DOMINICO . COTUNNIO

NEAPOLITANO . ÆSCULAPIO

ANATOMICORUM . PRINCIPI

OMNIGENA . ERUDITIONE . PRÆCLARO

DICENDI . FACULTATE . NEMINI . SECUNDO

LATINI . ET . ITALICI . SERMONIS

SCRIPTORI . ELEGANTISSIMO

SAPIENTIA . PRUDENTIA . BENEFICENTIA

MORUM . SANCTITATE . ET . SUAVITATE

INCOMPARABILI

EGREGIO . ET . CELEBRI . VIRO

CIVI . BENE . MERITO

AD . VIRTUTIS . HONOREM

AD . PATRIÆ . DECUS

AD . RUBASTINÆ . IUVENTUTIS . EXEMPLUM

DECURIONUM . ORDO

HOC . MONUMENTUM . POSUIT

NATUS . DIE . XXIX . IANUARII . MDCCXXXVI

OBIIT . DIE . VI . OCTOBRIS . MDCCCXXII

Passando ora a parlare dell’agro Ruvestino, sono ben poche le città che

possono pareggiarlo per la sua varietà e vaghezza, perchè non a tutti i

luoghi ha dati la Natura gli stessi doni e le stesse qualità. Dai tre

lati orientale occidentale e settentrionale il territorio di Ruvo è

simile a quello delle convicine città, colle quali è confinante. Dopo

gli orti ed i giardini vicini all’abitato, tutto il di più è coverto

di vigne e di alberi di frutta di ulivi e di mandorle. Ma dal lato

meridionale ch’è il più esteso e ’l più vasto, è veramente incantevole.

Montandosi da Ruvo a cavallo ed uscendosi alla campagna alla direzione

del mezzodì, si trovano in primo luogo gli orti che danno belle e

copiose verdure. Sussieguono agli orti le così dette _cocevole_,

o siano le picciole tenute seminatorie vicine all’abitato che si

coltivano colla zappa, e danno ogni sorta di prodotti, non esclusa

la bambagia. Dopo le cocevole vengono i giardini piantati di ogni

sorta di frutta, e specialmente di ciriegie che sono in Ruvo di

varie ed eccellenti qualità. Sono state esse per Ruvo sempre un

capo d’industria. Quelle volte che mi sono ivi trovato al tempo

delle ciriegie sono rimasto ammirato nel vedere la gran quantità

de’ forestieri che venivano specialmente dalle città della Puglia a

comprarle con molti animali da soma.

Oggi coteste piantazioni si sono diminuite, perchè per più anni di

seguito sono state danneggiate da certi vermini detti volgarmente

_campe_. I proprietarj de’ giardini sconfidati dalla perdita fatta per

più anni della rendita principale di essi o non hanno più curato di

sostituire le novelle piante a quelle già invecchiate, o hanno recise

in parte le antiche piante e destinato il terreno ad altri usi.

A me pare che si sia in ciò mancato di pazienza e di costanza. Questi

casi non sono nuovi. Coteste _campe_ vi sono state anche in altri

tempi; ma non perciò i nostri Antenati si sono scoraggiati. Ma non

perciò si sono determinati a distruggere una produzione del nostro

suolo pregevolissima, e quindi riputata e ricercata, la quale ha fatto

sempre entrare in Ruvo molto danaro.

Dopo i giardini vengono le contrade piantate di vigne e di frutta

di ogni specie e di ottima qualità, e principalmente di fichi che

sono squisitissimi. Nelle stesse contrade delle vigne vi sono anche

le tenute coverte di ulivi e di mandorle che formano due prodotti

interessantissimi di quel territorio. È notabile che al principio

di coteste vaste contrade, ed alla distanza di meno di un miglio

dall’abitato ne’ luoghi denominati _Valle nuova_, volgarmente _Vardenò_

la _Pozza_ e ’l _Pantano_, si trovano copiose sorgive di acqua dolce,

le quali in tempo di siccità sono di grande ajuto alla Popolazione.

I vini che produce quel territorio sono buoni. Manca però l’arte

di fargli. Si fanno inoltre bollire molto poco, ed ordinariamente

ne’ palmenti di pietra freddi per loro stessi e non opportuni alla

fermentazione. Sono quindi di poca tenuta. La massima parte de’ luoghi

addetti alle vigne è adatta a produrre vini del color dell’oro o

alquanto più colorati detti _cerasuoli_. Tra i primi si distingue il

vino denominato _colatamburro_, il quale è molto gustoso e ricercato

dagli abitanti delle convicine città e specialmente dai Coratini. Si

fa anche del buon moscado poco inferiore a quello di Trani, ove se

ne fa molta quantità e molto smercio. Si fa pure il così detto vino

_zagarese_, il quale è un vino dolce piuttosto di uva nera picciola e

minuta che ha molto vigore e molta fraganza. È quello stesso vino che

si fa anche sulla collina di Posillipo, ed è denominato _cacamosca_,

molto in Napoli pregiato.

Gli antichi vini di Ruvo in generale erano gustosi al palato, ed

innocenti, perchè non molto duri e gagliardi. Nella formazione di

essi vi prendeva molta parte l’_uva greca_ introdotta probabilmente

dagli antichi coloni Greci che seppero ben conoscere le uve che a

quel terreno meglio convenivano. Ma i nostri zappatori che amano un pò

soverchio le cantine, come innanzi ho detto, e vogliono vini forti e

poderosi, colle larghe piantazioni fatte di uve nere, le quali non sono

opportune a tutti i luoghi del nostro territorio, lungi dal migliorare

hanno anzi guastati gli antichi vini assai più amabili degli attuali.

Le contrade finora descritte sono state sempre chiuse e difese, e

portano il nome di _Distretto_. Furono quindi rispettate anche dal

decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 col divieto espresso

però di estenderle vie più ed ampliarle, divieto barbaro abolito dalle

novelle leggi relative alla chiusura de’ demanj. Dai luoghi suddetti

tirandosi sempre innanzi verso il mezzodì si esce in una vasta pianura

di terreno tutto raso o con qualche rarissimo albero selvatico isolato.

Questa pianura la formano le tre contrade distinte coi nomi di _Ralle,

Strappete_ e _Matine_. Hanno formato esse sempre la parte maggiore

dell’antichissimo Demanio comunale, e la sede di numerose masserie

di semina come innanzi più volte si è detto. È ivi il terreno tutto

coltivabile, tranne que’ piccioli pezzi di saldo sassoso che si trovano

di quando in quando disseminati nelle due contrade denominate le Ralle

e le Strappete, giacchè quella delle Matine nella massima parte è netta

di essi.

Cotesta vasta e fertilissima pianura di molte migliaja di moggia

dal lato occidentale della contrada delle Strappete si protende fino

all’altra vasta contrada di _Calentano_, la quale pare che formi parte

delle Strappete. È la stessa fino ad un certo punto intersecata da una

lunga striscia di terreno boscoso, il quale comincia dall’antichissimo

bosco feudale denominato il _Parco del Conte_, e finisce alla difesa

comunale di cui innanzi si è parlato formata nell’anno 1510 ed ampliata

nell’anno 1552. Termina di fronte la pianura suddetta nell’antichissimo

bosco feudale che ne’ Registri Angioini è chiamato _Foresta_, il quale

cinge presso che tutto il lato meridionale di essa.

La già detta contrada delle Strappete è traversata da un vallone

di notabile ampiezza e profondità il quale la fende dall’Occidente

all’Oriente. Ha cotesto vallone i segni manifesti di essere stato un

tempo il letto di un torrente del quale per altro si è perduta ogni

memoria. Il fondo di esso è ora coltivato dall’aratro e la mia famiglia

ne possiede un buon tratto che porta il nome di _lama dell’Ospedale_,

forse perchè apparteneva un tempo all’Ordine Gerosolimitano ed

all’Ospedale di S. Giovanni di Barletta, come si è detto innanzi del

Castello e del territorio del Garagnone. Si noti però che in quella

Regione si dà il nome di _lama_ a que’ canali per i quali scorre

l’acqua piovana insieme raccolta. Quindi il nome di _lama_ da quel

luogo ritenuto fino ai nostri giorni conferma la idea di essere stato

un corso antichissimo di acqua.

Che per quel luogo abbia dovuto passare un tempo un amplissimo

torrente, oltre l’aspetto del luogo lo pruova anche il seguente

fatto. Mi diceva il mio buon Genitore che sessanta e più anni indietro

mentre li suoi mietitori stavano falciando il grano nel fondo della

lama suddetta videro venire dal lato del detto bosco di Ruvo con gran

furia e strepito alla loro direzione uno immenso torrente di acqua,

il quale diè loro appena il tempo di salvarsi frettolosamente sulle

coste di essa. Che giunta l’acqua nella lama la colmò da capo a fondo

trasportando seco grossi sassi, alberi svelti nel bosco, messi recise,

lepri e volpi che nuotavano a fior di acqua. Che quel torrente in fine

traversando prima il territorio di Ruvo, ed indi il finitimo territorio

di Bitonto, era andato a scaricarsi nel mare tra Giovinazzo e Bari.

Dal che è facile comprendere che seguita una forte e dirotta pioggia

nella contrada delle murge superiore al bosco suddetto in quel sito per

lo quale passava un tempo il già detto antico torrente, prese l’acqua

quella medesima direzione che lo stesso aveva.

Dalla detta vasta pianura continuandosi il cammino verso il mezzodì

si entra nel già detto bosco. Traversato lo stesso per poche miglia

si esce nell’ampia contrada delle murge detta da Strabone _montosa

et aspera_. Ma la stessa asperità del luogo dà diletto allo sguardo.

Continuo è ivi il variare delle colline formate dal nudo sasso, e delle

vallate volgarmente dette _canali_ coverti di verdeggianti seminati.

Ed ove lì si vada nella estiva stagione, non è men bello il vedersi

quelle colline popolate da un numero immenso di greggi e di armenti

che vanno a respirare l’aria fresca, essendo quello un erbaggio estivo

preziosissimo ed indispensabile, come più volte innanzi si è detto.

Abbonda quella contrada di serpillo e di timo, il quale mentre rende

il latte più odoroso, produce anche eccellente mele. Si ritrae questo

dalle arnie che tengono i Ruvestini riunite in un luogo della contrada

istessa denominato _lama d’api_ sotto la cura di un massajo bene

istruito di cotesta industria, oltre le altre arnie che parecchi di

essi tengono nelle rispettive masserie.

La contrada delle murge è di vastissima estensione, e progredisce

da quel lato ai territorj di Bitonto, di Altamura, di Gravina, del

Garagnone, di Minervino, di Andria e Corato. Non ha la stessa nè fiumi,

nè laghi. Le immense acque piovane che discendono dalle numerose e

continuate colline di sopra descritte vengono in parte sorbite dai

terreni coltivati delle valli o siano _canali_ che intercedono tra

una collina e l’altra, ed in gran parte vanno a scaricarsi in certe

voragini denominate _grave_ che vi sono in quella contrada. Coteste

voragini sono di una profondità che niuno ancora ha potuto misurarla, e

nel guardarle incutono terrore.

Dalle acque immense che s’immettono in coteste profondissime voragini

pare che siano animate le inesauste sorgive della contigua contrada

delle Matine, la quale è molto sottoposta a quella delle murge che sta

in un sito elevatissimo. In quanto poi all’antichissimo vallone che

traversa la contrada delle Strappete, di cui ho fatta innanzi menzione,

pare anche che possa aver la cosa la seguente spiegazione. Non è

improbabile che prima che i canali delle murge, i quali sorbiscono ora

non poche acque piovane, si fossero dissodati e ridotti a coltura,

e prima che le dette voragini si fossero aperte sia dalla forza

dell’acqua, sia piuttosto da un forte scuotimento di terra, fosse stato

quello l’alveo di un antico torrente che trasportava fino al mare una

porzione delle copiosissime acque delle murge, come avvenne nella

straordinaria alluvione seguita sessant’anni e più indietro di cui

innanzi ho parlato.

Nel vasto territorio di Ruvo finora descritto al tempo del servaggio

feudale molto scarse e rare erano le case di campagna che vi si

vedevano, e queste piuttosto rozze e meschine. Oggi se ne vedono surte

abbastanza e ne sorgono alla giornata. Anche i mediocri possidenti

vogliono avere la loro casina di campagna corrispondente alle proprie

forze, e tra quelle delle persone più facoltose ve ne sono alcune che

possono dirsi lussuose. Accresce ciò il bello di quel territorio, e

costituisce nel tempo stesso un miglioramento ed un progresso di quella

Popolazione nella civiltà.

Da ciò che si è detto risulta che nel territorio di Ruvo con quattr’ore

di cammino si gode tutto ciò che può formare il bello della Natura.

Nell’uscirsi dalla città si trovano bellissimi orti, indi si passa

ai giardini, alle vigne, agli oliveti ed altri arbusti, ai terreni

seminatorj, ai boschi, ed in fine ai colli ed alle valli. Coteste

varietà che rapidamente succedono l’una all’altra non possono non

essere incantevoli. Dilettano sommamente i sensi e colpiscono lo

spirito. Sì fatte combinazioni operate dalla mano possente della

Natura non è facile trovarle replicate in altri luoghi. Non fia dunque

meraviglia che gli Arcadi conquistatori della bella Regione denominata

Peucezia dal loro Condottiere, incantati dalla vaghezza del sito di

cui ho ragionato abbiano ivi edificata la nostra città, e decorata la

stessa del nome di una delle più illustri città del loro Paese natio.

Ben lo meritava la pregevole qualità e varietà di quel territorio così

bene adatto a prestarsi tanto all’agricoltura, quanto alla pastorizia a

cui erano essi principalmente inclinati.

Non posso però credere giammai che que’ nostri valorosi e colti

Antenati, i quali fecero nella nostra città fiorire nel grado il

più eminente le belle arti siano stati tanto trascurati quanto lo

sono i Ruvestini attuali nel mantenimento delle pubbliche strade che

menano alle loro deliziose campagne. Fa un’onta positiva ai medesimi

il vedersi che neppure intorno alla città e ne’ luoghi alla stessa

adiacenti si può passeggiare con comodità, anzi senza positivo disagio

per la gran quantità delle pietre che ingombra le pubbliche strade!

Nè può essere condonabile tampoco alle Autorità municipali la

negligenza e la non curanza colla quale soffrono che i proprietarj de’

terreni adiacenti alle pubbliche strade nello spurgargli delle pietre

si permettano di gittarne in mezzo alle stesse una buona porzione, e

renderle assolutamente impraticabili[270]!

Non è meno riprensibile la negligenza e la non curanza delle dette

Autorità municipali sui parieti adiacenti alle pubbliche strade, i

quali si lasciano cadere, senza obbligarsi i proprietarj de’ fondi

a rifargli di nuovo; dal che ne deriva che le pietre scomposte e

disciolte si rovesciano su di esse. Massima poi è la indecenza e la

laidezza di un altro abuso introdotto da non molti anni in qua, qual

è quello di vedersi ai fianchi delle pubbliche strade rammassato da

passo in passo il letame che si lascia a fermentare per lo concime de’

terreni. Oltre però il fetore che tramandano coteste immondezze, e la

corruzione dell’aere che producono, simili sozzure disgustano la vista

e muovono lo stomaco. Quindi la sordida indiscrezione di pochi, la

quale non merita veruna indulgenza, degrada anche la città ed i suoi

abitanti nella opinione e nel concetto de’ Forestieri che passano.

Se questi appartengono ad Estere Nazioni, nel vedere tai disordini

non mai corretti, ed ogni dì sempre crescenti potrebbero credere

forse che manchino nel nostro Paese le Leggi relative alla nettezza

delle pubbliche strade, mentre le nostre Leggi tanto giudiziarie che

amministrative si sono di proposito occupate di un articolo tanto

interessante, e non vi è un solo degl’inconvenienti da me rilevati

il quale non sia stato da esse preveduto alla lettera e rigorosamente

punito.

Si aggiunga che molti anni indietro si formarono in Ruvo gli Statuti

municipali, ed in quella occasione ne fui anch’io consultato dal

Sindaco e dagli Eletti. Mi ricordo bene che suggerii loro alcuni

articoli molto efficaci a mantenere la nettezza delle pubbliche strade,

perchè vedeva che in questa parte principalmente e molto largamente

si peccava. Cosa però valgono le Leggi ed i Statuti quando quelle

Autorità che dovrebbero fargli rispettare ed eseguire, tollerano con

una indifferenza quanto stupida, altrettanto colpevole che siano essi

impunemente violati, e sono forse esse le prime a violargli?

La decenza però e la dignità del Governo municipale dovrebbe finalmente

porre un termine alle sconcezze di sopra enunciate le quali insultano

positivamente la Legge e l’Ordine pubblico. Il mezzo di riuscirvi senza

molto impiccio sarebbe facilissimo. In quanto alle pietre gittate

sulle pubbliche strade nello spurgo de’ terreni adiacenti, o cadute

dai parieti scomposti e disfatti, ove queste non vengano tolte tra un

termine designato dai proprietarj di essi, dovrebbero farsi gittar

di nuovo ne’ loro fondi a spese de’ contravventori. In quanto poi

al letame che si trovi rammassato ai fianchi delle pubbliche strade,

ovunque questo si trovi, dovrebbe esser venduto col fatto a beneficio

della Cassa comunale, oltre la esazione della multa stabilita dalla

legge per tale contravvenzione.

Non sono questi per altro i soli disordini, de’ quali è a dolersi. Ve

ne ha anche degli altri assai più gravi che meritano seria attenzione

come quelli che menano a distruggere tutto il bene che si è fatto.

La disgrazia de’ Comuni, e molto più di quelli che hanno rendite

patrimoniali vistose è l’essere infestati dai partiti ed insidiati da

una genia d’intriganti, i quali sotto la maschera di zelanti cittadini

_Patriæ studium in ore, privatum in animo magis habent_, come bene a

proposito diceva Livio[271].

Si declama altamente contro l’abolita feudalità, mentre col proprio

operare non si fa che l’apologia di essa! A che maledirsi le antiche

prepotenze Baronali, quando alla depressa dominazione de’ Baroni si

cerca sostituire la dominazione propria, e sotto il nome venerando

del Comune si vogliono introdurre abusi e gravezze più condannabili di

quelle che la feudalità si permetteva? È forse odioso il _Dispotismo

Baronale_, e piacevole e soave il _Dispotismo Comunale_ esercitato

da una fazione dominante e soverchiante? A tal modo però non si vuole

che lo stesso sistema sotto nomi diversi, o come ben diceva Cornelio

Tacito, _magis alii homines, quam alii mores_[272].

Intendiamoci però bene. L’amministrazione comunale per poter meritare

un tal nome, bisogna che sia quanto saggia ed avveduta, altrettanto

paterna. Se imita e molto più se sorpassa le durezze Baronali, si

degrada, si rende pesante ed esosa, e fa l’elogio della feudalità.

Cosa giova alle Popolazioni l’abolizione di essa se dovessero ricadere

sotto un giogo più duro e più pesante? Se serve ad un partito, e quindi

all’interesse, alle passioni, alle rivalità ed ambizioni private, perde

giustamente la fiducia e la stima della Popolazione, e si rende il

flagello di essa.

Il servire ad una moltitudine di padroni è cosa assai più dura che il

servire ad un solo. I Baroni erano oppressori; ma potevano talvolta

usare anche de’ tratti proprj della loro illustre condizione. Chi mai

però ha trovata ancora nobiltà ed elevatezza di pensare ne’ ruvidi

intriganti e prepotenti de’ piccioli paesi? Guai a quella Popolazione

che non si sveglia a tempo, e fa prendere a questa gente una mano

troppo lunga! Quai limiti, quai termini aver potrebbe la loro rustica

ed insolente albagia?

Molte sono le cose che dovrei dire sui disordini introdotti

nell’Amministrazione comunale di Ruvo, sul non poco male che si è

fatto e sul molto bene che avrebbe potuto farsi, e non si è voluto

per lo spirito di parte e la forza degl’intrighi. Serie ed importanti

osservazioni specialmente esigerebbero l’interessantissimo erbaggio

delle murge, lo interramento del lago di annaja, e la distruzione del

Bosco comunale. La sposizione però de’ veri fatti relativi a cotesti

tre articoli e le discussioni di Giurisprudenza, di Regolamenti

amministrativi e di Economia Politica che vi han rapporto non potevano

aver luogo in un breve cenno istorico.

L’impegno che mi ha sempre animato di giovare il più che ho potuto

alla mia patria mi ha fatto determinare ad esporre i miei pensamenti

in altra apposita memoria. Non essendo però una bella cosa il lavar

la testa all’asino e ’l parlare a chi non vuol sentire, intendo

questa indirizzarla a que’ veri e buoni miei concittadini che si sono

preservati dalla corruzione, e sentono il loro cuore riscaldato dal

santo amore di Patria, onde possano pe ’l bene della stessa porre a

profitto le cose che saranno da me osservate e proposte.

A quelli uomini poi della novella generazione che molto presumono,

che si credono più sapienti di coloro che gli hanno preceduti, e che

sotto la maschera di un falso zelo cuoprono la smania d’influire, di

dominare, e di disporre delle cose comunali a loro arbitrio, come più

anziano, e meglio istruito delle cose patrie da essi finora ignorate do

un sano e salutare consiglio.

Non possono essi certamente darsi il vanto di aver avuta parte a quelle

laudabili operazioni che hanno messa la nostra città nel floridissimo

stato in cui ora si trova. Abbiano almeno la buona volontà di non

distruggere il bene che si è fatto, e ’l talento d’istruirsi delle

cose passate, onde non far ricadere la nostra città sotto quelle

stesse gravezze che produssero altra volta la miseria generale della

popolazione, poichè come bene diceva Cicerone, _Nescire autem quod

antea quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum_[273].

AVVERTIMENTO.

Dopo avere esposti i miei pensamenti sulla origine _Achea-Arcadica_

della nostra città credo utile aggiugnere un avvertimento diretto a

prevenire qualche osservazione che una critica poco avveduta potrebbe

forse fare in contrario. Ho detto nel capo III che _Oenotro_ e

_Peucezio_ figliuoli di Licaone Re di Arcadia prima della guerra di

Troja approdarono nelle nostre Regioni con numeroso seguito di Arcadi

ed altre Genti del Peloponneso, e fondarono due Dominazioni, delle

quali una prese il nome di _Oenotria_ e l’altra di _Peucezia_, ove la

nostra città è sita.

Non ignoro che alcuni moderni Scrittori hanno riputato favoloso cotesto

racconto che si trova ne’ Scrittori Greci e Latini da me riportati nel

detto capo III, ed in qualche altro ancora. Tale opinione cennata dal

nostro illustre Canonico Mazocchi[274] è stata, per tralasciarne altri,

più diffusamente esposta dal chiarissimo Giuseppe Micali in più luoghi

della sua pregevole _Storia degli antichi Popoli Italiani_. Rispetto

moltissimo questi nomi, ma la facoltà di ragionare è libera a tutti.

Potrei dire che il loro assunto non è sostenuto da dimostrazioni

positive tratte da testimonianze precise di altri antichi accreditati

Scrittori i quali avessero smentito di proposito il racconto suddetto.

Da ciò che da alcuno di essi si trova scritto sull’antica posizione

dell’Italia si son tratti bensì argomenti ed illazioni negative della

venuta de’ predetti figli di Licaone, e delle due Dominazioni che si

son credute da essi costituite. Si sa però che gli argomenti negativi

non hanno sempre per loro stessi una piena forza. Potrei aggiugnere

anche ch’è sempre malagevole il tacciare di soverchia credulità Uomini

dottissimi dell’Antichità i quali vissero diciotto secoli e più prima

di noi, e quindi potevano saperne assai più di quello che noi ne

sappiamo, ed essere meglio al caso di discernere i veri fatti istorici

dalle favolose narrazioni. Nella materia di cui si tratta l’autorità di

coloro che hanno scritto in un epoca più vicina ai fatti che allegano

prevale a quella de’ Scrittori più recenti.

Tanto più la critica non è quì sicura, quanto che li predetti antichi

Scrittori ai quali mi sono riportato avevano tanti altri libri Greci

e Latini, che non sono sventuratamente a noi pervenuti. Non è quindi

facile l’affermare e ’l decidere che in mezzo a tanto lume siansi

essi allucinati, ed abbiano ritenuti come veri de’ racconti puramente

favolosi, i quali non gli avessero trovati accreditati anche da que’

Scrittori ch’essi avevano alle mani, ma a noi mancano.

Messe però da banda coteste considerazioni di non lieve peso, mi limito

ad osservare che dato anche per favoloso l’arrivo di Oenotro e Peucezio

nelle nostre Regioni, non perciò potrebbe rimanerne alterato ciò che

da me si è pensato e scritto sulla origine della nostra città. Osservo

in primo luogo che que’ medesimi moderni Scrittori che menano innanzi

cotesta opinione han convenuto che i luoghi vicini al mare specialmente

della Peucezia furono occupati dalle Colonie Greche che vennero a

stabilirsi nella Italia in epoche diverse, e che gli antichi abitanti

di origine prettamente Italiana si ritirarono nella parte interna e

ne’ luoghi montuosi sia perchè più opportuni alla propria sicurezza,

sia perchè più analoghi alla loro fierezza ed alla loro maniera di

vivere semplice ed agreste, sia in fine perchè non prezzavano molto i

terreni vicini al mare in quel tempo paludosi in gran parte. E come non

convenire in una verità di fatto contestata da innumerevoli monumenti

di Greca origine rinvenuti ne’ luoghi suddetti?

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 26 / 36 段