resa troppo malagevole ed è rimasta oggi perfettamente abbandonata. La
novella bellissima strada aperta fra Canosa ed Andria, Corato, Ruvo,
Terlizzi, Bitonto etc. molto al di sopra dell’antica via Trajana, oltre
di essere più gaja, offre un comodo che nulla fa desiderare. È quindi
quella la strada che da tutti oggi è battuta.
[29] _Guilelmus Appulus Poema Normannum lib. II vers. 27 et sequ._
[30] _Giannone Storia Civile etc. lib. IX cap. II._
[31] _Summonte Storia di Napoli tom. II cap. II pag. 186._
[32] _Troyli Storia Napolitana tom. I part. II cap. IX della Provincia
di Bari._
[33] _Muratori Rerum Italicarum Scriptores Tom. V pag. 251._
[34] _Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. X pag. 297._
[35] _Pontanus De Bello Neapolitano lib. IV._
[36] _Frontinus de Coloniis capi XIII._
[37] _Robertus Stephanus Thesaur. Linguæ Latinæ tom. IV verbo_ Rubi.
[38] _Cellarii Geographia lib. II cap. IX sect. IV §. 483._
[39] _Idem dicto lib. II cap. IX sect. IV §. 533._
[40] _Cicero Oratio pro Archita cap. X._
[41] _Strabo lib. VI pag. 281 in fine._
[42] _Pomponius Mela De situ Orbis lib. II._
[43] _Silius Italicus lib. XII vers. 397._
[44] _Magnan Miscellanea Numism. Tom. III Tav. 39._
[45] _Dionys. Halicarnass. Antiquit. Roman. lib. I._
[46] _Plinii II. Natur. Histor. lib. III cap. V._
[47] _Dionys. Halicarnass. lib. X. Ab U. C. anno 300._
[48] Jamblico nel capo XXIX dice così: _Per hæc utique studia tota
Italia Philosophis repleta fuit, quæque antea obscura erat Pythagoræ
causa Magna Græcia cognominata est, plurimis in ea Philosophis, Poetis,
et Legislatoribus clarescentibus_.
Porfirio ha detto al n. 20 che Pitagora aveva un gran seguito, ed i
suoi discepoli erano tanto allettati, ed incantati dalle sue lezioni,
_ut non amplius in suas domos discedere sustinerent; sed una cum
liberis, et conjugibus ingenti Homacoio ædificato condiderint illam,
quae ab omnibus Magna Græcia vocata est in Italia: leges quoque,
ac statuta ab ipso, tanquam divina præcepta acceperint, præter quæ
quidquam facere illicitum sibi duxerunt_.
[49] _Cicero Tusculan. lib. I cap. 16._
[50] _Idem Tusculan. lib. II. cap. 17._
[51] _Gellius N. A. lib. III cap. 17._
[52] Secondo questa opinione otto sarebbero state le Regioni che
componevano la Magna Grecia, cioè la Locrese, la Cauloniate, la
Scillatica, la Sibaritica, la Eracleese, la Metapontina e la Tarantina,
alle quali aggiungono taluni anche la Petelina dalla città denominata
_Petelia_ che Virgilio la crede una picciola città fondata da
Filottete, la quale si rese dappoi grande ed illustre.
[53] È una gran disgrazia che questi libri, e specialmente quello di
Porcio Catone non sia giunto fino a noi. Ci avrebbe date lo stesso
le notizie opportune di tante città della Italia, la origine delle
quali pe’l soverchio Laconismo degli antichi Geografi è rimasta in una
perfetta oscurità.
[54] Cristofaro Cellario nella sua Geografia antica lib. II cap. IX
sez. IV §. 566 crede favolose le diciassette età, o siano generazioni
prima della Guerra di Troja quì mentovate. Conviene però nel fatto
riportato da Dionigi di Alicarnasso, cioè nella venuta nell’Italia di
Oenotro e Peucezio, e non si potrebbe in ciò non convenire venendo lo
stesso fatto contestato anche dagli altri antichi Scrittori Greci e
Latini, i quali ne sapevano più di noi come anderemo or ora a vederlo.
[55] _Dionys. Halicarnassi lib. I._
[56] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. III._
[57] _Idem loco supra citato cap. XLIII._
[58] _Strabo lib. VI pag. 277 ad 282._
[59] _Plinius lib. III cap. XI._
[60] _Eclogæ seu excerpta ex libro XXI Diodori Siculi Cap. IV._
[61] _Strabo dicto lib. VI pag. 283._
[62] _Ptolomæi Geographia lib. I cap. I._
[63] _Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. XX. cap. 80 pag. 714._
[64] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297._
[65] _Cellarius Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 570._
[66] _Pratilli Via Appia lib. IV cap. 6._
[67] Convengo nell’antichità della città di Altamura, poichè anche
ivi si trovano buoni vasi fittili ed altri oggetti di antichità. Ma
non sono persuaso appieno che sia questa l’antica città chiamata _Sub
Lupatia_ nell’Itinerario di Antonino, poichè non corrispondono le
distanze in esso indicate.
[68] _Dominici de Gravina Chronicon De rebus in Apulia gestis.
Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 604._
[69] _Regest. Serenissimi Regis Caroli II ann. 1309 lit. B. fol. 148 a
t._
[70] _Cedularium Reginæ Joannæ II ann. 1415 fol. 128._
[71] _Regest. Caroli I anni 1772 lit. B. fol. 205._
[72] Si noti che il Garagnone è chiamato _Castrum_, vocabolo il quale
corrisponde all’antico castello che ivi vi è, innanzi mentovato.
[73] _Regest. Reg. Roberti anni 1324 lit. B. fol. 94._
[74] _Fasciculus 86 fol. 55._
[75] Li tre Registri Angioini quì riportati corrispondono perfettamente
a ciò che dice Domenico di Gravina che il Casale di Garagnone era
governato dal Nobile Fra Rengaldo _Ordinis Sacræ Domus Hospitalis_.
[76] _Ptolomæus lib. III cap. I._
[77] _Plinius lib. III cap. XI._
[78] _Horat. Sermonum lib. II sat. I vers. 34 et sequ._
[79] Risulta da ciò che il primo tratto del fiume Ofanto, ove sbocca
nel mare tre miglia lungi dalla città di Barletta, era ai tempi di
Strabone navigabile, e che la città di Canosa vi aveva un porto sei
stadj o siano tre quarti di un miglio lungi dalla sua foce.
[80] Le isole Diomedee quì indicate sono oggi chiamate _Isole di
Tremiti_ e da Cornelio Tacito _Trimetum lib. IV Annalium cap. 7_.
Tolomeo alla fine del capo I del libro III della sua Geografia dice che
siano cinque; ma Strabone n’enumera due.
[81] _Strabo lib. VI pag. 284._
[82] Questa favola l’ha elegantemente esposta Ovidio nel libro XIV
delle Metamorfosi favola 10. Dice che un Legato di Turno di nome
_Venulo_ essendosi presentato a Diomede per dimandargli soccorso nella
guerra in cui si trovava impegnato col Trojano Enea, Diomede si scusò
mettendogli in veduta tutte le traversie che aveva sofferte per l’ira
di Venere madre di Enea. Ma uno de’ suoi compagni di nome _Acmene_ di
carattere ardito, ed irritato inoltre da tante sofferenze, proruppe in
invettive contro la Dea e disse, che altro ci può far ella di peggio?
Il di lei odio contro tutti li seguaci di Diomede lo sprezziamo. Sotto
un gran Duce grande anche è la nostra forza. Li suoi detti dal minor
numero furono applauditi e dal maggior numero de’ suoi compagni furono
ripresi. Mentre si accingeva a rispondere gli mancò la voce, gli
crebbero le piume e rimase convertito in un uccello. La stessa sorte
toccò a tutti gli altri che avevano a lui aderito. Virgilio nel libro
XI dell’Eneide al verso 242, e seguenti reca la richiesta del soccorso
fatta da _Venulo_ ambasciatore di Turno a Diomede, e la di costui
prudente risposta. Fa menzione anche della stessa favola; ma cenna che
i di lui compagni erano stati già cangiati in uccelli prima dell’arrivo
di Venulo, poichè Diomede nell’esporre a costui le traversie da lui
sofferte s’incaricò anche della perdita già fatta de’ suoi compagni nel
modo predetto.
_Nunc etiam horribili visu portenta sequuntur,_
_Et socii amissi petierunt æthera pennis,_
_Fluminibusque vagantur aves (heu dira meorum_
_Supplicia!), et scopulos lacrymosis vocibus implent._
[83] _Livii Histor. lib. XXV cap. 12._
[84] _Arnobius lib. IV pag. 119._
[85] _Silius Italicus lib. VIII vers. 242._
[86] _Idem lib. IX vers. 60 et sequent._
[87] _Plinius lib. III cap. XI._
[88] _Ptolomæus lib. III cap. I._
[89] Li soli cittadini di Ruvo che si sono dimostrati amanti di
conservare le antichità patrie sono stati i seguenti. Il fu Arcidiacono
D. Giuseppe Caputi ha conservati tutti i vasi che si trovarono ne’
suoi fondi suburbani in occasione di essersi scavato il terreno per
piantarsi una vigna. Sono questi molti, ma non scelti. Vi sono pero
tra essi de’ vasi pregevoli. Altri, benchè in minor quantità, ne hanno
riuniti D. Salvatore Fenicia, l’attuale Arcidiacono D. Vincenzo Ursi,
e ’l fu mio cugino D. Pietro Cotugno, uomini colti, ed istruiti, ed
amanti dell’onore della nostra Patria. Non posso che lodare sommamente
questo loro sentimento che lo avrei desiderato anche in altri che hanno
preferito l’interesse, benchè non fossero stati bisognosi.
[90] _Anacreon De amatoribus Odarium._
[91] _Apulej asinus aureus lib. II._
[92] _Mazochii Commentarium ad Tabulas Heracleæ Diatriba III cap. 4
Sect. I Nota 10 pag. 121 et 122._
[93] _Virgil. Georg. 1 vers. 262._
[94] _Idem Georg. III vers. 157._
[95] _Tacitus Annalium lib. III._
[96] _Raul-Rochette Peintures antiques inedites etc. pag. 434 a 442
Planche XV._
[97] _Q. Smyrnæi Derelictorum etc. lib. I._
[98] Di cotesta zona ne ha parlato Omero nel libro XIV della Iliade v.
214, e seguenti. Dice che Giunone si rivolse a Venere per conoscere il
modo in cui avesse potuto piacere più a Giove, ed ispirargli un amore
più caldo. Venere rispose che veniva volentieri a prestarsi alla di lei
richiesta.
_Dixit, et a pectoribus solvit acu pictum cingulum_
_Varium: in eo autem ei illecebres omnes factæ sunt:_
_Ibi inest quidem amor, inest desiderium, inest colloquium,_
_Blandiloquentia, quæ decipit mentem valde etiam prudentum._
_Hoc ei imposuit manibus, verbisque dixit, et compellavit_
_Accipe nunc hoc cingulum, tuoque impone sinui_
_Contextum varie, in quo omnia facta sunt: neque te puto_
_Irritam redituram in eo quodcumque manibus tuis cupis._
[99] _Raul-Rochette Monumens inédites d’antiquité figurée Grecque,
Etrusque, et Romaine. Odisséide §. 2 pag. 259 à 262._
[100] Ibidem Planche XLIX L. A.
[101] _Stat Briseis, Diomedes supra ipsam, et apud eos Iphis Helenæ
formam admirantibus simillimi. Sedet ipsa Helena. Et prope eam
Eurybates. Ulyssis esse hunc præconem coniicimus; est tamen adhuc
imberbis. Ancillæ ibidem sunt duæ, e quibus Panthalis Helenæ adsistit.
Electra heræ calceum subligat. Diversa ab his nominibus sunt quæ
Homerus in Iliade usurpat, quo loco Helenam, et cum ea ancillas ad
muros euntes facit. Sedet supra Helenam vir purpureo velatus amiculo,
mæstus ut qui maxime: Helenum esse Priami filium fucile intelligas, vel
prius quam inscriptionem legas. Pausaniæ Phocica, sive lib X. cap. 25._
[102] _Pausaniæ Boeotica sive lib. IV cap. 35._
[103] _Idem Eliacorum posterior sive lib. VI cap. 24._
[104] _Plinii Histor. Nat. lib. XXXV cap. XL n. 26._
[105] _Declaustre Dictionnaire Mythologique mot Graces._
[106] _Millingen Considerations sur la Numismatique d’Italie pag. 151._
[107] _Virgil. Buccol. Ecloga X. vers 26._
[108] _Idem Georg. III vers. 392._
[109] _Pausanias in Arcadicis, sive lib. VIII cap. 30._
[110] _Natalis Comitis Mithologia lib. V Cap. 6._
[111] _Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. IV cap. 37 pag. 168,
et 169._
[112] _Dionys Halicarnass. lib. VII circa finem._
[113] Non ometto che i vasi di Ruvo non sono deturpati da quelle
stomachevoli oscenità che sono troppo familiari ne’ vasi di Corneto,
di Vulci, e di Canino. Le pitture oscene le condanna giustamente
Aristotile _Polit. VII 15 (vulg. 17)_, le ripruova con indignazione
Properzio _eleg. II 5 vers. 19 et sequ._ Il gusto di Tiberio per queste
pitture fu vituperato da tutti gli Scrittori. Inveisce acremente contro
le stesse S. Clemente Alessandrino _in Protrept. pag. 52, e 53_. La
continenza, e moderazione de’ vasi di Ruvo in questa parte onora molto
la morale tanto degli antichi abitanti della nostra città che de’
Pittori.
[114] Ne’ Registri Normanni, Angioini ed Aragonesi che recherò in
seguito è questa città chiamata _Terlitium_, e non _Turricium_. Nelle
carte della Geografia antica pubblicate da diversi Scrittori manca
questo nome estraneo alla stessa. Ma ne’ registri Pubblici, e nelle
carte Geografiche recenti è chiamata _Terlizzi_. Non si cangiano i nomi
delle città riconosciuti dalla Pubblica Autorità per potergli adattare
ai voli della propria fantasia, come ha fatto quì il Sig. Martorelli.
[115] Tra le tavole di Eraclea, ed un vasellino vi è quel divario
che passa tra un Elefante, ed una formica. Malgrado ciò il dottissimo
Canonico Mazocchi non sognò mai di ripetere l’antichità di quella città
dalle sole tavole ivi rinvenute, ma anche dalla Storia, dalla Geografia
antica, e dalle monete: anzi questo nostro illustre, e sodo Scrittore
fu molto cauto nello sbilanciare il suo avviso sia sull’antichità, sia
sulla origine Greca delle nostre città, e no ’l fece altrimenti che
sull’appoggio di sicuri monumenti, e specialmente delle antiche monete,
le quali non possono fallire. Non si è inteso ancora che su di un
vasellino trovato per azzardo in un sepolcro, siasi elevata una Torre,
e creata una supposta antica città sconosciuta del tutto agli antichi
Scrittori e Geografi, senza essersi riflettuto che quel sepolcro ha
potuto appartenere ad altra convicina città sicuramente antica, e che
un sepolcro antico si può trovare anche nel territorio di una città
recente. Per ragionarsi a questo modo bisogna aver la testa molto
riscaldata.
[116] Giacchè siam passati alle frivolezze sta bene che quì si osservi
che nell’Italiano si dice _Terlizzi_, e non _Terlizzo_, e che i
Popolari dicono _Terrizz_, e non _Turrizzo_. Il linguaggio popolare del
luogo io lo conosco assai meglio di Martorelli.
[117] Avrebbe dovuto quì far conoscere il Sig. Martorelli i nomi
degli _uomini dottissimi_ che gli fecero pervenire la copia di cotesta
lapide, e ’l luogo ove possa la stessa essere osservata da chi ne sia
curioso. Non si comprende poi come nella parola mutilata _Turri_...
abbia egli letta con tanta chiarezza, e felicità il nome della città
chiamata _Turricium_ creata solo dalla forza della sua immaginazione!
Molto meno ci ha fatto sapere come il suo _Turricium_ possa combinarsi
colla parola FIL. che la precede. Le due parole unite insieme darebbero
il seguente risultamento _Filius Turricii_. Corrisponde lo stesso a
meraviglia al concetto del Signor Martorelli!!! In fine non è cosa meno
lepida il vedersi che da una pretesa lapide che segna l’anno DCCCVI ne
abbia egli inferito che il suo _Turricium_ già esisteva _inter Apuliæ
urbes felicioribus sæculis!_ Belle visioni!
[118] È cosa veramente mirabile che ciò che non vide Plinio che visse
ai tempi di Trajano lo abbia veduto Martorelli tanti secoli dopo! Il
primo nel luogo riportato innanzi al Capo III ci fece conoscere un per
uno i nomi delle antiche città della Peucezia, tra le quali _Ruvo_
e _Bitonto_. E ’l _Turricium_ di Martorelli dov’è? È ben curioso
anche l’essersi quì detto che la nobile città denominata _Turricium_
era edificata _prope viam Trajanam!_ La via Trajana però, di cui si
vedono ancora gli avanzi, menava direttamente da Ruvo a Bitonto allo
stesso modo che si vede riportata anche nell’Itinerario di Antonino, e
nell’Itinerario Gerosolimitano. La città di Terlizzi è a due miglia di
distanza dalla via Trajana al lato sinistro di essa. Come si è potuto
portare tant’oltre il travedimento anche su i fatti che cadono sotto i
sensi?
[119] _Martorellius De Regia Theca Calamaria Prolegomena._
[120] Si noti che nella Tavola Peutingeriana cotesto _Rudas_ non si
vede riportato col solito segno che distingue le città. Si vede bensì
tal nome scritto vicino ad una laguna che sembra un lago, il quale
comunica col mare Adriatico per mezzo di un canale segnato nella Tavola
suddetta nel sito intermedio tra Barletta e Trani. Quindi cotesto
antico corso di acqua che un tempo partiva da un lago ora scomparso
pare che non possa esser altro che quella vasta, e profonda _lama_, o
sia vallone che vi è a mezza via tra Barletta e Trani, sul quale ora
passa la bella strada consolare della marina per mezzo di un ponte ben
lungo e magnifico ch’è convenuto ivi formarsi con una spesa non lieve.
[121] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297._
[122] _Regest. Caroli I anni 1274 lit. B. fol. 322 a t._
[123] Non manco quì di avvertire che lo Stemma della nostra città
adoperato ne’ tempi a noi più vicini (giacchè quale fosse stato lo
Stemma antico non si conosce), è una pianta di _Rovo fiorito_ messo
in una testa. È chiaro che i nostri colti Antenati adottarono nel ciò
fare l’errore di Roberto Stefano e di altri. Ora però che si è venuto
a conoscere la sua illustre origine per lo innanzi ignota, bisogna che
cotesto errore sia corretto, ed il vero Stemma della nostra città si
prenda dalle antiche monete che ci fanno conoscere la vera etimologia
del suo nome, come saremo or ora a vederlo.
[124] _Dionys. Halicarnass. lib. I._
[125] _Pausaniæ Arcadica, seu liber VIII cap. 43._
[126] _Virgil. Æneid. lib. XI vers. 246._
[127] _Servius ad Virgil. Æneid. lib. VIII vers. 9._
[128] _Strabo lib. VIII p. 360. Pausaniæ Messenica, sive lib. IV Cap.
31. Stephanus Bizantinus de Urbibus in verbo Thurii._
[129] _Strabo lib. VIII pag. 386._
[130] _Herodot. Histor. lib. 1 Cap. 145._
[131] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII Cap. 15 in fine._
[132] _Strabo lib. VIII pag. 387._
[133] _Idem pag. 388._
[134] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. 25._
[135] _Pausaniæ Achaica, sive lib VII cap. 6._
[136] _Herodotus lib. I cap. 145._
[137] _Millingen Considerations sur la numismatique de l’ancienne
Italie. Rubi in Peucetia pag. 150._
[138] _Pratilli Via Appia Cap. XIV pag. 528._
[139] _Dionys Halicarnass. lib. I._
[140] _Virgilius Eclog. X. vers. 31._
[141] _Frontinus De coloniis cap. XIII._
[142] _Pratilli Via Appia lib. IV cap. XIV._
[143] _Tacitus Annalium I cap. 54._
[144] _Svetonius in vita Tiberii Claudii Cæsaris cap. VI._
[145] _Idem in vita Serv. Sulpic. Galbæ cap. VIII._
[146] _Brissonius de Verbor. significat. verbo Augustalis._
[147] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. IV pag. 47._
[148] _Idem Tom. V pag. 77._
[149] _Lupi Protospatæ Rerum in Regno Neapolitano gestarum ab anno 850
usque ad annum 1102 Breve Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag.
45._
[150] Non si comprende in primo luogo con quali facoltà abbia potuto
il Vescovo di Ruvo donare al Priore di Montepeloso una parte de’ beni
della sua Chiesa. Molto meno s’intende il perchè volle esigere la
scorta di un uomo a cavallo tutte le volte che si recava non solo a
Bari, ma anche a Canosa. Per Bari essendo stato il Vescovo di Ruvo
sempre suffraganeo dell’Arcivescovo di Bari, si può intendere il
perchè esser poteva obbligato a fare questo viaggio. Ma per Canosa
bisogna dire che vi siano stati allora tra le due città altri rapporti
Ecclesiastici a noi ignoti.
[151] _Alexandri Telesini Cœnobii Abbatis Historia lib. I cap. X et
sequent. et signanter cap. XVIII et XIX apud Muratorium dicto Tom. V
pag. 618 et 619._
[152] _Virgilius Georg. lib. I vers. 266._
[153] _Faber Basilius Thesaurus linguæ latinæ verbo_ Rubeus.
[154] Cotesto Alessandro fratello di Tancredi dev’essere quegli che
l’Abate Telesino nel luogo innanzi trascritto, e nel capo XXXIII e
seguenti del libro II della sua Storia lo chiama _Alexander Comes_.
[155] _Romualdi Salernitani Chronicon apud Muratorium Rer. Ital.
Scriptor. Tom. VII pag. 186._
[156] _Falconis Beneventani Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag.
109 et 115._
[157] _Abbas Telesinus loco supra citato cap. XLI ad XLVI. Falco
Beneventanus loco supra citato pag. 115._
[158] _Romualdi Salernitani Chronicon loco supra citato pag. 196 lit.
E._
[159] _Hugonis Falcandi Historia Sicilia apud Muratorium dicto Tom. V
pag. 262 et sequent._
[160] _Romualdus Salernitanus loco supra citato pag. 209 lit. B._
[161] _Richardi de S. Germano Chronicon apud Muratorium Rerum Ital.
Script. Tom. VII pag. 977 lit. D._
[162] _Ughellius Italia sacra Tom. VII Episcopus Rubensis._
[163] _Constitutio Regni Magnæ Curiæ lib. I tit. 48, et Constitutio
Post mortem Baronis lib. III tit. 25._
[164] Vi dev’essere quì un errore di nome in cui cadde l’amanuense che
copiò e registrò l’originale Privilegio, giacchè il concessionario che
quì è chiamato _Rodulfus de Colna_ ne’ Registri posteriori che saranno
più giù riportati è chiamato _Arnulfus de Colant_. Anzi è notabile che
in una Lettera Regia scritta al Giustiziere della Terra di Bari nello
stesso anno 1269 per taluni danni recati dagli uomini di Molfetta nel
territorio di Ruvo si legge così. _Ranulfi de Colant Domini Terræ Rubi.
Regest. Caroli I anni 1269 lit. B fol. 187_ a t.
[165] _Regest. Caroli I anni 1269 Lit. J fol. I._
[166] La rimota antichità della Chiesa di Calentano la pruova anche una
lapide che ivi vi è. Si vede ora questa incastrata in uno delle mura
della Sacrestia; ma sono stato assicurato che stava prima nella scala
dell’abitazione del Cappellano. Che non molti anni indietro uno de’
passati Cappellani la fece torre con poco accorgimento da quel sito,
e situare nella detta Sacrestia, la di cui costruzione si mostra molto
più antica dell’epoca segnata nella lapide suddetta nel modo che siegue
MCCCCXXXIII
HOC OPVS DEVOVIT FIERI
FRATER ANDREAS DE CVRNIMO
AD HONOREM
B. M. V. MATRIS DE CALENTANO
MAGISTER PALMIRI
FECIT
[167] _Regest. Caroli I anni 1268 lit. A fol. 155 a t._
[168] _Regest. Caroli I anni 1277 lit. F fol. 24 108, et 233 a t. Anni
1278 lit. B fol. 67 a t. Et anni 1279 lit. B fol. 42._
[169] _Regestum Caroli I anni 1272 lit. A fol. 108 a t._
[170] _Dicto Regest. fol. 21 a t._
[171] _Regest. Caroli I anni 1276 et 1277 lit. A fol. 82._
[172] _Regest. Caroli I anni 1274 lit. B fol. 320 a t._
[173] Vi dev’essere quì nel Registro per necessità o un errore di data
nella Lettera del Re, o un errore nella indicazione del tempo assegnato
alla esecuzione degli ordini da lui dati. Come mai i feudatarj chiamati
al servizio militare avrebbero potuto trovarsi a S. Germano undici
giorni prima del dì 25 Gennajo, data della lettera, colla quale veniva
loro ciò ordinato?
[174] _Regest. Caroli II ann. 1291 lit. A fol. 79 a t. et fol. 113._
[175] _Fasciculus 86 fol. 55._
[176] Dal confronto di cotesti Registri viene a conoscersi l’epoca
di quella informazione senza data de’ feudatarj e suffeudatarj della
Terra di Bari di cui innanzi ho parlato. Costando dai Registri di Carlo
II testè riportati che la città di Ruvo nell’anno 1291 era tuttavia
posseduta dalla famiglia _de Colant_, e da quelli del Re Roberto che
nell’anno 1310 Galeraimo _de Juriaco_ aveva perduta quella città per
contumacia, è conseguenza che la predetta informazione nella quale è
riportato come Feudatario di Ruvo Roberto _de Juriaco_ è dell’epoca del
Re Carlo II. Cotesto Roberto nell’anno 1291 non era ancora Feudatario
di Ruvo, e nell’anno 1310 aveva cessato di vivere, posto che il feudo
di Ruvo era passato a Galeraimo che lo perde per la sua contumacia.
Un registro dunque che parla del detto Roberto è del tempo intermedio,
quando regnava ancora Carlo II.
[177] Non è nella lettera nominalmente indicato il feudatario di Ruvo
a cui era stata diretta. Ma dalla data di essa dell’anno 1307 e dalle
cose dette innanzi risulta che non poteva questi esser altri che
Roberto, o Galeraimo _de Juriaco_.
[178] Il Capitolo del Re Carlo I quì trascritto è registrato con
migliore ortografia al num. 83 de’ suoi Capitoli riportati nel Codice
delle nostre antiche leggi. Pruova lo stesso gli abusi della prepotenza
Baronale a cui fu nella necessità di apporre un freno.
[179] _Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 lit. B fol. 227._
[180] Ambrogio Calepino nel suo Vocabolario dice cosa è la giumella di
cui quì si parla. _Giumella sorta di misura, ed è tanto quanto cape nel
concavo di ambe le mani per lo lungo accostate insieme_ quantum cavis
manibus continetur.
[181] Ciò pruova che in ogni tempo si è continuato a mantenere in Ruvo
quelle officine di vasi fittili che ci hanno dati tanti capi-lavori
antichi di belle e capricciose forme.
[182] Vi è quì sicuramente un errore nel Registro perchè queste parole
non s’intendono.
[183] _Regest. Caroli II anni 1307 lit. B fol. 115._
[184] Fin dal tempo del Re Carlo I il Feudatario di Ruvo si querelò
di quello di Terlizzi perchè contro ogni dritto stendeva le mani sul
territorio di Ruvo e cercava usurparlo a danno suo e degli abitanti
della città di Ruvo. Quindi scrisse il Re nel dì 14 dicembre 1269 una
lettera molto energica al Giustiziere della Terra di Bari perchè si
fosse conferito di persona sul luogo e con tutta diligenza e fedeltà
avesse verificato l’esposto, e trovandolo vero, avesse imposto al
Feudatario di Terlizzi _sub certa pœna_, e nel suo nome che non avesse
più osato di stendere le mani sul territorio di Ruvo. _Regest. Caroli I
anni 1269 lit. D fol. 109 a t._