stati nascosti o in quelle stesse grotte ignote ai Francesi, o nelle
campagne ov’erano stati precedentemente trasportati dai più ricchi
possidenti che avevano preveduto quel disastro che venne la detta
città a soffrire. D’altronde il saccheggiamento degli altri effetti
meno preziosi rimasti nelle case non durò che poche ore. Le premurose
insistenze del Conte di Ruvo, che riscuoteva dai Francesi tutto il
riguardo per la sua illustre condizione pe’ suoi talenti e pe ’l
suo sommo coraggio, fecero sì che il General _Broussier_ il giorno
istesso colle sue truppe se ne ritornò a Barletta. Il che diè anche
l’agio agli abitanti di uscire dai loro nascondigli ed occuparsi di
proposito a finire di estinguere l’incendio, il quale fece perciò
pochissimo danno. Un buon numero in fine degli uccisi dal furore de’
soldati entrati colle armi alla mano fu, per quanto mi venne riferito,
della gente venuta dai casali di Bari, a cui non erano noti tampoco i
detti nascondigli, e quindi non le fu facile sottrarsi alla strage che
susseguì alla presa della città.
Ben diversa però fu la sorte della povera città di Trani espugnata
dopo l’affare di Andria. Era assai più imponente l’apparato di guerra
che la stessa ostentava. Le sue mura ed i suoi bastioni che stavano in
buono stato erano circondati da un largo e profondo fossato, e muniti
di circa trenta pezzi di artiglierie di diverso calibro. Si erano presi
questi dal suo antico castello, ove si tenevano in deposito sotto la
custodia di pochi soldati invalidi. Cosa però valgono i cannoni quando
mancano gli uomini che possano sostenergli?
Cotesto apparato intanto e la trista sperienza fatta nell’attacco di
Andria posero il General _Broussier_ in molta prevenzione, e lo resero
più cauto. Quindi la città di Trani fu attaccata con tutte le regole
dell’arte della guerra. Furono presi dal castello di Barletta quattro
pezzi di grossa artiglieria, coi quali fu piantata una batteria contro
la porta della città che guarda l’occidente sulla strada di Barletta.
Contro l’altra porta che guarda l’oriente detta la _porta di Bisceglia_
furono situati gli obizzi che lanciavano nella città qualche granata
per dar terrore, giacchè non avevano i Francesi larga provvisione di
questi projettili.
Poco o nulla però fu l’effetto della batteria de’ cannoni. Era la
stessa situata a lunga distanza dalla muraglia per la seguente ragione.
Vi è da quel lato fuori della città ad una certa distanza l’antico
castello. Ove dunque la batteria suddetta si fosse più ravvicinata
alla città, sarebbe stata colpita di lato e smontata dai cannoni del
castello. Cotesta batteria dunque tirava solo per far rumore, e per
bucare le case adiacenti alla porta contro la quale era piantata.
Massimo però era il fastidio che dava agli assediati la fucileria
della fanteria nemica. Aveva questa circondato il lato orientale, e
meridionale della città, giacchè il lato settentrionale è tutto sul
mare, e ’l lato occidentale aveva, come innanzi ho detto, di fianco
il castello. Si era appostata dietro le case che stavano fuori della
città, e dietro i parieti de’ giardini adiacenti alla muraglia a mezzo
tiro di fucile. Mentre a tal modo si teneva al coverto dal fuoco della
Piazza, incomodava moltissimo coloro che la difendevano colle continue
scariche di fucileria. Teneva inoltre pronte le scale trasportate
da Barletta a bella posta per poter montare all’assalto quando fosse
giunto il momento opportuno.
In tal posizione delle cose que’ cannoni situati sulle muraglie che
sarebbero stati utilissimi agli assediati se intorno alla Piazza vi
fosse stato un regolare spianato, erano loro di sommo imbarazzo subito
che gli aggressori avevano potuto situarsi dietro sicuri ripari a mezzo
tiro di distanza. Le loro palle entrando per i vani delle cannoniere
davano un mortale fastidio agli assediati. La gente marinaresca che
formava il massimo numero di coloro che difendevano le muraglie non
assuefatta a sentirne il sibilo, se ne spaventò ben presto. Quindi al
terzo giorno dell’assedio le abbandonò con una vigliaccheria uguale
alla crudeltà, ed alla ferocia colla quale aveva massacrati i più
illustri cittadini. Tutti i marinari fuggirono al porto, ove tenevano
maliziosamente pronte le barche per poter prendere il largo, e lasciare
al macello i loro compagni d’armi.
La loro fuga scoraggiò anche gli altri, e tra essi parecchi militari,
ai quali non mancava l’ardire e la volontà di sostenere vigorosamente
l’assedio; ma vedendosi ridotti a poco numero, si sgomentarono di
continuare la resistenza contro una forza molto maggiore disciplinata
e coraggiosa. Pensarono quindi a salvarsi anch’essi. Gli assedianti
vedendo cessato il fuoco, e le mura della città sbarazzate di gente,
dubitarono da principio di qualche insidia che avesse voluto tendersi
a loro danno per fargli uscire dai loro ripari ed avvicinare alle
muraglie. Essendosi però assicurati di ciò ch’era avvenuto, discesero
ne’ fossati, si appressarono alle stesse, appoggiarono le scale, ed
entrarono nella città a loro bell’agio, senza quella resistenza che si
è spacciata da chi ha scritto non bene informato delle cose, e senza
che cotesta tranquillissima scalata fosse costata la perdita di un solo
uomo.
Si era preveduto per altro ove sarebbe andata a finire la bravura de’
marinari Tranesi. Essendosi capito il loro disegno di fuggire per la
via del mare, erano state spedite da Barletta molte barche armate,
le quali si erano schierate in faccia al porto di Trani per impedire
che fossero essi scappati sui loro piccioli navigli detti _paranze_.
Il vento però gli favorì e riuscirono ad uscire dal porto, e prendere
il largo colle loro famiglie, e col meglio che poterono trasportarsi.
Molti però di essi avendo avuto poco accorgimento ed essendo sbarcati
in luoghi non lontani da Trani, furono colti dai Francesi ch’erano
padroni del litorale e moschettati a centinaja come vili conigli.
Quella strage rese in Trani per lunghi anni meno numerosa la gente di
mare.
Pagarono costoro a prezzo ben caro la pena della loro vigliaccheria
e della prodizione fatta ai loro compagni d’armi che difendevano la
Piazza con molto coraggio. Era questa forte abbastanza e le sue mura
nulla avevano sofferto dalla batteria de’ cannoni di cui innanzi ho
parlato[268]. Quando anche non fosse stato possibile continuarsi la
resistenza, si avrebbe potuto ottenere facilmente una vantaggiosa
capitolazione. I Francesi entrati nel Regno nell’anno 1799 non erano
molti. Non volevano quindi perder gente, e non s’impegnavano a superar
colla forza e collo spargimento del sangue ciò che potevano combinare
colle trattative. Se i detti marinari quindi avessero tenuto fermo
il piede e non fossero vilmente fuggiti, non sarebbero certamente i
Francesi entrati in Trani colle armi alla mano.
Non avrebbe però meritato quella povera città il durissimo trattamento
che ricevè da essi. Cadde questo tutto a danno della gente dabbene, la
quale dopo esser stata crudelmente flagellata dall’anarchia soffrì dai
Francesi una compiuta desolazione. L’incendio animato vie più da un
vento impetuoso che sventuratamente surse durò per più giorni e ridusse
in cenere presso che tutta la città, e con essa anche il bellissimo
Teatro che vi era ed indi si è rifatto. Il saccheggiamento fu lungo
spietato e ridusse i poveri abitanti alla estrema mendicità. Non poteva
guardarsi quella infelice città senza versar lagrime di amarezza.
In quella dolorosa occasione i Ruvestini si distinsero con avere
accolte molte famiglie Tranesi che rifuggirono nella nostra città.
Molte altre rimaste in Trani furono da essi largamente provvedute di
danaro di viveri di vestimenta e di biancherie delle quali avevano il
massimo bisogno. La Popolazione di Trani fu anche soccorsa di viveri
dalla nostra città. Il Popolo di Ruvo guardava attonito le spaventevoli
fiamme ed i globi di fumo che uscivano dalla città di Trani, la quale
era a vista, e rendeva grazie al Cielo ed ai buoni cittadini che si
erano cooperati a tener lontano dalla nostra città lo stesso disastro.
Mentre seguivano queste fazioni di guerra fu operato in Ruvo
tranquillamente quel cangiamento di Governo che le circostanze del
tempo e la presenza di una forza imponente rendeva indispensabile. Un
tal cangiamento però durò ben poco, poichè i Francesi per i rovesci
sofferti nell’alta Italia furono costretti ad uscire dal Regno.
Quelli che stavano nella nostra Provincia essendo stati per tal causa
richiamati frettolosamente in Napoli, nel lasciarla la sommisero ad
una contribuzione di guerra, a cui soggiacque anche la nostra città. Fu
questo per altro il minor male che avvenir le poteva in quel trambusto.
Caduto ben presto il Governo Repubblicano istallato dai Francesi,
si ritornò sotto la dominazione del Re. Seguì però tal passaggio con
perfetta calma e tranquillità, e senza il minimo disordine. Abituato
di nuovo il Popolo Ruvestino al buon ordine ed ammaestrato anche
dagli avvenimenti precorsi, serbò quel contegno laudabile ch’era a
desiderarsi.
Riordinate le cose del Regno dopo le più gravi convulsioni sofferte,
si ripigliarono nell’anno 1803 li giudizj contro la Casa d’Andria e
ne seguì la transazione dell’anno 1805 di cui si è largamente parlato
nel capo precedente. Nell’anno 1804 le cure del Governo municipale
si rivolsero ad un articolo interessantissimo, cioè alla rinnovazione
delle antiche selciate delle strade interne della città. Erano queste
formate di pietre non grandi già logore e consumate dal tempo e rese
impraticabili specialmente in tempo d’inverno. Era facilissimo lo
sdrucciolare e molte persone ne riportavano alla giornata le membra
slogate o infrante dalle cadute. Si univa a questo un altro gravissimo
inconveniente qual era quello che l’acqua ed il fango ristagnava in più
luoghi s’imputridiva corrompeva l’aere, e comprometteva la salute di
tutti gli abitanti.
La somma strettezza e povertà della cassa comunale non aveva permesso
per lo innanzi di darsi un riparo. Giunte però le cose ad un punto
che non si poteva far passare più oltre, il Sindaco D. Francesco
Devenuto, di cui ho fatta innanzi onorevole menzione, nel pubblico
parlamento del dì 22 Aprile 1804 così ragionava ai numerosi cittadini
in esso intervenuti. _Non vi ha dubbio che noi viviamo sotto un clima
salubre ed invidiabile per la sua dolcezza ed amenità a differenza
di altre Popolazioni, giacchè la città è posta in un sito dominante e
delizioso lungi da qualunque naturale contagio o infezione. Ma abbiamo
la sventura che questo impareggiabile clima viene contaminato dalla
succidezza enorme delle strade della città di estate e d’inverno
per le acque che ristagnano in varie lagune. Quindi si corrompono e
putrefanno, ristagno che deriva dalla cattiva struttura delle selciate.
Da questa cagione reale ed effettiva ne avvengono le malattie non meno
nella stagione di està e di autunno, che quasi di continuo in tutto
il corso dell’anno, e ad evidenza si scorge che dopo minuta pioggia,
spirando i venti australi ed umidi, si rende l’aere talmente infetto
dal lezzo ch’esala dal mezzo delle strade ove tali acque putride
ristagnano, che non vi ha persona la quale non va afflitta da dolori
nella vita, conseguenza vera della respirata aria mal sana, e quindi
non traspirata per le cause accidentali dell’atmosfera._
Quindi nel parlamento suddetto furono proposti e presi gli espedienti
per la formazione delle nuove selciate colla imposizione di un novello
carico sulle gabelle civiche. Perchè la cosa fosse ben riuscita e lo
scolo delle acque piovane avesse avuto un regolare declivio che ne
avesse impedito il ristagno, ne fu formato il piano dall’architetto
da me proposto fu D. Ignazio Stile, quanto valente specialmente nella
Scienza idraulica, altrettanto onesto. Cotesta operazione però esigeva
una spesa fortissima perchè si trattava di rinnovare per lo intero le
selciate della città. Coi mezzi ordinarj sarebbe andata la cosa molto a
lungo e sarebbe forse rimasta anche non compiuta. Il notabile aumento
d’introito che la cassa comunale venne ad avere colla transazione
dell’anno 1805 e coll’essersi indi guadagnata anche la causa della
difesa, accelerò cotesto segnalato beneficio che quella Popolazione lo
deve al zelo ed al disinteresse di que’ pochi, ma bravi cittadini che
presero a petto loro la difesa di quelle cause che hanno prodotto tanto
vantaggio.
Ecco come le strade interne della nostra città si vedono ora lastricate
di belle e grandi pietre quadrate. È però quì d’avvertirsi per lo
futuro regolamento che le pietre che si cavano nella nostra Provincia
ed in conseguenza anche a Ruvo, mentre son atte a qualunque lavoro, non
hanno però molta durezza. Quindi le selciate delle nuove strade interne
formate in Ruvo si videro ben presto approfondate dalle ruote delle
vetture. Grandissimo è il numero di esse ch’entra nella città e batte
di continuo le strade suddette per lo trasporto della immensa quantità
de’ generi che si raccolgono nel suo vasto territorio, e di tutte le
altre cose che bisognano all’uso della vita.
Nel sito quindi del passaggio delle ruote si pensò sostituire una linea
di pietre assai più dure, le quali avessero potuto opporre una maggior
resistenza alla impressione di esse. Si trova anche nel territorio di
Ruvo un’altra qualità di pietra che porta il nome di _pietra livida_
dal suo colore piombino. Gli Architetti Napolitani addetti alle strade
Provinciali che l’hanno osservata assicurano che supera la stessa in
durezza le pietre delle lave del Vesuvio dette _basoli_, delle quali
sono lastricate le strade di Napoli. Si trova la pietra suddetta nella
contrada di _S. Lucia_. Io ne ho molta nel mio fondo denominato il
_Parco del Conte_ ed accordai al Sindaco il permesso di farne tagliare
quanta ne avesse voluta per valersene all’uopo, come fu eseguito.
Nell’autunno dell’anno 1805 mi toccò fare un viaggio in Ispagna per
trattare un rilevante affare. Mi trovava a Madrid allora che fu data
la celebre battaglia navale di _Trafalgar_ nella quale perderono la
vita tanto il famoso Ammiraglio della Squadra Inglese _Nelson_, quanto
quello della Squadra Spagnuola _Gravina_ ch’era Siciliano ed anche
valentissimo uomo di mare. Venni ivi a conoscere che il nostro Regno si
trovava compromesso in una nuova guerra colla Francia. Cercai quindi di
accelerare il mio ritorno in Napoli.
Giunto quì trovai il Paese nella massima trepidazione. Non tardò molto
e si ebbero sicure notizie che una poderosa armata Francese era in
marcia a questa volta. Il Re Ferdinando rimasto solo dagl’Inglesi e dai
Russi ch’erano quì sbarcati, ed indi furono obbligati a partire dalla
forza degli avvenimenti seguiti nella Germania, prese la risoluzione
di ritirarsi nella Sicilia. Memore della terribile anarchia che si era
quì suscitata nell’anno 1799 dopo la partenza del Re, non posi tempo in
mezzo. Nel giorno istesso della partenza del Re fissai una carrozza, e
’l dì seguente partii per Ruvo col mio fratello Giulio, onde attendere
ivi il risultamento delle cose. Mi determinai a questa mossa perchè
calcolai ch’era quello il luogo di maggior tranquillità per me in mezzo
ad una popolazione buona, ed a me attaccata.
Vidi per la strada che la notizia già precorsa della partenza del Re
aveva resi gli animi delle Popolazioni titubanti, ed inquieti. Giunto
nella nostra Provincia ebbi a convincermi che la sperienza del passato
è una grande scuola per gli uomini. Divulgata appena la notizia della
partenza del Re, tutte le città cominciando da Trani ch’era allora
il capoluogo, per proprio impulso, e senz’attenderne neppure la
permissione del Preside ch’era allora il Capo Politico della Provincia
suddetta, posero in piedi una imponente Guardia civica, onde prevenire
qualunque perturbazione dell’ordine pubblico. Anzi i Magistrati istessi
del Tribunale di Trani che avevano più degli altri motivo di temere un
sommovimento di tanti carcerati che ivi vi erano, furono i più attivi e
zelanti nell’organizzarla.
Si fece lo stesso anche a Ruvo; ma in verità non ve ne sarebbe stato
neppur bisogno. Serbò quella Popolazione in tale occasione tanta
tranquillità e buon ordine che ben posso dire di non esservi stato
neppure un solo che avesse mostrata cattiva intenzione. In mezzo a
quella commozione generale ch’era inseparabile da un cangiamento di
Governo, non ebbe a notarsi qualunque minimo inconveniente. Fu quindi
quello per me veramente un tempo di ozio letterario. Stabilito il
nuovo Governo, e sedata quell’agitazione che aveva prodotta l’ingresso
dell’armata Francese nel Regno, mi ritirai in Napoli per continuare
l’esercizio dell’Avvocheria.
Passando ora alle novità che nella nostra città ebbero luogo per
effetto del nuovo ordine di cose quì introdotto, vi erano in Ruvo tre
Conventi di Frati, cioè uno de’ PP. Domenicani, l’altro di Cappuccini,
e l’altro de’ Minori osservanti sotto il titolo di S. Angelo di cui ho
parlato innanzi nel Capo VI[269]. Il primo di essi dal nuovo Governo
fu soppresso perchè era ricco. Il secondo lo fu del pari, poichè coi
nuovi regolamenti introdotti era incompatibile che due conventi di
Frati mendicanti fossero rimasti a carico dello stesso Comune. Si è ora
ricreduto da queste vedute, ed i Cappuccini sono ritornati di nuovo in
Ruvo.
Li PP. Domenicani avevano un bel convento, ed una magnifica Chiesa
fuori dell’abitato al largo della Porta di Noja. Il convento rimasto
per alcuni anni in amministrazione nelle mani vandaliche degli Agenti
Demaniali ne rimase non poco maltrattato. Fu dappoi dal Governo
Militare donato una colla Chiesa al Comune di Ruvo, e l’Amministrazione
municipale cominciò a prenderne qualche cura. Ritraeva dai membri
di esso una picciola rendita, poichè la massima parte dell’edificio
serviva per quartiere ad una Brigata di Gendarmeria a cavallo stabilita
in quella città. In quanto alla Chiesa, una delle Confraternite di
detta città sotto il titolo di _S. Maria della Purificazione_ ebbe il
permesso di passare dalla Chiesa di S. Luca, ove prima era stabilita,
a quella assai più grandiosa de’ soppressi Domenicani con essersi
incaricata di mantenerla, come la mantenne con quella decenza ch’era
conveniente.
Vi sono nella città di Ruvo varie pie Istituzioni, o siano _Monti_
destinati dalla volontà de’ fondatori a dare i sussidj ai poveri.
Coteste Istituzioni mentre onorano moltissimo lo spirito di carità
de’ nostri antenati, davano anche larghi mezzi per potersi soccorrere
la misera gente, specialmente nel tempo che le dirotte piogge, e le
copiose nevi impediscono alla stessa di guadagnare il proprio vitto col
lavoro della campagna. Dai nuovi regolamenti Francesi furono introdotte
tanto in Napoli che nelle Provincie le _Commissioni di Pubblica
Beneficenza_. Lo scopo di cotesta novella Istituzione, per quanto a me
pare, è stato quello di riunire tutte le rendite provvenienti dalle pie
disposizioni di questa natura in una sola massa, e disporre di esse in
quel modo che si crede conveniente al bene ed al bisogno generale della
Provincia, non già al sollievo de’ poveri di que’ luoghi soltanto ove
tali pie fondazioni si trovano ordinate.
Io son uso a dir le cose come le sento. Non fu mai del mio gusto
l’applaudire alle novità che hanno quì avuto luogo per la sola ragione
che si son fatte ad esempio di ciò che si pratica al di là de’ monti.
Lodo le cose buone, ma non posso appagarmi di quelle nelle quali vedo
che alla sostanza delle cose si sono sostituiti de’ vocaboli speciosi
che alla stessa non corrispondono. Come uomo di legge non sono e non
sarò mai persuaso che i legati e le donazioni fatte ad una classe di
designate persone, quali sono i poveri di un Comune, possano essere
invertite a vantaggio di altre persone non comprese nella disposizione
ed estranee alla volontà ed alle affezioni del disponente. Son anzi
convinto di valere ciò lo stesso che distruggere la volontà di coloro,
i quali sulla roba che loro apparteneva erano Legislatori, e quindi
avevano pieno dritto di disporre di essa a favore di quelle persone o
di quella classe di persone ch’erano loro più predilette.
Ma messe da banda coteste considerazioni di Diritto di non lieve peso,
si venga al fatto il quale fa svanire tutta la magia de’ vocaboli.
Dimando se cotesta _Pubblica Beneficenza_ è valuta per la nostra città
quello stesso che valevano li Monti suddetti stabiliti dai nostri
antenati? Quante cose potrei dire! Ma queste discussioni, le quali
potrebbero forse riuscire anche spiacevoli, non appartengono alla
Storia. Non posso però tradire la mia piena convinzione che i poveri
della mia patria ne hanno riportato da cotesto novello ordine di cose
un positivo discapito. È ciò inevitabile quando alla legge imposta
dai fondatori di coteste pie istituzioni vien sostituito l’arbitrio
di coloro che ne prendono ingerenza. Li poveri di Ruvo certamente
anderebbero assai male se nelle loro maggiori urgenze non fossero
soccorsi dallo spinto di carità di que’ proprietarj spesse volte
suggerito anche dalla prudenza, e dall’impero della necessità, poichè
la fame può spingere gli uomini ai disordini. Quindi il calcolo vero,
ed adeguato della cosa lo lascio alla saviezza ed alla considerazione
del Governo.
Nell’anno 1808 diverse Provincie del Regno e principalmente quelle
delle Puglie furono infestate dal terribile flagello de’ _bruchi_. In
conseguenza anche il territorio di Ruvo soggiacque a danni gravissimi
per essere stato da cotesti nemici sterminatori invaso nel mese di
agosto dell’anno suddetto, e devastato fino all’anno 1813.
Durante tale invasione mi recai in Ruvo nella stagione di primavera.
Fu per me uno spettacolo affatto nuovo e di non lieve sorpresa
l’avere osservato il primo sviluppamento delle immense masse delle
già dette locuste. Sbucciate queste dalle uova deposte ne’ terreni
saldi specialmente delle murge, si univano e marciavano in colonne ben
compatte di larghissima fronte, e della lunghezza di miglia. I luoghi
per i quali passavano se erano erbosi rimanevano perfettamente denudati
di qualunque specie di verdura che veniva da esse divorata. Se erano
seminati, gli lasciavano atterrati e mietuti dai loro denti come se si
fosse adoperata la falce.
Le anzidette colonne devastatrici marciavano andando sempre innanzi,
senza conoscere ostacoli, e senza mai deviare. Se nel cammino
incontravano un pariete di qualunque altezza, un pagliajo, o anche
un edificio rurale, si rampicavano lo sormontavano fino al tetto, e
si gittavano indi di là al lato opposto. Se incontravano uno stagno,
s’immergevano in esso. Ne perivano moltissimi annegati. Ma servivano
questi di ponte al passaggio degli altri alla sponda opposta. Se una
colonna di soldati marciasse colla stessa intrepidezza ed ostinazione,
qual resistenza se le potrebbe opporre? Essendo entrato col mio cavallo
nel mezzo di una delle colonne suddette, ne rimase lo stesso spaventato
dal movimento di essa, e dal rauco susurro dei moscherini che la
formavano.
Marciando essi a tal modo nel loro nascere si nutrivano delle verdure
che incontravano sul cammino, s’ingrossavano ed acquistavano la
forza necessaria a levarsi in alto col far uso delle ali. Da piccioli
moscherini divenuti grossi ed alati, le immense nubi che venivano a
formare oscuravano il cielo. Si spandevano allora da per tutto per la
campagna, ed invadevano gli orti i giardini le vigne e gli arbusti
divorando le piantazioni di ogni specie, non esclusa la bambagia, e
rodendo non solo le frondi, ma anche le cortecce degli alberi.
La città istessa non era tampoco esente dal loro schifoso contatto. Ne
rimanevano ingombre le strade le piazze, ed i tetti delle abitazioni.
Entravano anche nelle stanze se non si usava la diligenza di tener
chiuse le invetriate. Ne rimanevano sporche pur le vivande che si
cuocevano ne’ focolari da quelli che s’intromettevano per i camini.