--Buon giorno, Enrichettina, spicciati a venir con me dalla

Produced by Carlo Traverso, Paganelli, Pilar Somoza and

the Online Distributed Proofreading Team at

http://www.pgdp.net

=Nuova Biblioteca Educativa ed Istruttiva per le Scuole.=

(_Pubblicazione periodica. Esce il 20 d'ogni mese_)

IDA BACCINI

LEZIONI E RACCONTI

PER I BAMBINI

Con incisioni nel testo.

MILANO

LIBRERIA ENRICO TREVISINI

Via Larga, 17

TORINO

LIBRERIA GRATO SCIOLDO

S. Fr. da Paola, 34

1882

Proprietà letteraria

dell'Editore Enrico Trevisini

Milano.--Tip. Filippo Poncelletti, Via Broletto, 43

Firenze, 4 gennaio 1882,

_Gentiliss. signor Trevisini,_

_Ella cortesemente mi chiede quattro righe di prefazione per il nuovo

libro della signora_ IDA BACCINI; _ed io appagherei il suo desiderio,

qualora credessi che le quattro righe che Ella m'invita a scrivere,

potessero giovare a qualcosa. Io però non lo credo; e d'altra parte

Ella, provetto ed esperto editore, sa che i buoni libri non hanno

bisogno di raccomandazioni, come il buon vino non ha bisogno di

frasca; i buoni libri si fanno, a poco a poco, strada da sè nelle

scuole e nelle famiglie, e la guerra che può essere loro mossa da

qualche malevolo non riesce davvero a farne vendere una copia di meno.

Il buon senso, grazie a Dio trionfa in tutto; esso non guardando in

faccia a nessuno, non curando le combriccole, lasciando biasimare o

lodare a lor posta i critici venderecci, se ne va dritto dritto per la

sua via, ed ha con sè tutti i buoni, tutti gli onesti, ossia i più. E

il buon senso in fatti trionfa anche nella scelta dei libri di testo;

prova ne sia che quelli scritti dalla signora_ IDA BACCINI _vengono

letti molto volentieri dai nostri fanciulli, e sono adoperati in

moltissime scuole italiane. Dettati nel puro e gentile idioma toscano,

questi libri parlano al fanciullo il suo linguaggio, lo dilettano, lo

avvezzano a vedere, ad osservare il mondo esteriore, come ad amare il

bene morale.

Prima di accingersi a scrivere libri scolastici, l'Autrice si fece

maestra, e nelle scuole, in mezzo a centinaia di fanciulli, imparò a

conoscerne il cuore, e vide il modo di mettere in pratica i principî

della scienza pedagogica moderna. Perciò i libri della signora_

BACCINI, _scritti con esperienza della scuola e con cuore pieno di

carità, sono veri giojelli per l'infanzia.

Sia dunque certo, signor Trevisini, che questo libriccino riceverà

liete ed oneste accoglienze, perchè la signora_ BACCINI _scrive con

pratica di insegnante e con cuore di artista e di madre. Tale è la mia

opinione espressa così alla buona a Lei; ma se Ella credesse che

queste quattro righe possano stare in fronte al nuovo libretto, le

stampi pure.

E con ossequio mi confermo, Egregio signor Trevisini,_

_Devotiss. suo_

PIETRO DAZZI.

_Fra i libri scolastici elementari, apparsi in quest'ultimo biennio,

molti sono senza dubbio quelli che si raccomandano agli educatori, sì

per la bontà degli intendimenti, come per la forma snella e

schiettamente italiana.

Abbiamo infatti lodate operette che trattano di viaggi, di avventure

fantastiche, di azienda domestica, di nozioni scientifiche; abbiamo

succosi compendi di geografia, di storia patria, di aritmetica

ragionata: abbiamo racconti patetici dove il sentimento si leva fin

quasi alla lirica; ne abbiamo altri in cui è dimostrato, una volta di

più quanto sia facile e breve il passo dal_ ridere _al_ deridere.

_Di libri però che istruendo educhino, e che nell'analisi dei

sentimenti osservino quella eterna e quasi sempre dimenticata legge di

gradazione, senza l'osservanza della quale cresceremo alla società

non degli uomini, ma delle caricature, pare a me sia tuttora difetto

grande.

Tutti i nostri fanciulli, che pur cianciano eruditamente della

semplicità di Cincinnato e della grandezza del primo Bruto, si danno i

pizzicotti tra loro, fanno le boccacce al maestro e mettono in

canzonatura la nonna.

Facciamoci piccoli coi piccoli, e se non riusciremo a fabbricar degli

omìni, avremo pur sempre il gusto di vederci crescer d'intorno dei

ragazzi buoni e garbati.

Gli_ Attilii Regoli, _i_ Pichi della Mirandola _e le_ Gaetane Agnesi,

_verranno a suo tempo!

Con questi intendimenti mi sono ingegnata di mettere insieme il mio

nuovo libriccino. È un'umile cosa: ma se la lettura di queste

paginette potesse far buono un fanciullo, o se cattivo, correggerlo, a

me parrebbe di avere inalzato una piramide._

IDA BACCINI.

Una donnina.

L'Eduvige era una bambina proprio sgomenta. Volere un gran bene alla

mamma e vedersela là, in un fondo di letto, con una tossaccia ostinata

che non le dava pace nè giorno nè notte, era una gran passione. Almeno

avesse potuto prestarsi in qualche cosa e aiutare il babbo, pazienza!

Ma di che cosa può esser ella capace una bambinuccia di otto o

nov'anni?

C'erano tanti bisogni in quella casa! Il babbo andava all'uffizio la

mattina alle dieci e tornava alle cinque. È vero che prima d'andar

via, metteva la carne al fuoco, dava una ripulitina alla casa e

custodiva la malata: ma la sera avrebbe avuto bisogno di trovar tutto

all'ordine. E invece doveva rifarsi da una parte: riattizzare il

fuoco, far bollire il brodo, buttar la minestra e disimpegnare insomma

tutte quelle minute faccenduole, alle quali non si suol dare una

grande importanza, ma che nonostante portano via il loro tempo!

L'Eduvige s'ingegnava, poverina. Quando andava in camera della mamma,

le ravviava la rimboccatura del lenzuolo, le dava la cucchiaiata o

accomodava le boccette delle medicine sul comodino. Ma ci voleva

altro! Bisognava prendere una ragazzetta a servizio: non c'era

rimedio. E questa nuova spesa dava una grande inquietudine al babbo, i

cui guadagni erano appena sufficienti a mantener la moglie e la

figliuola!

Una sera dopo desinare, il signor Ernesto, così chiamavasi il padre

dell'Eduvige, aveva avuto bisogno di uscire e di trattenersi un'oretta

fuori. La malata era assopita e la nostra bambina non sapeva come

passare il tempo. I balocchi e le bambole le erano venuti a noia,

specie dacchè la mamma s'era messa a letto: lavori preparati non ce ne

aveva e il _Libro della Bambina_ era rimasto chiuso nello studio del

babbo.

Ciondola di qua, ciondola di là, le venne fatto di entrare in cucina:

Dio, che disordine! Non pareva più la cucina di prima, quando la mamma

rigovernava subito dopo desinare, spazzava, spolverava e socchiudeva

le imposte, affinchè non entrasse il sole.

Sul cammino c'era un po' di tutto: tegami, scodelle, bocce, minuzzoli

di pane, la scatola della cera da scarpe e perfino un tovagliuolo

tutto infrittellato d'unto e di caffè; il tavolino, le seggiole erano

coperti di filiggine; e nella mezzina mandavano gli ultimi tratti due

mosche.

L'Eduvige pensò subito alla mamma e prese una gran risoluzione; se si

provasse un po' lei a riordinare quell'arruffío e a far risparmiare al

babbo la spesa della serva?

Forse ci riuscirebbe, forse no: ma in ogni modo, a provare non ci si

rimette nulla, anzi ci si guadagna sempre qualche cosa, se non altro

la pratica.

L'Eduvige cominciò dal riempir d'acqua il calderotto e dal metterlo

sul fornello, dove c'era sempre il fuoco acceso: poi riunì i piatti

grandi, quelli più piccoli e le marmitte, facendone, ben inteso, tre

gruppi distinti; sbrattò il cammino, scosse le seggiole, spolverò la

rastrelliera, e mentre l'acqua finiva di scaldarsi, risciacquò i

bicchieri, le chicchere e gli dispose, rovesciati, sopra un vassoio di

bandone, che la mamma teneva, per quell'uso, sul piano della madia.

Poi, a un pezzo per volta, renò le posate, le asciugò e le ripose.

Quando l'acqua fu a bollore, la versò adagio adagio nel catino, e

cominciò dal rigovernare i piatti meno unti, per arrivar quindi ai

tegami e alle marmitte.

[Illustration]

E quando tutto fu pulito, risciacquato e lustro, l'Eduvige mise altri

due tizzi di carbone nel fornello, coprì il fuoco con una palettata di

cenere, affinchè non si consumasse troppo, e socchiuse la finestra.

Poi andò a lavarsi, a mettersi un bel grembiulino bianco e aspettò il

babbo con una certa impazienza.

Quando tornò, la mamma si svegliava proprio allora e chiedeva da bere.

Il signor Ernesto corse in cucina per attingere una mezzina d'acqua

fresca, e la bambina dietro. Non appena egli vide tutto quell'ordine e

quella pulizia, si volse stupito all'Eduvige e domandò:

--Chi c'è stato?

--Nessuno! rispose la bambina sorridendo.

--O chi ha fatto le faccende?

L'Eduvige saltò al collo del babbo e gli disse in un orecchio:

--_Sono stata io!_

Figuratevi la contentezza di quel pover'uomo! si tenne abbracciata

strinta la sua bambina e andò, lieto di quel caro peso, in camera

della moglie, alla quale raccontò tutto.

La mamma, commossa, fece seder sul letto l'Eduvige e la ricolmò di

carezze.

La nostra amica aveva provato dei bei momenti in vita sua, specie

quando gli zii di Roma le mandavano a regalare un bel libro, un

vestito nuovo o una scatola di chicche. Ma un momento compagno a

quello non lo aveva provato mai; mai, neppure quando per la

distribuzione dei premi il sindaco le dette, proprio con le sue mani,

una bella medaglia d'argento.

C'è una gran soddisfazione a studiare e a meritarsi il premio: ma

quella di rendersi utile alla mamma malata è più grande di tutte!

Il bove.

Attilio sta per finire sei anni, e a vederlo tutto assennato e

composto, gli se ne darebbe anche dieci. Ha quasi l'aria di un omino.

La sua passione, quando ha finito di far le cose di scuola, è di

guardare i libri colle figure. A volte la mamma gli presta un librone

grosso grosso, dove ci sono disegnate tutte le bestie, tutte le piante

e tutte le pietre che si trovano sulla terra. Il babbo dice che quel

librone è intitolato «Storia Naturale», ma il bambino non si confonde

coi titoli, e passa delle ore a guardare ora un bell'uccello dalla

coda lunga lunga, ora qualche albero dalle foglie gigantesche, ora

certe pietre dalle forme curiose, che sporgono dall'interno d'una

grotta o rotolano dal vertice d'un monte scosceso.

Un giorno però, il nostro Attilio tornò a casa piangendo e

singhiozzando: un bambino cattivo, uno di quei bambini maleducati che

vanno alle scuole senza ricavarne profitto, gli aveva dato del _bue_.

Quella parola di bue proferita ad alta voce, con modo schernevole,

aveva fatto un grande effetto sull'animo di Attilio: gli pareva di non

potere esser trattato di peggio, anche se fosse campato cent'anni.

--Bue! bue! Ma io non ci vedo poi un gran male in questa parola, disse

il babbo ridendo. È il nome d'una bestia rispettabile e utilissima,

della quale non so come potremmo fare a meno.

Attilio spalancava i suoi begli occhi turchini e guardava il babbo con

quell'aria che equivale ad una interrogazione.

--Sicuro, riprese quest'ultimo. E steso il braccio sul tavolino dello

studio prese il «Giornale dei bambini» dove appunto c'era disegnato un

bel bue.--Guarda da te, disse al bambino.

[Illustration]

Attilio si pose ad esaminare l'animale.

--Ha quattro gambe, disse subito.

--E poi?

--E poi due corna sulla testa!

--E poi?

--E poi la coda!

--E poi?

--E poi un musone lungo lungo!

--E poi?

--Un orecchio e un occhio.

--Ne ha due, come li abbiamo tu e io: ma siccome l'altro occhio e

l'altro orecchio rimangono dalla parte di là, noi non possiamo

vederli. Guarda me, disse il babbo, mettendosi di profilo.

--È vero, disse Attilio. E dopo un breve silenzio, riprese: Hai detto

che il bue è un animale utilissimo. Perchè? A che cosa serve?

--Dimmi un po', nino mio: t'è mai avvenuto quando sei andato in

campagna, d'imbatterti in un paio di bovi, attaccati a un carro, con

una specie di grosso bastone messo a traverso sul collo?

--Li ho veduti tante volte, e so che quella specie di bastone si

chiama _giogo_.

--Ebbene, quei bovi andavano o tornavano dal campo. Il bue è il

principale aiuto del contadino, perchè col mezzo suo lavora la terra,

trasporta sul carro i concimi, le mèssi, i pietrami, il fieno e tante

altre cose. Il bue è robustissimo e può sopportare, senza soffrire, i

lavori più faticosi.

--O quest'altro animale, che è quasi eguale al bove, come si chiama?

--Si chiama _vacca_ ed è la sua femmina. Vedi, mentre il bove ha

ordinariamente il pelo lucido e bianco, le vacche invece possono esser

rosse, nere, brune, bianche, e anche di tutti questi colori riuniti.

--Cosa mangiano i bovi e le vacche?

--Mangiano l'erba, il fieno, e anche la paglia. Poi, quando hanno

mangiato, _ruminano_.

--Non intendo, disse Attilio. Cosa vuol dire _ruminare_?

--Così mi piaci, rispose il babbo, facendo una carezza al suo

figliuoletto. Io piglierei che tutti i bambini, quando leggono o odono

una parola difficile, della quale non riescono a spiegarsi il

significato, si facessero a chiederne subito la spiegazione. Così si

eviterebbe di accumolar confusione su confusione e ignoranza sopra

ignoranza. Ma tornando alla parola _ruminare_, ti dirò che significa

il far ritornare alla bocca il cibo mandato nello stomaco per finirlo

di masticare.

--Curiosa! disse il bambino stupefatto. Dimmi, babbo, _ruminiamo_

forse anche noi?

--No, caro. I soli esseri che ruminano sono gli animali che hanno,

come questa vacca e questo bove, il piede fesso, e una sola fila di

denti. Di loro si dice che appartengono ai _ruminanti_. Torniamo ora,

se ti piace, all'utilità che ci danno questi due animali.

La vacca partorisce i _vitelli_, i quali ci servono per cibo o vengono

allevati dagli agricoltori, affinchè diventino, col tempo, manzi, tori

e bovi.

--È vero che il latte ce lo dà la vacca?

--È vero; ed è un latte nutriente, leggiero, saporito. Ma il latte ce

lo danno anche le femmine di altri animali, come la capra, l'asina e

la pecora. Col fior di latte sbattuto con certa maestria, in capaci

vasi di legno detti _zangole_, si fa il _burro_, che mangiamo tante

volte disteso sul pane, ed è un condimento così squisito e delicato.

Ma l'utilità di queste povere e buone bestie non cessa alla loro

morte: la carne del bove è uno dei nostri quotidiani e più sostanziosi

nutrimenti: della sua pelle conciata si fa il _cuoio_, quel cuoio che

i calzolai adoprano per fare scarpe e stivali. La pelle dei vitelli

serve anch'essa a far tomai, mantici, cinghie e finimenti da cavalli.

Gli ossi e le corna dei bovi sono lavorate dal tornitore, dal

fabbricante di pettini: e colle cartilagini, i tendini e le

raschiature delle loro pelli, si fa la colla dei legnaiuoli. Perfino

il pelo della loro bocca è utile: esso serve a imbottire i cuscini da

selle e i basti.

--Dunque l'esser chiamato bue non è un'impertinenza! sento che è una

bestia tanto per bene! Io non potrei, neanche a campar cent'anni, fare

una sola delle tante cose di cui è capace un bove. Io non ho la sua

forza, nè....

--Figliuolo mio, il confronto non regge. L'uomo non può nè dev'esser

paragonato alla bestia. Egli ha l'_intelligenza_, la _ragione_ e

quindi la _scelta tra ciò che è bene e ciò che è male_. L'uomo non

potrebbe, è vero, sobbarcarsi alle fatiche del bove; ma colla forza

della sua volontà e del suo genio, rende fertili le terre meno

ospitali, traversa l'oceano sopra fragili barche, abbatte e fora i

monti, conta le stelle del firmamento e inventa macchine portentose.

Quel bambino ha dunque avuto torto dandoti del bue, prima perchè aveva

l'intenzione di darti un dispiacere, poi perchè non c'è nessun termine

di confronto fra una povera bestia, i cui occhi sono sempre condannati

a guardar la terra, e l'uomo che può e deve sollevarli al cielo, e dal

cielo a Dio. Ma tu devi scusare quel bambino e provargli,

perdonandogli, che non sei un _bue_.

* * * * *

1. Perchè Attilio aveva il broncio?

2. Com'è fatto il bove?

3. A che serve il bove?

4. Che cos'è il giogo?

5. Come si chiama la femmina del bove?

6. Di che cosa si nutrono i bovi e le vacche?

7. Che cosa vuol dir _ruminare_?

8. Come si chiamano i figliuoli della vacca, finchè sono piccoli?

9. Chi ci procura il latte? Come si fa il burro?

10. Quali vantaggi riceviamo dai bovi e dalle vacche?

Un regalo.

--Fra otto giorni è la festa di Manfredo, diceva l'Ida alla sua mamma.

Non so proprio che cosa dargli: vedi, mamma, tu dovresti comprarmi

qualche bel gingillino di suo gusto: così mi farei onore e lo

contenterei.

--In questo caso, figliuola mia, il regalo lo farei io e non tu.

--È vero anche cotesto. Ma se non ho nulla che possa piacergli!

--Vediamo un po': hai una bella pianta di viole...

--Il violo! Ti pare? Di dove prenderei i fiori per farti i mazzolini?

Quello non lo posso dar via.

[Illustration]

--Hai il passerotto!

--Oh mamma! Il passerotto? Un passerotto ammaestrato tanto bene, che

mi vien dietro da per tutto!

--E le tortorine?

--Anche quelle, lo sai bene, le ho, si può dire rilevate da me, fino

da quando uscirono dall'uovo. Le chiamo le mie figliuole.

--Dunque non hai proprio nulla da dare al povero Manfredo!

--Per quello sì! Ci avrei....

--Che cosa?

--Te ne rammenti di quella bella borsa di seta rossa traforata che mi

regalò la zia, anno, per ceppo? È una gran bella borsa!

--È vero. Ma cosa vuoi che ne faccia il tuo fratellino? Egli non ha

denari, nè potrebbe quindi adoprarla. Anche tu, appena la ricevesti,

corresti subito a buttarla nel fondo del cassettone.

--Scusa, mamma, ma la borsa sarebbe un bel regalino!

--No, figliuola: un regalo, a voler che sia bello deve piacere a noi:

e far piacere a chi lo riceve.

--Dunque, a detta tua, io dovrei regalare a Manfredo tutte le cose che

mi sono care!

--Tutte, no. Una sola basterebbe!

L'Ida riflettè un momento e disse:

--Quand'è così coglierò, per la festa di Manfredo, i più bei

fiorellini della mia pianta, e gli regalerò il passerotto.

--Brava bambina! Lo dicevo tra me che la mia Ida ha buon cuore!

--Aspetta: cominciando da oggi, voglio che il passerotto si avvezzi a

volar sulla spalla di Manfredo: così gli si affezionerà, e quando glie

lo regalerò, lo gradirà di più.

--Dammi un bacio, figliuolina mia amorosa. Quest'attenzione gentile

raddoppia il valore del tuo regalo. Vedi, cara: è il cuore quello che

rende prezioso il dono più umile. Ti assicuro che non potresti fare un

regalo più bello a Manfredo ed a me.

--Anch'io sono contenta, disse la bambina.

--E lo sarai ancor più il giorno della festa, riprese la signora

Maria: ho intenzione di dare una merendina a Manfredo e d'invitare

tutti i suoi amici. Tu, s'intende, ne farai gli onori, e ti

comporterai da quella donnina giudiziosa e assennata che sei sempre

stata. L'hai caro?

L'Ida dette un bacio alla mamma e corse in camera sua a dare un seme

al passerotto. Curiosa! Non le era mai parso tanto bellino!

I sassi.

Si baloccavano tutti e due: Carlo raccattava i sassolini e Dario li

distribuiva in piccoli quadrati, in archi, in tondi, in angoli. La

mamma, seduta sulla panchina accanto, lavorava, e di quando in quando

dava un'occhiata ai suoi figliuoletti.

Tra quei sassolini ce n'erano dei graziosi, tanto per forma come per

colore; alcuni erano piccini, rotondi, lisci, e neri: altri, più

grossetti, apparivano screziati di rosso, di verde e di giallo.

Carlo domandò a Dario:

--Lo sai, tu, di dove si levano questi sassolini?

--No, ma saranno venuti da sè.

--Dinne delle grosse! Venuti da sè! Come devono fare a venire da sè?

Li hai presi per piante? Già neppure le piante vengono da sè: bisogna

seminarle e....

--Seminarle! Sta a vedere che tutta l'erbaccia inutile che cresce tra

i crepacci delle vecchie mura e ne' giardini abbandonati, è stata

seminata!

--Dalla mano dell'uomo, no certo: ma il vento o qualche uccellino avrà

trasportato i semi di quell'erba nei luoghi che hai accennato.

--Lo stesso sarà avvenuto dei sassolini....

--Si cheti, ignorantello! I sassi, per sua regola non possono nascere

nè crescere, nè....

L'epiteto inaspettato e soprattutto quel _lei_ autorevole, sostituito

di punto in bianco al _tu_, colpirono il povero Dario, il quale guardò

dapprima suo fratello con aria indecisa, poi la mamma, poi un cane che

abbaiava: e non sapendo far di meglio, proruppe in un dirotto pianto e

strillò:

--Ih! Ih! Io non voglio esser chiamato ignorantello da te! Ih! Ih!

La mamma giudicò prudente d'intervenire.

Carlo le corse incontro per giustificarsi, ma la mamma non glie ne

dette il tempo.

--Dario ha ragione, diss'ella con severità. Un bambino buono e ben

educato non deve offender mai nessuno: figuriamoci poi il fratellino

minore!

--Scusa, mamma! Ma il supporre che i sassi nascano in un giardino come

le piante e i fiori è un po' grossa!

--Certo è grossa. Ma perchè, invece di domandarlo a Dario, non ci

spiega ella di dove si levino i sassolini con i quali s'è baloccato

finora?

Carlo abbassò il capo e si mise a guardare lo spunterbo dei suoi

stivaletti.

--Bravo, esclamò la mamma, bravo davvero! Stia dunque attento alle mie

parole; e tu, povero piccino, smetti di piangere. L'ignoranza non è

una colpa: ma l'esser presentuosi e sgarbati, sì.

Carlo si buttò al collo della mamma e nascose il suo visino lacrimoso

nel seno di lei. Era pentito.

--I sassolini, seguitò la buona signora tutta contenta, si levano dal

letto dei fiumi....

--O che i fiumi hanno il letto? osservò Dario.

--Si chiama _letto_ quello spazio di terreno, limitato dalle sponde,

dove scorrono i fiumi.

--Ora ho capito. Ma chi ce li porta, i sassolini, nel letto dei fiumi?

[Illustration]

--Un momento. I fiumi scaturiscono dai monti scorrono più o meno

rapidamente al piano, dove sono le città, le borgate e i villaggi, che

essi traversano per quindi scaricarsi in mare.

Il nostro Arno, per esempio, nasce dalla Falterona, il Po dal Monviso,

e così via via.

Ora quelle acque, nel loro corso violento, corrodono il terreno, e a

un po' per volta, portano via dalle montagne pietre più o meno grosse,

alcune delle quali, rotolando sempre e perciò consumandosi, diventano

_ghiaia_, ossia quei minuti sassolini di cui i giardinieri ricoprono

lo sterrato dei viali e dei parchi.

--Ora ho capito benissimo, disse Dario.

--Del resto, riprese la mamma, Carlo aveva ragione quando affermava

che i sassi non possono, come le piante e gli animali, crescere e

riprodursi. Le pietre, figliuoli miei, come anche l'oro, l'argento, il

ferro e il rame, non si muovono, non respirano, non crescono, non

muoiono. E tutti quei corpi che non hanno vita, che non si muovono,

non sentono, non si riproducono, si chiamano _minerali_.

--Mamma, domandò Carlo, le pietre con le quali i muratori fanno le

case, si levano anch'esse dalle montagne?

--Sì, figliuolo.

--O il marmo si leva dalle montagne?

--Anche il marmo si cava dai monti; ma non da tutti i monti; per

esempio qui da noi in Toscana, sono i monti di Carrara, dai quali si

cava un marmo bellissimo. Il marmo è liscio e bianco, e gli scultori e

gli architetti se ne servono per fare statue, bassirilievi,

imbasamenti, facciate di chiese, di palazzi, ecc.: col marmo si fanno

i frontoni dei camminetti, gl'impiantiti, i piani dei cassettoni,

quelli dei tavolini nelle botteghe, e mille altre cose.

Fra le pietre più stimate sono da annoverarsi il porfido, il granito,

il marmo nero di Como, la pietra arenaria, i cristalli di rocca, con i

quali si fanno lenti di canocchiali e si imitano le pietre preziose,

delle quali vi parlerò uno di questi giorni.--

E la mamma pose fine, alzandosi, alla sua lezioncina.

Il sole stava per tramontare e diffondeva pel cielo e su' monti

lontani uno splendore di fiamma: nella vasca guizzavano,

rincorrendosi, i pesciolini, e tra le siepi era un confuso bisbiglio

d'insetti e di uccelli.

Carlo prese per la mano il suo fratellino e s'avviò avanti, lieto e

composto.

La mamma li seguiva, lenta. Ella non sapeva dov'era maggior pace: se

nel suo cuore, o nella serenità malinconica di quel crepuscolo estivo.

* * * * *

1. Di dove si levano i sassolini?

2. Che cosa intendete per _letto_ di un fiume?

3. Di dove nascono i fiumi?

4. Da quali monti nascono il Po e l'Arno?

5. Che cos'è la ghiaia?

6. In che differiscono le pietre dagli animali e dalle piante?

7. Che cosa sono i _minerali_?

8. Che cosa si fa col marmo?

9. Ditemi il nome di qualche pietra.

Il fratellino dell'Enrichetta.

L'Enrichetta si era levata quella mattina sul far del giorno, per

andare a cogliere qualche viola nel giardino, e farne un mazzolino

alla mamma. Mentre stava per scender la scala, il babbo la fermò

sorridendo, la prese in collo e le disse:

--Buon giorno, Enrichettina, spicciati a venir con me dalla mamma, ti

vogliamo far vedere una cosa che ti riempirà di contentezza.

--Che cosa c'è, babbo? chiese la piccina.

--C'è che il Signore ti ha fatto un regalo, un un bel regalo:

nientemeno che un fratellino.

--Un fratellino? E dov'è? Su, su, portami a vederlo, te ne prego.

Il babbo aprì l'uscio della camera dove dormiva la mamma. A capo del

letto c'era una donna di fuori che rifasciava un bambino.

Allora sì che piovvero le domande! Il babbo s'ingegnava di rispondervi

alla meglio, e quando credè di avere appagato la curiosità

dell'Enrichetta, questa gli domandò di punto in bianco:

--Babbo, chi è quella donna? Perchè abballotta così il mio fratellino?

Non c'è pericolo che gli faccia male?

--Non ci pensar neppure. È una buona donna che ho mandato a chiamare,

affinchè prenda cura del bambino, gli dia il giulebbe e lo rifasci.

--Ma il bambino è della mamma. Lo ha visto?

--Sì, che l'ho veduto, disse la signora scansando il parato del letto

per veder meglio l'Enrichetta. E tu sei contenta d'averlo?

--Se sono contenta? figuratelo! non sarò più sola a fare i balocchi.

Ma che viso curioso! Babbo, ti contenti che lo faccia correre con me?

Lo terrò per la mano.

--È impossibile; il poverino non si reggerebbe in gambe. Non vedi come

le ha deboli?

--Oh Dio! Che bei piedini! paiono di ovatta! Lo vedo da me, che prima

di correre ci vorrà del tempo.

--Pazienza! Bisognerà prima che egli impari a camminare: e dopo,

sgambetterete insieme nel giardino.

--Davvero? Povero piccino! Voglio che stia sempre con me. Intanto,

perchè tu possa avvezzarti a volermi bene, eccoti una figurina,

prendila. Babbo, perchè non la vuole e tiene le manine serrate?

--Perchè non sa che cosa farsene. Bisogna aspettare qualche mese.

--Quand'è così! Caro omino mio! Io ti regalerò i miei balocchi. L'hai

caro? Rispondi. Ti pare, babbo, che sia lì lì per ridere? Su, da

bravo, chiamami Enrichetta, Enrichetta! O che non puoi parlare?

--Parlerà fra due anni. Ma tu procura di non stordir la mamma col tuo

cicaleggio.

--Guarda, guarda, babbo! Ha il visino tutto contratto, piange: forse

avrà fame. Aspetta, caro; corro in dispensa a farmi dare una chicca.

--Il bambino non potrebbe mangiarla, disse il babbo; guarda la sua

bocca: non ha nemmeno un dente. Come vuoi che faccia a masticare?

--Dunque non può mangiare! O di che cosa camperà? Se dovesse morir di

fame!

--No, figliuola: il buon Dio ha già provvisto ai suoi bisogni, disse

la mamma, guardando con amore la sua creaturina. Il mio seno è pieno

di latte, destinato a sostentare il tuo fratellino. Egli è deboluccio,

come vedi: ma fra qualche mese, sgambetterà in terra come un

agnellino.

--Mi par mill'anni di vederlo! Guarda, babbo, la bella testina tonda!

Non m'arrischio a toccarla.

--La puoi toccare, ma leggermente.

--Oh sì, adagino. Dio com'è morbida! Par di toccare del cotone in

fiocco.

--E così sono le testine di tutti i bimbi nati d'allora.

--Se il poverino cadesse se la farebbe in mille pezzi.

--Certo. Ma noi lo vigileremo sempre, affinchè non gli avvengano

disgrazie.

--Sai, Enrichetta, disse a un tratto la mamma, che cinque anni sono

eri piccina come lui?

--Io? Davvero, mamma? Non ci credo!

--Eppure, è verissimo.

--Ma se non me ne ricordo!

--Ne sono persuasa. Vediamo un po': Com'era, cinque anni sono, il

parato di questa camera?

--È sempre stato così.

--Niente affatto. Io lo feci mutare quand'eri piccina, com'è ora il

tuo fratellino.

--Curiosa! Non me ne avvidi neppure.

--I bambini così piccini non si avvedono mai di quanto avviene intorno

a loro, e se fra cinque o sei anni chiederai al tuo fratellino qualche

schiarimento sulla giornata d'oggi, vedrai che non si ricorderà di

nulla.

--Anch'io, dunque, ho avuto il latte della mamma?

--Senza dubbio, rispose il babbo. Se tu sapessi quanto la poveretta si

è affaticata per te! Eri tanto debolina, che non potevi inghiottir

nulla e noi temevamo sempre di vederti morire da un momento all'altro.

La tua mamma diceva: Oh se la mia povera bambina dovesse patire! E

s'ingegnava di farti ingoiare qualche gocciola di latte. Spesso,

quando dopo una lunga giornata di strapazzi, si addormentava, tu la

svegliavi coi tuoi strilli: e lei, sempre paziente e amorosa, correva

alla tua culla per racchetarti.

--Anch'io, da piccina, avrò adunque avuto la testa debole e molliccia

come quella del mio fratellino?

--Come quella, figliuola mia.

--E com'è dura, ora! Chi sa quante volte avrò corso il pericolo di

farmela in pezzi!

--Eppure non ti è mai avvenuta una disgrazia! Noi non ti lasciavamo un

momento. La mamma rinunziò per te a ogni divertimento, a ogni spasso:

trascurò tutte le sue conoscenze e si dette esclusivamente a te:

quando, a volte, era costretta a uscir di casa per far delle compre,

stava sempre in pensiero e non vedeva l'ora d'esser tornata. «Gigia,

diceva alla donna di servizio, ti raccomando l'Enrichettina, fa' conto

che sia tua,» e le faceva sempre delle attenzioni e dei regali, perchè

ti tenesse bene.

--Povera mamma! Ma dimmi un po': c'è stato proprio un tempo durante il

quale non sapevo correre? E ora corro, tanto! In tre volte ho fatto il

giro della camera. Chi m'ha insegnato?

--La mamma e io, rispose il babbo. Ti avevamo messo intorno al capino

un cercine di velluto ben imbottito, affinchè, se cadevi, tu non ti

fossi fatta male: poi ti tenevamo nel cestino o ti sorreggevamo sotto

le ascelle, per guidare i tuoi primi passi: ti portavamo tutti i

giorni nel giardino, sul praticello dirimpetto alla casa, e là ci

mettevamo di faccia l'uno all'altro e stendevamo le braccia a te, che

lasciavamo sola, nel mezzo: se facevi tanto d'inciampare in un sasso,

ci sentivamo rimescolare il sangue: quando poi giungevi sana e salva

nelle nostre braccia, allora erano risate, battimani, tripudi.

--Cari! Io non mi sarei mai immaginata d'avervi dato tanto da fare. E

chi m'ha insegnato a parlare?

--Noi, sempre noi, rispose la mamma. Ti pigliavo sulle ginocchia e ti

facevo ripetere i nomi del _babbo_, _mamma_, finchè non eri in grado di

dirli bene da te. E da quelle parole facili, siamo andati via via alle

più difficili. Poi ti abbiamo insegnato a leggere.

--Di questo me ne ricordo benone. La mamma diceva una parola: per

esempio, _ago_. Mi faceva distinguere il suono delle vocali, eppoi me

le scriveva, sulle tavolette o me le faceva cercare nel libro. E

quando le avevo trovate, mi regalava un santino, un grappolo d'uva o

un balocco.

--Ma se non avessimo avuto tanta cura della tua personcina: se, in una

parola, ti avessimo abbandonata a te stessa, che sarebbe avvenuto di

te?

--Sarei morta o malata, o stupida. Oh che buoni genitori m'ha dato il

Signore!

--Eppure, a questi buoni genitori che t'amano tanto, tu dai qualche

volta dei dispiaceri: sei bizzosa, svogliata, disobbediente.

--Babbo, ti prometto che da qui avanti non avrai più motivo di

lamentarti di me: sarò buona e rispettosa: vedrai!

Questa conversazione fece un grande effetto sull'animo

dell'Enrichetta: e quando vedeva la mamma tutta propensa pel suo

fratellino, ed era testimone delle sue trepidazioni, della sua

pazienza, della sua bontà, diceva a sè stessa: «La poveretta si è data

lo stesso daffare anche per me.» Questo pensiero le ispirava molta

tenerezza per i genitori, e la confermava sempre maggiormente nei suoi

buoni propositi.

Lascialo ridere!

La signora Giulia si voltò indietro più volte: e quando giunse alla

cantonata, fece colla mano un ultimo segno d'addio e sparì.

Alessio e Pietrino si ritirarono dalla finestra proprio di malincuore;

pareva a loro, finchè fossero rimasti lì, di non esser poi tanto

lontani dalla mamma e di doverla rivedere da un momento all'altro. Ma

bisognava esser ragionevoli, lo avevano promesso e per un bambino a

modo le promesse sono sacre.

La mamma aveva assegnato loro per lezione un capitoletto della storia

sacra e due pagine di calligrafia: dopo, potevano ruzzare e

baloccarsi finchè fosse loro piaciuto.

Alessio e Pietrino si misero subito all'opera; ma sia che Pietrino

avesse più memoria e maggiore scioltezza di mano, sia che non curasse

troppo la precisione e studiasse le cose a pappagallo, il fatto sta

che in capo a una mezz'ora aveva bell'e finito: e il povero Alessio

era ancora alle prime righe del «_Sacrificio d'Isacco_.»

Ora ditemi un po', bambini miei: che cosa avreste fatto, voi, nel

posto di Pietrino? Vi sareste messi quieti, in un canto, a baloccarvi

coi soldatini o a guardare le figure della storia sacra, non è vero?

Così il vostro fratellino avrebbe avuto agio di finir la lezione senza

furia, senza sbagli, eppoi sarebbe venuto con voi nel cortile.

Ma queste non erano le idee del signor Pietrino, il quale, se non

poteva dirsi un cattivo ragazzo, era però un vero fuoco lavorato.

Cominciò dal ruzzare intorno alla tavola, dal farla tentennare, dal

dimenare la seggiola dove sedeva Alessio; il poverino non alzava gli

occhi e seguitava a studiare, ma ad un certo tremolìo del labbro

superiore, era facile argomentare l'impazienza che gradatamente

s'impadroniva di lui.

Accorgendosi che con quei mezzi non veniva a capo di nulla, Pietrino

cominciò a cantar forte una canzonetta scolastica, interrompendo e

perciò confondendo Alessio che ripeteva, anche lui a voce alta, la sua

lezione di storia.

--«Ed il Signore disse ad Abramo....

--«Qual è la patria dell'italiano?

--Pietrino, fammi il piacere, canta adagio, non mi fare sbagliare.

--«Prendi il fanciullo....

--«Sotto il bel cielo napoletano....

--«E sacrificamelo sul monte.... sul monte Moria! Isacco, strada

facendo, diceva: Padre, io veggo le legna e il coltello.

--«Nel mar, nell'aere, nei monti un riso...

--Pietrino, mi raccomando! «..... ma la vittima dov'è?

--«No! Non è il gaio giardin toscano,

La grande patria dell'italiano!»

Alessio si sentì salire il sangue alla testa e senza prevedere le

terribili conseguenze che potevano derivare dal suo atto, prese un

paio di forbici che erano sul tavolino e le scagliò, con forza contro

Pietro.

[Illustration]

Fortuna che l'irrequieto fanciullo ebbe il tempo di far cecca! se no,

addio occhi! Ma, nonostante le forbici lo andarono a colpire un po'

più giù del fianco, proprio nel posto dove ci curviamo per metterci a

sedere; dai pantaloni squarciati cominciò a sgorgare una larga

striscia di sangue, e Pietro ebbe appena la forza di tirarsi via le

forbici e di applicare un fazzoletto sulla ferita.

Non vi starò a descrivere lo stato di Alessio.

Pentito, inorridito del suo atto colpevole, si precipitò sul

fratellino, lo abbracciò, lo baciò, lo bagnò di lacrime, lo scongiurò

a perdonargli. Pietrino, dal gran male non poteva parlare, ma si

sforzava di sorridere e di rassicurarlo con la mano.

In quel mentre si spalancò l'uscio e comparve il babbo.

--Non è nulla! disse il ferito, ritrovando l'uso della parola. Mi

baloccavo con le forbici e ci sono caduto sopra.

--Oh babbo mio, non gli dar retta! Sono io che l'ho ammazzato,

balbettò il povero Alessio e cadde in terra svenuto.

Poco dopo tutto era tornato nella medesima calma. Il babbo, dopo una

ramanzina coi fiocchi, aveva finito col perdonare, tanto più

volentieri in quanto che i due colpevoli avevano promesso di non

ricader più in simili eccessi.

Fu deciso però di tener nascosto l'accaduto alla mamma, la quale, pel

suo stato sempre un po' malaticcio, non doveva aver rimescolii di

nessun genere.

Pietrino durò un gran pezzo a sentir male al fianco, specie quando si

metteva a sedere e spesso era lì lì per fare una boccaccia, ma era in

lui così potente il timore di affligger la mamma o di mortificare

Alessio, che quella boccaccia diventava quasi sempre una risata...

insulsa.

La mamma non sapeva il perchè di quel ridere senza ragione e sgridava

il piccolo martire. Ma Alessio urlava subito:

--Lascialo ridere, mamma, lascialo ridere!

Per un chicco di grano.

La mamma prese Lello sulle ginocchia e si mise a guardare i campi a

traverso i vetri della finestra. Era un tempaccio triste, noioso,

buzzone: un vero tempo d'autunno. Sugli alberi non c'era rimasta che

qualche foglia ingiallita, che penzolava dal ramo; i lieti canti degli

uccellini erano cessati, e già sulle lontane alture di S. Francesco e

di Vallombrosa biancheggiava la neve.

La mamma, col viso appoggiato contro i cristalli pensava; il bambino,

invece, seguiva collo sguardo un contadino, che seguito da un paio di

bovi, andava e veniva per le viottole.

Per qualche tempo stette zitto, pago di osservare: poi, incuriosito,

chiese alla mamma:

--Mi sapresti dire che cosa fa quell'uomo?

--Quell'uomo, figliuolo mio, mette a profitto la forza dei suoi bovi,

i quali, come vedi, si tirano dietro l'_aratro_, per _arare_ la terra

e disporla alla sementa del grano. Sai già che l'aratro è lo strumento

più importante dell'agricoltura e serve a tracciare nel terreno i

solchi profondi che dovranno accogliere il nuovo seme.

[Illustration]

--Non so capacitarmi, disse Lello, come i chicchi di grano seminati

dal contadino, possano diventar pane. Eppure c'è scritto in tutti i

libri.

--È certo, rispose la mamma ridendo, che noi non vedremo spuntar dal

terreno, dei _semelli_ o dei _filoncini_ di pan salato. A queste

trasformazioni ci pensa il fornaio.

--Oh, il fornaio come fa a ridurre i chicchi in pane?

--Quando li riceve il fornaio, sono già stati ridotti in farina dal

mugnaio, che li ha macinati al mulino.

--Ora comincio a intendere. Ma vorrei che tu mi spiegassi come ha

fatto il contadino a raccoglierli.

--Te lo dico in poche parole. Il contadino semina i chicchi e li

_rincalza_ colla vanga, affinchè stieno al coperto e possano

germogliare. Infatti, dopo un mese della sementa, si vedono spuntare

dei piccoli fusticini d'un verde tenero, i quali vanno via via

crescendo fino a produrre delle spighe, ognuna delle quali contiene

una ventina di chicchi; queste spighe, nascoste ancora nei loro steli,

crescono gradatamente, maturano al sole, e, verso giugno, prendono

quel bel giallo che le fa parer d'oro. Allora il contadino procede

alla _segatura_: lega il grano in tanti fasci o covoni, lo trasporta

nell'aia, e lo batte fortemente con lunghe canne, per separar la

paglia ossia i gusci, dai chicchi, i quali vengono riposti nelle sacca

o portati al mulino.

Il grano non serve solamente alla fabbricazione del pane, ma anche a

quella delle paste, con le quali si fanno le minestre: ci dà, inoltre,

l'amido con cui _insaldiamo_ la biancheria, la crusca, la paglia per

molti usi, tra a quali va ricordata la fabbricazione dei cappelli.

--Una volta, quand'ero malato, mi facesti un decotto d'orzo. La

maestra mi disse che anche quello era una specie di grano.

--È verissimo. L'orzo è una biada molto utile e serve alla

fabbricazione della birra: in alcuni paesi montuosi lo impastano

insieme alla farina per farne pane, e chi lo ha assaggiato assicura

che è assai buono.

Tra i grani non bisogna dimenticare il formentone o grano turco, che

ci procura quell'ottima farina gialla, colla quale facciamo polente,

gnocchi, covaccini e dolci. In molti paesi dove non c'è grano, se ne

servono anche per fare il pane: ma non riesce salubre e buono come

quello che mangiamo noi.

Il fusto del formentone è molto alto; e fra le sue giunture escono le

pannocchie, le cui foglie servono a riempire i sacconi.

La _vena_ che si dà ai cavalli, il miglio, il panico e il riso

appartengono anch'essi alla specie dei grani: ma la coltivazione del

riso richiede terreni bassi, irrigati, paludosi, che vengono chiamati

appunto _risaie_.

Non è quindi sano l'abitare in prossimità delle risaie e noi dobbiamo

esser riconoscenti ai poveri coltivatori, i quali, astretti dal

bisogno, vi menano una vita breve e travagliata.

A questo punto Lello annodò le braccia intorno al collo della mamma e

nascose la testa nel seno di lei.

--Che cos'hai? chiese questa maravigliata. Ti senti male?

--Oh mamma! rispose il bambino, lo conosci Geppone, il figliuolo del

lattaio?

--Sicuro che lo conosco! Ebbene?

--Stamani, nell'andare a scuola, l'ho incontrato, e siccome non m'ha

voluto far montare sul baroccino dove ci aveva le fiasche del latte,

l'ho trattato di contadinaccio e di villano!

--E lui che cosa ti ha risposto?

--Lui! Nulla. Ha seguitato la sua strada, a capo basso, senza neanche

voltarsi indietro.

--Forse piangeva, osservò la mamma.

E senz'aggiungere una sola parola uscì dalla stanza.

* * *

Lello rimase male, male di molto. Avrebbe preso che la mamma lo avesse

gridato, magari picchiato. Quel silenzio doloroso gli fu più amaro

d'ogni rimprovero.

Si pose di nuovo a guardare i campi a traverso i vetri della finestra

e pensava: Se io non rivedessi più il povero Geppone e non potessi

perciò chiedergli perdono, come farei a campare con questo

struggimento?

* * * * *

1. Che cos'è l'_aratro_?

2. Raccontatemi la storia d'un pezzetto di pane.

3. Il grano serve solamente alla fabbricazione del pane?

4. Accennatemi altre specie di grani.

5. Perchè Lello aveva dei rimorsi?

Turco e Sparalampi.

Era una gran passione con quella benedetta bambina dell'Ersilia:

l'acqua ghiaccia le faceva paura: il sole le dava il dolor di capo, il

vento le produceva le scoppiature sulla pelle, i vestiti di lana la

bucavano, quelli di tela le agghiacciavano il sudore, quelli di cotone

le si appiccicavano alle spalle.

E anche nel mangiare era la stessa storia. Non le piacevano le patate,

l'erba le dava il dolor di stomaco, la minestra di riso la nauseava,

la carne grossa le era indigesta. Insomma era un vero struggimento.

E la mamma, che era una donna di giudizio, voleva avvezzar bene la sua

bambina, nè poteva certo menarle buoni tutti quei dàddoli.

--Io voglio far di te una giovane sana e robusta, le diceva spesso: e

affinchè tu diventi tale, è necessario che tu ti avvezzi per tempo al

sole, alla pioggia, ai venti: che tu pigli l'abitudine ai cibi

grossolani, alle vesti ruvide, ai letti duri. Si sa come si nasce e

non si sa come si muore, bambina mia. E perchè tu intenda meglio i

vantaggi d'una vita sobria e severa, ti racconterò la novella di Turco

e di Sparalampi.

Sappi che in un paesetto del Mugello, un pastore aveva allevato due

bei cani, appartenenti alla razza più stimata, sì per la forza, come

per il coraggio. Quando li vide abbastanza grandi e robusti per non

aver più bisogno del latte materno, pensò di regalare il più bello al

suo padrone, che era un ricco signore di Firenze.

Ci volle del buono e del bello a dividere i due animali, che non

intendevano di lasciarsi, ma salvo questo incidente, il regalo fu

ricevuto collo stesso piacere col quale venne fatto.

A partir da quel giorno, la vita che menarono i due fratelli fu molto

diversa. Il nuovo signorino, al quale venne imposto il nome di

_Turco_, fu ammesso subito in cucina, dove non tardò ad accaparrarsi

le buone grazie del servitorame, che si divertiva a vederlo

sgambettare e lo compensava con una profusione di chicche e di cibi

prelibati, e lui, a furia di mangiar quelle cose sostanziose dalla

mattina alla sera, si era fatto tondo e grasso come un pallone: ed era

diventato così pigro e pauroso, che la sola vista d'un ragno bastava

per farlo allibire.

Aveva anche un altro difetto: quello della gola, e quando sapeva di

non esser visto, rubava dalla dispensa ora un pezzo di prosciutto, ora

un dolce, ora un'ala di pollo.

La gente di servizio avrebbe pur voluto gastigarlo, ma egli era così

accorto e sapeva reggersi con tanta grazia sulle zampine di dietro,

che le busse andavano a finire in carezze, e spesso in nuove

ghiottonerie.

L'altro cane, chiamato _Sparalampi_, non aveva il pelo lustro e il

corpo rotondeggiante del suo fratello di città; non sapeva reggersi

sulle zampe di dietro nè far le capriole eleganti di _Turco_; e in

quanto al mangiare bisognava contentarsi di un po' di pane scuro e lì.

Non c'era dunque da stupire se obbligato a viver sempre all'aria

aperta ad affrontar le intemperie della stagione e a lavorar senza

tregua per guadagnarsi il sostentamento, si era fatto robusto, attivo

e diligente. Gli incontri frequenti coi lupi gli avevano dato una tale

intrepidezza, che nessuno poteva vantarsi di averlo fatto scappare:

qualche volta, è vero, era tonato a casa tutto sanguinolento e con gli

orecchi laceri: ma invece di sgomentarsi, egli si teneva di quelle

ferite, le quali erano una prova indiscutibile del suo coraggio: e la

sua onestà dove la metto? Quante volte si era trovato nell'occasione

di agguantare un bel pezzo di agnello o di maiale! Quella carne lo

solleticava, gli faceva gola; ma pure _Sparalampi_ seguitava la sua

strada con disinvoltura e non si voltava mai indietro per la paura di

cedere alla tentazione.

E quando era fuori col gregge? Poteva venir giù pioggia, grandine e

neve: potevano cascare i fulmini ai suoi piedi, egli non si muoveva e

sarebbe piuttosto morto, che cercare un riparo, il quale lo avesse

diviso dalle pecore affidate alle sue cure.

Ora avvenne che il padrone del pastore si decise a visitar le sue

terre. Condusse con sè _Turco_, il quale, appena ebbe visto

_Sparalampi_, non potè trattenere un moto di repulsione. Il povero

animale, l'ho già detto, non possedeva una sola delle brillanti

qualità del cane cittadino. Anche il padrone lo guardò con

diffidenza, ma non tardò a ricredersi.

[Illustration]

Un giorno ch'ei passeggiava in un bosco, accompagnato dal suo

favorito, un lupo enorme, i cui occhi parevano due fiamme, sbucò da un

cespuglio e gli si avventò. Il signore si credè spacciato, tanto più

quando vide il grazioso _Turco_ pigliar la ricorsa con tutta la lena

delle sue fiacche gambucce. Ma in quel mentre, eccoti sopraggiungere

_Sparalampi_, il quale aveva, anch'esso, seguito a una certa distanza

il signore. Correre, slanciarsi sul lupo e addentarlo alla gola, fu

l'affare d'un minuto. La lotta durò lunga e crudele, ma alla fine

_Sparalampi_ ebbe il gusto di stender morto il lupo. Ne riportò, è

vero, parecchi morsi alle orecchie e qualche contusione, ma le carezze

di cui fu ricolmato, gli fecero sopportare allegramente quei piccoli

malanni.

Ora dimmi un po', Ersilia: Credi tu che _Sparalampi_ ove fosse stato

allevato con gli stessi riguardi di _Turco_, sarebbe venuto su quel

cane robusto e valoroso di cui ho cercato darti un'idea? Egli visse

lungamente, amato e rispettato da tutti, mentre il suo infelice

fratello, fatto segno al generale disprezzo, condusse giorni brevi e

obbrobriosi su una cuccia dimenticata. Morì col cimurro, la gotta e la

tigna. Morte degna d'una tal vita.

Eppoi, figliuola, noi ignoriamo ciò che il destino ci riserba. Oggi

siamo ricchi, ma domani possiamo esser poveri. Non è la prima volta

che avvengono tali improvvisi e completi rovesci di fortuna. Stiamo

dunque preparati a tutto: amiamo il lavoro, addestriamo il nostro

corpo a tutti quegli esercizi che possono conferirgli salute e

robustezza, ma _soprattutto_ avvezziamoci a qualche privazione e a

star paghi del poco. Non è ricco chi possiede molti denari, ma quegli

che ha meno bisogni da soddisfare.

L'Ersilia abbassò il capo e quando fu a tavola mangiò tutto di

bonissimo appetito, senza dàddoli e senza broncio.

I Pesci.

Bambini, disse la signora Lucia ai suoi tre figliuoletti, il babbo

vuole offrirvi un divertimento a vostra scelta per domani, che è

domenica. Siete stati buoni durante tutta la settimana, avete fatto

con diligenza le vostre lezioni e vi siete meritati dei bei voti sui

registri scolastici. È dunque giusto che raccogliate il frutto del

lavoro e della buona condotta. Che cosa volete fare domani?

--Andiamo ai burattini! gridò Giorgio, andiamo ai burattini! Sono

tanto graziosi!

--Benedetto te e i tuoi burattini! disse l'Ernestina facendo il

broncio. Non capisco come ci si possa divertire a vedere dei fantocci

di legno, che si muovono tutti d'un pezzo e ripetono sempre le

medesime cose! Florindo discorre con Rosaura, Pantalone giunge

all'improvviso, con un gran bastone in mano, si empie la scena di

soldatini e tutto va a finire in legnate e in urli! Bel gusto!

--Andiamo al Politeama, disse Gigino, c'è la Compagnia equestre e ci

divertiremo. _Miss Aissa_ fa la ginnastica sul dorso del cavallo e

sfonda venticinque cerchi ricoperti di carte! Andiamo al Politeama,

mamma!

Lezioni e Racconti per i bambini · 第 1 / 7 段