sensi soffrì un ritardo di posta. Capitarono intanto altre lettere o
soverchiamente calde o poco prudenti, le quali inculcavano la sollecita
piantazione di quell’albero senza radici che i Francesi dell’anno 1799
propagavano da per tutto per produrre soltanto il frutto delle civili
discordie, delle sedizioni, delle rivalità ed aggressioni reciproche
tra quelle Popolazioni che avevano inalberate insegne diverse.
Le lettere suddette fecero mancar la riflessione e diedero un forte
impulso alla piantazione di quell’albero che generò ben presto que’
disordini che si era da me cercato di prevenire. La operazione suddetta
per altro seguì senza il minimo mal umore del popolo Ruvestino per
se stesso docile e tranquillo. Anzi i popolari medesimi per una mera
vaghezza di novità si offerirono a tagliare e trasportare nella città
uno degli alti cipressi che stavano nel Convento de’ Cappuccini fuori
dell’abitato, il quale si fece servire all’uopo con ben tristo augurio.
Ne’ tempi di turbolenze non mancano uomini o malvagi o ciarlieri, i
quali si dilettano di spargere notizie allarmanti. Si era stabilito
a Ruvo un Maestro armiere nativo di Corato chiamato Ciro Giacomo
volgarmente detto _Ciriaco_. Qualche giorno dopo la piantazione
dell’albero si era costui recato nella città di Trani sia per le sue
faccende, sia piuttosto con cattiva e maligna intenzione. Al ritorno
da Trani divulgò la falsa notizia ch’erano alla marina sbarcati
gl’Inglesi, i quali cannoneggiavano e bombardavano quelle città che
avevano piantato l’albero.
Il Popolo non calcola la verisimiglianza o inverisimiglianza delle cose
che si dicono, e come bene osserva Cornelio Tacito, _facili civitate ad
accipienda, credendaque omnia vera si tristia sunt_[260]. Spaventato il
basso Popolo di Ruvo dal timore delle cannonate e delle bombe Inglesi
ch’erano lontane mille miglia, cominciò a tumultuare e corse a furia
a tagliar l’albero. E poichè i Popolari non avevano capito per nulla
cosa cotesto albero fosse significato, ragionavano nel modo che siegue:
_Giacchè i Galantuomini hanno voluto piantar l’albero, avrebbero potuto
porre in cima di esso una parrucca e non già la coppola che portiamo
noi. A questo modo avrebbero veduto gl’Inglesi che si era lo stesso
piantato dalle parrucche e non già dal Popolo._
Cosa è il ragionare della Rivoluzione qualunque sia il colore che
questa prenda! Un discorso di tal fatta intanto pruova che la massa
del popolo fu spinta, non da cattiva intenzione, ma unicamente dal
timore. Non mancarono però uomini perversi e turbolenti, i quali per
poter dominare comandare e depredare, profittarono di quel fermento,
traviarono il popolo e posero la città in una perfetta anarchia. Non
fu quindi più rispettato nè il Sindaco, nè il Regio Governatore e
Giudice[261], il quale temendo della propria vita, ebbe a fuggirsene.
Non costò poco agli uomini dabbene ed agli Ecclesiastici l’impedire,
durante lo stato di anarchia, quello spargimento di sangue di cui
si erano macchiati altri luoghi della Provincia. Si ebbe però molto
a stentare per salvar la vita ad un povero Notajo incaricato della
esazione delle contribuzioni che si pagavano allo Stato. Niuna parte
costui aveva avuta alla piantazione dell albero, e non era fatto per
qualunque opinione politica. Ma pe ’l solo odio del suo spiacevole
uffizio volevano gli anarchisti bruciarlo vivo.
Queste notizie amareggiarono oltremodo il mio spirito. Interessava
molto i Francesi la occupazione delle Puglie ove vi erano delle città
insorte. Fu risoluta la spedizione di una colonna di tremila uomini
comandata dal Generale _Duhems_. La mia patria mi era cara, come cari
anche mi erano li miei genitori che stavano in Ruvo colle mie sorelle
allora nubili. Conosceva bene come i Francesi dell’anno 1799 trattavano
le città che davano loro la occasione di adoperar la forza.
Venni anche a sapere che il fu Conte di Ruvo Ettore Carafa il giovane
emigrato dal Regno per causa di opinioni politiche, e rientrato in
esso per sua fatale sventura al seguito dell’armata Francese, andava
a far parte della colonna che partir doveva per le Puglie coi soldati
di una nuova legione che si stava da lui formando dai militari dello
sbandato esercito del Re, e da altra gente collettizia degli Abruzzi,
e delle altre Provincie del Regno. Non poteva certamente crederlo amico
de’ Ruvestini, e molto meno della mia famiglia attese le liti promosse
contro la sua Casa in parte decise e da me guadagnate, ed in parte
tuttavia pendenti come innanzi ho detto.
Questi riflessi mi spinsero fortemente a determinarmi di rischiar la
mia vita in que’ tempi torbidi, e partir per Ruvo prima che i Francesi
fossero giunti nella Provincia di Bari, onde tentare tutti i mezzi per
rimettere in quella città il buon ordine e la calma, e salvare a tal
modo la mia Patria ed i miei cari genitori, per i quali avrei versato
fino all’ultima stilla il mio sangue, da que’ disastri che avrebbero
potuto essere la conseguenza dello stato di perturbazione in cui si
stava. Partii quindi da Napoli nel mese di Febbrajo dell’anno 1799 col
fu mio fratello Giulio. Era egli allora Tenente del quarto Reggimento
de’ Cacciatori del disciolto esercito del Re Ferdinando, giovane di
straordinario coraggio, e che si era molto distinto nella infelice
campagna dell’anno 1799. Si unì con noi anche qualche altro giovane
Ruvestino che stava in Napoli animato dagli stessi sentimenti.
Credei però cosa prudente il non andare direttamente a Ruvo. Tirammo
bensì a Spinazzola in casa di una mia sorella ivi maritata. Presi di
là le notizie esatte dello stato in cui si trovava la nostra città,
e delle disposizioni in cui era la sana parte degli abitanti di essa
che la formavano il Clero i Galantuomini ed i Proprietarj. Venni ad
assicurarmi ch’erano essi rimasti sorpresi compressi e schiacciati
da un sommovimento popolare non preveduto. Erano però intolleranti
di stare sotto il comando ed a discrezione di pochi bricconi idioti
e bestiali, poichè si sa che il Popolaccio _aut viliter servit,
aut superbe imperat_. Erano quindi dispostissimi ad una vigorosa
risoluzione che avesse rimesse le cose di nuovo nel loro antico stato
regolare.
Assicuratomi di queste disposizioni e combinato l’occorrente per via
di lettere segretamente, montai a cavallo coi miei compagni di viaggio
e partimmo da Spinazzola al far della notte, per poterci trovare
nelle vicinanze di Ruvo allo spuntar del giorno, essendovi tra l’uno
e l’altro luogo la distanza di ventiquattro miglia. Giunti nel luogo
combinato e designato, trovai alcuni Gentiluomini Ruvestini, ed altre
persone armate di loro fiducia e tutti a cavallo. Erano essi usciti
chetamente la notte dalla città per venirci incontro. Tutti uniti
entrammo in essa di buon mattino quando il popolo n’era uscito pe ’l
solito lavoro della campagna.
La prima operazione fu quella di situarsi una guardia al campanile
della Chiesa Cattedrale. Si fece così per impedirsi che si fossero
suonate le campane a stormo, giusta le istruzioni date dai Capi
rivoltuosi nel caso di qualunque novità, onde richiamare nella città
il popolo sparso per la campagna. Si trattava di un colpo di mano
abbastanza rischioso. Vi bisognava tutta la celerità per non farsi
sorprendere da una moltitudine male avvezza ed abituata da trenta
giorni e più a comandare e far da padrona, poichè _Nec cunctatione opus
ubi periculosior sit quies, quam temeritas_[262].
In meno di tre ore fu riunita una Guardia civica abbastanza forte e
numerosa composta dai Galantuomini, dai proprietarj, dai negozianti
e dai capi artieri di buona morale e di conosciuta probità. Tra tutti
costoro vi erano parecchi buoni cacciatori avvezzi al maneggio delle
armi e quindi temuti anche dal Popolo. La Guardia suddetta occupò
subito la pubblica piazza e fissò ivi il suo corpo di guardia, senza
perdere di veduta qualche altro sito importante della città.
Erano allora giunti colà i soldati Ruvestini sbandati dal disciolto
esercito del Re. Si riflettè che quanto sarebbe stato pericoloso il
lasciare questa gente a discrezione di se stessa e senza occupazione
alcuna, altrettanto sarebbe stato utile l’impegnarla al servizio della
città per lo mantenimento del buon ordine, al che era conducente
una forza regolare e disciplinata. Fu dunque risoluto di prendersi
i migliori de’ soldati suddetti ed unirgli alla Guardia civica
pagandosi a ciascuno di essi carlini tre al giorno. E poichè mancavano
i fondi per pagarsi loro i soldi dalla cassa comunale, si supplì
con una soscrizione volontaria di tutti i possidenti. Questa misura
fu utilissima, poichè i soldati suddetti si prestarono con fedeltà
zelo e fermezza al mantenimento del buon ordine. A misura che dopo
il vespro si andò ritirando il Popolo dalla campagna nella città
rimaneva attonito, ma senza dir motto, del nuovo ordine di cose che
trovava in essa stabilito. Non vedeva più nella pubblica Piazza i
Capi rivoltuosi che davano ordini e contrordini, ma bensì le legittime
Autorità locali che avevano una forza imponente per farsi rispettare ed
ubbidire. Essendo però il popolo suddetto per suo carattere docile e
non turbolento, non istentò molto a ritornare alle antiche abitudini.
Ne rimasero però molto indispettiti i Capi tumultuanti ai quali era
dolce il dominare il comandare e ’l far danaro. Ma il loro mal umore fu
inutile e vennero obbligati a rinunziare alla loro cattiva intenzione o
di buona voglia o colla forza.
Era indispensabile anche rimettersi l’amministrazione della
giustizia senza la quale non vi può essere nè tranquillità interna,
nè buon ordine. Il Regio Governatore e Giudice era sparito a causa
dell’anarchia. Si trovava allora quella Provincia abbandonata a
se stessa e senza le Autorità superiori alle quali avesse potuto
ricorrersi per farlo supplire. Il Capo Politico di essa o sia
il Preside che risedeva a Trani, ed i Magistrati di quella Regia
Udienza Provinciale di cui il Preside era anche il Capo, erano stati
sparpagliati dalla feroce e sanguinaria anarchia suscitata in quella
città dalla gente marinaresca ch’era ivi allora numerosissima. Se ne
tenne quindi discorso a Monsignor Vescovo.
Reggeva allora la Cattedra Vescovile di Ruvo Monsignor D. Pietro
Ruggieri uomo dabbene e di rette intenzioni. Ei nel dì seguente a
quell’ora che il Popolo era più affollato si recò nella pubblica Piazza
accompagnato dalle Dignità del suo Clero, e predicò insinuando a tutti
colle massime del Vangelo la pace la tranquillità il buon ordine, e la
ubbidienza alle Autorità legittime. In presenza di Monsignor Vescovo si
parlò anche al Popolo tanto dal Sindaco che da me sulla necessità che
correva di supplirsi chi avesse amministrata la giustizia in luogo del
Regio Governatore e Giudice ch’era stato costretto ad allontanarsi da
Ruvo.
Rammento colla massima compiacenza che tanto in quella occasione
quanto in ogni altra vennero dalla Popolazione di Ruvo accolti sempre
non solo con docilità, ma anche con favore i miei discorsi e le mie
insinuazioni, perchè era convinta e persuasa che da me si voleva il
bene della comune Patria, e ne aveva data una pruova efficace con
avere impreso a difenderla vigorosamente contro la potenza della Casa
d’Andria che da tutti era temuta. La proposta quindi venne ammessa in
quella piena Assemblea popolare preseduta dal Vescovo ch’ebbe luogo
nella pubblica Piazza.
Secondo le leggi e regolamenti allora in vigore ogni qual volta era
vacante l’uffizio del Regio Governatore e Giudice veniva nominato dal
Governo un _Luogotenente_ che n’esercitava interinamente le funzioni.
Questo posto lo aveva più volte coverto il fu D. Matteo Caputi distinto
Gentiluomo Ruvestino bene affetto al Popolo. Per non uscirsi quindi
dal solito, rimase costui eletto Luogotenente. Tanto le Corti Baronali
che le Regie avevano in quel tempo i loro _Mastrodatti_ detti oggi
Cancellieri. Non era il popolo contento del Mastrodatti che vi era
e dimandò che se ne fosse nominato un altro. Non sarebbe stato ciò
regolare, ma bisognò contentarlo, poichè in certi casi _lex est legem
non servare_.
Riordinato a tal modo il Governo della città su quel piede in cui
era prima, si praticò lo stesso anche circa i rapporti esterni onde
prevenirsi qualunque inconveniente. Delle convicine popolazioni altre
avevano preso al cappello il nastro rosso, altre il tricolorato.
Erano queste nemiche tra loro e da tale nimicizia ne seguivano ogni
dì disordini rappresaglie ferite ed uccisioni. Si scrisse quindi
dal Sindaco a tutte le città vicine che la nostra città era in buona
corrispondenza ed amicizia con tutte, e che gli abitanti di esse che vi
si sarebbero portati per causa di commercio o per altre loro faccende
sarebbero stati bene ed amichevolmente accolti secondo il solito.
Ha la nostra città fino ad un’epoca non molto da noi lontana conservate
le sue antiche mura. Mi ricordo bene che nella mia età puerile tra gli
uffizj municipali vi era anche quello del _Camerlengo_. Conservava
questi le chiavi delle quattro porte della città che si chiudevano
ogni sera e si aprivano di buon mattino, onde la gente avesse potuto
uscire al lavoro della campagna[263]. Provvedeva anche il Camerlengo
una Guardia urbana notturna a cui erano i cittadini tenuti prestarsi.
Si aumentava questa di numero quando le vicine campagne erano infestate
da qualche forte compagnia di masnadieri, ed in questi casi erano alla
stessa chiamati i più valenti cacciatori, i quali nella nostra città
non sono mai mancati. Ottima istituzione!
Nell’anno 1799 era questa andata in disuso e le antiche mura della
città, che tuttavia vi erano, in più luoghi erano maltrattate e
davano in essa un facile ingresso, perchè non se n’era più curato il
mantenimento che formava prima uno degli esiti comunali. Le circostanze
del tempo fecero conoscere la necessità di restaurarsi nel miglior modo
possibile que’ luoghi di esse ch’erano più danneggiati. Si tennero di
nuovo la notte chiuse le porte e si facevano girare per la città le
pattuglie notturne della Guardia civica. Di giorno poi delle quattro
porte se ne tenevano aperte due soltanto, cioè la Porta del Castello e
la Porta di Noja con essersi situato a ciascuna di esse un picchetto di
Guardia civica. Quella del Buccettolo e quella di S. Angelo, ora anche
abbattute, si tenevano chiuse.
Fu tal provvedimento diretto ad impedire che sia di notte, sia
di giorno fossero entrate nella città persone sospette di cattiva
intenzione o facinorose che avessero potuto perturbarla. Si venga ora
e si giustifichi la mania di distruggere le antiche mura e le porte
delle città! Le sue forti mura e le sue porte nell’anno 1799, per
tralasciare i fatti più antichi, salvarono la ricca città di Bari dal
saccheggiamento tentato più volte, e sempre in vano, dalle numerose
torme armate de’ così detti suoi casali. Tenga Dio sempre lontano il
flagello delle rivoluzioni. Ma non siamo stati noi forse testimonj
di cotesti sconvolgimenti dopo una lunghissima pace e perfetta
tranquillità? La Storia serve ad istruire gli uomini, _Præteritæ quippe
res optima gerendarum rerum documenta sunt_[264].
Nel rifarsi un tratto di muraglia vicino alla Porta del Castello
avvenne disgraziatamente che una parte di essa crollò. Rimasero sepolti
sotto le sue rovine cinque poveri muratori che vi travagliavano e
caddero con essa da su in giù. Avutone l’avviso accorsi subito sul
luogo e trovai molto popolo spettatore di sì lagrimevole disastro.
Niuno però osava muoversi a soccorrergli per la giusta tema che
la rimanente muraglia gli fosse caduta addosso. Sarebbero quindi
quegl’infelici infallibilmente periti. Avendo veduto che per
incoraggiare gli astanti erano inutili le parole e le persuasive, mi
spinsi innanzi di botto e montando sull’alto della breccia della caduta
muraglia, cominciai colle mie mani a sbarazzar le pietre che cuoprivano
li cinque disgraziati muratori.
Tanto bastò per vedermi seguito all’istante da cento altre persone.
In meno di un quarto d’ora le pietre rimasero sbarazzate e furono
tratti fuori li cinque muratori che sotto di esse stavano sepolti.
Fortunatamente si trovarono tutti viventi, benchè pesti chi più chi
meno dalle contusioni e dalle ferite riportate. Si prese cura di fargli
diligentemente medicare ed assistere dal Dottor Cerusico del luogo,
e si ristabilirono tutti perfettamente. È facile da ciò vedere che
il discorso più eloquente che si può tenere al popolo è il proprio
esempio.
In questo stato erano le cose della nostra città allora quando
terminati gli affari della Capitanata la colonna delle truppe
Francesi spedita nelle Puglie passò nella nostra Provincia. Il General
_Broussier_ succeduto nel comando di essa al General _Duhems_ fissò
il suo quartier generale a Barletta, perchè le due prime città della
stessa a sei miglia ciascuna di distanza da Barletta, cioè Andria e
Trani erano in armi preparate a far resistenza ai Francesi. Era anche
con lui il Conte di Ruvo Ettore Carafa colla sua nascente legione,
circostanza la quale lo rendeva potentissimo. Non posso che compiangere
la sua sorte infelice, ma debbo rendere omaggio alla santa verità. Non
solo ei non mostrò alcun risentimento coi Ruvestini; ma gli trattò anzi
con benevolenza e cortesia. Con vera nobiltà di pensare non mischiò
punto nelle cose pubbliche il privato interesse o risentimento.
Mi recò una giusta sorpresa l’aver letto nella Storia dell’Italia di
Carlo Botta che il Conte di Ruvo abbia fatta allora incendiare dai
Francesi la città d’Andria sua patria, perchè ivi era nato, ed ivi era
stato anche allevato nella sua fanciullezza. Ma non può meritare veruna
scusa il vedersi replicata la stessa cosa in una Storia del nostro
Regno pubblicata dopo da uno Scrittore Napolitano. A quest’ultimo che
non era Forestiere come Carlo Botta fa molto torto l’aver ciarlato
tanto de’ fatti avvenuti nell’anno 1799 specialmente nella Provincia di
Bari, senz’avergli conosciuti e senz’aversi data la pena d’informarsene
prima con esattezza da quelle persone che gli conoscevano.
Rispetto dunque al disastro sofferto dalla città di Andria è da sapersi
che la risoluzione presa da quella Popolazione di levarsi in armi
e resistere ai Francesi fu vie più fomentata dall’arrivo di alcune
centinaja di uomini armati de’ casali di Bari che ivi si recarono
per rinforzarla. Il Conte di Ruvo che prevedeva le conseguenze che
ne sarebbero da ciò derivate fece tutto il possibile per acchetare
quella città fino ad esporre la propria vita. Sono stato assicurato da
persone ch’erano presso di lui e dagli Andriesi istessi che si portò
fin anche solo a cavallo fin sotto le mura di Andria per parlare a
quelli abitanti, e ne fu corrisposto a colpi di fucilate tirate sia
dai cittadini istessi, sia dagli ospiti _casalini_ ivi sopraggiunti, i
quali niuno interesse avevano alla salvezza di quella città.
Or qualunque voglia credersi l’effetto che il Conte di Ruvo avrebbe
potuto augurarsi da cotesto tentativo con una popolazione sollevata e
decisa a resistere, bisogna convenire che non si sarebbe certamente
esposto di persona a tanto rischio, senza che il di lui animo fosse
stato riscaldato dall’amore della sua patria, e da un desiderio di
salvarla così potente che non gli fece punto calcolare il pericolo
della sua mossa[265]. Lo confermano ciò vie più i fatti che
sussieguono.
Il Generale _Broussier_ si recò di persona ad attaccare la città di
Andria; ma si mostrò in quel rincontro o molto poco previdente o molto
poco esperto nell’arte della guerra. Era allora la città suddetta
circondata dalle sue antiche mura piene per tutti i lati di feritoje,
ma troppo deboli contro la forza dell’artiglieria. Partito il Generale
suddetto da Barletta colle sue truppe dopo la mezza notte, si trovò in
faccia alla città suddetta all’alba del dì 23 Marzo 1799. Avvertito
dagli Andriesi l’arrivo del nemico, tutte le campane cominciarono
a suonare a stormo, e la gente armata ch’era tutta al di dentro si
distribuì dietro la intera muraglia e prese posto alle feritoje già
dette.
Le porte della città non erano munite nè di fossati, nè di ponti
levatoj, ma erano al piano ed accessibili. Il modo regolare quindi
di attaccarla sarebbe stato quello di fracassare alcuna delle porte
ch’erano chiuse, o far cadere qualche pezzo della vecchia e debole
muraglia a colpi dell’artiglieria, e poi far avanzare la truppa
all’assalto. Ma il Generale suddetto, mentre le porte erano serrate,
e non aveva pensato neppure a far preparare e condurre seco le scale
da Barletta per potersi assaltare le muraglie, contro tutte le regole
dell’arte della guerra fece avanzar la truppa in colonna contro la
porta principale della città detta _porta del castello_ che mena a
Trani.
Avevano gli Andriesi un solo cannone ottenuto dai Tranesi, e situato
alla porta suddetta. La prima scarica di esso fatta a metraglia da un
abile artigliere fece molto danno nelle file della colonna nemica che
si spingeva innanzi senza una conveniente precauzione. Una seconda
scarica a palla smontò un pezzo di artiglieria di campagna ch’era alla
testa della colonna suddetta. Giunta questa vicino alle muraglie a
tiro di fucile, si divise per circondare anche gli altri lati della
città. Cominciò allora un fuoco terribile colle continue scariche
che partivano dalle feritoje delle muraglie, il quale durò circa due
ore con gran disuguaglianza. Non tutti gli aggressori avevano potuto
avere la opportunità di prender posto dietro sicuri ripari. Non
pochi di essi erano rimasti esposti a petto scoverto alle fucilate,
mentre gli aggrediti appostati dietro la muraglia non potevano essere
offesi in verun modo dal fuoco perfettamente inutile della fucileria
Francese. Durò cotesto cattivo giuoco fino a che li Guastatori
Francesi appressatisi sotto una grandine di palle alla già detta porta
principale della città riuscirono a romperla non senza molto stento a
colpi di scuri, e fecero entrare in essa la truppa.
L’errore imperdonabile del Generale cagionò la perdita di parecchi
soldati ed uffiziali, e fu giustamente ed acremente censurato non
solo dagli uomini di guerra, ma anche da chiunque non mancava di senso
comune. Intanto anche dopo entrata la truppa nella città incontrò una
viva e coraggiosa resistenza, la quale alla fine riuscì inutile contro
una forza assai superiore di numero bene agguerrita e padrona già di
tutti i mezzi di distruzione[266].
In questo rincontro il Conte di Ruvo intercedè, pregò e si gittò
finanche ginocchioni innanzi al General _Broussier_ per potere salvare
la città almeno dall’incendio; ma fu tutto inutile. Si mostrò costui
inesorabile, perchè irritatissimo dalla perdita fatta della sua gente
causata per altro dalla sua poca avvedutezza e previdenza. Si seppe
inoltre che il Conte di Ruvo indignato di cotesta sua durezza spinse
contro di lui un rapporto, il quale produsse l’effetto che il Generale
suddetto fu richiamato dal comando delle truppe spedite nelle Puglie.
Sono questi i veri fatti. Io che mi trovava allora in quella Provincia
posso parlarne assai meglio di Botta che scrisse su gli altrui fallaci
rapporti, e di chiunque altro ha replicato come un pappagallo ciò che
da Botta si è detto. Questi fatti gli ho saputi da persone degne di
fede che si trovarono presenti ai medesimi, dagli stessi Andriesi, e
dalla pubblica voce che gli rese notorj alla intera Provincia. Si lasci
dunque in pace un disgraziato defunto, al quale tutt’altro può essere
imputabile che l’incendio della sua patria.
Del resto si è voluto anche esagerare il danno sofferto da quella
città, mentre ho tutta la ragione dì compiacermi di quelle propizie
circostanze che concorsero a diminuirlo. L’incendio non potè prender
piede per essere opportunamente sopraggiunta una dirotta pioggia.
Il massimo numero degli abitanti fu salvo primo perchè moltissimi di
essi rifuggirono sotto la protezione del Conte di Ruvo nel suo ampio e
grandioso Palagio Ducale rispettato dalla soldatesca furibonda sparsa
per la città[267]: secondo perchè si nascose nelle grotte sotterranee,
che in essa vi sono mentovate dal Pontano nel luogo riportato nel capo
I pag. 26.