--Un biglietto al Politeama costa caruccio, disse la mamma, e quando

pensiamo che siamo in cinque, bisogna rinunciare a un divertimento

poco adatto alla nostra condizione. Spendere sette o otto lire per due

ore di piacere, quando con quei denari si può alleviare la miseria

d'una disgraziata famiglia mi pare un peccato....

--O dunque, disse Giorgio, come la passeremo questa benedetta

domenica?

--Cercate, bambini.

--L'ho trovata! esclamò l'Ernestina, l'ho trovata! Il babbo le

domeniche va a pescare. Perchè non lo preghiamo di condurci con lui?

--Benone! Benone! dissero tutti in coro, eccettuato Gigino, alla

pesca! alla pesca!

--Sì! sì! riprese l'Ernestina tutta contenta di vedere adottata la sua

proposta. Il babbo pesca sempre, e noi, mai. Anch'io voglio pescare.

--Anch'io! Anch'io! disse Giorgio saltando.

--È un divertimento che non costa nulla, disse l'Ernestina.

--Non solo non costa nulla, rispose la mamma, ma se il babbo ve lo

permetterà, e non c'è ragione di dubitarne, noi daremo il prodotto

della nostra pesca alla famiglia del povero Cecco muratore; quei

disgraziati, a volte, non hanno neanche da sdigiunarsi con un po' di

pane secco.

--Oh sì, mamma, disse Giorgio, ti è venuta una buona idea!

--Io voglio, pescare tanti, tanti pesci, esclamò l'Ernestina. Così, se

non li potranno mangiar tutti, li venderanno e prenderanno dei soldi!

--Pensate, riprese la mamma, che bisognerà levarsi molto presto:

almeno alle quattro! Vi desterete, dormiglioni?

--Oh Dio! disse Gigino, con un muso lungo lungo, se bisogna levarsi

avanti giorno, mi pare che non ne valga la pena. Che c'è egli di

straordinario a veder pescare? A Livorno non si fa altro!

--Tu hai sempre la smania di buttare all'aria ogni cosa, disse

l'Ernestina. Perchè lui viene da casa del nonno, ed è stato a veder

pescare finchè gli è parso, pretenderebbe che noi restassimo con

l'acqua in bocca! Grazie tante! Una volta per uno non fa male a

nessuno, signorino. Eppoi se la mamma sarà contenta, potremo andare a

letto, subito dopo desinare. Così non perderemo nulla.

--Sta bene, risposero gli altri, stasera a letto alle ventiquattro e

domattina in piedi al levar del sole.

--Ma se il babbo non fosse contento? obiettò Gigino, che pur di

mandare a monte la partita, si sarebbe attaccato ai veli di cipolla.

--Il babbo sarà contento, rispose la mamma, guardandolo severamente,

ci penso io a parlargliene.

Il babbo, infatti, non trovò nulla da ridire e fu molto contento di

poter procurare un piacere ai suoi bambini. E perchè nulla mancasse

alla festa, fu deciso che anche la mamma vi prenderebbe parte.

Eccoli dunque tutti, fuori del guscio! Sono un po' assonnati, hanno

gli occhi un po' gonfi, ma sono vispi e allegri come tante lodolette.

Il sole dorava già le cime dei campanili, gli uccellini cantavano, un

ventolino fresco e odoroso bisbigliava tra le foglie delle acacie, e i

contadini s'incamminavano al mercato con le loro ceste cariche di

ciliegie e di fiori. Tutte le porte, tutte le finestre erano sempre

chiuse; la nostra lieta famigliuola era certo, per quella mattina

almeno, la più sollecita.

E non si misero in cammino a mani vuote: anzi, siccome l'appetito

sarebbe venuto a tutti, così tutti portavano qualche cosa; i tre

bambini avevano un paniere per uno, dove c'era del pane, del vino,

della carne e delle frutte.

Il babbo aveva una specie di borsa a tracolla, nella quale aveva

riposto l'occorrente per pescare: e, così diviso, il peso delle

provviste non incomodò nessuno.

La mamma sola aveva le mani libere: tanto il babbo che i fanciulli non

avevano voluto caricarla neanche di un gingillo: le volevano troppo

bene per esporla alla più leggiera fatica. Non avreste fatto lo stesso

anche voi, bambini?

Il babbo andava avanti con Giorgio, che portava sulla spalla le reti e

le lenze per sè e per i suoi fratellini. In cima a ognuna di queste

lenze, pendeva un pezzettino di legno, intaccato alle due estremità, e

al quale era avvolto un lungo filo bianco e un sugherino rosso. E

siccome la lenza era flessibile, il pezzettino di legno rimbalzava a

ogni passo e faceva fare delle grosse risate all'Ernestina che

camminava dietro a loro.

La mamma veniva ultima con Gigino, sempre un po' musone.

Infatti per lui che era stato più di un anno a Livorno, dove ci son

tanti pescatori, quel passatempo non doveva riuscire molto attraente.

--Che hai, Gigino? disse la mamma. Perchè codesta cera da mortorio?

--Perchè io non mi diverto punto, rispose Gigino. Non potevano

scegliere un'altra cosa? I burattini, per esempio?

--Sai bene che l'Ernestina non li può soffrire. Ci si sarebbe

annoiata, e ci saremmo, credilo pure, annoiati tutti.

--Ma mi sarei divertito io, riprese Gigino.

--Pensa, rispose la mamma, che se avessimo fatto a modo tuo, saremmo

stati, in _quattro_, a provare la noia che provi _tu solo_. Non è

meglio, contentare i più? E tu, in sostanza, ti saresti potuto

divertire in mezzo alla contrarietà di tutti?

Gigino non rispose. Sentiva che la mamma aveva ragioni da vendere.

--Andiamo, figliuolo, fai oggi quel che dovrai fare spesso, quando

sarai diventato un uomo: sacrifica i tuoi gusti particolari a quelli

della maggioranza e godi del piacere che con la tua condiscendenza

puoi procurare agli altri.

Gigino non ebbe bisogno d'altre esortazioni per esser persuaso dei

suoi torti. Strinse la mano della, mamma e le disse sorridendo:

--Sarò buono, buono, buono!

--Ecco il fiume, ecco il fiume! gridarono i ragazzi, e fecero per

prender la rincorsa.

--Non qui, bambini, non qui! disse il babbo. Non vedete che questo

luogo non è abbastanza quieto e appartato? Quelle lavandaie e quei

renaioli che vanno e vengono non possono che fare impaurire i pesci.

--Come, babbo! O che, i pesci si accorgono di chi è sulla spiaggia?

--Sicuro, disse Gigino. Anche i pesci hanno gli occhi.

--E degli occhi bonissimi, riprese il babbo. E non solo ci vedono, ma

odono ogni rumore: procurate dunque di parlare sottovoce, perchè ci

siamo.

Infatti, la comitiva fece sosta. Erano giunti sulla riva, dove molti

salici fronzuti formavano come una gran cupola verdeggiante che

avrebbe riparato i nostri amici dalle carezze troppo ardenti del sole

di luglio.

--Qui staremo benone, disse il babbo. Alla svelta! Ognuno deponga

gl'impicci e posi le sue provviste a' piè di quell'alberone.

--Si deve mangiar subito? chiese Gigino.

--Come subito? ribattè il babbo. Mangiare senza prima aver lavorato?

Oggi voi siete degli uomini, e gli uomini prima di mangiare, lavorano.

Dopo tre ore, i panieri che avevano contenuto la refezione dei nostri

amici, erano pieni di pesce.

--Io vorrei sapere, disse Gigino, perchè tra tutte queste anguilline e

pesciolini d'argento, non c'è neanche una _sogliola_, una _triglia_,

un _gambero_ o un'_acciuga_. A Livorno se ne pescavano sempre!

[Illustration]

--Tu dimentichi, rispose il babbo, che nell'_acqua dolce_ non vivono i

medesimi pesci che sono nell'acqua di mare.

--Babbo, perchè i pesci, quando sono fuori dell'acqua, muoiono?

--Perchè essi non possono respirare l'aria che a traverso l'acqua,

mentre noi non possiamo respirare che l'aria pura.

--O che i pesci respirano?

--Ma certo!

--Curiosa! O che hanno i polmoni?

--No: essi sono provvisti di un organo respiratorio, diverso dal

nostro: e sono le _branchie_, specie di pettinini con gran numero di

denti molli e fitti, nascosti in fondo alla bocca e fatti, quasi

starei per dire, per stracciare l'acqua e separarne l'aria.

--Babbo, perchè i pesci hanno la lisca?

--Giorgio, perchè hai la spina dorsale? La lisca non è altro che lo

scheletro del pesce. E i pesci saranno dunque da mettersi tra gli

animali _vertebrati_; essendo appunto stati nominati _vertebre_ gli

ossicini dei quali è composta la spina dorsale. I pesci, gli uccelli,

gli anfibi, i rettili, e i mammiferi sono le cinque classi in cui

vengono ripartiti gli animali vertebrati.

--È vero, babbo, che i pesci sono stupidi? chiese l'Ernestina.--

--Io non li credo meritevoli di questo brutto epiteto, rispose il

babbo: perchè numerose esperienze c'insegnano che un certo

intendimento lo hanno anche loro: ma è un fatto che fra gli animali, i

pesci non sono i più accorti. La loro pelle coperta di scaglie è

insensibile: il loro sangue è freddo e circola lentamente intorno a un

cuore imperfetto; la loro testa è così compressa, che ci è appena

posto per un cervelluccio molto piccino. I pesci non hanno gioie, non

hanno amicizie, nè vincoli di società o di famiglia; è perciò

un'ingiustizia il chiedere a questi poveri animali più di quello che

il loro organismo può darci.

Ma questi pesciolini che serviranno alla cena del povero Cecco, non

possono darvi un'idea dei mostri giganteschi che popolano l'Oceano:

Avete però veduto disegnato più volte il terribile pesce cane, la

balena, qualche polipo e altri e altri ancora.

Tutti i pesci si riproducono per mezzo delle uova: ma tra i pesci non

dovete contar la balena, la quale, quantunque viva nei mari,

appartiene ad un altro ordine di animali, detti _cetacei_ e si

riproduce come gli altri mammiferi.

* * *

Così ebbe fine la partita di pesca. La nostra comitiva se ne tornò a

casa di bonissimo umore, lieta per la bella mattinata trascorsa, ma

più ancora pel dono caritatevole offerto al povero Cecco.

* * * * *

1. Come si chiamano gli organi respiratori dei pesci?

2. Che cosa è la lisca?

3. Ditemi il nome di sei pesci di mare.

4. Perchè la balena non si deve classificare tra i pesci?

Primi freddi.

Ecco quel che mi raccontò la povera Luisa:

--Quel giorno mi tornò da scuola col visino spaurito e le mani

paonazze. Gli domandai se gli faceva freddo e se strada facendo aveva

sentito il bisogno d'un vestito più grave. «Ti pare? mi rispose. Siamo

ancora in ottobre e se mi rinfagotto ora, che farò questo gennaio?

Eppoi senti, sono caldo.»

Era vero. Aveva il petto e le mani calde. D'altra parte, non poteva

patire: fino dai primi del mese, gli avevo messo la camiciuola a due

petti, i calzoncini gravi e la giacchetta foderata di peloncino. Non

gli mancava che un capo solo, il _paletôt_: ma quello non ce l'avevo.

Glie l'avrei comprato alla fine di novembre, quando riscotevo que'

po' di soldi della pensione. Un mese, po' poi, passa presto e quando

una creatura è ben coperta di sotto....

Tutte queste cose le pensavo fra me, mentre lo aiutavo a scioglier le

tavolette dei libri; ma _sentivo_ che se nell'armadio ci fosse stato

il paltoncino, sarei stata una donna molto contenta.

La notte non potei pigliar sonno. Udivo il tramontano che sbatacchiava

le persiane delle case accanto e mi veniva subito in mente Gigino, che

il giorno dopo sarebbe andato a scuola in bella vita. Ottobre o non

ottobre, il freddo era venuto.

Avrei potuto tenerlo in casa: ma se il bambino mi disimparava le cose

studiate? Io non ero in grado di fargli neanche la ripetizione, io,

povera ignorante. Fino ad accorgermi se lo scritto era bello o brutto,

e se i numeri tornavano, ci arrivavo anch'io: ma pur troppo quello non

bastava. Bisognava intendersi di studi.

Almanaccai se tra i miei cenci, ci fosse stato qualche cosa da potersi

riadattare per lui: nulla. Il pastrano del suo povero babbo era in

pegno da cinque mesi, e il mio scillino a righe era tutto un

frinzello.

Non ci avevo nulla, proprio nulla. Sicuro, il braccialetto d'oro, coi

capelli del mio marito, c'era. Sfido! Certe cose non si possono

vendere, neanche per un po' di pane. Infatti, dopo la morte di _lui_

avevo patito d'ogni bisogno: avevo mangiato patate lesse per un mese e

mezzo, ero stata senza vino e perfino col pane a còmpito: ma il

braccialetto non l'avevo mai voluto vendere. Era l'unico ricordo che

mi restasse di quel pover'uomo.

Intanto il vento seguitava a mugliare. Allungai una mano per tastar

Gigino, e lo sentii ghiaccio marmato. Di certo il bambino aveva preso

del fresco. Non potevo più dubitarne.

[Illustration]

Verso le otto mi levai adagio adagio, mi buttai lo sciallino sulle

spalle e in un attimo fui fuori. Da casa mia al Ponte Vecchio c'era un

passo. Le botteghe degli orefici cominciavano ad aprirsi. Entrai in

una, dove ci stava un vecchino, che m'era sempre piaciuto per la sua

aria di buono; gli feci vedere il braccialetto e lui me lo stimò

venti lire. Glie lo detti subito, ed ebbi per soprappiù un

medaglioncino d'argento per tenerci i capelli del mio marito.

Tornai a casa con un bell'involto sotto il braccio. E da quel giorno

in poi, il tramontano non mi fece più paura: il mio Gigino aveva il

_paletôt_.

Il bambino, dopo qualche mese di questo fatto, era un fior di

bellezza: chi me lo rubava di qua, e chi di là. Perfino il suo maestro

l'aveva voluto tenere a desinare.

Ma un figliuolo a quel modo, non me lo meritavo. La _difterite_ me lo

portò via in quarantott'ore. Ed eccomi qui!--

La Luisa tacque. Mentre parlava, ravviava le cassette del cassettone,

spiegava alcune camicine, altre ne riponeva. Scosse una giacchetta,

spolverò un berretto e tirò fuori un paltoncino.

Lo guardò fisso, con gli occhi infiammati, eppoi, stringendoselo al

petto:

--Oh figliuolo, figliuolo mio, balbettò tra i singhiozzi, se non

avessi venduto il braccialetto, chi mi darebbe, ora, la forza di

vivere?

Fuoco e Fiammiferi.

(_Novella_).

Si deve cominciar proprio col «c'era una volta?» Perchè no, quando

quelle parole magiche evocano tutto un mondo di fate, di maghi, di

belle regine, di castelli incantati e di uccelli dal canto melodioso?

Oh le novelle! Le novelle che ci raccontava la nonna nelle lunghe

serate d'inverno, quando le legna scoppiettavano nel cammino, e di

fuori muggiva il tramontano, ditemi, chi le ha dimenticate? Io no

certo. A me le raccontava invece la mamma, la buona mamma mia, che ora

è morta. Sedevo su un panchettino di legno, ai suoi piedi, puntavo i

gomiti sulle sue ginocchia e con la faccia appoggiata tra le mani,

stavo a sentire. E m'intenerivo sui casi di Berlinda, fremevo alle

tirannie di Barbablù, applaudivo all'animo gentile delle fate pietose,

che spianavano la schiena ai bambini gobbi e rendevano la salute e la

gioventù alle buone vecchine.

Poi a poco a poco le fate, le principesse, i mostri si dileguavano

come nuvole di nebbia: il fuoco non scoppiettava più, il vento taceva,

e.... un letticciuolo caldo accoglieva tra le sue coltri ospitaliere

una bambina addormentata.

Or bene: ritorniamo piccini un'altra volta e siate contenti ch'io vi

racconti una storiella, una storiella vera, però.

Sappiate dunque che molte centinaia d'anni sono, alcuni uomini

istruiti si erano messi in testa di fabbricar l'oro a furia di

preparazioni e d'intrugli. Nè le loro pretese si limitavano a ciò:

essi volevano trovare un rimedio a tutti i mali che affliggono

l'umanità e per conseguenza anche alla morte: si arrabattavano perciò

a pestar polveri, a preparare unguenti, a far bollire calderotti,

pieni di sostanze strane, ributtanti e spesso pericolose. Ma l'oro non

veniva e la gente seguitava a morire come se nulla fosse. Paiono cose

incredibili, non è vero? Eppure a' quei tempi, si commettevano e si

tenevano in conto di verità indiscutibili ben altre stoltezze.

In Amburgo, che è una città della Germania, viveva un certo Brandt,

mercante di condizione. Pare che la mala riuscita dei suoi affari lo

persuadesse a cercare una via di guadagno nelle ricerche

dell'_Alchimia_, parola con la quale gli uomini di cui vi ho parlato

battezzavano i loro ridicoli tentativi.

[Illustration]

Standosene un giorno nel suo laboratorio, intento a far bollire al

fuoco violento d'un gran fornello diverse sostanze, fra le quali era

mescolata dell'orina, ottenne inaspettatamente e con suo grandissimo

stupore, non l'oro agognato, non il rimedio universale, ma una

materia singolare, strana, somigliantissima alla cera bianca. Aveva un

leggiero odore d'aglio e, cosa più bizzarra ancora, risplendeva

nell'oscurità.

Quest'ultima proprietà le valse il nome di _fosforo_, che vuol dire

_portaluce_.

Le molteplici esperienze fatte da altri uomini dotti provarono che

questa sostanza esiste in gran quantità nelle ossa di tutti i

_mammiferi_ cioè di quegli animali che nascono colle forme del corpo

eguali a quelle della loro madre e poppano il latte delle sue

mammelle.

A questo punto è necessario ch'io vi rivolga una domanda: lo sapete,

ragazzi, come facevano gli antichi a procurarsi il fuoco? No! Ve lo

dirò io.

Nei tempi primitivi, quando non era ancor conosciuto l'uso dei

metalli, gli uomini si fabbricavano le armi con pezzi di selce e di

legno: e mentre attendevano a ciò, s'accorsero che dalla confricazione

violenta di queste due sostanze uscivano delle scintille, le quali,

poi, divampavano in fiamme.

Questo rozzo metodo, dovuto al caso, si andò gradatamente

perfezionando, fintantochè fu inventato l'_acciarino_, il quale non è

altro che un pezzetto di acciaio, che i nostri nonni battevano sulla

silice, o pietra focaia, per farne scaturire la scintilla. O come

accade ciò? Ecco: battendo rapidamente una lama di acciaio sulla

silice, le estremità taglienti di questa pietra sì dura fanno un

leggiero solco sulla lama e la riscaldano, nel tempo stesso che in

quel punto ove la solcano, spicca una minutissima scheggia di metallo,

la quale essendo già riscaldata, s'infiamma tostochè trovasi isolata

dall'acciarino e a contatto dell'aria. L'esca, poi, che si mette a

contatto della pietra focaia, affinchè pigli fuoco, è una materia che

cresce sulla querce, e viene conciata e preparata con sostanze atte a

incendiare facilmente.

Ma la scoperta del fosforo c'insegnò un modo più spiccio per

procurarci il fuoco: esso ha, come vi ho detto, la strana proprietà di

essere costantemente luminoso nell'atmosfera e di manifestarsi,

nell'oscurità, con una luce più viva. Ebbene l'industria ha applicato

questa proprietà del fosforo alla fabbricazione di quei fuscellini di

legno o di cera, comunemente detti fiammiferi; essi sono ricoperti, ad

uno dei loro capi, da un miscuglio di fosforo, di zolfo, di clorato di

potassa e di gomma colorata in verde, giallo, rosso o turchino; e

basta sfregarli sopra un corpo scabroso o secco, affinchè prendano

subito fuoco.

Nessuno, certo, potrebbe disconoscere l'utilità grande di questo

trovato: ma non meno il pericolo di dar fuoco alle case e alle

persone, come pur troppo ce lo dimostrano i casi lacrimevoli che

tuttodì accadono sotto i nostri occhi.

È da aggiungere che il fosforo è uno dei veleni più potenti: e che

perciò i bambini non dovrebbero mai toccar fiammiferi senza il

permesso della mamma. La presenza del fosforo nella natura da origine

a fenomeni curiosissimi: Chi di voi, nelle quete sere di giugno, non

ha visto le lucciole svolazzare, qua e là, tra il grano e i canneti?

Ebbene: quella luce che esse hanno nella parte posteriore del corpo,

non è altro che una piccola quantità di fosforo. Nè solo i mammiferi e

gl'insetti producono fosforo: ma anche i pesci. E spesso, in alto

mare, le navi solcano larghe e lunghe strisce di onde, rese luminose

da una quantità immensa di animaletti fosforescenti.

Eccoci alla fine della nostra lezioncina. Mi perdonate se ve l'ho

battezzata per una novella? Avevo tanta paura che la saltaste a pie'

pari! Ora noi sappiamo perfettamente che il fosforo è un corpo il

quale ha l'apparenza della cera, di cui possiede la semi-trasparenza,

il colore e la mollezza: sappiamo che il suo carattere principale è

quello di mostrarsi luminoso nell'oscurità, mediante il semplice

contatto dell'aria: sappiamo che il Brandt, mercante di Amburgo, lo

scoprì verso il 1669....

Ma se vi ripetevo i casi di Berlinda e le bricconate di Barbablù, che

cosa avreste imparato? Ditemelo!

Un Baratto.

(_Dal quaderno d'una fanciulla_).

Quand'ero bambina, i miei genitori solevano passare qualche mese in

certa loro villetta del Casentino, dov'era un gran bello stare, tanto

per l'aria pura e balsamica, quanto per la vita semplice e alla buona

che menavamo.

Là, affinchè le vacanze non mi facessero dimenticare del tutto quelle

po' di cosuccie imparate a Firenze, mi mettevano a scuola da una

povera vecchia, secca allampanata, che ai suoi tempi, dicevano, aveva

avuto del ben d'Iddio, ma che poi, per detto e fatto di un

figliuolaccio discolo, s'era ridotta al verde.

La prima mattina che andai a scuola da lei, la mamma mi aveva messo

nel panierino una bella fetta di pan bianco con un grosso grappolo

d'uva salamanna. Quando furono le undici, la signora Maddalena ci

dette il permesso di merendare.

Lei, poverina, aprì la cassetta del vecchio tavolino intarlato e tirò

fuori un gran cantuccio di pane nero, tanto duro e risecchito che

pareva di legno. Io mi sentii turbata, e siccome mi trovavo proprio

accanto a lei, non sapevo risolvermi a levar dal paniere il mio pane

bianco, con quell'uva fresca. Mi pareva che la vista di quelle buone

cose dovesse affliggerla o ricordarle i suoi bei tempi.

A un tratto mi venne un'idea, un'idea da bambine. Richiusi il paniere

e ripresi il mio ago torto.

--Perchè non mangia? mi chiese la signora Maddalena.--La poverina ci

dava del _lei_.

--Sono stizzita con la zia, risposi senza alzare il capo.

--Perchè? Si è scordata di darle la merenda?

--Tutt'altro! Guardi!--E cavai fuori la mia colazione. Gli è che

quando sono in campagna, non farei altro che mangiare pane scuro,

proprio di quello nero, da contadini. Ha un sapore! E la zia si ostina

a volermelo dar bianco.

--La mamma vorrà così, osservò la maestra.

--La mamma? risposi con vivacità. Oh la mamma non bada a queste

sciocchezze; sa che sono sana e ha caro, anzi, che mi avvezzi a

mangiare di tutto.

La signora Maddalena era diventata rossa e rigirava il suo cantuccio

tra le mani con aria indecisa.

--Non vuol dire, ripresi con simulata rassegnazione. Non mangerò. Per

un giorno non si muore.

[Illustration]

--Se il mio non fosse così duro.... balbettò la povera vecchia.

Non la lasciai finire.

--Sarebbe così gentile da barattarlo col mio? dissi tutta contenta. E

senza darle tempo di rispondere, eseguii il cambio.

Restava l'uva. Ma ormai il coraggio era venuto.

--Senta com'è buona l'uva della nostra vigna, dissi porgendogliene la

metà. Glie l'avrei data tutta, ma avevo paura d'offenderla.

Io, volete crederlo, bambine? Io divorai l'enorme cantuccio come se

fosse stato un boccone solo.

E da quel giorno, non avrei potuto più merendare senza il pane della

maestra.

* * *

Povera signora Maddalena! Lei che aveva portato tante privazioni,

tanti stenti, tante vergogne: lei che aveva patito la fame senza

lamentarsi e senza chiedere un soldo a nessuno, non potè reggere al

dolore di sapere il figliuolo in carcere. Entrò a letto con un gran

febbrone e morì col suo nome sulle labbra. A me, poi, che le prestavo

qualche piccolo servigio e passavo gran parte del giorno al suo

capezzale, fece un cenno con la mano e balbettò:--Ah birichina!...--

Che il buon Dio le avesse già raccontato tutto?

I metalli.

Attenti, bambini. Oggi dobbiamo parlare di belle cosine, di cosine che

vi piaceranno certamente. Guardate bene quest'anello. Lo vedete? Mi

sapreste dire di che cos'è, ossia di che sostanza è composto?--È

d'oro.--Bravi! Quest'anello, infatti, è d'oro. Ed è pur d'oro il mio

orologio, la crocellina che tengo al collo e la moneta che vi feci

vedere giorni sono. Com'è bello l'oro, non è vero? L'oro ha un bel

colore giallo, risplendente, un colore che quasi potrebbe agguagliarsi

a quello del sole. Quando una bambina ha dei bei capelli biondi,

diciamo che gli ha d'oro: e anche quando si vuol significare che il

grano è maturo, diciamo che la mèsse è color d'oro.

Quest'oro così ammirato è una sostanza preziosa, cari figliuoli.

Con essa si fanno molte belle cose; sapreste accennarmene qualcuna?

Lezioni e Racconti per i bambini · 第 2 / 7 段