più facinorosa che la Casa d’Andria teneva al suo servizio. Possedevano
costoro il talento di mantenere tutti sotto una cieca dipendenza da
essa, e di far passare a chiunque la voglia di opporsi alla volontà
Ducale. All’epoca nostra non erano più cotesti sgherri così terribili
come lo erano stati in altri tempi. La presenza del Sovrano aveva
ammansata abbastanza l’audacia delle squadre Baronali. Ma pur non
lasciavano di essere baldanzosi boriosi ed insolenti.
Il quarto mezzo era un partito che la Casa Baronale si aveva formato di
famiglie ligie e servili. Cooperavano queste vilmente alla oppressione
della comune Patria, e servivano anche di strumento all’estorsioni che
si commettevano, poichè la conoscenza che avevano delle persone e de’
luoghi faceva sì che nulla sfuggiva alla loro sorveglianza. Erano esse
specialmente garantite, e protette dalla giustizia civile e penale
amministrata da un Governatore e Giudice nominato dal Barone, ed in
conseguenza sommesso alla di lui volontà. Cotesta parzialità però non
poteva non gravitare su gli altri cittadini. Le dette famiglie erano
incaricate dell’Erariato, delle Fattorie e degli altri Uffizj Baronali,
ed in tal qualità carceravano e scarceravano chi volevano a loro
talento e di propria privata autorità. Erano inoltre tanto insolenti
che pretendevano essere preferite agli altri cittadini nella scelta de’
pesci, delle carni ed altri comestibili che si vendevano in piazza, de’
quali dovevano esse essere le prime a servirsi, come si rileva dai capi
dedotti nel giudizio dell’anno 1750!
Con questi mezzi e principalmente coll’aversi messa in mano la nomina
degli Amministratori comunali che a nulla resistevano, faceva la Casa
d’Andria un altro rilevante profitto, qual era quello di non aver mai
pagata la bonatenenza per i molti beni burgensi che possedeva nell’agro
Ruvestino, il che produceva un vuoto enorme nella cassa comunale.
Le provvide leggi emanate da Carlo III di gloriosa memoria nell’anno
1740 sotto il titolo delle nostre Prammatiche _De forma censuali seu
catasto_ fecero sì che li beni suddetti non poterono più sottrarsi
alle sagge, ed avvedute disposizioni e regolamenti in esse contenute.
Nel novello catasto formato dalla città di Ruvo nell’anno 1752 li
beni burgensi della Casa d’Andria, tutto che tassati colla massima
parzialità e deferenza per opra degli Amministratori comunali ligj
alla stessa, ricevettero il carico della bonatenenza in annui ducati
434.79½. Cotesto pagamento però fraudato per dugento quarantadue anni
alla cassa comunale qual vuoto venne in essa a produrre?
Non vi erano più abusi ad introdursi in Ruvo, poichè quanti la
feudalità aveva saputo escogitarne per taglieggiare, e smugnere le
Popolazioni si erano tutti introdotti man mano e da tempo in tempo.
Ma non si arrestò quì tampoco la miseria della nostra povera città.
Si portarono le cose assai più oltre, e fino ad un punto che sembrar
potrebbe incredibile o troppo esagerato se non costasse pienamente
da pubblici processi formati nel supremo Tribunale della Regia Camera
della Sommaria.
Nel corso della mia lunga Avvocheria sono passate per le mie mani
moltissime cause tra Università e Baroni. Ma non mi è occorso ancora
d’incontrare un altro esempio di prepotenza Baronale portata a
quell’eccesso che vengo ora ad esporre. Al cadere del secolo XVII la
Casa d’Andria si propose di appropriarsi anche le rendite comunali
della nostra città. Consistevano queste in gravose gabelle imposte alla
popolazione per far fronte ai pesi pubblici dovuti allo Stato ed al
pagamento de’ suoi creditori fiscalarj che avevano causa anche dallo
Stato.
Da principio lo fece covertamente e per vie indirette. Ma in seguito
fidando nella sua potenza si tolse la maschera, cominciò ad operare
svelatamente e s’impossessò col fatto di tutte le gabelle civiche, con
avere obbligati gli esattori o appaltatori di esse a versare nella sua
cassa le somme che se ne ritraevano. Conseguenza di questa rappresaglia
fu che la Regia Corte quando più e quando meno era sempre scoverta,
ed i creditori fiscalarj della Università, li quali per lo innanzi si
erano tenuti sempre in corrente, non riceverono più un obolo, poichè
tutto la Casa d’Andria invertiva a suo profitto colla connivenza degli
Amministratori municipali.
Tra i creditori suddetti vi erano il Banco di S. Eligio, i fratelli
Vespoli, il Marchese di Calitri D. Carlo Maria Mirelli, e ’l Duca
di Calabritto, i quali erano in grado di farsi rendere ragione di
cotesta soverchieria. Cominciò quindi un giudizio nell’anno 1692
e finì nell’anno 1736 col fallimento della povera Università di
Ruvo e coll’essere caduta la stessa in patrimonio. Lungo sarebbe il
riportare quì la storia minuta del giudizio suddetto consegnata in
più volumi di processi formati nel Tribunale della Regia Camera della
Sommaria. Continue, veementi ed amarissime furono le doglianze de’
creditori suddetti contro la prepotenza della Casa d’Andria che si era
impossessata anche delle rendite comunali, e gli defraudava di ciò che
loro era dovuto.
Replicati cento volte, ed energici furono gli ordini da quel Supremo
Tribunale diretti alla Regia Udienza Provinciale, perchè avesse
vietato alla Casa d’Andria di mischiarsi più nella esazione delle
rendite comunali, ed astretti i passati amministratori a rendere i
conti, come risulta dagli atti formati presso l’attuario Pisani, a cui
succedè dappoi l’attuario D. Gaetano Capaldo[251]. Questi ordini però
erano presi a beffe, e rimanevano privi di effetto. Si senta ciò che
il Tribunale della Regia Udienza Provinciale rispose al Presidente
Commessario della Regia Camera della Sommaria a suo discarico con
rapporto del dì 16 Settembre 1716.
Disse che _Li detti del Governo di Ruvo di niun conto cercano, e
vogliono dare ubbidienza alle provvisioni suddette, tutto causato dalla
potenza del Padrone di detta città l’Illustre Duchessa d’Andria. Per
lo che non vien permesso spedire commissarj per qualche altra cosa
di peggio, e darne parte a V. S. con prevenirla che se in detta città
di Ruvo non si destina persona autorevole a mandare in esecuzione gli
ordini di cotesta Regia Camera, non sarà possibile che potranno quelli
essere eseguiti da quelli del Governo per la potenza suddetta, nè li
creditori sopra di quella potranno essere soddisfatti, tenendoci mano
sopra l’entrate della Università la detta Illustre Duchessa d’Andria
Padrona, la quale dispone del peculio universale, non servendo ad altro
quelli del Governo che a firmare scritture in caso di bisogno_[252].
Non fu questa a buon conto che una umiliante confessione della propria
debolezza fatta da un Collegio giudiziario, ed una trista testimonianza
della indifferenza del Governo de’ Vicerè per le prepotenze de’
Magnati. Così andarono le cose fino all’anno 1735. Era allora presente
il Re Carlo III, e la Giustizia aveva cominciato a riprendere quel
vigore e quel tuono ch’era troppo necessario.
D. Pasquale Maria Mirelli succeduto ne’ dritti del già detto Marchese
di Calitri rassegnò nelle mani del Re un pieno ed energico ricorso
col quale espose cotesta storia dolorosa. Disse anche che i creditori
della Università per non esser privi del tutto di ciò che loro era
dovuto, e stanchi di più litigare avevano dovuto venire a patti col
Duca d’Andria che si prendeva tutto, e contentarsi della metà di ciò
che loro spettava annualmente per i loro crediti fiscalarj; ma neppur
questa avevano potuto averla. Soggiunse inoltre: _Il supplicante
vedendosi inabilitato a poter esigere il suo dalla detta Università
per la potenza di detto Illustre Duca notissima a tutta la Provincia,
per essere suo feudo, a tal segno che il supplicante non ritrova
commessario che vuole andare ad esigere da detta Università, e se mai
se ne ritrova alcuno, pure questo per timore della vita si contentava
prendersi qualche regalo dal detto Illustre Duca, e se ne tornava
indietro, senza poter porre in esecuzione la sua incumbenza_[253].
Nulla vi è del mio in questo racconto che per amore della brevità ho
voluto raccorciarlo. Era questo il linguaggio che tenevano contro la
prepotenza della Casa d’Andria i Personaggi dell’alta Nobiltà Feudatarj
anch’essi, ed in conseguenza non avversi alla feudalità. Un rescritto
del Re del dì 22 Settembre 1735 fece cangiare aspetto alle cose, poichè
il Tribunale della Regia Camera ebbe ordini precisi di far pronta
e spedita giustizia per l’esposte dissipazioni delle rendite della
Università e per l’allegata prepotenza della Casa d’Andria.
Quindi i passati Amministratori sicuramente colpevoli di connivenza
furono astretti da vero e senza ulteriori sfuggite a rendere i conti
della loro amministrazione. Alla Casa d’Andria furono anche tarpate le
ali, poichè nel susseguente anno 1736 la Università di Ruvo fu messa in
patrimonio. Importava ciò che tutte le rendite che si ritraevano dalle
sue gabelle dovevano essere depositate e messe a disposizione del detto
Tribunale della Regia Camera, il quale ordinava i pagamenti da farsi ai
suoi creditori.
Furono questi a tal modo messi in corrente. Ma rimase la povera
Università schiacciata da un cumulo enorme e spaventevole d’interessi
arretrati formato in tanti anni che la Casa d’Andria si aveva
appropriate le sue rendite senza aver soddisfatti i creditori suddetti.
Convenne ripianare questo vuoto da anno in anno come meglio si poteva
coll’avanzo delle rendite. E poichè neppure un obolo di rendita
patrimoniale era alla nostra città rimasto, fu una necessità che
si fossero le gabelle tenute su di un piede che avessero potuto far
fronte ai pesi correnti, e dare anche un avanzo per ripianare il debito
arretrato.
Dopo il quadro veridico che ho premesso, dimando da chi la nostra città
ha sofferto più, da Roberto Sanseverino e da Consalvo di Cordova, o
dalla feudalità? Quelli a dritto o a torto l’aggredirono da nemici, e
le loro depredazioni durarono solo qualche giorno. La Casa Baronale
al contrario l’ha posseduta come una sua proprietà, e malgrado ciò
l’ha smunta di tutte le maniere per tre secoli continui, con avere
di vantaggio annientata e distrutta ogni specolazione agraria! Fa
meraviglia solo come sotto tanta compressione non siasi la nostra
città spopolata del tutto, come si spopolò in parte per essere molti
de’ suoi abitanti passati a stabilirsi altrove, perchè mancavano ivi
loro i mezzi di sussistenza, malgrado l’ampiezza, e somma fertilità di
quel territorio. Ma questa storia non è finita ancora. Ve ne rimane una
picciola appendice assai curiosa.
Dedotto il patrimonio, come innanzi si è detto, tutti i creditori della
Università dimandarono la liquidazione del loro rispettivo credito
arretrato. Il Tribunale della Regia Camera, giusta il Rito di allora,
ordinò che l’attuario della causa ne avesse formata una relazione.
Fu questa emessa nel dì 12 Gennajo 1742, e furono in essa riportati i
rispettivi crediti tanto di sorte che d’interessi arretrati.
Era il Duca d’Andria anche creditore della Università in annui ducati
1137 di Fiscali feudali. Ma non osò qualificarsi come creditore di
somme arretrate in faccia agli altri creditori, i quali avevano fatta
alla sua Casa una guerra di quarantatre anni perchè si aveva preso non
solo il suo, ma anche quello che loro spettava. Quindi l’attuario del
patrimonio incaricato della relazione ordinata dal Tribunale suddetto
lo portò in essa come semplice creditore fiscalario in annui ducati
1137, senz’avergli però nulla attribuito per arretrati. Nulla il
Duca Ettore Carafa, avo del Duca attuale, oppose a tal relazione, la
quale perciò rimase ferma. Nè fino all’anno 1751 si presentò giammai
a partecipare delle ripartizioni che si facevano tra i creditori
d’interessi arretrati delle somme di avanzo, come innanzi si è
detto[254].
Non esistevano più in quel tempo que’ creditori che gli avevano fatta
quella lunga guerra per istrappargli dalle mani le rendite della
Università. Lusingandosi quindi che gli antecedenti si fossero obliati,
si fece ardito ed avanzò presso gli atti una dimanda colla quale si
asserì creditore di arretrati nella rilevante somma di ducati 25600!!!
Disse che cotesto vuoto si era formato dall’anno 1720 all’anno 1736,
cioè in quel tempo, in cui più veementi e più amare erano state le
querele degli altri creditori perchè si prendeva tutto! Dimandò di
essere ammesso a partecipare delle distribuzioni che si facevano tra i
creditori di arretrati dall’avanzo delle rendite della Università[255].
Vi era in quel tempo un forte mal umore tra il Duca suddetto ed i
passati Amministratori della Università. Cotesti Signori, che si erano
prestati alla dissipazione delle rendite comunali di cui innanzi si
è parlato, quando si videro astretti da vero a rendere i conti, e
minacciati da forti significatorie ch’erano per piombare loro addosso,
non si sentirono comodi a pagare colle proprie sostanze ciò che il Duca
si aveva preso. Fu questo il vero principio che diè causa al giudizio
de’ gravami dell’anno 1750, di cui parlerò nel seguente capo, cioè
l’interesse privato.
Quindi l’Avvocato della Università mosso da costoro, e provveduto
da essi degli opportuni documenti non solo si oppose acremente al
preteso credito arretrato di ducati 25600 che il Duca spacciava, ma
con una dimanda riconvenzionale dedusse che doveva lo stesso essere
condannato a restituire le forti somme che la sua Casa si aveva per
tanti anni appropriate dalle rendite comunali con aver ridotta la
povera Università in patrimonio. Era questo un discorso pieno di verità
e di giustizia; ma il Duca Ettore seppe allontanare la tempesta. Avendo
acchetato l’interesse privato che la suscitava, finì il giudizio de’
gravami colla frivola transazione dell’anno 1751 di cui parlerò nel
seguente capo.
Essendosi con essa gli Amministratori della Università obbligati a
non fare più alcuna ostilità al Duca per l’articolo testè enunciato,
ne venne in conseguenza che quello stesso Avvocato della Università,
il quale aveva attaccato così bene il preteso credito di duc. 25600
che il Duca spacciava, quasi che avesse bevuta l’acqua di Lete, obliò
perfettamente ciò che contro lo stesso aveva dedotto e lasciò fare al
Duca ciò che voleva. Quindi per effetto di una manifesta prevaricazione
si vide il Duca dall’anno 1753 in avanti figurare senza veruna
contraddizione tra i creditori d’interessi arretrati nella rilevante
somma di ducati 25600, e partecipare delle ripartizioni che si facevano
delle somme di avanzo col consenso degli Avvocati _pro tempore_ della
Università!
Non debbo omettere che tra i nomi di costoro ho letto anche quello di
un tal _D. Pietro Andreatini_. Quest’uomo io l’ho conosciuto nella
qualità di Segretario della Casa d’Andria, ed in questo posto egli
è morto. Si veda da ciò in quali mani era allora affidata la difesa
della povera Università, e se il Segretario del Duca d’Andria avrebbe
potuto giammai sostenere i dritti della stessa contro il suo Signore
che gli dava da vivere! Ma la prevaricazione degli Amministratori della
Università che continuò tuttavia anche dopo la transazione dell’anno
1751, seguitò a sagrificare gl’interessi della stessa alla influenza
Baronale.
Morto il detto Andreatini, gli succedè nella difesa della Università
il Dottor D. Lorenzo Scarongelli. Era egli Ruvestino, e quindi avrebbe
dovuto prendere tutto l’interesse per non far rimanere a carico della
sua patria un debito così enorme contraddetto fin dall’anno 1751
e ribattuto da validissimi documenti. Ei però mancò a questo sacro
dovere, fece quello stesso che aveva fatto l’Andreatini, e prestò il
suo consenso alle ulteriori distribuzioni ch’ebbero luogo. Non fia
ciò meraviglia, poichè era costui uno di quelli uomini servili usi a
prestarsi a tutto ciò che voleva _Sua Eccellenza Padrone_.
A buon conto la influenza della Casa d’Andria anche dopo l’anno 1751
negli affari comunali continuò ad essere la stessa. Si venne anzi a
rendere assai più pesante colla fissa permanenza che fece ne’ suoi
feudi dopo l’anno 1760 il Duca fu D. Riccardo Carafa Padre del Duca
attuale. La di lui Illustre consorte la Signora Duchessa D. Margherita
Pignatelli che dominava in casa era di un carattere imperioso, e
tempestoso. Nulla inoltre sapeva rimettere degli antichi abusi ed
albagia della feudalità che il pensare del tempo, ed anche la mano del
Governo andava ogni dì fiaccando. Si univa a ciò che per particolari
impegni o protezioni si voleva anche un po’ soverchio mischiare ne’
fatti privati che non la riguardavano punto.
Queste cosucce per loro stesse disgustanti unite agli abusi ed
alle gravezze positive che non erano punto rimaste corrette colla
transazione dell’anno 1751, e tuttavia continuavano, disposero gli
animi de’ migliori cittadini a scuotere una volta decisamente quel
pesantissimo giogo. Essendo quindi avvenuta la morte di D. Lorenzo
Scarongelli, fui nell’anno 1794 nominato con pubblico Parlamento
Avvocato della nostra città. Fu la mia nomina proclamata dal voto
concorde de’ miei concittadini perchè a tutti erano noti i miei
sentimenti avversi a quello stato di degradazione a cui la nostra città
era stata ridotta dalla prepotenza Baronale.
Protesto però che questi sentimenti non si erano in me generati da
qualche particolar risentimento o torto recato a me o alla mia famiglia
dalla Casa d’Andria. Niun motivo ho avuto giammai di essere dolente di
essa per questo lato. Questi sentimenti me gli ha dati la Natura. Sono
nati e cresciuti con me. Gli ha nutriti il mio carattere avverso alle
prepotenze ed alle ingiustizie, l’amore vero che ho avuto sempre per la
mia cara patria, la intolleranza di vederla oppressa ed avvilita, e ’l
vivo desiderio che ho sempre avuto di esaurire tutti i miei sforzi per
sollevarla.
Se non si fosse trattato di rivendicare i dritti della mia Patria,
il che costituisce un sacro dovere per ogni buon cittadino, non mi
sarei mai e poi mai impegnato ad assumere la difesa di qualunque altro
giudizio contro la Illustre Famiglia Carafa di Andria. Eccomi dunque
a dare un breve cenno delle operazioni da me fatte nella qualità di
Avvocato della nostra città, e delle cause intraprese e menate a fine.
Per potere però ciò fare è indispensabile premettere un cenno sullo
stato in cui le cose rimasero colla transazione dell’anno 1751.
CAPO XIII.
_De’ Giudizj dell’anno 1750 1797 e 1804, e delle transazioni dell’anno
1751 e 1805._
Non vale la pena di fare una minuta sposizione del giudizio istituito
contro la Casa d’Andria nell’anno 1750 e della transazione che ne
susseguì nel dì 9 Luglio 1751 per mano del Notajo Giovanni Teodoro de
Rienzo di Napoli. Possono queste carte far conoscere soltanto il giogo
di ferro imposto alla nostra città dal Duca Ettore Carafa il vecchio
avo del Duca attuale, il quale esasperò di gran lunga le gravezze
introdotte dai suoi antenati; ma nulla presentano di vantaggioso per
quella popolazione, la quale continuò tuttavia a rimanerne schiacciata
dagli antichi abusi, ed estorsioni.
Ho detto innanzi che il giudizio dell’anno 1750 lo suggerì il privato
interesse, non già il vero zelo di sottrarre la propria patria ad
una lunga e spogliatrice oppressione. È facile ciò ravvisarlo sotto
un doppio rapporto. Il primo fu la tema delle forti significatorie,
ond’erano minacciate le persone influenti che negli anni precorsi
avevano avuta parte nell’amministrazione comunale, ed avevano prestata
alla Casa d’Andria la mano perchè si avesse appropriate anche le
rendite della Università.
Il secondo fu la mira che avevano pochi proprietarj di masserie nella
contrada delle murge di liberarle dalla suggezione delle parate che
la Casa d’Andria faceva dell’erba vernina di esse. Per quest’oggetto
si vide inviato in Napoli nella qualità di Deputato per promuovere
l’enunciato giudizio il fu Dottor D. Saverio Modesti che possedeva la
più vasta masseria delle murge, ed aveva una potente influenza nelle
faccende comunali.
Quando le operazioni di tal fatta sono suggerite da un fine indiretto
è una necessità che falliscano. Introdotto il giudizio, in un anno e
mezzo nulla fu operato. Si perdeva il tempo per attendersi a trarre
dalle ostilità cominciate in nome della Università quel profitto che
si poteva pe ’l privato interesse. Lo fa ciò intendere chiaramente lo
stesso strumento di transazione dell’anno 1751. Il sindaco e gli Eletti
nel ratificarlo dichiararono che il Deputato Modesti _aveva pregato e
fatto pregare il detto Eccellentissimo Signor Duca d’Andria acciò si
fosse devenuto ad un amichevole componimento_.
È chiaro dunque che si era egli strisciato presso il Duca per carpirne
ciò che faceva per se e per i suoi amici, e ’l Duca Ettore ch’era un
uomo sommamente scaltro, e capiva bene la partita, seppe rappaciare
l’interesse privato, e fece andar per aria quello della Università di
Ruvo. Tra le azioni dedotte vi era anche quella, come innanzi ho detto,
colla quale era stato il Duca convenuto a restituire tutte le somme
che la sua Casa si aveva per tanti anni appropriate dalle rendite della
Università, senza essersi pagati i creditori fiscalarj.
E bene col capo VIII della transazione dell’anno 1751 il Duca prese
a suo carico la difesa de’ passati amministratori ch’erano stati
obbligati a rendere i conti, e si obbligò di pagare _de proprio_ le
somme che sarebbero state loro significate. Si fece intanto obbligare
la Università a non fargli più parti ostili con aver rinunziato a
qualunque pretensione ed azione di ripetere le somme da lui esatte!
Avvenne a tal modo il miracolo che il Duca debitore di grosse somme
per la causa suddetta si vide figurare presso gli atti del patrimonio
qual creditore della Università per interessi arretrati nella rilevante
somma di ducati 25600, senza che niuno lo avesse contraddetto!!!
Collo stesso giudizio si era dimandato anche che le così dette parate
delle murge si fossero aperte al libero pascolo degli animali de’
cittadini. Ma col Capo XVII della precitata transazione le parate
rimasero ferme. Furono bensì da esse escluse le masserie di D.
Saverio Modesti e degli altri particolari che facevano strepito, e si
ampliarono in proporzione sul rimanente demanio aperto delle murge a
spese degli usi civici che competevano alla popolazione!!!
Appagato a tal modo l’interesse privato, tutto il di più andò _de
plano_ a voglia del Duca. Tutti gli articoli essenziali che formavano
l’oggetto del giudizio promosso rimasero risoluti a di lui favore. Sia
per gittarsi polvere negli occhi, sia piuttosto per erubescenza furono
accordate alla Università quelle cosucce frivolissime soltanto che non
si potevano affatto sostenere, e che qualunque Magistrato, per quanto
avesse voluto essere parziale, o indulgente per la feudalità, avrebbe
abolite sotto la penna e senza veruna discussione. Anzi neppur le
gravezze di questa specie furono per lo intero corrette ed emendate; ma
rimasero in parte sullo stesso piede contro il divieto espresso delle
leggi! Ecco un succinto prospetto degli articoli della transazione
suddetta dai quali risulta cotesto concetto.
Furono negati ai cittadini gli usi civici sull’erba estiva del bosco
di Ruvo. Fu ai medesimi accordato soltanto il dritto di legnare _ad uso
di sporga_ per lo stretto bisogno, mentre loro competevano i pieni usi
civici. Ma questo patto non fu neppur rispettato, poichè gli Armigeri
baronali addetti alla custodia del bosco se trovavano i cittadini in
esso a legnare crudelmente gli flagellavano, come innanzi si è detto.
Tutte l’esazioni abusive della Bagliva rimasero confermate, tranne
soltanto la così detta _cortesia_ che fu abolita. Rimase abolita del
pari la gabella della giumella delle mandorle usurpata alla Università,
col rilascio però de’ frutti per tanti anni esatti con mala fede.
Fu promessa la restituzione della Giurisdizione della Portolania,
e de’ pesi e misure usurpata del pari alla Università col rilascio
anche de’ frutti e proventi della stessa. Ma questo patto non fu
neppure eseguito, poichè seguitò il Duca ad appropriarsi i proventi
di cotesta Giurisdizione che gl’includeva nella Bagliva. I molini col
dritto proibitivo rimasero al Duca, poichè si disse che mancavano alla
Università i documenti per rivendicargli.