la lanza de Monsignor de la Motta, dopoi seguivano altri dodeci
Gentilhuomini, che ciascun de loro portava similmente la lanza,
e l’elmetto di ciascun de combattenti, à doi à doi, con debito
intervallo, seguivano poi li dodici combattenti armati di tutte armi
senza elmetti, similmente de doi in doi, con lo medesimo ordine, et
appresso seguiva la Motta solo, dietro a lui gli veniva il cavallo di
sua persona, et appresso seguitavano tutti gli altri dodeci cavalli de
la persona de gli altri combattitori, de doi in doi, con intervallo
debito, portati tutti da Gentilhuomini Francesi, e con tal ordine
presero il camino verso il designato campo, et avvicinatisi a quello
per un breve spatio, havendo visti gli altri Cavalieri Italiani,
ch’erano gionti, e provedevano, e circuivano il campo, smontati da gli
cavalli, che portavano, s’inginocchiorno tutti, e fatta con le man
gionte verso il cielo la debita oratione, ciascuno si fè allacciar
l’elmetto, e montò a cavallo al suo cavallo, e postasi la lancia al
debito luogo, con grandissima letitia similmente andorno loro à torno
il campo provedendo quello. Dopoi fatto questo si fermorno in un luogo
all’opposto, dove stavano gli Cavalieri Italiani. Donde lo Hettorre
gli fè intendere, che dovessero entrar loro prima nel campo, perchè
così era di raggione: e così la Motta, e suoi compagni Francesi con
loro cavalli copertati, et armati, secondo il bisogno, entrorno nel
campo, e lo simil fu fatto per li Cavalieri Italiani; e mossi li
Francesi da circa quattro passi verso gli Italiani, quelli fer’ il
simile verso loro; e non parendo ad Hettorre, e suoi compagni doversi
più tardare, se aviaro con lento passo à trovar gli Francesi, e quelli
si cominciorno a vicinar in simil modo verso gl’Italiani, et essendo
l’una, e l’altra parte lontana da cinquanta passi, cominciorno ad andar
di galoppo, et avvicinatisi per spatio di vinti passi li Cavalieri
Francesi si partirono in due parti, da una banda sette, e dall’altra
sei, e con impeto à tutta briglia andavano verso gl’Italiani, li quai
vedendo questo, cinque de loro diero sopra li sei Francesi, e gli altri
otto sovra li sette, e postesi le lanze alla resta, s’incontrorno, e
per essere stato il spatio pigliato, invalido, spezzorno alcune lanze
con poco, o nullo effetto. Pure gl’Italiani furono uniti, e li Francesi
in disordine, e postosi per ciascuno mano à gli stocchi, et accette,
che portavano, si cominciò la battaglia alla stretta, e combattendosi
per l’una, e l’altra parte valorosamente, gli Francesi trovandosi
disordinati, for costretti ridursi in un cantone del campo, e con
alquanto spatio ripigliare il fiato, con grandissimo impeto andaro
verso gl’Italiani tutti gionti, e combattendosi per un quarto d’hora,
per la parte Italiana fu posto a terra un Francese nominato Gran Jan
d’Aste, il quale havendo ricevute alcune ferite, fu soccorso da gli
altri Francesi, sovra il quale restorno tre Italiani, e gli altri
valorosamente combattevano contro gli altri Francesi, e stringendosi
la battaglia aspramente dall’una, e l’altra banda, for messi a
terra due altri Francesi, de’ quali l’uno si nominava Martellin de
Sambris, e l’altro Francesco de Pisa, quali si renderono prigioni alli
combattitori Italiani. In quel mezzo che la battaglia andava stretta,
non mancava Hettorre con parole, e con fatti soccorrere sua banda, e
dove vedeva il bisogno, e lo medesimo si faceva per la Motta, ciascun
di loro dando animo a soi compagni, come si conveniva, e durando la
battaglia in tal guisa, fur feriti dui cavalli a dui Italiani, l’uno
nominato Moele da Paliano, e l’altro Giovanni Capoccio da Roma, i
quali dismontorno a piè, e l’un de loro pigliata una lanza, che trovò
ivi nel suolo del campo, l’altro uno scheltro[296] che lui aveva, si
defensavano molto bene dall’impeto Francese, essendo già soccorsi
da gli altri Italiani, quai con loro cavalli havendoli attorniati,
non comportavano che quei fossero punto danneggiati da la Cavalleria
Francesa. Gran Jan d’Aste, il quale prima era stato posto a terra,
trovandosi ferito, ne potendosi più difendere, come havea fatto, e
bene, similmente si rendio prigione alla parte Italiana: Donde Hettorre
vedendo, che la parte Francesa era cominciata ad inclinare per la
perdita de gli tre compagni, con coraggioso animo fatto un corpo con
gli altri compagni, di novo assaliro li detti Francesi remanenti,
nel qual impeto abbattero a terra un altro Francese nominato Nantì
de la Frasce, et un altro per nome Giraut de Forzes uscì dal campo, e
foro ambidui prigioni: Di modo che gli Italiani vedendosi la fortuna
fautrice di nuovo ristretti insieme, e fatto impeto si avventaro
adosso alli otto Francesi, quai valorosamente combattendo, fu buttato
a terra la Motta, il quale rizzatosi in piedi con l’ajuto de’ rimanenti
cavalli Francesi, si difendeva molto bene: E combattendosi fu pigliato
prigione Saccet de Saccet similmente Francese. Successe che uno de
gli Italiani seguitando un Francese, il cavallo uscì fuora del campo;
gli altri Italiani fra poco spatio cacciaro un altro Francese, et uno
di quei Italiani, ch’erano a piè fù ferito d’una stoccata in faccia,
et un altro Italiano combattendo fu trasportato per alquanto spatio
dal cavallo fuora del campo. E combattendosi più fervidamente, fu da
Hettorre per forza gagliardamente cacciato dal campo la Motta, qual si
trovava à piè, et un altro Francese combattendo, e trovandosi astretto
da gli cavalli Italiani, fu necessitata per suo scampo smontar, e
combattere a piè, e mentre che la battaglia andava in tal modo, un
altro Italiano fu ferito d’una stoccata nella coscia che ce la passò
dall’una all’altra banda. Gli altri Italiani, vedendo che si trovavano
di gran lunga superiori, con maggior animo combattendo, cacciaro
del campo un altro Francese, rimanendone solamente tre, de li quali
doi se ne trovavano a cavallo, et uno a piè, benchè valentemente se
defensassero, pure li doi a cavallo, non potendo resistere à tanto
numero di combattenti Italiani, et al lor vigore, l’uno si rendio
prigione, e l’altro fu per forza cacciato dal campo, restandovi solo
quell’a piè, il quale fuggendo per il campo, hebbe tante ponte di
stocchi, e colpi d’accette, che non potendo resistere, gli fu forza
rendersi prigione, e fu cavato fuori del campo.
Restando la vittoria di tal impresa à gli Italiani, i quai una con
Hettorre ritrovandosi nel colmo di tanta gloria lieti, per spatio di
mezz’hora andaro correndo per il campo con giubilo di suono di tante
trombe, et altri istromenti di guerra, che humana lingua no ’l potria
esprimere, e così con la medesima letizia s’accinsero al camino verso
Barletta, gloriosi di una tanta vittoria, et Hettorre ordinò che
nel caminare si dovesse procedere in tal modo. Volse che li prigioni
Francesi fussero posti a cavallo, e menati da tante persone particolari
a piedi con la briglia in mano. Dopoi seguiva lui con lo elmetto in
testa, et armato tutto, et appresso ad esso seguivano tutti gli altri
vincitori l’uno poi l’altro con debita distantia, similmente armati,
e con l’elmetto in testa, e con la solita gravità Italiana, e modesta
allegrezza, caminando alla volta del Gran Capitanio Consalvo Fernando,
il qual venia ad Andri ad incontrarli, havendo havuta la nuova di tanta
vittoria. Appresso loro venivano i Giudici Italiani da doi in doi,
e poi da tre in tre gli altri Capitani, e Gentilhuomini che havean
condotti li cavalli, e l’elmetti, e le lanze à detti vincitori. E così
caminando s’incontrorno con Prospero Colonna prima, e co ’l Duca di
Termole, che venivano per honorar li vincitori, dove gionti insieme, et
alzate le visiere degli elmi, strettamente si abbracciorno, e baciorno
tutti, et à pena si poteva satiare di tanta commune allegrezza, e con
tal gratulatione, e sommo piacere passando più oltre se li fè incontro
D. Diego de Mendozza, e molti altri Cavalieri Spagnuoli, et Italiani
tutti allegrandosi di tanta honorata vittoria. In ultimo gli venne
incontro il Gran Capitanio à cavallo ben in ordine con tutta la gente
d’armi da una banda, e la fanteria dall’altra, il quale affrontandosi
con Hettorre, con allegrezza inestimabile gli disse queste parole.
_Hettorre hoggi avete vinto li Francesi, e noi altri Spagnuoli_,
volendogli significare che per Hettorre, e compagni in quella giornata
era stata ricuperata, e confirmata la riputation Italiana, e tolta la
gloria di mano all’una, et all’altra natione: E così abbracciati un per
uno tutti gli altri vincitori con maravigliosa letitia, sparò subito un
concento di trombe, tamburri, artabelli, et altri bellicosi instromenti
con gridi mirabili, ciascuno dicendo, _Italia Italia, Spagna Spagna_,
e così tutti quelli altri Cavalieri, e Gentilhuomini di stima, che si
trovorno ivi presenti si fer inanti à gli vincitori, fandoli honore,
e dimostrandoli segno d’infinita allegrezza. Dopoi il Gran Capitanio
con Hettorre alla sua destra, seguendo gli altri vincitori con debito
ordine accompagnati da tutti quei Cavalieri Italiani, e Spagnuoli, e
tutto il rimanente dell’esercito, honorevolmente voltò alla volta di
Barletta, et essendo sopravenuta la notte, se ne introrno in Barletta,
dove fu fatta tanta dimostratone di letitia, e festa, che non vi
rimase campana, che non fusse toccata à segno d’allegrezza, ne pezzo
d’artigliaria vi fu, che non fusse stato più d’una volta tirato, di
modo che per li tanti suoni, e bombi d’artiglieria, e per li gridi
_Italia Italia, Spagna Spagna_, pareva che quella terra volesse
rovinarsi. Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le
musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati,
non se potrian per umana lingua narrare a compimento, et in questo
modo caminando, giunsero alla maggior Chiesa, essendoli prima venuto
il Clero incontro ben in ordine con una pomposa processione, e con una
divotissima figura della Madonna, ove smontorno tutti, e fer la debita
oratione, rendendo gratie infinite all’immortal Iddio, et alla gloriosa
sua Madre della felice vittoria acquistata. Dopoi rimontati à cavallo,
e voltati per altre strade della terra con grandissima festa, ciascuno
se n’andò a disarmar, glorioso d’un tanto honore, non senza immortal
fama dell’honore, e vigor Italiano.
IL FINE.
NOTA DELL’EDITORE.
Nel ristampare il premesso libriccino secondo l’antica edizione
dell’anno 1633 ho riportata la sola parte istorica del famoso
combattimento tra i tredici Cavalieri Italiani, ed altrettanti Francesi
colla medesima ortografia e punteggiamento che vi è nell’originale,
il quale in verità non è affatto piacevole. Ho corretto solo nel
frontespizio del libro suddetto, ed alla pagina 5 un errore di stampa
che vi è nella indicazione del giorno della pugna che si dice seguita
nel dì 16 Febbrajo 1503, mentre la stessa ebbe luogo nel dì 13
Febbrajo. Ho lasciate diverse Poesie Latine scritte in quella occasione
in onore de’ prodi Guerrieri Italiani, e principalmente di Ettore
Fieramosca; siccome anche talune avvertenze sui nomi de’ predetti
Cavalieri Italiani che presero parte al combattimento.
Coteste medesime Poesie ed avvertenze si vedono anche ristampate
nell’altra edizione dello stesso libro fatta in Napoli nell’anno 1721
dal Tipografo _Felice Mosca_ coll’aggiunta de’ luoghi di que’ Scrittori
tanto Napolitani che Esteri, i quali di quel celebre fatto d’armi hanno
concisamente parlato. Nella stessa edizione dell’anno 1721 si legge
anche la iscrizione latina in versi esametri e pentametri incisa in una
lapide apposta al monumento eretto nel luogo istesso del combattimento,
il quale si crede atterrato dappoi dai Francesi, come ho detto alle
pagine 175 e 176 del mio _Cenno storico_.
Nell’ultimo viaggio fatto a Ruvo nel passato mese di Maggio, essendomi
fermato una sera in Andria, cadde il discorso sul monumento suddetto.
D. Pasquale Fasoli Sindaco attuale di quella città, e mio Nipote,
perchè ha in moglie, la figliuola del fu mio fratello Giulio, e tutti
gli altri ch’erano presenti mi confermarono la generale opinione che
quel monumento fosse stato abbattuto di soppiatto e di nottetempo
dai Francesi nell’anno 1805 al tempo che l’armata Francese _di
Osservazione_ occupava que’ luoghi, e ’l Reggimento num. 42 che ne
formava parte era stanziato in Andria.
Mi soggiunse anche il detto Signor Fasoli che il monumento suddetto
si trovava eretto in una masseria di semina denominata _S. Elia_
che attualmente appartiene al Capitolo della Chiesa Arcivescovile di
Trani, ed è sita nel tenimento della città di Trani a tre miglia di
distanza tanto da Andria che da Corato. Che allora che venne lo stesso
diroccato, la lapide già detta colla iscrizione si era trovata rotta
e mancante nella parte superiore del lato sinistro di un pezzo di
quattr’once circa, per cui i primi versi della iscrizione sono mancanti
delle lettere finali. Che la lapide suddetta al momento formava parte
di un muro delle diverse fabbriche rustiche costrutte nella detta
masseria _S. Elia_.
Mi fece conoscere in fine che trovandosi Sindaco della detta città di
Andria, aveva creduto poco conveniente a se ed al Corpo Municipale,
a cui ha l’onore di presedere che il monumento suddetto fosse
rimasto ulteriormente atterrato. Che quindi aveva diretto di uffizio
all’attuale Signor Intendente della Provincia un rapporto, col quale
gli aveva dimandato il permesso di rimetterlo di nuovo a proprie spese.
Nel ciò sentire non potei non rimanere sommamente compiaciuto del
sentimento veramente Italiano mostrato a tal modo da una persona che
strettamente mi appartiene, e che amo e stimo moltissimo per le sue
ottime qualità, e per l’affettuoso attaccamento che ha alla mia persona
ed alla mia famiglia.
Quel discorso intanto mi eccitò la voglia di rivedere dopo tanti anni
quel luogo tanto per l’Italia memorando. Mi condusse ivi il dì seguente
lo stesso Signor Fasoli. Trovai che il monumento di cui si tratta
non è del tutto abbattuto. Vi rimane tuttavia fuori terra una linea
dell’antica fabbrica formata di grandi e solidissime pietre lavorate
che servivano allo stesso di base. Passai indi nel sito fabbricato
della masseria _S. Elia_, ed osservai che la già detta lapide formava
parte di un muro de’ diversi edificj rustici ivi costrutti, ed era
situata a pochissima altezza dal suolo; il che la faceva rimanere
esposta ad altri guasti che avrebbe potuto soffrire dalla indiscrezione
della gente di campagna. Non potè ciò non recarmi ammirazione!
Avendo letta la iscrizione suddetta venni ad assicurarmi ch’era quella
stessa che nel libretto ristampato da Felice Mosca nell’anno 1721 si
vede riportata alla pag. 187. Dice ivi l’Editore sulla testimonianza
dello Scrittore _Giovanni Antonio Goffredo_ che la lapide suddetta
fu apposta nell’Epitaffio eretto nell’anno 1583 sul luogo istesso del
combattimento per ordine del Cav. Ferrante Caracciolo Duca di Airola,
Preside allora della Terra di Bari e della Terra di Otranto[297]. Il
tenore della iscrizione suddetta è il seguente
_Quis quis es, egregiis animum si tangeris ausis,_
_Perlege magnorum maxima facta Ducum._
_Hic tres atque decem forti concurrere campo_
_Ausonio Gallis nobilis egit amor._
_Certantes utros bello Mars claret, et utros_
_Viribus, atque animis auctet, alatque magis,_
_Par numerus, paria arma, pares ætatibus, et quos_
_Pro patria pariter laude perisse juvet._
_Fortuna, et virtus litem generosa diremit,_
_Et quae pars victrix debuit esse fecit[298]._
_Hic stravere Itali justo in certamine Gallos,_
_Hic dedit Italiæ Gallia victa manus._
In verità un fatto d’armi tanto celebre e classico avrebbe meritato una
penna migliore. Ad ogni modo è sempre laudabile sommamente la buona
intenzione, e ’l patriottismo del Duca di Airola nell’aver voluto a
tal modo onorarne e perpetuarne la memoria. Non sarebbe forse fuor di
proposito che alla iscrizione suddetta ne venisse sostituita un’altra
dello stesso metro, che la metto in nota, la quale potrebbe un poco
meglio corrispondere alle circostanze del fatto riportate nel precitato
libriccino[299]. Ritornando ora alla onorevole proposta del Sindaco
Fasoli per la restaurazione del monumento suddetto, si è veduta questa
ritardata per più mesi per la seguente circostanza.
Il Signor Intendente della Provincia, benchè fosse stato animato
da uguale impegno perchè la cosa avesse avuto il suo effetto, volle
abbondare di civiltà e di riguardo verso il Capitolo di Trani. Quindi
con sua lettera di uffizio diretta a quel degnissimo Monsignor
Arcivescovo gli fece conoscere la dimanda del Signor Fasoli, onde
si fosse compiaciuto di passarla a notizia del Capitolo, sentire
le intenzioni dello stesso e comunicargliele. Quel Collegio rispose
coll’aver dato il suo consenso colla condizione espressa però che nella
esecuzione de’ lavori si avesse dovuto rimettere semplicemente l’antica
lapide senz’altra aggiunta, e si fossero chiamati i suoi Deputati per
essere presenti alla proposta ricostruzione del monumento suddetto.
Il Sindaco Fasoli però non trovò per sè conveniente il ricevere leggi
da chi non aveva verun dritto di dettarle, ed avere de’ Soprastanti
per un’opera che sarebbe andata ad eseguirsi colla borsa sua, non
con quella del Capitolo di Trani. Fece quindi osservare al Signor
Intendente che quest’ultimo comunque si trovi ora proprietario di
quello stesso fondo, nel quale tre secoli indietro il detto antico
monumento in parte tuttavia esistente fu costrutto dalla Pubblica
Autorità, non perciò il sito da esso occupato può appartenergli.
Che il suolo occupato dai monumenti pubblici è di pubblica ragione,
costituisce una proprietà dello Stato, e non può riputarsi giammai di
privato dominio.
Che quindi mancava al Capitolo suddetto qualunque dritto e qualunque
titolo per pretendere di dettar leggi e condizioni, e di presedere
anche alla ricostruzione da lui proposta. Che anzi abusivamente si
aveva appropriati gli avanzi del distrutto monumento, i quali non gli
appartenevano. Soggiunse quindi che tutto ciò che può riguardare i
monumenti pubblici che costituiscono una proprietà dello Stato, deve
dipendere esclusivamente dalle disposizioni e dai regolamenti suggeriti
dal Capo Politico della Provincia, o da S. E. il Signor Ministro
dell’Interno, non già dalle velleità di qualunque privato, o Corpo
Morale.
Queste giuste e ben fondate osservazioni del Signor Fasoli il Signor
Intendente le comunicò al Capitolo suddetto, il quale non potè non
sentirsene imbarazzato. Conseguenza quindi di tal diverbio è stata che
il Capitolo unitamente al Sindaco di Trani son venuti a dichiarare
che trovandosi il monumento suddetto nel tenimento di quella città,
come innanzi si è detto, si sarebbero essi prestati a restaurarlo
sollecitamente.
Quindi il detto Signor Intendente con sua lettera di uffizio diretta
al Sindaco Fasoli del dì otto Agosto 1844 num. 2292 gli ha partecipato
il risultamento suddetto, e gli ha soggiunto di aver creduto giusto
d’inerire alla proposta del Sindaco di Trani a motivo che il sito
del fondo _S. Elia_ è nel tenimento di quella città: di aver quindi
ordinata la regolare e celere esecuzione de’ lavori. Gli ha collo
stesso uffizio espresso anche il meritato elogio per aver spinta una
operazione da lui applaudita come gloriosa alla nostra Provincia, e
diretta a far risorgere un antico oggetto di tanto cara ricordanza.
Sono anch’io contento appieno che il mio giusto desiderio di veder
rimesso di nuovo quel monumento di gloria pe ’l nome Italiano verrà
a rimanere appagato in un modo molto per me soddisfacente, attesa
la parte attiva che vi ha presa una persona che mi appartiene, ed ha
saputo prevenire i miei pensamenti prima che gli avesse conosciuti.
FINE.
INDICE
L’autore al suo nipote Giovannino Jatta Pag. 3
Introduzione 5
INDICE DE’ CAPITOLI.
CAPO I.
_Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città
di Ruvo_ PAG. 9
CAPO II.
_Delle antiche monete della città di Ruvo_ 32
CAPO III.
_La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che
vennero nella Italia prima della Guerra di Troja_ 35
CAPO IV.
_Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle
arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua
origine Arcadica_ 56
CAPO V.
_La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche
dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori_ 90
CAPO VI.
_Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata_ 99
CAPO VII.
_Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni_ 107
CAPO VIII.
_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
Angioina_ 122
CAPO IX.
_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
Aragonese_ 164
CAPO X.
_Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di
Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale
Dinastia Regnante_ 170
CAPO XI.
_De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia
nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti_ 195
CAPO XII.
_Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte
dalla prepotenza Baronale_ 209
CAPO XIII.
_De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno
1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno
1805_ 239
CAPO XIV.
_Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine
del secolo XVIII in poi_ 261
CAPO XV.
_Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,
sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio,
e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione
comunale_ 304
AVVERTIMENTO
_Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore_ 319
Indice generale 329
RVBASTINORVM NVMORVM CATALOGVS 1
FRANCISCI M. AVELLINII EPISTOLA 21
HISTORIA DEL COMBATTIMENTO DE’ TREDICI ITALIANI CON
ALTRETTANTI FRANCESI 1
NOTA DELL’EDITORE 35
NOTE:
[1] _Mazochii Commentarium ad tabulas Heracleenses Diatriba I cap. V.
§. 2._
[2] _Ptolomæus lib. 4 cap. I._
[3] _Strabo lib. VI pag. 282._
[4] Vi è quì un errore manifesto. Trecento sessanta stadj formano
quarantacinque miglia. Si può dire che sia questa la distanza tra Roma
e Brindisi? È chiaro che si deve quì leggere _CCCLX M. Pass._
[5] _Cellarii Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 580._
[6] _Mazochii Commentar. in Tabulas Heracleæ pag. 522 n. 58._
[7] _Marci Veseri Opera Historica, et Philosophica sacra, et profana
pag. 709 ad 715._
[8] _James Millingen Considerations sur la Numismatique de l’ancienne
Italie = Azetium in Peucetia pag. 147 et 148._
[9] _Cellarius Geographia antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 590._
[10] Il P. Arduino ha ripartiti i capitoli della Storia Naturale di
Plinio in un modo diverso da quello in cui si trovano questi ripartiti
in tutte le altre edizioni della stessa opera. Quindi li capi citati
dai Scrittori secondo le antiche edizioni non battono con quelli che
si trovano segnati nella edizione suddetta del P. Arduino. Ad evitare
l’inconveniente che da ciò ne deriva, al margine di ciascuno de’
capi della sua nuova numerazione ha segnato il numero antico. Avrebbe
potuto in vero risparmiarsi questo fastidio, il quale serve solo ad
imbarazzare chi legge senza veruna utilità, e lasciare la numerazione
de’ capi come si trova ripartita in tutte le altre edizioni.
[11] In altre edizioni vi è quì anche la parola _Aquini_.
[12] In altre edizioni si legge _Deculani_, non _Æculani_.
[13] In altre edizioni si legge _Etinates_, non _Meritanes_.
[14] In tutte le altre edizioni si legge quì _Neritini_, e non già
_Netini_, vocabolo alterato e mutilato di proposito dal P. Arduino,
come saremo or ora a vederlo. Nelle altre edizioni dopo la parola
_Neritini_, vi è anche la parola _Matini_ che quì manca.
[15] Non vi può esser dubbio che colla parola _Rubustini_ sono
indicati gli abitanti della nostra città di Ruvo. Ne convengono tutti i
Comentatori di Plinio, e con essi anche il P. Arduino.
[16] Convengono essi del pari che sotto il nome di _Butuntinenses_
sono indicati gli abitanti della città di _Bitonto_, antica città
della Peucezia. Il Vesselingio anzi nelle sue note all’Itinerario di
Antonino, di cui si parlerà in seguito, dice di aver veduta anche una
moneta Bitontina. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario
sulle Tavole di Eraclea alla pag. 37 dice che ne aveva una bellissima
inedita. Io ne ho due. Il Signor Millingen nel suo libro innanzi
citato alla pagina 149 e 150 reca anche le monete Bitontine. Non si
comprende però come Plinio abbia situato Bitonto tra le città della
Calabria, mentre non è distante da Ruvo più di nove miglia, e tanto
negl’Itinerarj, de’ quali si parlerà in seguito, quanto nella Tavola
Peutingeriana Bitonto e Ruvo sono segnate l’una dopo l’altra.
[17] In altre edizioni manca la parola _Paltonenses_.
[18] Non già _Nerentini_, ma bensì _Neritini_ si legge nelle altre
edizioni. Tal lettura poi la presentano, non già _libri quidam_, come
dice quì l’Arduino; ma bensì tutte le altre edizioni di Plinio, non
esclusa la bellissima edizione anche di Parigi dell’anno 1545, che l’ho
pure nel mio Studio.
[19] Non si capisce come il Cellario abbia creduta tanto astrusa la
investigazione del sito dell’antica _Celia_ che Luca Olstenio l’ha
così bene situata a poche miglia al di là di Bari. Quest’antica città
è oggi uno de’ così detti _Casali_ di Bari che ritiene tuttavia il
nome di _Ceglia_ che viene da _Celia_. È questa città segnata anche
nella Tavola Peutingeriana. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel
Commentario sulle tavole di Eraclea alla pag. 35 nota 51, ed alla pag.
38 parla di Celia, e ne reca una moneta con Greca leggenda. Reca le
sue monete con tipi diversi anche il Signor Millingen nel precitato
suo libro pag. 149. Io ne ho quattro. Ma la migliore testimonianza
che _Ceglia_ sia l’antica _Celia_ sono gli eccellenti e magnifici vasi
fittili Italo-Greci, ed altri monumenti di antichità che si sono ivi
disotterrati ai tempi nostri.
[20] Ha voluto quì alludere alla emendazione della parola Νήτιον
proposta anche da Luca Olstenio. Opinò egli da principio che dovesse
alla stessa sostituirsi la città che nella Tavola Peutingeriana è
chiamata _Natiolum_ quasi come un diminutivo di _Netium_. Ma l’Olstenio
che fu un accurato investigatore de’ luoghi ricedè ei medesimo da
questo suo primo avviso, poichè riflettè che il _Natiolum_ della Tavola
Peutingeriana è messo sul litorale dell’Adriatico tra Bari, e Trani
nel sito dell’attuale città di _Giovinazzo_, e non già dentro terra tra
Celia e Canosa. Al che aggiungo che cotesta novella città della Tavola
Peutingeriana al tempo di Strabone non esisteva ancora.
[21] Questa posizione proposta anche dal Palmerio si è confutata
innanzi.
[22] _Cellarius lib. II cap. IX sect. IV §. 575._
[23] _Ferrarius Novum Lexicon Geographicum verbo _Netium_, et verbo_
Andria.
[24] _Baudrand Geographia verbo_ Netium.
[25] _Horat. Sermonum lib. I Sat. V v. 95._
[26] La città di Bitonto non altrimenti ha potuto essere indicata
nell’Itinerario di Antonino che come un luogo di passaggio, e di
riposo, e non già di fermata, giacchè da Ruvo a Bitonto segna undici
miglia di cammino, e da Bitonto a Bari altre dodici miglia. Ventitre
miglia sono il cammino regolare di una sola giornata, non di due
giornate.
[27] _Pratilli Della Via Appia lib. IV cap. XIII._