beneficio della legge chi non si conforma alla stessa, e la condizione
di coloro che trasgrediscono i suoi precetti non dev’essere migliore
di quella di coloro che la rispettano. La chiusura de’ demanj ha
raddoppiato, e triplicato il valore de’ fondi. Non è tollerabile quindi
che la Cassa comunale sia fraudata di quel censo che l’è dovuto per
un tanto beneficio. Sia ciò avvenuto per connivenza o per oscitanza
dell’Amministrazione comunale, farebbe sempre torto alla stessa il non
curarlo di vantaggio.
Le contrade demaniali dell’agro Ruvestino soggette un tempo al pascolo
civico sono ben conosciute e circoscritte tanto nell’antico catasto che
nell’attuale. Si aggiunga a ciò che quasi tutti i fondi suddetti sono
di diretto dominio de’ Pii Luoghi censiti a coloro che gli tenevano
in affitto per effetto della legge de’ 21 maggio 1806 come _terreni
demaniali azionali del Tavoliere_. Gli stessi titoli quindi stipulati
colla Giunta del Tavoliere pruovano la qualità de’ terreni suddetti
soggetta un tempo al pascolo civico, ed in conseguenza anche al censo
dell’affrancazione dovuto per la chiusura di essi. Ond’è che non
mancano gli elementi sicuri per astringere i proprietarj suddetti che
hanno contravvenuto alla legge a pagarlo tanto per lo tratto successivo
che per lo passato.
Nell’anno 1822 ebbe luogo un’altra operazione utilissima a quella
popolazione, la quale se non fosse stata attraversata dalla malizia
umana, avrebbe potuto dare brillantissimi risultamenti. Ho detto
innanzi che l’antica incontrastabile opulenza della nostra città era
derivata dall’agricoltura e dalla pastorizia, a cui l’agro Ruvestino si
presta a meraviglia. Ho osservato anche che la pastorizia specialmente
era rimasta distrutta parte dalla ingordigia e dalle soverchierie de’
Locati Abruzzesi, e molto più dagli abusi interminabili introdotti
dalla Bagliva Baronale ch’era di un positivo ostacolo al progresso
delle industrie armentizie.
Colla transazione dell’anno 1805 stipulata col Duca d’Andria fu
assicurato alla popolazione di Ruvo quel pascolo che poteva farle
di nuovo fiorire, cioè il pascolo delle murge. Nell’inverno serve lo
stesso al comodo de’ cittadini ne’ luoghi fuori delle parate. Nella
estiva stagione la intera contrada delle murge è addetta ai loro
animali, ed era ciò che principalmente interessava, essendo quello
un pascolo estivo preziosissimo, senza il quale non potrebbero essi
sussistere. Ma si è fatto con ciò tutto quello che dovrebbe, e potrebbe
farsi? Nò certamente. Non sarà compiuta l’opra, se non si mette anche
quell’erbaggio interessantissimo nello stato di rendersi profittevole
ugualmente a tutti i cittadini.
La contrada suddetta è la più vasta dell’agro Ruvestino, ed anche
la più lontana dall’abitato. Non ha disgraziatamente nè fiumi nè
sorgive per dissetare gli animali che si tengono, o si portano ivi
a pascolare. L’acqua per essi indispensabile non può esser altra che
l’acqua piovana raccolta e conservata nelle grandi peschiere. Quelle
però che ivi vi sono appartengono ai proprietarj delle poche masserie
di semina stabilite nella contrada suddetta. Ho inteso sempre lagnanze
che cotesti Signori non vendevano una sola secchia di acqua, comunque
esuberante ai loro bisogni, qualunque fosse stato il prezzo loro
offerto. Perchè tanta ripugnanza? È facile intenderlo.
Era questo il mezzo indiretto di allontanare tutti gli altri cittadini
dalla parte più rimota delle murge ove l’erba è migliore e più copiosa.
Non potendo gli altri parteciparne per la mancanza dell’acqua che
avesse potuto ristorare i loro animali, rimaneva questa al pieno
comodo, e sazietà delle numerose greggi che vi tenevano, e tuttavia
essi vi tengono per tutto l’anno.
Al contrario gli animali degli altri cittadini che non avevano il
comodo dell’acqua non potevano fare che delle brevi e molto stentate
scorrerie in quella parte soltanto delle murge ch’è più vicina
all’abitato, ove andava a raggrupparsi un numero immenso di bestiame,
il quale non poteva passare innanzi per non andare a perire di sete.
Qual pascolo quindi poteva trovarsi in un suolo mietuto ogni dì da
tante migliaja di denti? A buona ragione può dirsi che il _dritto
civico_ ch’essi pagavano e stanno tuttavia pagando alla Cassa comunale
lo pagavano e lo pagano più per l’aria fresca che sono nella necessità
di andare ivi a respirare nella estiva stagione che per l’erba che vi
trovano.
Dalle premesse osservazioni è facile comprendere che il dritto de’
cittadini di Ruvo sul demanio delle murge in astratto è uguale per
tutti, ma nel fatto vi è tanta disparità di godimento che distrugge
ogni idea di uguaglianza. Fu ciò da me ben capito fin dal principio.
Quindi dopo stipulato il precitato strumento di transazione dell’anno
1805 proposi la formazione delle cisterne comunali in que’ luoghi
delle murge che si sarebbero creduti opportuni capaci di contenere
acqua sufficiente per tutti gli animali che vanno ivi a pascolare
nella estiva stagione. Osservai che la spesa che sarebbe occorsa
per la costruzione di esse non sarebbe stata priva di un vistoso
fruttato, poichè nella Provincia di Bari, la quale è povera di acqua
e soggetta alla siccità la fida dell’acqua estiva si fa ad una ragione
vantaggiosa.
Questo progetto fu ben gustato e valutato dall’Amministrazione comunale
di allora che pensava sanamente. Si sarebbe messa mano alla costruzione
delle peschiere suddette se la rinnovazione delle strade interne della
città che interessava la salute degli abitanti non avesse esatta una
giusta preferenza, e pronti provvedimenti. Nondimeno non fu il progetto
obliato. Possiede il Capitolo di Ruvo nella rimota parte delle murge un
laghetto formato dalla natura, e corredato anche di opere di fabbriche
che porta il nome di _lago di annaja_. Si pensò acquistarlo per conto
del Comune, e la cosa fu molto bene ideata.
Il fu Signor Devenuto Cancelliere Comunale in quel tempo, che meglio
di ogni altro capiva quanto era importante il provveder di acqua
l’erbaggio delle murge, mi diè in nome del Decurionato le più calde
premure perchè mi fossi interposto per ottenere dal Capitolo la
cessione del lago suddetto. Si diresse a me perchè essendo stato per
lunghi anni Avvocato anche di quel Capitolo, ha lo stesso serbato per
me sempre un particolar riguardo, di cui debbo altamente lodarmi.
Ne feci quindi la richiesta, e valga il vero non dovei stentar molto
ad ottenere tal favore, perchè il Clero di Ruvo si è prestato sempre
a concorrere al bene della comune patria. Quindi nell’anno 1822
rimase l’affare definitivamente combinato e conchiuso, e la detta
pregevolissima proprietà fu conceduta alla nostra città in enfiteusi
perpetua per lo discretissimo canone di annui ducati cinquanta.
Abbondando inoltre il Capitolo di compiacenza e condiscendenza alle mie
premure si contentò anche che fino a che il contratto non fosse rimasto
convalidato dalla Sovrana approvazione, avesse l’Amministrazione
comunale ritenuto il lago suddetto a titolo di affitto.
Entrata quindi questa nel possesso del lago cominciò a fare la fida
dell’acqua agli animali de’ cittadini che andavano a pascolare nel
Demanio delle murge. Col prodotto di essa pagava gli annui ducati
cinquanta al Capitolo, e vi faceva non lieve guadagno. Nell’anno 1827,
essendosi sul contratto suddetto ottenuta la Sovrana approvazione, ne
fu stipulato pubblico strumento. Fu questa la prima pietra messa di
un’opra tanto utile, e tanto desiderata dalla intera popolazione. Se vi
fosse stata la buona volontà di proseguirla, non sarebbero certamente
mancati i mezzi di costruirsi nelle murge quelle cisterne, le quali
mentre avrebbero soddisfatti i voti di tutti i cittadini, avrebbero
anche notabilmente accresciute le rendite della Cassa comunale.
Ma quest’opera pubblica non solo utilissima, ma anche indispensabile
al bisogno, ed al bene della intera popolazione, si è veduta finora
postergata, ed attraversata a forza di cabale, ed intrighi suggeriti
dal privato interesse che corrompe tutto. Sono stati questi anzi così
potenti, e tanto audaci che sono riusciti ad annientare anche il lago
di annaja! Quel lago che l’avvedutezza, e la diligenza del Capitolo ha
saputo conservare per secoli interi, rimasto per poco più di un lustro
dopo l’anno 1827 nelle mani della moderna Amministrazione comunale,
non esiste più e si è fatto rimaner distrutto, ed interrato con una
balordaggine veramente inconcepibile! Tre proprietarj di masserie
nella contrada suddetta indispettiti che coll’acquisto fatto dal Comune
del lago di annaja era venuto a rompersi quel monopolio che facevano
dell’erba, ebbero nell’anno 1834 l’ardimento di dissodare coll’aratro
gli antichissimi canali saldi che conducevano allo stesso le acque
piovane, onde farlo interrare, come ne rimase per necessità interrato.
Intanto la moderna Amministrazione comunale largamente aberrando,
o volendo piuttosto aberrare, in vece di prendere le vie giudiziali
proprie, ed opportune tanto civili che penali suggerite dalla legge per
la pronta, e spedita correzione di sì grave attentato, si divagò in un
tardivo procedimento amministrativo tortuoso, di equivoca ed incerta
riuscita, e non conveniente alla qualità del fatto, ed alla vera veduta
legale dell’affare. Dal che n’è seguito che il lago suddetto è tuttavia
interrato, e la Cassa comunale sta pagando annui ducati cinquanta al
Capitolo, senza nulla più ritrarre dalla fida dell’acqua! La piena
sposizione delle circostanze di un avvenimento quanto pregiudizievole
alla popolazione, altrettanto scandaloso sotto tutti i rapporti, e
del vero concetto legale di esso non potendo aver luogo in un cenno
istorico, lo riserbo ad altro lavoro.
Dopo il guasto avvenuto del lago suddetto si è cercato, per quanto mi
è stato ultimamente riferito, supplire il vuoto che lo stesso produce
con alcuni piccioli vasi d’acqua formati nella contrada delle murge.
Ma troppo ci vuole perchè questa operazione corrisponda compiutamente
al comodo della popolazione di Ruvo, al bisogno di un vasto e spazioso
erbaggio, qual è quello delle murge, agl’interessi della Cassa
comunale, ed ai doveri di un’Amministrazione municipale saggia avveduta
e superiore a tutte le macchinazioni del privato interesse!
Nell’anno 1836 la nostra città si mantenne libera dal terribile
flagello del _Cholera_, che aveva infettata la intera Provincia, fino
al dì della Festa di S. Rocco che lì si celebra con gran sontuosità,
e gran concorso di gente dalle convicine città la prima Domenica di
settembre. Il dì che susseguì alla Festa suddetta fu apportatore de’
primi casi del _Cholera_ in quella città. Valga ciò a convincere
chiunque che con molta saviezza gli Scrittori della materia, e
specialmente il Muratori hanno osservato che nelle circostanze di mali
contagiosi (quale io reputo il _Cholera_ che che altri ne credano)
sono perniciosissime le grandi unioni di popolo. Tanto peggio se vi si
unisce anche la intemperanza che accompagna sempre le feste popolari.
È però notabile che la mortalità fu ivi tanto lieve che i Ruvestini non
concepirono affatto di quel morbo spaventevole nè quella idea, nè quel
terrore che lasciò in altri luoghi la grandissima strage che ne fu la
conseguenza.
Rinnovatosi lo stesso flagello prima in Napoli, ed indi man mano
per tutto il Regno nella primavera dell’anno 1837 con una ferocia
anche maggiore, io che mi trovava allora in Ruvo credei cosa saggia
e prudente il rimanere ivi tutta la està, e l’autunno fino a che il
morbo suddetto venne a cessare. Osservai in quella occasione che la
nostra città fu l’ultima della Provincia ad esserne tocca. Le persone
attaccate dal morbo furono circa settanta, delle quali ne perirono
dieci, o dodici soltanto. Gli altri si curarono colla massima facilità,
malgrado la oscurità che tuttavia vi è circa il metodo curativo del
morbo suddetto.
Osservai inoltre ch’entrato il _Cholera_ in una casa non si propagava
ordinariamente dalla persona infetta alle altre della famiglia,
mentre in altri luoghi n’erano rimaste sterminate famiglie intere. Se
sia ciò derivato dalla bontà dell’aere, dalle fisiche disposizioni
degli abitanti, o da altre ignote cagioni, chi potrebbe e saprebbe
indovinarlo? Il Nestore della Chirurgia e mio rispettabile amico
Cav. D. Lionardo Santoro dice con ragione di esser questo un morbo
incomprensibile ed indefinibile.
Tenga Dio sempre da noi lontano cotesto terribile flagello. Ma in ogni
caso esorto i miei concittadini a non disprezzarlo, ad essere più cauti
nel preservarsene, e ringraziare la Provvidenza del pochissimo danno
sofferto dalla nostra città nella catastrofe luttuosa dell’anno 1836 e
1837.
CAPO XV.
_Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,
sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini
introdotti nella moderna Amministrazione comunale._
Della ridente, e vantaggiosa situazione della nostra città si è
detto abbastanza nel Capo VI. Aggiungo quì solo che le abitazioni
de’ cittadini, le quali si mostravano prima troppo antiche e tetre
piuttosto allo sguardo, si vanno ora man mano riducendo al gusto
moderno con maggior politezza ed eleganza. Quindi la città suddetta
va ora prendendo un aspetto più ilare, e ben diverso da quello che
aveva cinquant’anni indietro. Si aggiunga a ciò che l’aumento della
Popolazione che va lì ogni dì crescendo ha reso indispensabile
l’uscirsi fuori dell’antico recinto della città. Si sono quindi
costrutte non poche nuove case e palagi ne’ lati orientale meridionale
ed occidentale di essa, e se ne stanno tuttodì costruendo. Quali
novelli edificj essendo di miglior gusto, vengono a renderla anche più
bella.
Va ora la nostra città ad acquistare anche un nuovo lustro da uno
stabilimento, il quale comunque di privata proprietà, è principalmente
dedicato al decoro ed ornamento della stessa. Non debbo quì defraudare
di quella laude che l’è dovuta la mia Signora Cognata D. Giulia Viesti
vedova del fu mio fratello Giulio, e Madre e tutrice del mio nipote
Giovannino di lui figliuolo ed erede.
La fama de’ pregevolissimi oggetti di antichità in Ruvo rinvenuti
attira ivi di continuo una folla di distinti personaggi tanto Regnicoli
che Esteri. Mi ha ciò determinato a riunire in una sola collezione i
vasi fittili ereditarj del fu mio fratello Giulio, quelli acquistati da
me rimasti tuttavia in Ruvo, e moltissimi altri che negli anni passati
mi ho ritirati in Napoli per mio diletto e per le mie letterarie
applicazioni.
Questa mia idea è stata energicamente secondata dalla detta Signora
Viesti, la quale alle altre sue stimabili qualità unisce anche un animo
virile ed un trasporto positivo per gli oggetti di antichità superiore
alle inclinazioni del suo sesso: di modo che la di lei attiva ed
efficace cooperazione ha influito e valuta moltissimo nel facilitare
gli acquisti fatti da entrambi delle moltiplici antiche stoviglie che
la nostra famiglia si trova fortunatamente a possedere.
Ella dunque avendo impreso ad edificare pel detto suo figliuolo
Giovannino un novello palagio nel sito più bello della nostra città,
cioè al largo fuori la Porta di Noja, il primo suo pensiero è stato
quello di costruire di pianta appositamente quattro sale capaci di
contenere la detta nostra numerosa collezione.
Sarà questo quindi un Museo prettamente _Ruvestino_, perchè fornito di
vasi Italo-Greci trovati tutti in Ruvo. Servirà lo stesso a contestare
il gusto squisitissimo ch’ebbe un tempo la nostra città per le scienze
e per le belle arti che ivi fiorirono in grado eminente, e la farà
distinguere dai dotti Amatori di cotesti pregevoli oggetti che ivi
attira una nobile curiosità.
Circa il numero di quella Popolazione il Sig. Consigliere D. Giuseppe
Castaldi mio amico, ed un tempo anche mio ottimo collega, nel suo
erudito libercolo sulla _Magna Grecia_ alla pag. 52 la riporta
a seimila anime circa. È chiaro che nel ciò dire ha seguite le
statistiche antiche che fino ai primi anni di questo secolo a tal modo
l’hanno riportata. Ma nell’anno 1842 in cui egli ha scritto contava
già la nostra città circa dodicimila abitanti, e ’l numero di essi va
sempre più innanzi. Ha ora perciò il Regio Giudice di seconda classe.
Cotesto aumento di Popolazione seguito in poco più di trent’anni sembra
in verità prodigioso. Bisogna però vagliare anche le cagioni che lo
hanno felicemente prodotto. La correzione di tanti abusi introdotti
dai Locati Abruzzesi, e dalla prepotenza Baronale avendo rianimata
l’agricoltura, e la pastorizia ch’erano prima annientate, fa sì che
coll’una e coll’altra si dà oggi da vivere ad un numero infinitamente
maggiore di gente addetta tanto all’una che all’altra.
Le censuazioni de’ fondi rustici de’ Luoghi Pii ordinate ed eseguite
dal Tribunal Misto, e le altre censuazioni assai più importanti e più
estese che hanno avuto luogo per effetto della Legge del Tavoliere
dell’anno 1806 hanno moltiplicato il numero de’ mezzani, e de’ piccioli
proprietarj, e ravvivata la energia di una Popolazione agricola
schiacciata per lunghissimi anni ed impoverita da ogni sorta di
compressione.
Molti del basso popolo possedono oggi i loro fondicelli provvenuti
dalle censuazioni suddette con avergli egregiamente migliorati. La
chiusura de’ terreni demaniali aperti soggetti un tempo al pascolo
promiscuo degli animali de’ cittadini e de’ Locati del Tavoliere, ha
prodotti gli stessi vantaggiosi effetti, e rianimata l’agricoltura.
I maggiori possidenti inoltre, deposti gli antichi pregiudizj, danno
oggi volentieri i loro vasti fondi a migliorare, o a coltivare a
picciole partite agli uomini di campagna. Quindi coloro tra essi che
vivono colla sola giornata che guadagnano non sono molti.
Il massimo numero, mentre travaglia alla giornata, attende nel tempo
stesso a coltivare o il fondicello proprio, o quello che tiene a
migliorare, o a coltivare, il che raddoppia il suo guadagno. Ho
veduto io medesimo più d’uno di costoro che dopo avere travagliato
alla giornata fino all’ora del vespro, giusta la usanza de’ zappatori
Ruvestini, son passati a lavorare fino alla sera li terreni che
tenevano da me a coltivare, o a migliorare.
In fine il passaggio per quella città di una nuova e bellissima strada
consolare ha resi facilissimi i mezzi di smaltire i ricchi prodotti di
quel suolo formato dalla natura per la fertilità, e per l’abbondanza di
quanto si può desiderare pe ’l comodo della vita umana. L’accrescimento
dell’agiatezza del popolo derivato dall’esposte cagioni ha prodotto
anche l’aumento della popolazione.
Cinquant’anni indietro era il mio animo vivamente commosso dalla
miseria generale del popolo Ruvestino. È ora sommamente esultante nel
vedere che in generale ha la gente del popolo di ambi i sessi deposto
l’antico squallore vive con bastante agiatezza, e veste non solo con
politezza, ma anche non senza un certo lusso. Vi sono poveri anche in
Ruvo. E dove questi possono mancare? Ma la generalità non è più povera
e meschina come lo era una volta.
La gente di campagna è ivi laboriosa. Ma non si può fare un elogio
bastante di quella classe, la quale è addetta a lavorar la terra
coll’aratro nelle masserie di semina. Gli uomini che alla stessa
appartengono col linguaggio del luogo sono chiamati _Gualani_. Son
essi indefessi al travaglio sobrj moderati docili ubbidienti, e senza
vizj. Travagliano dalla punta del giorno fino alla sera, fanno fissa
permanenza nelle masserie suddette, e non vanno alla città a vicenda
che ogni quindici giorni la sera del Sabato, e vi restano la Domenica
soltanto.
Al contrario i zappatori sono anche buoni e valenti travagliatori. Al
tocco però della campana del vespro, quando non travagliano per loro
stessi, vogliono lasciar la zappa. Frequentano volentieri le cantine,
ed in generale sono nel tratto alquanto più ruvidi e più burberi. Tra
i primi ed i secondi vi è un lungo divario. Sembrano uomini di diverse
razze, tanto è potente la forza delle abitudini! Meritano quindi i
primi una maggiore considerazione.
Le arti sono ivi piuttosto in decadenza. Si è però molto migliorato
dallo stato in cui erano prima, e si va sempre più innanzi. Fa ciò
sperare che se non potranno queste giugnere a quel grado sublime a cui
ne’ tempi antichi si erano ivi portate, il che non potrebbe neppure
idearsi, non sarà almeno col tempo la nostra città l’ultima per la
civiltà. Li vasi di creta di ogni specie, ed anche di forme vistose
ed eleganti, si lavorano in Ruvo molto bene. L’arte anche di fare i
crivelli si è raffinata. Si vedono questi traforati con disegni varj
capricciosi e molto graziosi. Tanto de’ primi che de’ secondi si fa
molto smercio anche al di fuori, e con queste due arti principali vive
molta gente.
La gente di Ruvo in generale è di alta statura robusta ben formata,
e di buono e sano colorito. Gli uomini sono più belli delle donne.
L’uno e l’altro sesso non manca di vivacità, e sveltezza. Sono anche
i Ruvestini officiosi garbati, ed ospitali. Le danze popolari sono
molto graziose, ed animate. Il canto armonioso e piacevole. Non è
improbabile che lo abbiano ereditato dagli Arcadi loro progenitori
detti da Virgilio _soli cantare periti_, poichè le abitudini di tal
fatta passano volentieri da una generazione all’altra, e si ritengono
dal popolo.
Malgrado il giogo della feudalità è stata la nostra città sempre
una città colta, poichè, come ho detto innanzi, abbonda d’ingegni
elevatissimi i quali ben coltivati possono far prodigj. Domenico di
Gravina innanzi riportato che scrisse la sua cronaca al tempo della
Regina Giovanna I disse _Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles,
divites, et prudentes_. Michele Antonio _Baudrand_ nella sua Geografia
così ne parla, e ciò che dice fa credere che l’abbia egli visitata,
ed abbia ivi conversato con persone istruite. _Rubi oppidum Apuliæ
in Italia Antonino, quod Rubus in libris Conciliorum, nunc Ruvo. Urbs
Regni Neapolitani in Provincia Bariana Episcopalis sub Archiepiscopo
Barensi, PARVA, SED SATIS CULTA, sub dominio utili Ducis Andriæ, et
ejus Diecœsis non extenditur ultra urbis muros, vix sex militaribus
distans a Vigilia in meridiem, et XVII a Bario in occasum, uti novem a
Butunto, Andriam versus totidem, et Canusium viginti._
Mancano le notizie degli uomini più illustri che ha potuto produrre ne’
secoli passati. Ne’ tempi a noi più vicini fu illustrata dall’insigne
Magistrato Orazio Rocca di cui si è innanzi parlato il quale cessò di
vivere nell’anno 1742. Di quelli dell’epoca nostra potrei nominarne
molti tanto degli estinti che de’ viventi dotati di bello ingegno e
dottrina che han fatto, e fanno molto onore alla nostra patria. Mi
limito però al più illustre tra essi, cioè al celebre Cav. Domenico
Cotugno mio pro-zio materno che fu il Nestore della Medicina e della
Letteratura Napolitana, ed uno di quelli uomini rari, de’ quali in un
secolo se ne può vedere appena alcuno. Mi dispenso di dir altro di lui,
perchè le sue dotte opere, e la sua fama Europea fanno sì che il solo
suo nome, di cui la nostra città si gloria, vale per un elogio.
La sua morte recò dolore a tutti. La nostra città onorò un cittadino
tanto illustre con un pubblico funerale che fu celebrato in quella
Chiesa Cattedrale con pienissimo concorso di tutte le classi de’
cittadini. Quel Decurionato inoltre decretò che a spese della città se
gli fosse formato un mezzo busto di marmo, e si fosse questo situato
a futura memoria nella Casa comunale. Fu dato a me l’incarico di
proccurarlo, e corredarlo di analoga iscrizione, la quale avendola
scritta io medesimo, venne incisa in una lapide ne’ seguenti termini