, tutta la struttura del corpo dell'uccello,
contribuisca a dargli quella grande leggerezza che agevola il suo
volo.
Chi di voi non vorrebbe, per un giorno solo, diventare un uccelletto,
sol per volare nel luogo o presso la persona che vi è più cara? Quanti
bambini volerebbero dalla loro mamma lontana, o al paese dove sono
nati e cresciuti e dove riposano in pace le ossa dei loro nonni!
Ma se a noi furono negate le ali, abbiamo però il _pensiero_, il
volatore instancabile, che non posa un minuto, e per il quale le
immensurate distanze che ci dividono dalla stella più lontana, sono
appena un punto, un atomo, un'ombra. Il pensiero corre ai cari
assenti, ai morti, ai non nati: si sprofonda nelle viscere della
terra, e vola al di là delle stelle: interroga il gracile organismo
del fiorellino di campo, e s'inalza fino a Dio: e là solamente il gran
pellegrino s'acqueta e riposa.
Che dirvi del canto onde queste soavi creature ravvivano e fan lieta
la terra? Che diverrebbero senz'esso i nostri paesaggi e le nostre
foreste? Quando, nel silenzio della notte, ogni cosa dorme nella
natura, e la vita sembra ovunque sospesa, ad un tratto dal fitto del
fogliame escono alcune note, le quali ora sono un sospiro, un lamento,
un gemito: ora sono canti lieti, vivi, che ogni eco ripete e fa suoi.
E le case dei poveri, e tante misere stanzuccie di fanciulle malate,
che diverrebbero se non le allegrasse talvolta il cinguettìo delle
_rondini_ che han fatto il nido lì vicino, o il trillo cadenzato del
_canarino_ e del _passero_?
E questi uccelletti, così agili al volo, così splendidi di piume, così
abili nel canto, sono padri previdenti, mamme amorose, mariti
esemplari. In loro la bontà è pari alla grazia, all'agilità, alla
bellezza. Quale insegnamento per certi bei bambini di mia conoscenza!
Noi sappiamo che gli uccelli si riproducono per mezzo delle _uova_, le
quali, _covate_ da uno dei genitori, si schiudono a un'epoca
determinata, per dare adito al nuovo piccino.
Ebbene: quando viene il tempo di deporre le uova, la femmina cambia le
sue abitudini. Le piaceva il canto, l'allegro vagabondaggio sui clivi
fioriti, il cinguettìo colle compagne? Dal momento che sta per
diventar mamma, rinunzia alla libertà e non abbandona più le sue
uova, finchè il calore continuo e prolungato del suo corpo non le
abbia fatte schiudere.
Bisogna vederle quelle creaturine, nate d'allora! Incapaci di
adoperare le zampe, senza penne e cogli occhi ancor chiusi, vengono
nutrite nel nido dai loro genitori, finchè, coperte di piume, possono
cominciare a far prova delle ali e trovarsi da sè il nutrimento che
loro conviene. La madre dirige i primi loro passi e manda, per
chiamarli, un grido particolare quando ha trovato del cibo. Se sono
aggrediti, li difende valorosamente e fa mostra d'una meravigliosa
accortezza.
Quando i piccini sono abbastanza forti per volar via, lasciano la
famiglia e vanno a perdersi nel mondo, nel vasto mondo, dove, alla
loro volta, diverranno anch'essi mariti e padri.
Io vorrei poter farvi vedere un nido non disegnato sulla carta, ma
vero. Avreste di che rimaner sorpresi, ve lo dico io! Fino dal
cominciar della primavera, gli uccellini raccolgono i materiali
necessari alla fabbricazione della loro casina. Tutti portano il loro
filo d'erba o il loro stelo di muschio. E bisogna vedere con qual
maravigliosa maestrìa foggiano un cestino, lo nascondono in un
cespuglio, lo appendono a un ramo e lo depongono sui cammini, contro i
muri e contro i tetti.
E dire che ci sono dei bambini maligni, i quali si divertono a
tormentare quei piccoli muratori, falegnami, tessitori, e rapiscono
loro il frutto di tante cure, di tante trepidazioni! Io voglio molto
bene ai fanciulli e sono indulgentissima per certe loro monellerie: ma
quando ne commettono qualcuna, la quale sia indizio di perversità
d'animo o di durezza di cuore, sono senza pietà e li punisco. Oh se li
punisco!
C'è un bambino, laggiù in fondo, il quale mi chiede per la seconda
volta se tutti gli uccelli volano. Eccomi a soddisfarti, amico mio.
No, tutti gli uccelli non volano. Potrei, anzi, nominartene alcuni che
per la struttura del loro corpo, non possono neanche inalzarsi da
terra. Ma invece di sciorinarti una filza di nomi che presto
dimenticheresti, mi limito a farti osservare il nostro gallo e la
nostra gallina, i quali hanno abitudini terrestri.
Vi dirò anche che vi sono uccelli che vivono nell'acqua o in
prossimìtà delle acque: le anatre, le oche, i cigni sono da
annoverarsi tra questi.
Quando sarai più grandino, ti parleremo diffusamente di altri uccelli
acquatici, fra i quali primeggia la _Fregata_, che ha un'apertura
d'ali di circa tre metri. Vivono nei mari dei paesi caldissimi e
stanno lontane perfino due o trecento leghe dalla terra. Quando
scoppia una burrasca, s'inalzano molto al disopra della regione degli
uragani, e aspettano, in quelle sfere altissime, che l'aria sia
nuovamente tranquilla.
[Illustration]
I naviganti, colpiti dalla leggerezza del loro volo e dalle loro
svelte forme, chiamano questi uccelli col nome di _Fregate_, per
paragonarli alle più eleganti e veloci delle nostre navi da guerra.
Mercè le loro immense ali, possono sostenersi giorni intieri
nell'aria, senza riposarsi un solo istante.
Osservate ora quest'altro uccello dal becco lungo, diritto e aguzzo; è
una _Cicogna_; ha quasi un metro e venti centimetri di altezza e
grandi ali robuste, le cui piume bianche hanno una specie d'orlatura
nera. In generale queste bestie scelgono, per fabbricarsi il nido,
luoghi più elevati: e siccome sono di natura molto socievole, così è
frequente il caso di vederle stabilite, coi loro nati, sulla cima dei
campanili e di altri edifizi.
[Illustration]
Dotata di un'indole dolcissima, non è da maravigliarsi se la cicogna
si affeziona all'uomo, al quale reca d'altra parte molti servigi, col
distruggere parecchi animali nocivi all'agricoltura. E l'uomo la
ricompensa dei suoi servigi, accordandole in ogni tempo aiuto e
protezione.
[Illustration]
Ecco un altro uccello, alto più d'un metro e mezzo, e dall'aspetto
nobile e grazioso. Ha le piume del groppone mollemente ondeggianti e
di un bel colore piombo cenere. È una _gru_. Questi animali, tenuti in
grandissimo conto dagli antichi, i quali attribuivano loro virtù
speciali, vivono nelle grandi pianure, interrotte da paludi e da
frequenti corsi d'acqua. C'è chi si nutre della loro carne, ma è
dura e tigliosa.
[Illustration]
Osservate ora lo _struzzo_, il voracissimo struzzo, che è l'uccello
più grosso che si conosca. È alto più di tre metri e pesa perfino
cinquanta chilogrammi. Eppoi dovete pensare che un solo uovo di
struzzo equivale a venticinque uova di gallina. Scusate se è poco! Le
piume di quest'uccello sono molto accreditate presso le signore, che
ne guarniscono cappelli e ventagli.
Lo struzzo, per la sua straordinaria robustezza reca molti servigi
all'uomo, il quale se ne serve frequentemente per cavalcatura.
Ricordatevi però che siffatti uccelli non sono dei nostri paesi, e che
da noi un uomo non vorrebbe certo darsi in ispettacolo, cavalcando uno
struzzo! E ora, accanto allo struzzo gigante, siate contenti ch'io
v'accenni il piccolissimo _Colibrì_, ossia l'_uccellino mosca_. Pare
impossibile, non è vero, che in un solo genere di animali, vi sieno
tante prodigiose varietà di specie? E questa mirabile varietà
d'organismi, di forme e di colori, che altro è, se non una splendida
conferma dell'infinita sapienza di Dio, che si rivela in ogni opera
della creazione?
L'uccello mosca! Ma è egli possibile immaginare, nel suo genere, una
creaturina più leggiadra e più di questa perfetta, nella sua
prodigiosa piccolezza?
Chi, se non un Divino Artefice, avrebbe potuto cospargere di tante
fulgide gemme quei corpicciuoli delicati, che brillano nell'azzurro o
si nascondono nel calice d'una rosa? E come se ne tengono della loro
bellezza, i gentili animaletti! Si lisciano sempre le piume col becco
e cercano di conservarne intatto lo splendore.
[Illustration]
Vivaci oltre ogni dire e battaglieri, aggrediscono uccelli molto più
grossi di loro, li tormentano, gli inseguono con persistenza, li
minacciano negli occhi e riescono quasi sempre a metterli in fuga.
[Illustration]
Ma eccoci alla regina di tutti gli uccelli, alla terribile e maestosa
_aquila_, i cui occhi, dicesi, sostengono, senza restarne abbagliati,
lo splendore del sole. Dotata di una prodigiosa forza muscolare può
lottare contro i più fieri uragani e varcare intere catene di monti
con un camoscio o una pecora tra gli artigli.
L'aquila costruisce il nido nelle fratture di roccie inaccessibili,
sul margine dei precipizi, in tutti quei luoghi, insomma, che
l'istinto le suggerisce più acconci alla sicurezza dei suoi piccini.
Voracissima e crudele, essa non ha sdegnato neppure le vittime umane e
spesso qualche innocente bambino è divenuto sua preda.
Nell'isola di Sike, in Scozia, una donna aveva lasciato in un campo un
fanciulletto. Un'aquila prese il bambino cogli artigli, e
attraversando un lago assai esteso, andò a deporlo sopra uno scoglio.
Per fortuna, il rapitore fu veduto da alcuni pastori, che giunsero a
tempo a salvare il fanciullo e riportarlo sano e salvo.
Ma basti di cose sì tristi. Gli animali obbediscono all'istinto, nè
posseggono, come noi, quella guida preziosa che si chiama _la
ragione_.
* * *
Io ho finito la mia lezioncina sugli uccelli, i quali oltre
all'allegrarci col loro canto e colla loro bellezza, ci danno uno
squisito nutrimento, piume meravigliose, utilità indiscutibili.
Provatevi dunque a riandare quanto vi ho detto, e rispondete alle
seguenti domande.
* * * * *
1. Ditemi il nome di dieci volatili.
2. Gli uccelli dalle piume splendide di dove ci vengono?
3. Che cosa potreste dirmi sul volo degli uccelli?
4. Se uno di voi diventasse un uccellino, dove vorrebbe volare?
5. Qual'è il volatore instancabile che non posa mai?
6. Ditemi il nome di qualche uccello cantatore.
7. Che cosa vi pare del canto degli uccelli?
8. Come si riproducono gli uccelli?
9. Che cosa fa la femmina degli uccelli, quando sta per diventar
madre?
10. Ditemi qualche cosa sopra i nidi degli uccellini.
11. Tutti gli uccelli volano?
12. Qual'è il nome del volatile domestico che non vola?
13. Guardate il disegno che rappresenta la fregata e descrivetemela.
14. Descrivetemi la cicogna o ditemi qualche cosa delle sue abitudini.
15. Descrivetemi la gru e lo struzzo.
16. Parlatemi dell'uccellino mosca.
17. Descrivetemi l'aquila, dopo aver ben guardato il disegno.
Per tre soldi!
Enrico voleva un gran bene alla sua mamma e avrebbe dato qualunque
cosa per non sentirla tossire a quel modo.
--Perchè non ti compri le pasticche? le diceva: Perchè non prendi un
po' di latte caldo, la sera, avanti di andare a letto? Perchè non
cerchi di assuefarti all'olio di merluzzo? Anche la signora Maestra è
guarita con l'olio di merluzzo.--
La mamma sorrideva e lo lasciava dire. Gli è che la povera donna, per
la gran miseria, non aveva modo di curarsi, e se dopo aver pensato al
pane e alla minestra, le rimaneva qualche centesimo, bisognava che lo
serbasse per comprare i quaderni e i libri del bambino. Era tanto
istruito quel ragazzo! Leggeva corrente in qualunque libro e perfino
nello scritto era sempre il primo lui!
--È una tosse d'infreddatura, rispondeva la buona donna, passerà da
sè. Io, intanto, non mi voglio intrugliare colle medicine.--
Enrico non era persuaso di quelle ragioni e cominciò a sospettare il
vero. Già un bambino che legge in tutti i libri, sa anche leggere nel
cuore della mamma, non vi pare?
Pensa e ripensa, gli venne un'idea, un'idea buona. La mamma gli dava
tutte le mattine due centesimi per il companatico della merenda: se li
mettesse da parte per sette o otto giorni, non sarebbe in grado di
comprargliele lui le medicine? Con tre soldi si può scegliere!
Ecco perchè il nostro amico, dopo qualche giorno di questa
risoluzione, uscì di casa tutto contento. Baciò la mamma e quando fu
in fondo alla scala, le disse con una certa importanza:--Riguardati!--
Coi suoi tre soldi strinti nella manina destra, entrò nella farmacia
più vicina e fattosi avanti con una tal qual dignità, disse allo
speziale che era al banco:
--Vorrei una medicina per la mamma, che ha la tosse!
--Ce ne sono tante delle medicine! osservò il farmacista. Che cosa
vuoi? polveri del Dower, pasticche di catrame, olio di merluzzo?
--Piglierò l'olio di merluzzo, rispose subito il bambino, pensando
alla guarigione della maestra. Me ne dia una boccetta.
[Illustration]
--La vuoi piccola o grande?
--Grande, molto grande!
--Eccotela. Una lira e cinquanta!
Il bambino guardò stupefatto prima il farmacista, poi l'olio di
merluzzo, poi un dottore che stava lì accanto al banco leggendo il
giornale; e aprendo timidamente la manina balbettò:
--Ci ho tre soldi, interi!
Tanto il dottore che lo speziale, dettero in uno scoppio di risa e
quest'ultimo fece l'atto di ripigliar la boccetta. Ma Enrico,
piangendo a calde lacrime:
--Mi faccia il piacere di lasciarmela, supplicò, gliela pagherò a un
po' per giorno, coi centesimi della merenda. Se sapesse quanto tosse
la povera mamma! Sono un bambino per bene!--
Il farmacista gli pose tra le mani la boccetta e gli fece segna di
andarsene, cosa che il ragazzo non si fece ripeter due volte: poi il
degno uomo si chinò sotto il banco a raccattar della roba che non
c'era. E il dottore? Oh il dottore aveva il viso interamente nascosto
da quel suo gran giornalone.
Quei due uomini erano due babbi.
La storia d'un grappolo d'uva.
Guardate, bambini, questo bel grappolo d'uva! Io lo serbo, non già a
chi sarà più buono, poichè la bontà trova in sè stessa il proprio
premio, ma a chi sarà più attento a questa lezioncina. E lo stare
attenti non è difficile, specialmente quando in una lezione entrano in
ballo delle cose così buone.
--Prima di tutto ditemi di che colore è quest'uva?
--Codest'uva è bianca.
--È vero. Ma tutta l'uva non è bianca. Ce n'è della nera, della
rossiccia, della verdastra. E col colore diverso prende anche un nome
diverso: Così c'è l'uva salamanna, l'uva moscatella, l'uva malaga,
ecc. Se io vi domandassi come si chiama la pianta che da l'uva, che
cosa mi rispondereste?
--Si chiama la vite.
--Ma bravi! La vite, dunque, ci dà l'uva. E l'uva, ditemi, ci serve
solamente per frutta?
--No, signora. L'uva ci dà anche il vino.
--Mi accorgo di aver che fare con dei bambini che la sanno lunga,
forse più lunga di me, e proseguirò senza fare altre interrogazioni.
Quest'uva dolce, saporita, che mangiamo tanto volentieri col pane, non
è un frutto _unico_ come sarebbe una pera o una pesca. È composta di
una certa quantità di _chicchi_ riuniti sul prolungamento d'uno stelo
della pianta, e forma il così detto _grappolo_.
Ogni chicco d'uva è ricoperto da una pellolina sottile che impedisce
al sugo di sgocciolar fuori. Esso contiene dei _fiocini_ o semi che,
nascosti nel terreno, riprodurrebbero la pianta che ci da l'uva e che
si chiama _vite_.
Ma la vite non si riproduce col mezzo della sementa. Le ci vorrebbe
troppo tempo prima di dar dei frutti. Ecco come si fa: si stende sul
terreno un ramo di vite, senza staccarlo dal tronco o _ceppo_, e si
lascia l'estremità di questo ramo esposto all'aria e alla luce. Ben
presto sulla parte del ramo nascosto nel terreno germogliano alcune
radici e formano un nuovo _ceppo di vite_.
La vite è una specie d'arbusto tortuoso, la cui scorza è ruvida e
filamentosa: i suoi rami, lunghi e flessibili, ove fossero abbandonati
a sè stessi, serpeggerebbero sul terreno: ma l'agricoltore li assicura
lungo i muri o li raccomanda agli alberi, in modo che la vite possa
allacciarsi ai loro rami e formarvi graziose ghirlande di pàmpani e di
grappoli. La vite, lasciata crescere, forma le così dette pergole o
pergolati, la cui ombra ci difende, nei giardini, dalle carezze troppo
vive del sole.
Quasi sempre la vite è coltivata su terreni speciali, i quali prendono
il nome di _vigne_ o _vigneti_: e il ceppo è sostenuto da un _palo_.
In autunno l'uva è matura: allora si procede alla _vendemmia_, cioè
alla raccolta dell'uva.