L'uva è versata in capaci _tini_, dove viene _pigiata_, affinchè possa

versare il sugo, il quale scola da una piccola apertura, praticata in

fondo al tino. Allora viene travasato in altri grandi tini, dove si

riscalda da sè fino a bollire. E questa ebollizione naturale si chiama

_fermento_.

[Illustration ]

Fermentando, il sugo della vite cambia sapore e qualità. Era dolce: il

fermento ha cambiato la sua dolcezza in forza, il suo zucchero in

_alcool_. Eccolo diventato _vino_, quel vino che bevuto moderatamente,

è la vigoria dei giovani, il balsamo dei vecchi, la salute di tutti;

ma che, preso al di là del bisogno, _ubriaca_ e fa perder la ragione.

Bisogna dunque, saviamente _usare_ dei doni di Dio: ma _abusarne_,

mai!

* * *

E ora io mi trovo in un bell'imbroglio. Ho promesso il grappolo d'uva

al bambino più attento. E tutti siete stati attenti. Dividere il

grappolo in trenta parti non è possibile. Ne toccherebbe appena un

chicco per uno. Dunque? Ma perchè Gino si alza? Vuol farmi una

proposta? La faccia!

--Signora, c'è di là la povera custode della scuola, che ha la bambina

malata. Vogliamo mandarglielo a lei?...

La seggiolina.

(_Ricordi di un bambino_).

La signora Leonarda con quel suo fare sostenuto mi faceva rabbia e io

non la potevo soffrire. Tutti i miei compagni avevano una maestra

giovane, bella, vestita bene, che sorrideva spesso, che regalava loro

delle stampe o del soldatini. E a me, invece, la vecchia signora non

usava che sgarbi e modi arcigni. È vero che a quei tempi ero un vero

monello, senz'altra voglia addosso che quella di giocare a nocìno o di

fare alla palla coi quaderni. Ma nonostante avrei preso di essere

trattato meglio. Erano sempre gastighi, minaccie e scappellotti. Una

volta sola, l'unica! che nel fare il chiasso m'ero quasi levato un

occhio, la vidi agitata, piangente, starei per dire carezzevole. Mi

prese sulle ginocchia brontolando e mi fasciò l'occhio sciupato. Io,

intanto, da quello buono, vidi benissimo che le tremavano forte le

mani.

Saranno state idee, ma quel tremolìo mi fece impressione, tanta

impressione, che d'allora in poi mi messi in testa d'esser buono.

Cominciai a tener di conto dei quaderni, a stare attento alle lezioni

e infatti nella prima _dettatura_ feci quindici sbagli solamente.

La signora Leonarda mi prese subito a ben volere, e una volta che

venne nella scuola un signore tutto vestito di nero, mi fece alzare e

gli disse delle parole in un orecchio. Il signore mi accarezzò e mi

dette un bacio. Che cosa gli avrà mai detto?

Intanto la signora Leonarda si ammalò, chi diceva di stenti, chi di

vecchiaia. La mamma, un lunedì mi mandò a riprender la seggiolina per

mettermi in un'altra scuola. Ci andai tutto allegro, perchè l'idea di

mutare mi ha dato sempre un gran gusto.

Entrai nella scuola, dove avevo fatto tante birichinate, dov'ero stato

sgridato, gastigato tante volte. Era vuota. Il sole entrava

allegramente dal finestrone spalancato e tracciava larghe striscie

d'oro sull'ammattonato rosso. Io presi la mia seggiolina e mi avviai

all'uscio. A un tratto sentii come un gemito nella stanza accanto: era

la voce della signora Leonarda che chiedeva da bere.

--O che l'hanno lasciata sola? dissi fra me. E senza stare a pensarci

sopra, entrai in camera.

Era sola, infatti, la povera vecchia maestra. Mi avvicinai al suo

letto in punta di piedi, e agguantato il bicchiere sul comodino, glie

lo porsi.

Bevve avidamente fino all'ultimo sorso e ricadde sul guanciale senza

riconoscermi.

In quel mentre entrò la donna che la custodiva. Io, non avendo più

nulla che fare, uscii. Quando fui per la strada, colla mia seggiolina

in braccio, mi parve che il cielo si fosse rannuvolato. Ma era sereno.

Gli è ch'io lo guardavo a traverso le lacrime.

Le olive.

Lo vedete questo ramoscello adorno di foglie biancastre e carico di

piccoli frutti ovali, d'un verde cupo? È un ramoscello d'olivo.

Proviamoci ad assaggiare una di queste olive. Dio, come sono amare!

Non hanno certo il sapore di quelle belle olive che si mangiano col

pane. Gli è che le prime sono _naturali_ e le seconde sono state

conservate in _salamoia_ cioè nell'acqua salata, la quale ha tolto

loro quel sapore amaro che le olive prendono maturando.

L'ulivo, chiamato dai nostri padri il _re degli alberi_, è una grande

risorsa pei paesi del mezzogiorno. Dove il clima è rigido e freddo,

l'olivo non attecchisce, e per renderlo fecondo sarebbe necessario

ripararlo dalle inclemenze della stagione. L'olivo si riproduce in più

modi, ma il più semplice è quello di seminar sul terreno dei noccioli

d'oliva. E quanto tempo deve scorrere prima che quel nocciolo nascosto

sotto terra ci dia le anfore di olio finissimo o anche le olive da

mettersi sotto sale! È anche da osservare che essendo il legno del

nocciolo estremamente duro, bisogna, prima di riporlo nella terra,

schiacciarlo; e aver molta cura di non offendere la mandorletta o

germe, il quale, trovandosi a contatto immediato col terreno, avrà

uno sviluppo più facile e più pronto. Gli olivi seminati così,

cominciano a venir fuori dopo due anni.

La raccolta delle olive si fa ordinariamente in novembre e dicembre:

se l'albero non è alto, si colgono le olive con la mano: ma se i suoi

rami sono molto elevati, si _abbacchia_ come si pratica con le noci e

i castagni.

Tutto il lavoro non è però finito con la raccolta. Le ulive vengono

schiacciate nel _frantoio_ e il primo olio che da esse è spremuto si

chiama _olio vergine_. Dalla pasta di quelle ulive medesime si ottiene

quindi l'olio comune e, gradatamente, quello di qualità inferiore.

L'olio si conserva nei barili o in grandi vasi di terra verniciata,

detti _damigiane_. Gli ulivi hanno un anno di abbondanza su tre o

quattro di sterilità, e perciò, tirando la media delle buone e cattive

raccolte, si è potuto stabilire che un olivo produca quattro o cinque

chilogrammi d'olio l'anno.

E questo ramo di agricoltura esige, oltre al lavoro e alla vigilanza,

grandi tesori di pazienza e di tempo, poichè un olivo non è produttivo

che verso i sei o sett'anni.

L'olivo è stato, fino dai tempi più remoti, il simbolo di sentimenti

nobili e virtuosi. I Greci antichi pretendevano di averlo avuto da

Minerva, dea della saviezza, e non ne permettevano la coltivazione che

a persone onorevoli e della più specchiata probità.

Ricordate, nella storia di Noè, il ramoscello d'olivo portato dalla

colomba?

E anche ai nostri giorni, non veneriamo forse l'olivo come un simbolo

di pace e d'abbondanza?

* * * * *

1. Come sono le foglie e i frutti dell'olivo?

2. Dove cresce l'olivo?

3. Come si semina?

4. Come si raccolgono le olive?

5. Come si estrae l'olio dalle olive?

6. Quali pensieri ha ispirato l'olivo ai nostri padri?

Ombrello ridicolo.

C'era una volta una bella bambina che si chiamava Livia: questa Livia

stava un giorno alla finestra, aspettando una comitiva di bambine, che

dovevano venir da lei a fare i balocchi. C'erano state anche la

domenica avanti e s'erano tutte divertite a correr nel giardino, a

ballare sul prato, a fare alle signore nei boschetti. Tutto questo

però non era nulla in confronto di quello che avevano fissato di fare

la domenica dopo.

La domenica era venuta, ma le amiche si facevano desiderare. Come mai?

Gli è che la prima volta era stato bel tempo: il sole splendeva in un

cielo senza nuvole e un leggiero ventolino ne temperava l'ardore: quel

giorno, invece, il cielo era bigio e l'acqua veniva giù a catinelle.

Oh benedetto sole! Perchè rimpiattarsi, quando vi sono tante bambine

che ti invocano?

È vero, peraltro, che il sole brilla sempre, senza spengersi mai. Ma

di quando in quando ce lo nascondono a noi quei grossi nuvoloni e

vapori, che si sciolgono in acqua.

E allora non bisogna più fare i balocchi nel giardino: la terra è

fradicia, fangosa, piena di pozzanghere: ci sarebbe il caso di

prendere un reuma o un'infreddatura, e queste cose non piacciono molto

alle bambine di giudizio.

Quando piove, bisogna rassegnarsi a fare il chiasso in una stanza: non

c'è tanto posto quanto in un giardino, ma quando ci troviamo in buona

compagnia, non è poi un gran male a stare un po' più vicini gli uni

agli altri, non vi pare?

Eppure le amiche della Livia davano a credere di amare più il giardino

che non la padroncina, la quale aveva un bell'allungare il collo fuori

della finestra. Le bambine non si vedevano. Che le loro mamme non

volessero farle uscire a quel tempaccio? Poteva anche darsi e in

questo caso non c'era da ripigliarsela con nessuno.

Livia, tanto per ingannare il tempo, prese un libro e si provò a

leggere. Ma quando non si ha la testa lì, impossibile di capire una

sola parola: ella vide soltanto che in quella pagina l'argomento si

aggirava sugli ombrelli da acqua.

La bambina posò il libro e si mise a guardar quelli che passavano

dalla strada. Ce ne erano di tutti i colori e di tutte le forme.

La Livia ne aveva uno bellino, di seta scura, che poteva servire da

sole e da acqua; ciò che i francesi chiamano un _en-tous-cas_ (_in

ogni caso_). Sapeva che l'ombrello è una specie di tenda di seta o di

cotone, arrotondata in fondo, sostenuta in alto da un _manico_ che si

tiene in mano, e raccomandata a questo manico da otto o nove _stecche_

che la sostengono.

Dicendo che questa tenda è arrotondata, intendo per la forma generale,

poichè essendo la stoffa ben tirata sopra ogni stecca, ne viene che il

limite estremo dell'ombrello forma come un festone con tante punte,

quante sono le stecche. E siccome queste stecche, le quali possono

esser di balena, di ferro e anche di legno, hanno una certa

flessibilità, così l'ombrello, quand'è aperto, forma una specie di

cupola.

La Livia aveva notato soprattutto le due molle fissate lungo il

manico, e per mezzo delle quali l'ombrello si apre e si chiude: anzi

le era spesso accaduto, aprendo con poca attenzione l'ombrello della

mamma, di farsi male ai diti.

Quello che la nostra bambina non aveva mai osservato, si era la

curiosa processione d'ombrelli che sfilava sotto la sua finestra.

Quella vista valse a farle passar la noia e a disporla all'indulgenza

verso le piccole infedeli.

Pioveva sempre. Passò un giovinetto coll'ombrello chiuso e un libro

aperto tra le mani: questo giovinetto aveva una fisonomia lieta,

piacevole, tutta assorta nella lettura.

--Oh l'imprudente! pensò la Livia: te ne avvedrai di quel che succede

quando si cammina senza badare dove si mettono i piedi!

Infatti, dopo pochi passi, una grondaia in rovina amministrò al povero

scolaro un battesimo sì abbondante, che gli fu giocoforza pensare alla

pioggia.

Dopo, passò una signora vestita elegantemente ma con l'ombrello

spuntato e poco decente.

--Oh signora! pensò di nuovo la Lidia, codesto ombrello non

corrisponde ai suoi nastri svolazzanti: prima bisogna pensare alle

cose necessarie, poi a quelle superflue: e perchè lo tiene spuntato?

Non ci ha aghi e refe a casa sua?

Un uomo sulla sessantina svoltò la cantonata ed entrò nella strada;

aveva l'ombrello aperto, ma lo teneva appoggiato sulla spalla, con un

certo fare incurante, che l'acqua gli schizzava tutta sul viso. Quel

viso era dolce ma grave e pensoso: doveva essere qualche scienziato.

--Povero dotto, pensò ancora la Livia, perchè imiti quel filosofo

dell'antichità, il quale per istudiare il cielo, non vide la buca,

entro la quale poco mancò non si fiaccasse il collo?

Finalmente la Lidia, scorse una bambinuccia di otto o nove anni, che

camminava, interamente nascosta da un immenso ombrello d'incerato. Era

un ombrello scolorito, vecchio, goffo, ridicolo, un di quegli

ombrelloni che si vedono talvolta a qualche vecchio e buon prete

campagnuolo.

La Livia, a quella vista, si ebbe a sbellicar dalle risa. Era tanto

grande, tanto grande, che pareva camminar solo, con l'aiuto di due

piedini mal calzati, di cui la nostra curiosetta non poteva scorger

che le punte.

Là vicino ci erano gli asili infantili. L'ombrellone entrò nella

scuola e subito dopo ne uscì proteggendo una vera nidiata di

creaturine piccine, che la sorella maggiore era andata a prendere.

Quell'ombrellone rassomigliava a una grossa chioccia, che si sforzasse

di proteggere dalla pioggia la sua covata di pulcini.

E la Lidia non rise più. L'ombrellone d'incerato diventava bello,

aveva diritto a tutta la sua stima. E quando la bambina udì gli scoppi

di risa che uscivano da quell'enorme tendone, non potè stare alle

mosse e gli buttò un bacio.

Dopo, richiuse la finestra; e quando il sole tornò a brillare sui

tegoli lucenti dei tetti e fra le screpolature del vecchio campanile,

una fragorosa scampanellata annunziò a Lidia i suoi ospiti.

(_Imitato dalla signora Pape-Carpentier_).

Insetti.

Questo nome vi metterà forse di cattivo umore, perchè vi darà a

supporre ch'io abbia intenzione di venirvi fuori con qualcuna di

quelle parolone noiose che fanno spesso pigliare in uggia ai ragazzi

la scuola, i libri e qualche volta anche la maestra. Ma mettete

l'animo in pace. Io, quando sono in mezzo a voi, non so pensare che a

delle cose carine e divertenti.

Questa parola _insetti_ non vi deve quindi spaventare. Ditemi, vi

piacciono le farfalle, quelle belle farfalle bianche, rosse, azzurre,

dorate, che svolazzano sui fiori e ne succiano il miele? Vi siete mai

divertiti a correr loro dietro? Ne avete mai acchiappate? Avete mai

posto mente alle loro belle ali variopinte, al loro corpicino esile e

delicato? Quelle farfalle sono _insetti_, ossia appartengono a un

genere di animaletti chiamati _insetti_.

[Illustration]

Gl'insetti sono molti: rifacciamoci dal nominare i più comuni, i più

conosciuti: le mosche, le formiche, le vespe, le zanzare, le pulci,

ecc.

Quasi tutti questi animalini sono provvisti di sei zampette articolate

e portano sul capo due antenne, che essi piegano e muovono a piacere.

Ma vi voglio dare intorno ad essi delle notizie curiose che non

possono fare a meno di divertirvi. Quando guardate qualche bella

farfalla o qualche moscone, dall'ali scintillanti, dal volo

rapidissimo, crederete certo che quella e questo sieno venuti al mondo

a quel modo, cioè colle ali, colle antenne, e le zampettine, non è

vero? Ebbene, qui sta l'errore.

Gl'insetti si riproducono per mezzo delle uova, e da queste si

sviluppa da principio un bacherozzolo press'a poco eguale a quelli che

troviamo pei campi o dentro ai frutti andati a male. Questi

vermiciattoli che gli uomini dotti chiamono _larve_, si mostrano

vivaci e voracissimi: crescono rapidamente, mutano la pelle parecchie

volte, finchè non sono sufficientemente sviluppati. Dopo essere stato

larva per un dato tempo, l'insetto fa un altro mutamento; smette di

mangiare, di muoversi e muta forma. Allora intorno al suo corpicino si

va formando una specie di scorza o involucro, dove egli riposa come

dentro una scatola; e spesso, oltre a questo involucro, c'è un guscio

particolare che l'insetto fabbrica da sè. E l'insetto viene allora

battezzato dai dotti con un altro nome: cioè _crisalide_. E quando la

_crisalide_ è diventata un insetto perfetto, allora fende il guscio e

esce all'aperto a prendersi la sua parte d'aria e di sole.

Da ciò vedete che prima di divenir farfalla, mosca, o, in una parola,

_insetto perfetto_, il nostro animalino dev'esser _uovo_, _larva_ e

_crisalide_. Spero che non dimenticherete queste piccole notizie, le

quali vi gioveranno non poco, quando intraprenderete degli studi più

importanti.

Dianzi parlandovi delle vespe, vi ho taciuto il nome di una specie di

vespa, dalla quale l'uomo ritrae grandi vantaggi: intendo parlare

dell'ape. Ne avete mai vedute?

Quando questi animalini si sono riuniti in un dato numero, ossia hanno

formato uno _sciame_, scelgono, per stabilirvi la loro dimora, un

luogo oscuro, caldo e asciutto, o nella cavità d'un albero o in una

spaccatura di roccia. Trovato il luogo adattato, che noi chiamiamo

_alveare_, le api si mettono subito al lavoro: cominciano a ripulirlo

da ogni immondizia e quindi, con una materia che esse stesse

fabbricano, turano ogni buco, ogni apertura, lasciandone una sola per

l'entrata e per l'uscita. Nell'interno della loro casina o alveare,

costruiscono quindi un numero determinato di cellette a sei angoli,

ossia _esagone_, dove ripongono il miele e la cera che esse succhiano

dai fiori.

Voi tutti conoscete la cera, la quale serve a tante applicazioni di

medicina, di arti e mestieri, e illumina sì splendidamente le nostre

chiese e le nostre sale: avrete anche assaggiato il miele, il

dolcissimo miele: ma forse non avete saputo fin qui il nome

dell'industre animaletto che ci procura questi tesori, ed è tenuto

meritamente come simbolo d'operosità e di previdenza.

Nè, parlando degl'insetti, sarebbe bene tacervi il nome del

_filugello_ o baco da seta, la sola farfalla veramente utile all'uomo,

il quale ritrae da essa lo splendido filo di seta che, tessuto, si

trasforma in quelle ammirabili stoffe che si chiamano _velluto_,

_raso_, _faille_, _moarè_, ecc.

Questa farfalla è originaria di un paese molto lontano da noi, che si

trova nell'Asia e si chiama _Cina_ o _China_, ma ora è diffusa in

tutta l'Europa. L'allevamento de' bachi da seta è sempre stato ed è

tuttavia sorgente di molti guadagni in chi lo intraprende: esige però

molte cure e molta pazienza.

Che ve ne pare, figliuoli, di questa lezioncina? L'avete trovata

troppo lunga, troppo noiosa, troppo difficile? E vi sentireste in

grado di risponder per benino alle seguenti domande?

* * * * *

1. Ditemi il nome di sei insetti, tra quelli che vi sono più

famigliari.

2. Come si riproducono gl'insetti? Da quanti stati passano prima di

diventare tali quali li vedete?

3. Ditemi, qualche cosa sull'ape: a quale altro insetto somiglia? Che

nome prende una riunione d'api? Come si chiama il luogo dove le api

fissano la loro dimora? Che ci danno le api?

4. Che cosa ci dà il filugello? Di dove ci viene?

Vestito bianco.

(_Racconto d'una sorella_).

Me ne ricordo: glie lo aveva ricamato la mamma nelle lunghe sere

d'inverno, quando il babbo era in convalescenza di quella lunga,

disperata bronchite. Il pover'uomo, tutto rinvoltato nel suo mantello

bigio, leggeva lentamente, spiegandocele, alcune delle più divertenti

favolette del Clasio, e io colla mia storia sacra sotto gli occhi, un

po' mi commovevo sui casi pietosi delle pecorine, un po' riflettevo

all'ingordigia di quel bighellone d'Esaù, che per un piatto di lenti

aveva venduto il diritto di primogenitura.

Lui, il biondino, al quale era destinato il vestito bianco, se ne

stava seduto comodamente sul seggiolotto e si divertiva a far fare il

mulinello a un grosso bottone, infilato in una gugliata di refe.

Gira, gira e gira, il bottone finiva sempre collo schizzargli nel naso

e allora erano pianti, guai, disperazioni.

Il babbo, indispettito buttava in un canto il Clasio, la mamma

pigliava in collo il bambino, e io profittava sempre di quella

confusione, per chiuder la storia sacra e riponerla nel cantuccio più

buio del salotto.

* * *

Lo rinnovò per il _Corpus-Domini_, per il Corpus-Domini di prima,

quando le strade erano seminate di lauro, le finestre inondate dal

sole di maggio e le campane di Santa Croce annunziavano la festa del

Signore. Lo vedo sempre, esile, grazioso, elegante, coi piedini

irrequieti, calzati da due microscopiche scarpette di pelle lustra,

col cappellino di paglia di Firenze, dalla tesa rialzata, dai bianchi

nastri svolazzanti.

E la mamma! Come se ne teneva di quella creaturina! Quando qualcuno si

soffermava a guardarla, la povera donna diventava rossa come una viola

e sorrideva. Avrebbe sorriso a tutti, anche a un malfattore.

* * *

Sono passati tanti, tanti anni! Il babbo non legge più il Clasio e il

posto di Guido è vuoto. Per un tacito accordo, il suo nome non è mai

pronunziato.

Spesso la mamma interrompe il suo eterno lavoro a maglia e dice:

--Dovresti divagarti, Gemma... andare al teatro...

--Il mio posto è accanto a te, rispondo e li.--Parliamo pochissimo, ma

c'intendiamo sempre.

Una sera, la pigionale del secondo piano venne a raccontarci il fatto

d'un giovinetto discolo che sedotto da perfidi amici, aveva lasciato

la casa paterna e, come Guido, se n'era fuggito lontano lontano, al di

là dei monti.

La mamma faceva sforzi inauditi per non piangere e ci riuscì. Ma

quando la pigionale ci ebbe lasciate, si alzò e andò in camera. Io le

corsi dietro. Sapevo pur troppo quel che andava a fare. Aprì l'armadio

e da un involto che sapeva di tanfo, tirò fuori un vestitino bianco,

ingiallito dal tempo. Io nascosi il viso tra le mani e la mamma

balbettò, piangendo dirottamente:

--Oh Guido, Guidino, perchè non sei morto?

* * *

Prima di andare a letto, pregai. Pregai per tutti i figliuoli buoni

che sono, come voi, la gioia delle loro famiglie. Poi ripensai a Guido

piccino, al suo vestitino bianco, immacolato, e pregai il Signore

anche per lui.

LAVORI E BALOCCHI

Il primo lavoro della Gemma.

La Gemma aveva messo da parte nientemeno che settantacinque centesimi;

e con settantacinque centesimi si possono fare dimolte cose: si può

comprare una bambola quasi vestita, un anellino quasi d'oro, un vezzo

di perle quasi buone, o se no, un mezzo chilogrammo di biscottini.

Ma la Gemma aveva un'altra idea: voleva fare un regalo alla mamma e

non sapeva proprio dove battersi il capo. Pensa e ripensa, si decise

di confidarsi con la sua maestra. E questo è il partito più savio al

quale possa appigliarsi una bambina imbarazzata.

La Gemma avrebbe voluto comprar tutto Firenze, e se tutto Firenze non

c'entrava, si sarebbe contentata di una bella pelliccia di martora,

col manicotto eguale. Ma la signora maestra che era una signorina di

giudizio, fece osservare alla fanciulla, che con settantacinque

centesimi non si compra neanche la fodera del manicotto.

--O allora?--fece la Gemma sgomenta.--Capirà, signorina, che io non

posso regalare alla mamma una trombettina o una palla di gomma

elastica!

--È vero anche codesto, rispose la maestra sopra pensiero. Poi, a un

tratto, come colpita da un'idea improvvisa:

--Perchè, ora che sai far la maglia discretamente, non le regali un

paio di calze, fatte con le tue mani?

--Un paio di calze! ripetè la Gemma, allungando, il labbro di sotto

con un visibile segno di disgusto.--Non le pare un regalo

troppo...troppo rozzo?

--No, rispose con serietà la maestra, no, fanciulla mia: quando un

regalo, per modesto che sia, è offerto col cuore, non c'è rozzezza che

tenga. Eppoi s'io fossi una mamma, preferirei che la mia figliuola,

prima di applicarsi a dei gingilli eleganti ma inutili, si addestrasse

nei lavori necessari.

--Facciamo dunque le calze! disse la Gemma, che poi in fondo era una

bambina assai docile. Crede però che i soldi sieno sufficienti?

--Mi pare. Cinque once di cotone a quindici centesimi l'oncia, fanno

per l'appunto settantacinque centesimi.

La Gemma battè le mani della contentezza e fece subito comprare il

cotone.

La maestra le avviò la prima calza, le scrisse sopra un pezzetto di

foglio le regole da osservarsi, e così la Gemma potè, a tempo

avanzato, finire il suo lavorino.

Non è a dire se la mamma lo gradisse. Alcuni parenti le regalarono,

per la sua festa, molte belle cose, fra le quali una pelliccia di

martora col manicotto eguale. Ma nessun dono fu più caro alla mamma di

quello al quale aveva lavorato la diletta sua figliuolina.

* * *

Ditemi un po', fanciulle: se io vi ricopiassi, qui sul libro, le

regole date alla Gemma dalla maestra, non farei una cosa santa?

Io vedo già parecchie bambine che vanno dal merciaio a comprare...

Basta! Non voglio essere indiscreta. So però di certo che questo

raccontino vedrà fare molte paia di calze.

Ecco le regole:

«Prendendo del cotone inglese del numero 10, sarà necessario avviar la

calza di 152 maglie.

«Si faranno 30 giri a 2 maglie diritte e a 2 maglie rovescie,

alternativamente, per formare sul principio della calza una specie di

elastico, che abbracci la gamba al disopra del ginocchio, onde il

lembo superiore della calza non s'arrovesci, nè s'incartocci. Poi si

fanno le maglie tutte diritte, meno la riga dei _rovescini_ (costura

della calza) per formare la quale bisogna fare una maglia rovescia

ogni due giri, ma sempre sulla stessa riga.

Lezioni e Racconti per i bambini · 第 4 / 7 段