afflitte da cotesto terribile flagello che le riduceva alla miseria,
e comprometteva finanche la loro sussistenza. Diversi furono gli
espedienti escogitati per distruggere un nemico così formidabile. Vi
furono anche diverse Istruzioni stampate del Ministro dell’Interno di
quel tempo tanto relativamente alle operazioni da farsi per conseguire
quest’oggetto, quanto per la esazione e ripartizione tra i proprietarj
de’ fondi rustici della spesa non lieve che queste esigevano. Era però
la cosa per se stessa assai malagevole.
Si pensò da principio di spedire molta gente provveduta delle grandi
coverte di tela grossolana che in quella Provincia si chiamano racane
per raccorre i bruchi mentr’erano ancora moscherini, e non avevano
messe le ali, come innanzi si è detto. Se ne prese a tal modo una
quantità ben considerevole. Ma poco ciò suffragava avuto riguardo
alle masse immense di milioni di milioni de’ già detti moscherini
che sarebbe convenuto distruggere. Mancavano le braccia sufficienti
all’uopo. Mancava anche il tempo proporzionato a sorprendergli prima
che si fossero resi alati, e quindi sparpagliati sulla intera campagna.
Fu assai più profittevole il mezzo di cercarsi le uova che deponevano
sotterra ne’ luoghi saldi smuovendo il terreno colle picciole zappe,
e distruggendole prima della _fetazione_. Con tal misura generalmente
presa si fece molto e ’l numero di essi si andò man mano diminuendo.
Ma non era possibile che una porzione delle ovaje non fosse sfuggita
all’attenzione di coloro che le cercavano. Quindi cotesto flagello
che tenga Dio sempre da noi lontano, sarebbe senza fallo continuato
per anni ed anni se la mano potentissima della Provvidenza non fosse
concorsa a liberarcene.
Nella està dell’anno 1813 dopo che le locuste suddette avevano messe
già le ali, e prima che fosse giunto il tempo in cui deponevano le uova
perforando il terreno, surse un vento impetuosissimo di libeccio che
le sospinse sul mare Adriatico, ove rimasero sommerse. Si osservò che
i pesci i quali si erano di esse cibati divenivano tanto fetidi che non
si potevano mangiare.
Nell’anno 1809 cessai dalle funzioni di Avvocato della nostra città
perchè venni obbligato ad assumere una carica di Magistratura da me
non ambita e non dimandata, perchè era ben contento del rango a cui
era giunto nell’Avvocheria e della fortuna che in tal carriera mi
aveva assicurata. Non lasciai perciò di prestarmi a tutto ciò ch’era
conducente al bene della mia Patria tutte le volte che ne venni
richiesto. Ciò che fu da me operato perchè non fosse rimasto soppresso
il Vescovado di Ruvo l’ho detto innanzi nel capo VII. Richiamò inoltre
la mia attenzione un articolo dell’ultimo Concordato colla S. Sede che
doveva mandarsi in esecuzione.
Si trovava in esso stabilito che in ciascuna Diocesi si doveva formare
la dotazione per un Seminario. Riflettei che la Diocesi di Ruvo non si
estende al di là delle mura della città. Ove quindi si fosse venuto
a fondare in Ruvo quel Seminario che per tal ragione non vi è stato
mai, avrebbe potuto avere tutto al più otto o dieci alunni. Riflettei
inoltre che nella città di Bitonto si trovava già fondato un Seminario.
Dipendendo quindi ambe le Diocesi dallo stesso Vescovo, il Seminario di
Bitonto avrebbe potuto essere opportuno anche per i giovani Ruvestini
avviati al Chericato.
Per altro lato ho sempre opinato che la soverchia moltiplicazione de’
Seminarj non è di veruna utilità, attesa la somma difficoltà di aversi
buoni Maestri, specialmente di Belle Lettere, de’ quali vi è gran
penuria. Se in vece di tanti Seminarj Diocesani venissero a stabilirsi
in ciascuna Provincia due o tre Seminarj Provinciali, colla riunione
delle rendite de’ diversi Seminarj Diocesani si potrebbero avere a
tal modo per la educazione della Gioventù di tutte le Diocesi Seminarj
fondati con maggior nerbo e provveduti di buoni Maestri, de’ quali non
è facile averne quanti se ne vogliono.
Questi riflessi mi suggerirono la idea che nella esecuzione del
precitato articolo del Concordato sarebbe stata cosa utilissima
per la nostra città se in luogo del Seminario si fosse ottenuto lo
stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie. Considerai che
sarebbe stato ciò conducente alla istruzione non solo de’ Cherici,
ma anche di tutta la Gioventù Ruvestina. Che la nostra città
produceva talenti elevatissimi, i quali si perdevano per la mancanza
delle scuole. Che quindi si sarebbe venuto a fare molto guadagno
se si fossero ivi stabilite le scuole pubbliche regolate da Uomini
rispettabili e versati nella istituzione ed educazione della Gioventù.
La mia idea piacque a tutte le persone sensate, e venne accolta anche
con fervore dal Decurionato che la secondò energicamente. Fu quindi
determinato che ove ciò si fosse ottenuto, il Convento e la Chiesa de’
soppressi Domenicani che la nostra città teneva in dono dal Governo,
sarebbe rimasta ceduta ai PP. delle Scuole Pie che sarebbero venuti
ivi a stabilirsi. Dopo ciò ne fu dalla nostra città rassegnata al
Re l’analoga dimanda ragionata. Il Sindaco in nome del Decurionato
mi scrisse con calore che l’avessi portata innanzi come venne da me
eseguito, non senza però avere incontrato un forte ostacolo per le
circostanze che passo ad esporre.
Erano incaricati della esecuzione del Concordato suddetto per parte
del Re S. E. il fu Sig. Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora
di Grazia e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, e per parte
della Corte di Roma Monsignor D. Alessandro Giustiniani Nunzio
allora Apostolico, ed indi Cardinale. Rimessa ad entrambi la supplica
rassegnata al Re dalla nostra città, il primo pensando da Filosofo
gustò molto bene il progetto con essa proposto. Il secondo però si
atteneva strettamente alla lettera del Concordato, e voleva in ogni
conto in Ruvo un Seminario. Nè fu possibile rimuoverlo da questa idea a
cui rimase fermamente attaccato.
Il Sig. Marchese Tommasi aveva molta bontà per me. Era inoltre persuaso
che io cercava unicamente il bene della mia Patria, e che niun altro
poteva essere al caso di calcolare più, e meglio di me ciò che sarebbe
stato per la stessa di maggiore utilità. Mi riuscì trarlo nell’impegno
positivo di far valere il suo avviso, benchè contraddetto da Monsignor
Nunzio. Quindi per opra sua rimase il Re pienamente convinto che la
nostra dimanda era meritevole di favore, e si degnò scrivere di proprio
pugno una lettera al S. Padre, colla quale lo pregò a prestare il suo
consenso che in luogo del Seminario si fosse in Ruvo stabilita una Casa
de’ PP. delle Scuole Pie.
Avendo Sua Santità benignamente aderito a tal richiesta ch’era partita
da una mano così alta, fu Monsignor Nunzio obbligato ad acchetarsi.
Quindi lo stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie nella città
di Ruvo venne ordinato con Real Rescritto del dì 12 Ottobre 1819, ed
indi confermato con Real Decreto del dì 20 aprile 1820 relativo allo
stabilimento di alcuni Conventi, e Case Religiose ne’ Reali Dominj al
di qua del Faro.
Parve però che Monsignor Nunzio fosse rimasto in certo modo piccato
di essersi ciò ottenuto senza il di lui concorso. Diè un argomento
del suo mal’umore allora che si venne a fissare la dotazione della
Casa suddetta da stabilirsi a Ruvo. Ei che non aveva mostrata mai
stitichezza nella dotazione de’ Conventi che si andavano a rimettere
per la esecuzione del detto Concordato, al Convento delle Scuole Pie di
Ruvo non voleva dar altro che l’annua rendita di circa ducati novecento
che si ritraeva da diversi fondi demaniali rimasti ivi disponibili.
Valeva però ciò lo stesso che rendere inutile la grazia ottenuta,
perchè con annui ducati novecento non avrebbe potuto certamente
sussistere una comunità di tal fatta.
Il Marchese Tommasi che voleva evitare di portar più oltre anche questo
articolo subalterno, m’insinuò che avessi praticati degli uffizj presso
Monsignor Nunzio, e per valermi delle sue precise espressioni, che gli
avessi dato anche del fumo. Non tardai ad eseguirlo, e valga il vero
ricevei da lui un’accoglienza la più cortese gentile ed obbligante. Lo
pregai caldamente per una competente dotazione, e gli dissi che dalle
sue mani attendeva la nostra città il compimento di un’opra così santa.
Ei rimase molto soddisfatto di questa parte. Dopo pochi giorni venne
tutto ultimato. Con Real Rescritto del dì 3 Giugno 1820 la Casa de’ PP.
delle Scuole Pie di Ruvo ricevè una dotazione non solo conveniente,
ma anche comoda, poichè i beni fondi alla stessa assegnati essendo
stati migliorati, e venendo amministrati con quell’avvedutezza, ed
accorgimento che mancava agli Agenti demaniali, hanno dato anche un
notabile aumento di rendita.
Non debbo quì defraudare di quella laude che gli è dovuta il Sig.
Primicerio D. Domenico Chieco di cui ho fatta innanzi anche onorevole
menzione. Era egli in quel tempo Vicario di Monsignor Manieri Vescovo
di Ruvo e di Bitonto. Ei spiegò tutto il zelo, ed energia nel secondare
con tutti i mezzi ch’erano nel suo potere cotesta operazione utilissima
alla comune Patria. Venne la stessa appoggiata solidamente dai rapporti
fatti al Ministero da Monsignor Vescovo. Questo zelo lo serbò fino
all’ultimo, poichè dopo ottenuto l’intento si occupò ben anche a far
restaurare, e preparare il già detto Convento de’ soppressi Domenicani
ove i PP. delle Scuole Pie vennero a stabilirsi.
Ecco come si trovano essi stabiliti in Ruvo. Non può lodarsi abbastanza
il zelo col quale si occupano ad istruire la Gioventù Ruvestina nelle
Lettere, ed allevarla nelle Pratiche religiose. Ho però da essi inteso
con positivo rancore, ed indignazione che vi sono (salva la pace de’
buoni) taluni genitori, li quali non s’incaricano punto d’informarsi
neppure da essi della condotta, e del profitto de’ loro figliuoli!!!
Miserabili! A tal modo valutano il segnalato beneficio che hanno
ricevuto? I genitori però che non curano la buona riuscita de’ loro
figliuoli sono maledetti da Dio, e disprezzati dagli uomini.
Verso la stessa epoca ebbi anche la occasione di occuparmi di un altro
articolo interessantissimo per la nostra città. Tra gli esiti messi a
carico di quel Comune nello stato discusso, o sia _budjet_, vi è quello
di annui ducati mille circa per la formazione delle strade Provinciali.
Più di ogni altro luogo aveva la nostra città bisogno di esse. Li due
tratti di strada specialmente da Corato a Ruvo, e da Ruvo a Terlizzi
frequentati per necessità più di tutti gli altri, si erano resi tanto
orribili che superavano la immaginazione. Non erano più trafficabili
senza grandissimo disagio, ed anche senza pericolo nè colla vettura, nè
a cavallo, nè a piedi.
Intanto mentre li tre Comuni di Ruvo di Corato e di Terlizzi avevano
versate somme rilevantissime per molti anni nella Cassa delle strade
Provinciali, neppure un ducato si era speso ancora pe ’l loro comodo!
Vi era il progetto per la formazione di una nuova strada interna, la
quale cominciando da Canosa, e passando per Andria Corato Ruvo Terlizzi
e Bitonto andar doveva a Cisternino. Ma le carte relative allo stesso
si erano messe in oblio e servivano di pascolo alle tignuole.
Li Signori che componevano la Commissione delle opere pubbliche di
quella Provincia erano Baresi. Consisteva il loro zelo nell’adoperarsi
che tutte le nuove strade che si facevano a spese della Provincia
fossero cominciate dalla città di Bari, onde le loro Dame da qualunque
lato avessero voluto uscire a diporto in carrozza non fossero state
incomodate dalle scosse. Tutte le altre città della Provincia non le
consideravano altrimenti che come contribuenti per servire al loro
comodo, ed alla loro delizia!
Fremevano di ciò principalmente i Ruvestini che messi in mezzo a
due tratti di strada precipitosissimi, ne risentivano un maggiore
discapito. Essendomi recato a Ruvo m’informò il Sindaco dell’intrigo
che vi era a Bari, e mi diè le più calde premure perchè mi fossi ivi
recato di persona per tenerne al Sig. Intendente della Provincia un
discorso positivo, ed efficace. Occupava allora quella carica il fu
Sig. Conte di Montaperto D. Gennaro Tocco de’ Principi di Montemiletto,
uomo di elevati e perspicacissimi talenti di belle cognizioni, e di
rettissime intenzioni. Era egli molto mio amico. Avendolo pienamente
informato di tutte le premesse circostanze, ne rimase fortemente
penetrato.
Quindi accogliendo la nostra dimanda ordinò definitivamente che senza
ulteriore ritardo si fosse messa mano alla strada suddetta da Canosa a
Cisternino, e nell’indicare i punti li più urgenti dai quali dovevano
cominciarsi i lavori, vi comprese principalmente il tratto di strada
tra Corato Ruvo e Terlizzi. Dietro l’efficaci disposizioni da lui date
feci assistere presso la Direzione de’ Ponti e Strade perchè si fosse
messa mano all’opra come si fece. Cotesta nuova e bellissima strada
che ha rimpiazzata la via Trajana ora è compiuta. Il vantaggio che ne
ha da ciò riportato la nostra città è immenso. Oltre il comodo accesso
che ora vi è alla stessa, è venuta anche a rimanere accresciuta la sua
ricchezza. Cotesta strada facilita il commercio interno, lo smaltimento
de’ prodotti del suo vasto territorio, e ’l trasporto di essi alla
marina per imbarcarsi, il quale era per lo innanzi molto malagevole. Il
passaggio inoltre di una bella strada consolare trafficata di continuo
porta sempre un notabile guadagno ai luoghi che traversa. Si vedono ora
in fine moltiplicate in Ruvo anche le carrozze per le quali mancava
prima una strada praticabile, ed è questo anche un progresso nella
civiltà.
Non è quì a passarsi sotto silenzio un punto della detta nuova strada
veramente incantevole. In quel tratto di essa che mena da Corato
a Ruvo, la prima contrada che s’incontra dell’agro Ruvestino porta
il nome di _Bel luogo_, la quale era una delle cinque contrade che
formavano l’antico Demanio della città. _Respondent rebus nomina
sæpe suis._ È quello in vero il punto più bello e più gajo dell’agro
Ruvestino, il quale prima della formazione della novella strada era
poco conosciuto dagli stessi abitanti della nostra città. È questo
elevatissimo, ed ha sottoposta una ben larga e spaziosa vallata coverta
di piantazioni e di praterie, la quale termina alla marina, e diletta
sommamente lo sguardo. Domina inoltre tutte le belle città messe sul
litorale dell’Adriatico da Barletta a Bari. Un sito così delizioso che
il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 aveva condannato
al pascolo delle bestie, si vede ora coverto di belle e ridenti
piantazioni e casine di campagna che ne hanno accresciuto infinitamente
il valore non meno che la vaghezza.
Anni indietro il nostro ottimo Sovrano Ferdinando II viaggiando per
le Puglie, e percorrendo la già detta novella strada di Canosa, si
compiacque di passare anche per la nostra città. Giunto al punto di
_Bel luogo_ rimase talmente colpito dal magnifico colpo d’occhio che
questo gli presentava che fece fermare la sua carrozza per meglio
comtemplarlo. Chiamato indi a se il capo della Guardia urbana Ruvestina
a cavallo che aveva l’onore di scortare S. M. dai confini del nostro
territorio, volle essere informato del nome di quel sito incantevole,
e de’ nomi di ciascuna delle sottoposte città della Marina ch’erano a
vista. Giunto indi a Ruvo ebbe la bontà di smontare dalla carrozza e
traversare la città a piedi seguito da tutta la popolazione giuliva,
ed esultante che l’era uscita incontro con aver lasciato in quel dì
qualunque lavoro, del che ne mostrò il Re espressamente una piena
soddisfazione.
Nel movimento costituzionale dell’anno 1820, malgrado la effervescenza
che vi era in altre convicine città, fu serbata in Ruvo la massima
tranquillità, e ’l più saggio contegno. Nè vi fu ivi alcuna novità fino
a che il Re colla sua proclamazione del dì 6 Luglio comunicata alle
Provincie per telegrafo venne a spiegare la sua intenzione. Furono in
quell’epoca richiamati alle bandiere tutti i soldati congedati. Non vi
fu un solo soldato Ruvestino che non avesse prontamente ubbidito, o che
vi fosse stato bisogno di condurlo colla forza.
Molti di essi dopo il congedo ottenuto si erano ammogliati, ed aveano
procreati de’ figliuoli. Questa circostanza rendeva più pregevole
e valutabile la loro prontezza nell’ubbidire, perchè venivano le
loro famiglie a rimanere senza il capo che le alimentava. Questa
considerazione avendo commosso l’animo de’ Proprietarj Ruvestini, fu
aperta tra essi una volontaria soscrizione. Con questo mezzo venne
a formarsi un fondo di sussidj a favore delle famiglie de’ soldati
congedati, ed ammogliati che partivano per l’esercito, durante il
tempo che sarebbero rimasti sotto le bandiere. A questa bell’opra che
onora molto la umanità, ed i sentimenti de’ numerosi soscrittori che
vi concorsero, e merita un luogo nella Storia, prese anche parte il
Capitolo di Ruvo.
Un altra interessante operazione ebbe luogo dopo l’anno 1820. Ne’
terreni _appatronati_ seminatorj siti nel Demanio di Ruvo vi era
l’antica consuetudine che dopo falciate le messi, potevano entrarvi a
pascere indistintamente gli animali de’ cittadini. Era stato cotesto
dritto confermato anche dal precitato decreto di Revertera, e di
Guerrera dell’anno 1549, poichè nell’essersi ordinata l’apertura de’
parchi, e delle mezzane, come si è detto alla pagina 199, fu soggiunto
_Atque in eis libere pasculari possint tam pecudes Regiæ Dohanæ, quam
dictæ civitatis_.
Poco importante era in quel tempo cotesto dritto civico perchè gli
abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, e dai Baglivi Baronali avevano
nel territorio di Ruvo annientata la pastorizia. Corretti però gli
abusi Baronali colla transazione dell’anno 1805, e quelli de’ Locati
Abruzzesi colla Legge del Tavoliere dell’anno 1806, e restituito il
Demanio al libero uso de’ Cittadini, il dritto suddetto cominciò a
valere moltissimo. Il passaggio istantaneo però dalla servitù alla
libertà è ordinariamente accompagnato da disordini e da inconvenienti.
Cotesta libertà di pascolo in un vasto Demanio che si era racquistata
fece sorgere una folla di specolatori, de’ quali la ingordigia ed
insolenza non cedeva punto a quella de’ Locati Abruzzesi, e de’ Baglivi
Baronali. Tutta quella parte del Demanio ch’è più vicina all’abitato,
ove vi sono le masserie di semina, si vide ingombrata da picciole,
ma numerose partite di pecore di capre e di porci specialmente de’
beccaj. Cotesta gente indiscreta ed insolentissima non rispettava nè le
riserbe di erba per i bovi aratorj, tutto che convenute espressamente
colla transazione dell’anno 1805, nè i seminati istessi. Era quindi
inevitabile venirsi con essa alle prese ogni giorno. Le risse che ne
seguivano erano continue, ed avrebbero potuto giugnere a qualche cosa
di peggio.
Era questa in vero una bella specolazione di vivere bene a spese
altrui! Li proprietarj delle masserie erano esposti alla eventualità
delle buone, e delle cattive ricolte, e pagavano il peso fondiario
allo Stato. E poichè quasi tutti i terreni di esse sono de’ Luoghi
Pii censiti per effetto delle Leggi del Tavoliere dell’anno 1806 e
1817, avevano anche pagate quattro annate di entratura alla Cassa del
Tavoliere, e stavano corrispondendo ai diretti padroni de’ terreni
suddetti i canoni convenuti coll’aumento del decimo stabilito a favore
de’ Pii Luoghi colla Legge dell’anno 1817. Intanto non erano padroni
del frutto naturale dell’erba de’ loro fondi, la quale veniva divorata
gratuitamente e senza pagamento alcuno dagli animali di cotesti
specolatori ai quali nulla la stessa costava!
Per ovviarsi a cotesto ben cimentoso inconveniente si rese
indispensabile far uso della Legge del dì 3 Dicembre 1808, la quale
permette la chiusura de’ terreni _appatronati_ demaniali ed aperti
soggetti alla precitata consuetudine del pascolo civico. È risaputo
che coll’articolo XLVII di essa è tal chiusura permessa senza
pagamento alcuno se la consuetudine suddetta provviene da un dritto di
_compascuo_. Coll’articolo XLVIII poi è prescritto che ove la stessa
provvenga da una _riserva_ fattasi dal Comune sui terreni demaniali
aperti occupati dalla coltura, n’è permessa anche la chiusura col
pagarsi però alla Cassa comunale un censo a titolo di _affrancazione_.
Una quistione elevata da taluni proprietarj di masserie tenne per
più anni arrestata cotesta utilissima, ed indispensabile operazione.
L’Amministrazione comunale non si opponeva alla chiusura. Non voleva
però altrimenti permetterla che per la via dell’_affrancazione_ ai
termini del precitato articolo XLVIII. I proprietarj suddetti al
contrario qualificando la già detta consuetudine per un dritto di
_compascuo_ volevano la chiusura de’ loro terreni senza pagamento
alcuno ai termini dell’articolo XLVII.
Fu tal quistione portata innanzi al Tribunal Civile di Trani. Tutto
che mi fossi io trovato il maggior possidente di terreni seminatorj di
questa natura, non volli prendere alcuna parte in quel giudizio. Avendo
sempre sostenuto il patrocinio della nostra città, non sentiva il mio
animo disposto a contenderle il precitato dritto di _affrancazione_.
D’altronde non era persuaso tampoco di quel _compascuo_ che con
soverchia chiarezza vedevano li Sig. Avvocati Tranesi che difendevano i
Proprietarj di masserie dissidenti.
Ed in vero ai termini dell’articolo 570 delle LL. CC. il dritto di
compascuo altro non è che una servitù reciproca di pascolo stabilita
tra i proprietarj di due, o più fondi. Non si trattava però nella
specie di una servitù di tal fatta stabilita tra un fondo e l’altro;
ma bensì di una servitù attiva di pascolo che competeva generalmente su
tutti i fondi seminatorj del demanio dopo tagliate le messi a qualunque
cittadino di Ruvo, benchè non proprietario di fondi nel Demanio
suddetto. Come dunque qualificarsi per compascuo un dritto di tal
fatta?
Questo concetto giusto ed adeguato da me formato della cosa mi rendeva
rincrescevole la remora che col precitato giudizio veniva ad apporsi
ad una operazione che le premesse circostanze imperiosamente esigevano.
Il Sindaco di allora D. Vincenzo Spada che ben conosceva ciò che io ne
pensava, mi diè un veemente assalto, e mi fece determinare a troncare
cotesto nodo Gordiano col presentare al Sig. Intendente della Provincia
nella qualità di Commissario del Re per la divisione e chiusura de’
demanj la dimanda per l’_affrancazione_ de’ terreni di mia proprietà
siti nel Demanio ai termini del precitato articolo XLVIII della Legge
de’ 3 Dicembre 1808.
La dimanda da me data fu intesa col massimo trasporto dal Decurionato,
ed accolta con gradimento dall’Intendente. Quindi con sua ordinanza
del dì 24 Marzo 1823 permise la dimandata chiusura, e diè le analoghe
disposizioni relativamente al censo da stabilirsi per l’affrancazione,
di cui ne fu stipulato pubblico strumento dal Notajo D. Pier Giuseppe
Cantatore di Ruvo.
L’esempio da me dato scoraggiò i Proprietarj dissidenti che sostenevano
il _compascuo_, e fece finir la lite. Tutti coloro che stavano
sospesi ed attendevano l’esito di essa, corsero allora a folla a
dimandare l’affrancazione. Gli stessi dissidenti si videro obbligati
a conformarsi agli altri per non rimanere soli coi terreni aperti, ed
esposti a danni maggiori. Ora son tutti contenti di questo segnalato
beneficio accordato dalle novelle leggi. Mentre le piantazioni si
sono accresciute in un modo prodigioso, e ’l territorio di Ruvo
si è migliorato, e si va migliorando sempre più alla giornata, la
Cassa comunale ha ricevuto anche un rinforzo non lieve dai censi
dell’affrancazione del Demanio.
Non manco intanto di quì avvertire di esser giunto a mia sicura notizia
che mentre tutti i possessori di terreni un tempo demaniali e soggetti
al pascolo civico hanno profittato del decreto del dì 3 dicembre
1808, e gli hanno chiusi col fatto, non tutti però hanno stipulate le
affrancazioni dallo stesso prescritte. Che quindi ve ne ha parecchi i
quali stanno fraudando la Cassa comunale de’ censi corrispondenti.