Non è ciò sicuramente nè regolare nè giusto. Non deve partecipare del

beneficio della legge chi non si conforma alla stessa, e la condizione

di coloro che trasgrediscono i suoi precetti non dev’essere migliore

di quella di coloro che la rispettano. La chiusura de’ demanj ha

raddoppiato, e triplicato il valore de’ fondi. Non è tollerabile quindi

che la Cassa comunale sia fraudata di quel censo che l’è dovuto per

un tanto beneficio. Sia ciò avvenuto per connivenza o per oscitanza

dell’Amministrazione comunale, farebbe sempre torto alla stessa il non

curarlo di vantaggio.

Le contrade demaniali dell’agro Ruvestino soggette un tempo al pascolo

civico sono ben conosciute e circoscritte tanto nell’antico catasto che

nell’attuale. Si aggiunga a ciò che quasi tutti i fondi suddetti sono

di diretto dominio de’ Pii Luoghi censiti a coloro che gli tenevano

in affitto per effetto della legge de’ 21 maggio 1806 come _terreni

demaniali azionali del Tavoliere_. Gli stessi titoli quindi stipulati

colla Giunta del Tavoliere pruovano la qualità de’ terreni suddetti

soggetta un tempo al pascolo civico, ed in conseguenza anche al censo

dell’affrancazione dovuto per la chiusura di essi. Ond’è che non

mancano gli elementi sicuri per astringere i proprietarj suddetti che

hanno contravvenuto alla legge a pagarlo tanto per lo tratto successivo

che per lo passato.

Nell’anno 1822 ebbe luogo un’altra operazione utilissima a quella

popolazione, la quale se non fosse stata attraversata dalla malizia

umana, avrebbe potuto dare brillantissimi risultamenti. Ho detto

innanzi che l’antica incontrastabile opulenza della nostra città era

derivata dall’agricoltura e dalla pastorizia, a cui l’agro Ruvestino si

presta a meraviglia. Ho osservato anche che la pastorizia specialmente

era rimasta distrutta parte dalla ingordigia e dalle soverchierie de’

Locati Abruzzesi, e molto più dagli abusi interminabili introdotti

dalla Bagliva Baronale ch’era di un positivo ostacolo al progresso

delle industrie armentizie.

Colla transazione dell’anno 1805 stipulata col Duca d’Andria fu

assicurato alla popolazione di Ruvo quel pascolo che poteva farle

di nuovo fiorire, cioè il pascolo delle murge. Nell’inverno serve lo

stesso al comodo de’ cittadini ne’ luoghi fuori delle parate. Nella

estiva stagione la intera contrada delle murge è addetta ai loro

animali, ed era ciò che principalmente interessava, essendo quello

un pascolo estivo preziosissimo, senza il quale non potrebbero essi

sussistere. Ma si è fatto con ciò tutto quello che dovrebbe, e potrebbe

farsi? Nò certamente. Non sarà compiuta l’opra, se non si mette anche

quell’erbaggio interessantissimo nello stato di rendersi profittevole

ugualmente a tutti i cittadini.

La contrada suddetta è la più vasta dell’agro Ruvestino, ed anche

la più lontana dall’abitato. Non ha disgraziatamente nè fiumi nè

sorgive per dissetare gli animali che si tengono, o si portano ivi

a pascolare. L’acqua per essi indispensabile non può esser altra che

l’acqua piovana raccolta e conservata nelle grandi peschiere. Quelle

però che ivi vi sono appartengono ai proprietarj delle poche masserie

di semina stabilite nella contrada suddetta. Ho inteso sempre lagnanze

che cotesti Signori non vendevano una sola secchia di acqua, comunque

esuberante ai loro bisogni, qualunque fosse stato il prezzo loro

offerto. Perchè tanta ripugnanza? È facile intenderlo.

Era questo il mezzo indiretto di allontanare tutti gli altri cittadini

dalla parte più rimota delle murge ove l’erba è migliore e più copiosa.

Non potendo gli altri parteciparne per la mancanza dell’acqua che

avesse potuto ristorare i loro animali, rimaneva questa al pieno

comodo, e sazietà delle numerose greggi che vi tenevano, e tuttavia

essi vi tengono per tutto l’anno.

Al contrario gli animali degli altri cittadini che non avevano il

comodo dell’acqua non potevano fare che delle brevi e molto stentate

scorrerie in quella parte soltanto delle murge ch’è più vicina

all’abitato, ove andava a raggrupparsi un numero immenso di bestiame,

il quale non poteva passare innanzi per non andare a perire di sete.

Qual pascolo quindi poteva trovarsi in un suolo mietuto ogni dì da

tante migliaja di denti? A buona ragione può dirsi che il _dritto

civico_ ch’essi pagavano e stanno tuttavia pagando alla Cassa comunale

lo pagavano e lo pagano più per l’aria fresca che sono nella necessità

di andare ivi a respirare nella estiva stagione che per l’erba che vi

trovano.

Dalle premesse osservazioni è facile comprendere che il dritto de’

cittadini di Ruvo sul demanio delle murge in astratto è uguale per

tutti, ma nel fatto vi è tanta disparità di godimento che distrugge

ogni idea di uguaglianza. Fu ciò da me ben capito fin dal principio.

Quindi dopo stipulato il precitato strumento di transazione dell’anno

1805 proposi la formazione delle cisterne comunali in que’ luoghi

delle murge che si sarebbero creduti opportuni capaci di contenere

acqua sufficiente per tutti gli animali che vanno ivi a pascolare

nella estiva stagione. Osservai che la spesa che sarebbe occorsa

per la costruzione di esse non sarebbe stata priva di un vistoso

fruttato, poichè nella Provincia di Bari, la quale è povera di acqua

e soggetta alla siccità la fida dell’acqua estiva si fa ad una ragione

vantaggiosa.

Questo progetto fu ben gustato e valutato dall’Amministrazione comunale

di allora che pensava sanamente. Si sarebbe messa mano alla costruzione

delle peschiere suddette se la rinnovazione delle strade interne della

città che interessava la salute degli abitanti non avesse esatta una

giusta preferenza, e pronti provvedimenti. Nondimeno non fu il progetto

obliato. Possiede il Capitolo di Ruvo nella rimota parte delle murge un

laghetto formato dalla natura, e corredato anche di opere di fabbriche

che porta il nome di _lago di annaja_. Si pensò acquistarlo per conto

del Comune, e la cosa fu molto bene ideata.

Il fu Signor Devenuto Cancelliere Comunale in quel tempo, che meglio

di ogni altro capiva quanto era importante il provveder di acqua

l’erbaggio delle murge, mi diè in nome del Decurionato le più calde

premure perchè mi fossi interposto per ottenere dal Capitolo la

cessione del lago suddetto. Si diresse a me perchè essendo stato per

lunghi anni Avvocato anche di quel Capitolo, ha lo stesso serbato per

me sempre un particolar riguardo, di cui debbo altamente lodarmi.

Ne feci quindi la richiesta, e valga il vero non dovei stentar molto

ad ottenere tal favore, perchè il Clero di Ruvo si è prestato sempre

a concorrere al bene della comune patria. Quindi nell’anno 1822

rimase l’affare definitivamente combinato e conchiuso, e la detta

pregevolissima proprietà fu conceduta alla nostra città in enfiteusi

perpetua per lo discretissimo canone di annui ducati cinquanta.

Abbondando inoltre il Capitolo di compiacenza e condiscendenza alle mie

premure si contentò anche che fino a che il contratto non fosse rimasto

convalidato dalla Sovrana approvazione, avesse l’Amministrazione

comunale ritenuto il lago suddetto a titolo di affitto.

Entrata quindi questa nel possesso del lago cominciò a fare la fida

dell’acqua agli animali de’ cittadini che andavano a pascolare nel

Demanio delle murge. Col prodotto di essa pagava gli annui ducati

cinquanta al Capitolo, e vi faceva non lieve guadagno. Nell’anno 1827,

essendosi sul contratto suddetto ottenuta la Sovrana approvazione, ne

fu stipulato pubblico strumento. Fu questa la prima pietra messa di

un’opra tanto utile, e tanto desiderata dalla intera popolazione. Se vi

fosse stata la buona volontà di proseguirla, non sarebbero certamente

mancati i mezzi di costruirsi nelle murge quelle cisterne, le quali

mentre avrebbero soddisfatti i voti di tutti i cittadini, avrebbero

anche notabilmente accresciute le rendite della Cassa comunale.

Ma quest’opera pubblica non solo utilissima, ma anche indispensabile

al bisogno, ed al bene della intera popolazione, si è veduta finora

postergata, ed attraversata a forza di cabale, ed intrighi suggeriti

dal privato interesse che corrompe tutto. Sono stati questi anzi così

potenti, e tanto audaci che sono riusciti ad annientare anche il lago

di annaja! Quel lago che l’avvedutezza, e la diligenza del Capitolo ha

saputo conservare per secoli interi, rimasto per poco più di un lustro

dopo l’anno 1827 nelle mani della moderna Amministrazione comunale,

non esiste più e si è fatto rimaner distrutto, ed interrato con una

balordaggine veramente inconcepibile! Tre proprietarj di masserie

nella contrada suddetta indispettiti che coll’acquisto fatto dal Comune

del lago di annaja era venuto a rompersi quel monopolio che facevano

dell’erba, ebbero nell’anno 1834 l’ardimento di dissodare coll’aratro

gli antichissimi canali saldi che conducevano allo stesso le acque

piovane, onde farlo interrare, come ne rimase per necessità interrato.

Intanto la moderna Amministrazione comunale largamente aberrando,

o volendo piuttosto aberrare, in vece di prendere le vie giudiziali

proprie, ed opportune tanto civili che penali suggerite dalla legge per

la pronta, e spedita correzione di sì grave attentato, si divagò in un

tardivo procedimento amministrativo tortuoso, di equivoca ed incerta

riuscita, e non conveniente alla qualità del fatto, ed alla vera veduta

legale dell’affare. Dal che n’è seguito che il lago suddetto è tuttavia

interrato, e la Cassa comunale sta pagando annui ducati cinquanta al

Capitolo, senza nulla più ritrarre dalla fida dell’acqua! La piena

sposizione delle circostanze di un avvenimento quanto pregiudizievole

alla popolazione, altrettanto scandaloso sotto tutti i rapporti, e

del vero concetto legale di esso non potendo aver luogo in un cenno

istorico, lo riserbo ad altro lavoro.

Dopo il guasto avvenuto del lago suddetto si è cercato, per quanto mi

è stato ultimamente riferito, supplire il vuoto che lo stesso produce

con alcuni piccioli vasi d’acqua formati nella contrada delle murge.

Ma troppo ci vuole perchè questa operazione corrisponda compiutamente

al comodo della popolazione di Ruvo, al bisogno di un vasto e spazioso

erbaggio, qual è quello delle murge, agl’interessi della Cassa

comunale, ed ai doveri di un’Amministrazione municipale saggia avveduta

e superiore a tutte le macchinazioni del privato interesse!

Nell’anno 1836 la nostra città si mantenne libera dal terribile

flagello del _Cholera_, che aveva infettata la intera Provincia, fino

al dì della Festa di S. Rocco che lì si celebra con gran sontuosità,

e gran concorso di gente dalle convicine città la prima Domenica di

settembre. Il dì che susseguì alla Festa suddetta fu apportatore de’

primi casi del _Cholera_ in quella città. Valga ciò a convincere

chiunque che con molta saviezza gli Scrittori della materia, e

specialmente il Muratori hanno osservato che nelle circostanze di mali

contagiosi (quale io reputo il _Cholera_ che che altri ne credano)

sono perniciosissime le grandi unioni di popolo. Tanto peggio se vi si

unisce anche la intemperanza che accompagna sempre le feste popolari.

È però notabile che la mortalità fu ivi tanto lieve che i Ruvestini non

concepirono affatto di quel morbo spaventevole nè quella idea, nè quel

terrore che lasciò in altri luoghi la grandissima strage che ne fu la

conseguenza.

Rinnovatosi lo stesso flagello prima in Napoli, ed indi man mano

per tutto il Regno nella primavera dell’anno 1837 con una ferocia

anche maggiore, io che mi trovava allora in Ruvo credei cosa saggia

e prudente il rimanere ivi tutta la està, e l’autunno fino a che il

morbo suddetto venne a cessare. Osservai in quella occasione che la

nostra città fu l’ultima della Provincia ad esserne tocca. Le persone

attaccate dal morbo furono circa settanta, delle quali ne perirono

dieci, o dodici soltanto. Gli altri si curarono colla massima facilità,

malgrado la oscurità che tuttavia vi è circa il metodo curativo del

morbo suddetto.

Osservai inoltre ch’entrato il _Cholera_ in una casa non si propagava

ordinariamente dalla persona infetta alle altre della famiglia,

mentre in altri luoghi n’erano rimaste sterminate famiglie intere. Se

sia ciò derivato dalla bontà dell’aere, dalle fisiche disposizioni

degli abitanti, o da altre ignote cagioni, chi potrebbe e saprebbe

indovinarlo? Il Nestore della Chirurgia e mio rispettabile amico

Cav. D. Lionardo Santoro dice con ragione di esser questo un morbo

incomprensibile ed indefinibile.

Tenga Dio sempre da noi lontano cotesto terribile flagello. Ma in ogni

caso esorto i miei concittadini a non disprezzarlo, ad essere più cauti

nel preservarsene, e ringraziare la Provvidenza del pochissimo danno

sofferto dalla nostra città nella catastrofe luttuosa dell’anno 1836 e

1837.

CAPO XV.

_Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,

sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini

introdotti nella moderna Amministrazione comunale._

Della ridente, e vantaggiosa situazione della nostra città si è

detto abbastanza nel Capo VI. Aggiungo quì solo che le abitazioni

de’ cittadini, le quali si mostravano prima troppo antiche e tetre

piuttosto allo sguardo, si vanno ora man mano riducendo al gusto

moderno con maggior politezza ed eleganza. Quindi la città suddetta

va ora prendendo un aspetto più ilare, e ben diverso da quello che

aveva cinquant’anni indietro. Si aggiunga a ciò che l’aumento della

Popolazione che va lì ogni dì crescendo ha reso indispensabile

l’uscirsi fuori dell’antico recinto della città. Si sono quindi

costrutte non poche nuove case e palagi ne’ lati orientale meridionale

ed occidentale di essa, e se ne stanno tuttodì costruendo. Quali

novelli edificj essendo di miglior gusto, vengono a renderla anche più

bella.

Va ora la nostra città ad acquistare anche un nuovo lustro da uno

stabilimento, il quale comunque di privata proprietà, è principalmente

dedicato al decoro ed ornamento della stessa. Non debbo quì defraudare

di quella laude che l’è dovuta la mia Signora Cognata D. Giulia Viesti

vedova del fu mio fratello Giulio, e Madre e tutrice del mio nipote

Giovannino di lui figliuolo ed erede.

La fama de’ pregevolissimi oggetti di antichità in Ruvo rinvenuti

attira ivi di continuo una folla di distinti personaggi tanto Regnicoli

che Esteri. Mi ha ciò determinato a riunire in una sola collezione i

vasi fittili ereditarj del fu mio fratello Giulio, quelli acquistati da

me rimasti tuttavia in Ruvo, e moltissimi altri che negli anni passati

mi ho ritirati in Napoli per mio diletto e per le mie letterarie

applicazioni.

Questa mia idea è stata energicamente secondata dalla detta Signora

Viesti, la quale alle altre sue stimabili qualità unisce anche un animo

virile ed un trasporto positivo per gli oggetti di antichità superiore

alle inclinazioni del suo sesso: di modo che la di lei attiva ed

efficace cooperazione ha influito e valuta moltissimo nel facilitare

gli acquisti fatti da entrambi delle moltiplici antiche stoviglie che

la nostra famiglia si trova fortunatamente a possedere.

Ella dunque avendo impreso ad edificare pel detto suo figliuolo

Giovannino un novello palagio nel sito più bello della nostra città,

cioè al largo fuori la Porta di Noja, il primo suo pensiero è stato

quello di costruire di pianta appositamente quattro sale capaci di

contenere la detta nostra numerosa collezione.

Sarà questo quindi un Museo prettamente _Ruvestino_, perchè fornito di

vasi Italo-Greci trovati tutti in Ruvo. Servirà lo stesso a contestare

il gusto squisitissimo ch’ebbe un tempo la nostra città per le scienze

e per le belle arti che ivi fiorirono in grado eminente, e la farà

distinguere dai dotti Amatori di cotesti pregevoli oggetti che ivi

attira una nobile curiosità.

Circa il numero di quella Popolazione il Sig. Consigliere D. Giuseppe

Castaldi mio amico, ed un tempo anche mio ottimo collega, nel suo

erudito libercolo sulla _Magna Grecia_ alla pag. 52 la riporta

a seimila anime circa. È chiaro che nel ciò dire ha seguite le

statistiche antiche che fino ai primi anni di questo secolo a tal modo

l’hanno riportata. Ma nell’anno 1842 in cui egli ha scritto contava

già la nostra città circa dodicimila abitanti, e ’l numero di essi va

sempre più innanzi. Ha ora perciò il Regio Giudice di seconda classe.

Cotesto aumento di Popolazione seguito in poco più di trent’anni sembra

in verità prodigioso. Bisogna però vagliare anche le cagioni che lo

hanno felicemente prodotto. La correzione di tanti abusi introdotti

dai Locati Abruzzesi, e dalla prepotenza Baronale avendo rianimata

l’agricoltura, e la pastorizia ch’erano prima annientate, fa sì che

coll’una e coll’altra si dà oggi da vivere ad un numero infinitamente

maggiore di gente addetta tanto all’una che all’altra.

Le censuazioni de’ fondi rustici de’ Luoghi Pii ordinate ed eseguite

dal Tribunal Misto, e le altre censuazioni assai più importanti e più

estese che hanno avuto luogo per effetto della Legge del Tavoliere

dell’anno 1806 hanno moltiplicato il numero de’ mezzani, e de’ piccioli

proprietarj, e ravvivata la energia di una Popolazione agricola

schiacciata per lunghissimi anni ed impoverita da ogni sorta di

compressione.

Molti del basso popolo possedono oggi i loro fondicelli provvenuti

dalle censuazioni suddette con avergli egregiamente migliorati. La

chiusura de’ terreni demaniali aperti soggetti un tempo al pascolo

promiscuo degli animali de’ cittadini e de’ Locati del Tavoliere, ha

prodotti gli stessi vantaggiosi effetti, e rianimata l’agricoltura.

I maggiori possidenti inoltre, deposti gli antichi pregiudizj, danno

oggi volentieri i loro vasti fondi a migliorare, o a coltivare a

picciole partite agli uomini di campagna. Quindi coloro tra essi che

vivono colla sola giornata che guadagnano non sono molti.

Il massimo numero, mentre travaglia alla giornata, attende nel tempo

stesso a coltivare o il fondicello proprio, o quello che tiene a

migliorare, o a coltivare, il che raddoppia il suo guadagno. Ho

veduto io medesimo più d’uno di costoro che dopo avere travagliato

alla giornata fino all’ora del vespro, giusta la usanza de’ zappatori

Ruvestini, son passati a lavorare fino alla sera li terreni che

tenevano da me a coltivare, o a migliorare.

In fine il passaggio per quella città di una nuova e bellissima strada

consolare ha resi facilissimi i mezzi di smaltire i ricchi prodotti di

quel suolo formato dalla natura per la fertilità, e per l’abbondanza di

quanto si può desiderare pe ’l comodo della vita umana. L’accrescimento

dell’agiatezza del popolo derivato dall’esposte cagioni ha prodotto

anche l’aumento della popolazione.

Cinquant’anni indietro era il mio animo vivamente commosso dalla

miseria generale del popolo Ruvestino. È ora sommamente esultante nel

vedere che in generale ha la gente del popolo di ambi i sessi deposto

l’antico squallore vive con bastante agiatezza, e veste non solo con

politezza, ma anche non senza un certo lusso. Vi sono poveri anche in

Ruvo. E dove questi possono mancare? Ma la generalità non è più povera

e meschina come lo era una volta.

La gente di campagna è ivi laboriosa. Ma non si può fare un elogio

bastante di quella classe, la quale è addetta a lavorar la terra

coll’aratro nelle masserie di semina. Gli uomini che alla stessa

appartengono col linguaggio del luogo sono chiamati _Gualani_. Son

essi indefessi al travaglio sobrj moderati docili ubbidienti, e senza

vizj. Travagliano dalla punta del giorno fino alla sera, fanno fissa

permanenza nelle masserie suddette, e non vanno alla città a vicenda

che ogni quindici giorni la sera del Sabato, e vi restano la Domenica

soltanto.

Al contrario i zappatori sono anche buoni e valenti travagliatori. Al

tocco però della campana del vespro, quando non travagliano per loro

stessi, vogliono lasciar la zappa. Frequentano volentieri le cantine,

ed in generale sono nel tratto alquanto più ruvidi e più burberi. Tra

i primi ed i secondi vi è un lungo divario. Sembrano uomini di diverse

razze, tanto è potente la forza delle abitudini! Meritano quindi i

primi una maggiore considerazione.

Le arti sono ivi piuttosto in decadenza. Si è però molto migliorato

dallo stato in cui erano prima, e si va sempre più innanzi. Fa ciò

sperare che se non potranno queste giugnere a quel grado sublime a cui

ne’ tempi antichi si erano ivi portate, il che non potrebbe neppure

idearsi, non sarà almeno col tempo la nostra città l’ultima per la

civiltà. Li vasi di creta di ogni specie, ed anche di forme vistose

ed eleganti, si lavorano in Ruvo molto bene. L’arte anche di fare i

crivelli si è raffinata. Si vedono questi traforati con disegni varj

capricciosi e molto graziosi. Tanto de’ primi che de’ secondi si fa

molto smercio anche al di fuori, e con queste due arti principali vive

molta gente.

La gente di Ruvo in generale è di alta statura robusta ben formata,

e di buono e sano colorito. Gli uomini sono più belli delle donne.

L’uno e l’altro sesso non manca di vivacità, e sveltezza. Sono anche

i Ruvestini officiosi garbati, ed ospitali. Le danze popolari sono

molto graziose, ed animate. Il canto armonioso e piacevole. Non è

improbabile che lo abbiano ereditato dagli Arcadi loro progenitori

detti da Virgilio _soli cantare periti_, poichè le abitudini di tal

fatta passano volentieri da una generazione all’altra, e si ritengono

dal popolo.

Malgrado il giogo della feudalità è stata la nostra città sempre

una città colta, poichè, come ho detto innanzi, abbonda d’ingegni

elevatissimi i quali ben coltivati possono far prodigj. Domenico di

Gravina innanzi riportato che scrisse la sua cronaca al tempo della

Regina Giovanna I disse _Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles,

divites, et prudentes_. Michele Antonio _Baudrand_ nella sua Geografia

così ne parla, e ciò che dice fa credere che l’abbia egli visitata,

ed abbia ivi conversato con persone istruite. _Rubi oppidum Apuliæ

in Italia Antonino, quod Rubus in libris Conciliorum, nunc Ruvo. Urbs

Regni Neapolitani in Provincia Bariana Episcopalis sub Archiepiscopo

Barensi, PARVA, SED SATIS CULTA, sub dominio utili Ducis Andriæ, et

ejus Diecœsis non extenditur ultra urbis muros, vix sex militaribus

distans a Vigilia in meridiem, et XVII a Bario in occasum, uti novem a

Butunto, Andriam versus totidem, et Canusium viginti._

Mancano le notizie degli uomini più illustri che ha potuto produrre ne’

secoli passati. Ne’ tempi a noi più vicini fu illustrata dall’insigne

Magistrato Orazio Rocca di cui si è innanzi parlato il quale cessò di

vivere nell’anno 1742. Di quelli dell’epoca nostra potrei nominarne

molti tanto degli estinti che de’ viventi dotati di bello ingegno e

dottrina che han fatto, e fanno molto onore alla nostra patria. Mi

limito però al più illustre tra essi, cioè al celebre Cav. Domenico

Cotugno mio pro-zio materno che fu il Nestore della Medicina e della

Letteratura Napolitana, ed uno di quelli uomini rari, de’ quali in un

secolo se ne può vedere appena alcuno. Mi dispenso di dir altro di lui,

perchè le sue dotte opere, e la sua fama Europea fanno sì che il solo

suo nome, di cui la nostra città si gloria, vale per un elogio.

La sua morte recò dolore a tutti. La nostra città onorò un cittadino

tanto illustre con un pubblico funerale che fu celebrato in quella

Chiesa Cattedrale con pienissimo concorso di tutte le classi de’

cittadini. Quel Decurionato inoltre decretò che a spese della città se

gli fosse formato un mezzo busto di marmo, e si fosse questo situato

a futura memoria nella Casa comunale. Fu dato a me l’incarico di

proccurarlo, e corredarlo di analoga iscrizione, la quale avendola

scritta io medesimo, venne incisa in una lapide ne’ seguenti termini

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 25 / 36 段