[186] _Regest. Regis Roberti anni 1314 lit. C fol. 129._
[187] _Tristano Caracciolo, Costanzo e Summonte citati da Giannone nel
principio del libro XXIII della sua Storia Civile._
[188] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 547._
[189] È facile il comprendere che nel Registro di cui sto parlando si
volle minutamente riportare la storia delle discussioni seguite sulla
dimanda di Margherita Pipina attese le circostanze delicatissime nelle
quali la Regina si trovava in faccia al Pubblico. Si fece ciò per
allontanare il sospetto che la Regina avesse voluto favorire la vedova
di uno de’ rei principali della morte del Re Andrea, e per far vedere
che si era resa alla stessa strettamente la giustizia dopo matura
discussione.
[190] _Regest. Joannæ I anni 1346 lit. C fol. 10._
[191] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 610._
[192] _Idem Tomo supra citato pag. 636 et 637._
[193] _Giannone Storia civile etc. lib. XXIII cap. I con tutti gli
altri Scrittori da lui citati._
[194] _Polybii Histor. lib. V._
[195] _Muratorius loco supra citato pag. 585._
[196] _Muratorius ibidem pag. 680._
[197] Il Capitolo di Ruvo ha portata sempre la massima diligenza nella
conservazione di quel pregevole edificio, e specialmente nel buono
mantenimento de’ vasti tetti che lo cuoprono. Le ultime volte però
che sono stato in Ruvo ho veduto non senza un positivo rancore che
le riparazioni e gl’indispensabili nettamenti de’ tetti erano stati
per più anni trascurati. Quindi le acque piovane avevano cominciato
a penetrare nella Chiesa. Non potei contenermi dal mostrarne il mio
malcontento. Sono stato però dopo assicurato dal Signor Primicerio
D. Domenico Chieco di essersi già dato l’opportuno riparo a questo
grave inconveniente che avrebbe potuto trarsi dietro conseguenze assai
fastidiose. Debbo quindi augurarmi che il Capitolo suddetto nel tratto
successivo saprà su questo articolo interessantissimo meritarsi quella
stessa laude che gli sarà da me resa per le altre cose che in seguito
anderò a dire.
[198] _Muratorius loco supra citato pag. 652._
[199] _Matteo Villani lib. I cap. 93. Lib. II cap. 24 41 e 65 e lib.
III cap. 41. Costanzo lib. VI. Giannone Storia civile lib. XXIII cap.
I._
[200] _Fasciculus XI fol. 176 et 177._
[201] _Regest. Regis Ladislai anni 1404 lit. B fol. 151._
[202] _Scipione Mazzella Descrizione del Regno di Napoli lib. II sulla
Famiglia Orsini._
[203] I privilegj quì enunciati non si trovano registrati ne’
Quinternioni. È chiaro però che la città di Ruvo con altri feudi di
sopra riportati pervenne a Gabriele del Balzo Orsini dal Principato di
Taranto, qual figliuolo secondogenito del Principe di Taranto a cui
apparteneva come lasciò scritto Scipione Mazzella nel luogo innanzi
citato alla pag. 158.
[204] _Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni di Terra di Lavoro, e
Contado di Molise fol. 1. Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni delle
Provincie di Capitanata e Bari fol. 172._
[205] _Quinternione III fol. 127 e 193 a t. Vedi anche i Repertorj
innanzi citati._
[206] _Detto Repertorio Primo de’ Quinternioni delle Provincie di
Capitanata e Bari fol. 172._
[207] _Literarum Partium XVIII anni 1478 ad 1479 Camera IX lit. A
Scanzia I Num. 37 fol. 208 a t. ad 209._
[208] _Tacitus Annalium lib. IV._
[209] _Guicciardini Storia d’Italia lib. V. Cantalicii Consalvia lib.
II. Pauli Jovii vita Consalvi lib. II. Giannone Storia Civile del Regno
di Napoli lib. XXIX cap. IV._
[210] Non è forse ciò improbabile. Ne’ giornali pubblicati al tempo
dell’Impero Francese mi ricordo di aver letto che dopo la famosa
battaglia di _Jena_ guadagnata da Napolione Buonaparte contro i
Prussiani, i Francesi abbatterono la colonna di _Rosbacch_, trofeo
della insigne vittoria ivi riportata da Federico il Grande Re di
Prussia. Ma coll’aver tolta quella colonna fecero sì che non abbiano
essi perduta quella giornata? Oscurarono forse con ciò la gloria
militare di Federico che seppe guadagnarla?
[211] La città di Castellaneta non è _vicina_ a Barletta; ma bensì alla
distanza di ottanta miglia e più. È questa una circostanza da valutarsi
nel fatto di cui si parla non bene riportato dal Guicciardini come più
giù saremo a vederlo.
[212] Ruvo, non _Rubos_, non è stata mai una _Terra_; ma in tutti i
tempi è stata sempre considerata come una città distante da Barletta
sedici miglia e non già dodici.
[213] _Guicciardini Storia d’Italia lib. V._
[214] Non è improbabile che quella parte della muraglia che Paolo
Giovio dice di esser crollata sotto i colpi dell’artiglieria di
Consalvo, sia stata quella che tredici anni dopo nell’anno 1516 fu dai
Ruvestini riedificata dalle fondamenta e di miglior costruzione, come
più giù saremo a vederlo.
[215] _Pauli Jovii Vitæ Illustrium Virorum Vita Consalvi lib. II._
[216] _Cantalicii Consalvia Lib. II. Raccolta de’ Scrittori Napolitani
di Gravier Tom. VI._
[217] _Tomo XIX della detta Raccolta di Gravier pag. 104 e 105._
[218] _Tacitus Histor. lib. I._
[219] Mentre questo foglio stava per passare al torchio, il nostro
giornale delle due Sicilie del dì 14 Febbrajo 1844 n. 34 sotto la
rubrica di _Spagna_ ha recato il seguente articolo dell’_Heraldo_
(foglio Ministeriale). Si dice in esso che Consalvo di Cordova fece
edificare il magnifico Monastero di S. Girolamo nella città di Granata,
ove volle esser sepolto, con aver legato allo stesso la sua spada,
il suo ritratto in tela e ’l suo busto. Si seguita a dire che cotesto
Monastero rispettato dai Francesi nella invasione dell’anno 1810 per
i tanti pregevoli monumenti di belle arti che vi erano, è rimasto
ora devastato dalla guerra civile, e si soggiugne: _Ma ciò ancora più
imperdonabile è il furto della spada dell’Eroe ch’era nella Cappella
principale con un quadro rappresentante il Gran Capitano che offre la
sua spada al Papa e ne aspetta la benedizione. Se ne veggono ancora i
modiglioni. Dopo tante profanazioni ne mancava una ultima. La tomba
dell’eroe venne aperta ed i suoi avanzi derubati e sparsi qua e là;
una delle sue mandibole con tre denti è per caso rimasta con qualche
altro frammento. — Per aggiugnere un ultimo tratto a tale racconto,
diremo che durante l’insurrezione che scoppiò nell’anno 1835, la spada
di Consalvo di Cordova fu venduta per tre franchi._ Dio mi guardi dal
compiacermi di sì fatte vandaliche e detestabili profanazioni. Ma un
avvenimento di tal fatta seguìto in un Paese che ben lo conosco, ed
ove anzi si pecca di soverchio orgoglio nel vanto degli uomini di
guerra prodi e famosi che ha prodotti, non può non farmi una forte
impressione! Desidero intanto di tutto cuore che la Misericordia di Dio
gli abbia perdonata la enorme ingiustizia, ed iniquità commessa a danno
della nostra povera città.
[220] _Quinternione VIII segnato col num. 19 fol. 140 a 143._
[221] _Quinternione XXI fol. 212._
[222] Nello strumento di permuta tra il Vescovo e Clero di Ruvo e
Giovanni _de Mapono_ dell’anno 1392 riportato innanzi nel Capo VIII
pag. 130 si dice che la casa data dal Vescovo e dal Clero era sita _in
loco Porte de Noha_. Quale sia stata la Porta che portava questo nome
lo spiega un pubblico strumento di proccura fatta dalla Università di
Ruvo nel dì ultimo Novembre 1608 per gli atti del Notajo Decio Pincerna
di Ruvo ove si legge così: _Accessimus ad domos ipsius Universitatis A
PORTA DE NOJA juxta suos fines, ubi congregari solet dicta Universitas
pro actis publicis peragendis_. La casa della Università quì indicata
stava appunto nel sito di questa porta come saremo or ora a vederlo.
Cotesta proccura sta al foglio 121 del Protocollo di quell’anno del
detto Notajo Pincerna. Conservatore della sua scheda quando io lo
lessi era il fu Notajo D. Giuseppe Girasoli di Ruvo. Ignoro il di lui
successore. Dai precitati due strumenti si può conchiudere che l’antico
nome della porta suddetta era _Porta di Noja_.
[223] Pare che siasi con ciò ritenuta nelle forme Cristiane una
costumanza delle antiche città Greche, le quali mettevano sulle loro
porte la statua di Minerva. Dal che prese cotesta Dea anche il nome di
Πολιάς o Πολιοχος _urbis custos_.
[224] _L. 1 et L. 87 ff. De verbor. signif._
[225] _L. ff. Ne quid in loco sacro._
[226] Tra i vasi fittili antichi trovati in Ruvo ve ne sono stati
parecchi con figure a rilievo. Ne ha di essi acquistati il Real Museo.
Io ne ho tre, e D. Salvatore Fenicia uno. So con sicurezza di esserne
passati altri anche all’Estero. A cotesti vasi allude la parola
_sculpta_.
[227] Rileva ciò la circostanza che molti convalescenti delle convicine
città vanno a Ruvo di proposito per ristabilirsi attesa la somma bontà
dell’aere che ivi si respira, e la ridente situazione della nostra
città.
[228] _Partium XXXIX Ann. 1522 a 1523, ora col num. 110 fol. 24 a t._
[229] _Comune XLII 3. Anno 1523 lit. H n. 103._
[230] Fa veramente meraviglia come i Vicerè soffrivano e permettevano
ai Baroni un linguaggio tanto orgoglioso che offendeva i dritti della
Sovranità. Non erano i Baroni _Signori_ degli uomini de’ loro feudi,
ma erano anch’essi sudditi del Re come tutti gli altri. Cotesto titolo
quindi di _Signori_ peccava di soverchia baldanza.
[231] _Registro delle Consulte della Regia Camera della Sommaria per
gli anni 1600 e 1601 N. 101 fol. 54 a 63._
[232] _Stefano de Stefano Ragion Pastorale Tom. I cap. II pag. 42._
[233] Si noti che nell’anno 1509 la città di Ruvo era posseduta da D.
Isabella de Requesens moglie del detto Vicerè D. Raimondo di Cardona.
Ecco perchè si dice quì _la cità vostra de Rubo_.
[234] _Grande Archivio — Atti riguardanti la mezzana di Ruvo Camera
Prima sotto i tetti Lettera D Scanzia V n. 23._
[235] Si parla quì della difesa comunale eretta nell’anno 1510 di cui
innanzi si è parlato.
[236] _Archivio della Regia Dogana di Foggia Tomo I delle Istruzioni
Doganali fol. 113._
[237] _De Dominicis Stato Politico ed Economico della Dogana di Puglia
Part. I cap. V n. 22 pag. 217._
[238] Nel linguaggio Doganale le contravvenzioni di questa specie ai
regolamenti del Tavoliere, le quali davano luogo ad un procedimento, si
chiamavano _disordini_.
[239] Quando veniva a morire un feudatario colui che gli succedeva nel
feudo era nell’obbligo di pagare al Real Tesoro la metà della rendita
che lo stesso aveva data nell’anno della morte del suo predecessore.
Cotesto pagamento si chiamava _Relevium_. Per liquidarsene l’importo
il Tribunale della Regia Camera della Sommaria prendeva informazione
della rendita ritratta da ciascuno de’ corpi, o dritti che componevano
il feudo. Ecco come dalle informazioni de’ rilevj si veniva a conoscere
quali questi erano.
[240] Questo fondo è ora di mia proprietà avendolo acquistato nell’anno
1808 dopo l’abolizione della feudalità unitamente ad un altro fondo
adiacente denominato la _Piantata_ di qualità burgense, di cui vi sarà
in seguito la occasione di far menzione.
[241] Si noti che nello strumento dell’anno 1552 riportato innanzi alla
detta pag. 201 Fabrizio Carafa Duca d’Andria e Conte di Ruvo s’incaricò
di cotesto antico contratto, e quindi fece la seguente dichiarazione:
_Pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia Curia annuatim pro
servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit eidem Excellenti
Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti, in quo nemore
non possunt intrare pecudes nisi in Vigilia Nativitatis Christi anni
cujuslibet_. Dal che viene a risultarne che de’ già detti annui ducati
mille e cento convenuti nell’anno 1473 ducati cinquecento si pagavano
per l’erba del Bosco di Ruvo ed altri seicento per quella delle murge
di Ruvo e Minervino.
[242] _Repertorio de’ Registri Comuni fol. 122._
[243] Per _demanio de Rubo_ si deve quì intendere il demanio
delle murge. Primo perchè gli Scrittori Doganali riportandosi alla
convenzione dell’anno 1473 passata tra il Re Ferdinando I di Aragona e
Pirro del Balzo dicono che il _riposo_ per le pecore del Tavoliere fu
accordato nel demanio delle murge. Secondo perchè il rimanente demanio
di Ruvo è stato sempre un demanio comunale occupato dalle masserie di
semina de’ cittadini, sul quale Pirro del Balzo non poteva avervi verun
dritto, nè vendere l’erba di esso al Regio Tavoliere.
[244] _Commun. XVIII ann. 1473 e 1474._
[245] _Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 fol. 222._
[246] L’espressioni quì adoperate sono molto pregne, e s’intende bene
a che alludono. Mi dicevano i vecchi di Ruvo che più di un Abruzzese
entrato in quel bosco valendosi del proprio dritto non si era trovato
più nè vivo, nè morto. Gli antichi Duchi di Andria non sono stati coi
Locati Abruzzesi così benigni e sofferenti come lo furono i Padroni di
masserie Ruvestini da essi flagellati barbaramente.
[247] _Stefano de Stefano Tom. I cap. XI n. 36._
[248] In quell’epoca le contribuzioni dovute allo Stato si pagavano per
_fuochi_. Si numeravano le famiglie di ciascun Comune. Ogni famiglia
formava un fuoco. Ogni fuoco aveva la imposta determinata, e dal numero
de’ fuochi risultava la somma che pagar doveva il Comune. Quindi il
prezzo della Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi e Misure fu
caricato sulla somma che il Comune di Ruvo contribuiva allo Stato
secondo il numero de’ fuochi.
[249] _Partium XXXIV ora 4018 anni 1629 et 1630 fol. 247 a t._
[250] _Regest. Partium XLIV anni 1607 ad 1608 Camera IX lit. Q Scanz. I
n. 166 fol. 160 retro et 161._
[251] _Atti per gli assegnatarj de’ Fiscali della città di Ruvo, etc._
[252] _Fol. 216 detti atti._
[253] _Atti di discarichi prodotti dall’olim Amministratori della città
di Ruvo per la revisione de’ loro conti fol. 40 a 42._
[254] _Atti per i creditori di attrasso sopra la Università di Ruvo in
Provincia di Bari vol. II fol. 1 a 25._
[255] _Fol. 44 e 48 detti atti._
[256] Pe ’l noto Capitolo _Non sine prudentis_ del Re Ladislao
dell’anno 1403 era vietato ai Notaj delle città Baronali di stipulare
atti a favore de’ Baroni, ed erano questi obbligati a valersi di Notaj
di città Regie. Ecco perchè la Casa d’Andria si era valuta de’ Notaj
delle Regie città convicine.
[257] Si noti che con questo articolo rimase abolita col fatto la fida
nelle cinque vastissime contrade demaniali denominate _le matine,
le strappete, le ralle, monserino_ e _bel luogo_, perchè in esse il
terreno è tutto _appatronato_ ed occupato dalle masserie di semina de’
cittadini.
[258] Per effetto di questo patto dall’anno 1805 in poi non sono più
venuti fidatarj forestieri del Barone nella contrada delle murge, e
quel pascolo estivo preziosissimo è rimasto per lo intero al pieno
comodo de’ cittadini. Stabilita col patto IV la preferenza degli
animali de’ cittadini, ed inibito col patto quinto nelle murge la
fida su i terreni seminatorj de’ particolari e de’ Luoghi pii che
sono sparsi in tutti i punti di quella contrada, si venne a rendere
impossibile l’ingresso de’ fidatarj forestieri in tutta la continenza
delle murge, e quindi finì da se stessa la fida degli animali
forestieri.
[259] Mi pregio di quest’antica amicizia di famiglie. Il fu Canonico
Teologo D. Giuseppe Sancio, Zio Paterno del Commendatore D. Antonio
ed uomo dottissimo, mi diè il S. Battesimo e fu il Direttore de’
miei primi studj di Umanità, ne’ quali fui istituito in Ruvo da un
Prete chiamato D. Angiolo Consolo, che se ne occupò colla massima
cura ed impegno, di cui son grato e riconoscente alla di lui memoria.
La stessa riconoscenza serbo al detto mio Compare Canonico Teologo
Sancio che ogni mese in presenza del detto mio maestro prendeva conto
del mio profitto e dava allo stesso la opportuna direzione per la mia
istruzione.
[260] _Tacitus Historiarum lib. I._
[261] Comunque il Duca d’Andria avesse avuta in Ruvo la Giurisdizione
Civile e Criminale, aveva il Re sospesa in quell’epoca la Giurisdizione
di diversi Feudatari tra i quali anche del Duca d’Andria. Ecco il
perchè vi era allora in Ruvo un Governatore e Giudice destinato dal Re.
[262] _Tacitus Histor. lib. I._
[263] Dell’uffizio del Camerlengo e della usanza che vi era ancora di
chiudersi la sera le porte della città si parla anche nello strumento
di transazione stipulato col Duca d’Andria nell’anno 1751 riportato nel
Capo precedente.
[264] _Polyb. Histor. lib. III._
[265] Cotesto tentativo del Conte di Ruvo era assai malagevole. La
popolazione della città di Andria è per se stessa molto ostinata
ne’ suoi proponimenti. Per tal ragione soffrì un gravissimo disastro
al tempo della Regina Giovanna I minutamente descritto da Domenico
di Gravina nella precitata sua Cronaca presso il Muratori _Rerum
Italicarum Scriptores tom. XII_ pag. 689 a 691. Molti Tedeschi e
Lombardi ch’erano al servizio di Lodovico Re d’Ungheria al numero di
settemila tra fanti e cavalli si erano riuniti a Canosa. Dopo aver
consumato e devastato quanto vi era in quella povera città presero
la risoluzione di portarsi innanzi, ed invadere per loro stessi, e
per propria utilità tutti que’ luoghi che avessero potuto. Nominarono
quindi tre Capitani, tra i quali vi fu Filippo de Sulz sopranominato
_Malispiritus_ Comandante della Città di Andria, come si è detto
innanzi al capo VIII pag. 155.
Partiti da Canosa essendosi avvicinati ad Andria, fecero conoscere
al Comandante suddetto il loro arrivo. Costui andò loro incontro,
e gli assicurò che sarebbe concorso a tutto ciò che si era da essi
determinato; ma soggiunse. _Quia vero civitas Andriæ dominio suo erat
valde fidelis, voluit, et rogavit quod per eos damnum non fieret
civibus in exterioribus rebus, animalium scilicet et satorum, sed
mite, et curialiter pertransirent, quum ipse eorum denario quæcumque
necessaria eos emere permittebat._ Se ne contentarono i Tedeschi, e
quindi si accamparono come amici in una pianura fuori della città.
Il Comandante suddetto rientrato in essa fece tutto conoscere ai suoi
abitanti, ed insinuò loro di somministrare alle truppe accampate tutto
ciò che alle stesse sarebbe bisognato a pronto pagamento.
I popolari però per loro sventura presero la cosa in senso sinistro,
sospettarono un tradimento, e si negarono a somministrare i viveri
richiesti. Ne rimase di ciò indignato il Comandante suddetto, e non
mancò di avvertirgli che a tal modo esponevano la città ad un grave
disastro, ed avrebbero potuto essere obbligati a dare per forza ciò che
ricusavano di vendere a pronto contante. Intanto le truppe accampate
rimaste senza viveri per due giorni, il terzo giorno spedirono nella
città i loro messi per conoscere il perchè si negavano loro i viveri,
e qual colpa avevano commessa a danno de’ suoi abitanti per meritare
un tal rifiuto. Fu però loro bruscamente risposto dai popolari che non
volevano nè donargli, nè vendergli. Si chiusero quindi le porte, e gli
Andriesi si posero in armi.
Essendo rimaste le truppe suddette fortemente irritate da cotesto
oltraggio, fu presa la risoluzione di vendicarsi colle armi, e
devastare la città. Vi erano però tra esse alcuni Capitani Tedeschi, i
quali avendo ricevuti per le loro compagnie con anticipazione i soldi
fino al dì di S. Giorgio, dicevano ch’erano tuttavia al servizio del
Re d’Ungheria. Si protestarono quindi che non avrebbero mai consentito
_quod fidelissima Terra Andriæ versus Regem Ungariæ vastaretur_.
Rimasti fermi in tal proponimento, si diressero _a Giannotto Brancasio_
nobile Andriese, gli fecero conoscere le intenzioni de’ loro compagni
di depredare la città, lo animarono a difenderla vigorosamente, e si
offerirono ad entrare in essa, unirsi coi cittadini, e prestarsi alla
loro difesa. I popolari però sospettando che cotesta offerta laudabile,
ed onorevole fosse stata insidiosa sconsigliatamente la rifiutarono.
Quindi li Capitani suddetti si separarono coi loro soldati dagli altri,
non vollero prender parte a tale aggressione, e si accamparono in una
pianura verso Barletta per vedere l’esito dell’affare.
Cominciò dopo ciò l’attacco con ugual vigore de’ Tedeschi e Lombardi
nell’assaltare la città, e degli Andriesi nel difenderla. Avevano
i primi rivolti i loro sforzi contro quella porta della città che
porta il nome di _porta del castello_, perchè era quello il punto più
debole di essa. Gli Andriesi nondimeno facendo sforzi straordinarj
coraggiosamente gli respingevano a colpi di balestre. In questo
mentre surse un subuglio fra il detto Giannotto e suoi seguaci, e
’l Comandante _Malospirito_, poichè i primi lo chiamavano traditore,
ed intelligente dell’aggressione che la città stava soffrendo, e ’l
secondo uscì dal castello per respingere tale ingiuria, e malmenare il
detto Giannotto. Essendosi però gli animi soverchiamente riscaldati da
ambe le parti, si vide il Comandante suddetto obbligato a ritirarsi
nel castello per salvare la sua vita. I soldati della guarnigione
irritati dal vedere maltrattato a tal modo il loro Capo cominciarono
a tirare dalla sommità del castello colle balestre e coi sassi contro
i cittadini che difendevano la porta suddetta; il che gli costrinse
ad abbandonarne la difesa. Cessata quindi la resistenza, i Tedeschi
ed i Lombardi entrarono nella città, e vi commisero tanti eccessi che
rifugge l’animo dal commemorargli.
Cotesto racconto che ci viene da uno Scrittore, il quale si trovò in
mezzo a tali avvenimenti, porta a conchiudere che la città di Andria
soffrì quel lagrimevole disastro per la ostinazione de’ suoi popolari
non suscettiva di veruna scusa, poichè il negare i viveri a chi
vuol pagargli è cosa inumana, ed il negargli ad un esercito che può
prendersegli colla punta della spada pecca della massima imprudenza, e
cecità. Cosa dunque il Conte di Ruvo avrebbe potuto contare su di una
popolazione di un carattere così duro ed ostinato, la quale nell’anno
1799 era mossa anche dalla forza del sentimento, e di una decisa
avversione per i Francesi?
[266] Dicono gli Andriesi che in quella fazione caddero estinti duemila
e cinquecento nemici. Pecca ciò di una esagerazione più che soverchia,
e molto poco considerata. Troppo ci vuole per poter perire tanta gente
in un conflitto di sola fucileria, senza l’artiglieria e senza venirsi
alla bajonetta! D’altronde la colonna spedita nelle Puglie fu appena
di tremila uomini. Sarebbe rimasta questa distrutta se avesse perduti
in Andria duemila e cinquecento soldati ed uffiziali, poichè al numero
de’ morti bisogna aggiugnere anche quello de’ feriti. Il fatto però
sta in contrario, poichè dopo l’affare di Andria la stessa colonna
proseguì le sue operazioni guerresche con avere espugnata la città
di Trani, sommessa Moffetta ch’era anche sollevata, occupata Bari,
saccheggiate ed incendiate Carbonara, e Ceglia (l’antica Celia) che le
opposero resistenza. Sarebbe anche andata più oltre verso la Provincia
di Lecce, se non fosse stata richiamata in Napoli per le circostanze
che in seguito sarò a dire. Tolte di mezzo dunque l’esagerazioni che
mal converrebbero alla Storia, l’attacco di Andria costò ai Francesi
la perdita tutto al più di qualche centinajo di uomini, giacchè a
niuno poteva esser facile conoscere il numero preciso degli estinti, i
quali si fecero subito disparire giusta lo stile ch’essi serbavano di
bruciare i cadaveri.
[267] Nello stesso Palagio Ducale andarono a ricoverarsi le povere
Monache cacciate dal Chiostro dalla licenza militare. Il Conte di
Ruvo ne prese tutta la cura, e nel partire da Andria le affidò al suo
Agente perchè le avesse restituite al loro Monistero come fu da costui
eseguito col massimo e laudabile zelo.
[268] Di questa verità di fatto ne sono testimone io medesimo. Pochi
giorni dopo l’eccidio di Trani mi recai ivi per visitare alcune
famiglie amiche. Avendo avuta la curiosità di osservare i luoghi ove
si era combattuto, mi assicurai che le muraglie niun danno avevano
sofferto dall’artiglieria nemica e stavano in ottimo stato. Ma le
baracche di tavola formate al di sopra di esse per i corpi di guardia
della gente che le custodiva e le difendeva erano tutte traforate
dalle palle della fucileria degli assedianti entrate per i vani delle
cannoniere.
[269] Per mero equivoco nel detto capo VI ho detto di esser questi _PP.
Riformati_. Son essi però _Minori Osservanti_.