A Galzarano de Requesens succedè Isabella sua figliuola. Ebb’ella

per marito D. Raimondo di Cardona che fu Vicerè di questo Regno.

Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono al Cardinale Oliviero

Carafa. _Civitatem Ruborum cum ejus castro seu fortellitio, hominibus

vaxallis, bajulationibus_, e con tutte le altre clausole generali.

Su di questo contratto fu dal detto Ferdinando il Cattolico accordato

l’assenso nel dì 23 Agosto 1510. Da altro Registro del dì 20 Gennajo

1520 si ha che la detta città dal Cardinale Oliviero Carafa passò al

Conte Antonio Carafa suo nipote. E da altro Registro del dì 10 Giugno

1523 risulta che dal Conte Antonio passò al Conte Fabrizio Carafa suo

figliuolo[221]. Si lasciano gli ulteriori passaggi, poichè la nostra

città non essendo uscita mai più dalle mani di cotesta famiglia,

non interessa conoscere la serie degl’individui di essa che l’hanno

posseduta in feudo fino ai nostri giorni.

L’ordine cronologico esigerebbe che fossero quì riportati man mano gli

altri pubblici Registri dell’epoca di cui sto ragionando. Il maggior

numero di essi però è relativo a due circostanze che gittarono la

nostra città nell’ultima desolazione. La prima cagione di essa furono

gl’intollerabili abusi introdotti nel territorio di Ruvo dai Locati

Abruzzesi del Tavoliere di Puglia. La seconda fu ogni specie di abusi e

di eccessi che si permise la prepotenza Baronale della famiglia Carafa.

Da queste due cagioni rimase distrutta l’agricoltura, la pastorizia ed

ogni industria agraria di quella Popolazione, e fu inoltre la nostra

città spogliata de’ suoi dritti, e vessata da gravose estorsioni

e depredazioni che la ridussero alla estrema povertà, anzi al suo

fallimento.

Mi obbliga ciò a separare le materie e parlare di questi fatti in

due diverse rubriche. Comunque siano essi spiacevoli, formando parte

della storia della nostra città, non possono essere trasandati.

Chiamandomi essi inoltre per necessità a ragionare de’ diritti di

quella Popolazione sul proprio territorio, e de’ gravissimi discapiti

risultati dalla conculcazione di essi, è utile che siano queste cose

conosciute dai miei concittadini tanto presenti che futuri.

Il Mondo è una ruota. Come avviene per le mode che spesso riproducono

le cose antiche, così succede anche per gli abusi che si fanno spesso

risorgere sotto novelli nomi. Anderò quindi ad occuparmi separatamente

ne’ due seguenti capi tanto de’ diritti del Regio Tavoliere sul

territorio di Ruvo, e dell’abuso di essi fatto dai Locati Abruzzesi,

quanto delle interminabili gravezze sofferte dalla prepotenza Baronale

che mi toccò combattere. Ma tratterò cotesto doppio argomento dopo che

avrò quì riportati alcuni fatti che possono da essi segregarsi.

Domenico di Gravina nel luogo innanzi riportato tacciò di poca

previdenza i Ruvestini per non aver curato di mantenere in buono stato

le antiche fortificazioni della città. Attribuì a tal cagione il guasto

che soffrirono dalle masnade di Roberto Sanseverino, e forse non ebbe

torto. È da credersi che siano stati essi ammaestrati da quella trista

esperienza, poichè al tempo dell’altra aggressione di Consalvo di

Cordova di cui si è testè parlato, le mura della città erano in buono

stato. Oltre i Scrittori di sopra riportati i quali dicono che stavano

i Francesi in una città ben fortificata _Qui tunc fortissima habebat

castra Rubis_, si è veduto innanzi che i soldati di Consalvo non

poterono altrimenti penetrare in essa che dopo esser caduto un pezzo di

muraglia sotto i colpi dell’artiglieria, e dopo essersi superati altri

punti colla scalata.

Dopo quella fazione un tratto dell’antica muraglia che in parte guarda

il _sud_ ed in parte l’_est_, il quale era rimasto allora forse

danneggiato, si vede riedificato dalle fondamenta. La costruzione

però di esso più recente è ben diversa dalle antiche mura torri e

bastioni che cingevano un tempo la nostra città per tutti i lati. Le

mura del già detto tratto di fortificazioni che tuttavia esistono sono

solidissime e rivestite al di fuori di pietre quadrate ben connesse e

ben lavorate, a differenza dell’antica muraglia, la quale era formata

per lo intero di fabbrica semplice, e fiancheggiata di tratto in tratto

dalle torri, delle quali alcune poche erano rotonde, e tutte le altre

quadrate. Ma coteste torri insiem colle mura, tranne solo qualche

piccolo pezzo che n’è rimasto, son oggi scomparse del tutto.

Nel già detto novello tratto di muraglia vi sono due grandi torrioni

merlati. Tra l’uno e l’altro torrione vi era una delle quattro antiche

porte della città formata anche di pietre lavorate assai più grandi e

solide e ricche di ornati. Cotesta porta col linguaggio popolare era

chiamata _Portanò_ che può corrispondere o a _Porta nuova_, perchè

di nuovo riedificata, o piuttosto a _Porta di Noja_, perchè di là

si usciva per prendersi la via di Noja, come anche di Bitonto e di

Bari[222]. Delle dette porte della città era questa la più solida e

meglio fortificata. Aveva anche la così detta _Saracina_ per mezzo

della quale poteva rimaner munita di una seconda porta ferrata ad un

solo pezzo che sarebbe discesa colle catene dalla parte superiore

dell’edificio. Vi era su di essa lo Stemma della città sotto del

quale si leggeva il seguente distico non senza ragione motteggiato di

ampollosità dal Pratilli:

_Quondam magna fui totum urbs celebrata per orbem,_

_Si modo non eadem splendida fama patet._

Sotto questo distico vi erano le seguenti cifre MCCCCCXVI, le

quali fanno conoscere l’epoca della sua costruzione posteriore

all’aggressione di Consalvo di Cordova. Al di sopra di essa vi

era anche una fortificazione ben solida con delle feritoje e colle

statuette de’ tre Santi Protettori della città S. Cleto, S. Biase e S.

Rocco ch’è il più venerato dai Ruvestini, ha una statua di argento, ed

è da essi onorato di una sontuosa festa[223].

Nell’entrarsi per la porta suddetta sul lato dritto vi era l’antica

casa comunale di cui si parla nello strumento dell’anno 1608 di sopra

riportato. Si ascendeva alla stessa per un portone, ed un’ampia scala

scoverta che tuttavia esiste, ed ha il suo ingresso dall’atrio delle

pubbliche carceri. Era quell’edifizio di due piani. Il primo di essi

consisteva in un gran magazzino ove si riponeva il grano della pubblica

annona. Il secondo che cuopriva anche lo spazioso androne della porta

suddetta della città, era composto di cinque o sei comode stanze. Una

porzione di esse era addetta all’Amministrazione Municipale ed alla

convocazione de’ pubblici Parlamenti. Nell’altra il Governatore e

Giudice locale amministrava la Giustizia civile e penale.

La detta nuova muraglia ed i due grandi torrioni che fiancheggiavano

la porta suddetta avevano i loro fossati dalla parte esterna, i quali

sono stati ricolmi e ripianati ne’ tempi a noi più vicini. Nel sito di

quello che stava sulla dritta della Porta suddetta furono situate le

beccherie che tuttavia vi sono. Nell’altro che stava sulla sinistra

fu formato uno spianato per lo giuoco del pallone. Cotesto esercizio

utilissimo alla salute, ed a fortificare il corpo si è mantenuto in

Ruvo fino al tempo della mia fanciullezza, ed io ben me lo ricordo. È

ora andato in disuso, come è avvenuto per tante altre cose buone che

prima erano in pratica.

La detta bellissima Porta ora non esiste più. Tra le vertigini

dell’anno 1820 vi fu anche quella che nella città di Ruvo fu la stessa

diroccata. Venne però ciò operato arbitrariamente senza intelligenza

del Decurionato, e senza il permesso delle Autorità amministrative

superiori, da un crocchio di se-dicenti sapienti del tempo. Sulle prime

si spacciò il pretesto che la porta suddetta fosse stata cadente e non

senza un grave pericolo avrebbe potuto lasciarsi così.

Ma un discorso di tal fatta insultava il Pubblico, poichè bastava aver

occhi per vedere che avrebbe potuto la stessa sfidare altri dieci

secoli almeno. Redarguito quindi tal pretesto con amarezza da altri

cittadini che mal soffrivano un operare soverchiamente licenzioso, si

cominciò a dire che le antiche Porte della città impedivano la libera

circolazione dell’aere, ed erano quindi pregiudizievoli alla salute

degli abitanti. Vi è però in Ruvo tant’aria e tanta ventilazione che si

passa volentieri al soverchio. Si è detto innanzi che per tal ragione

gli antichi abitanti furono obbligati a sloggiare dal vertice della

collina, ove fu da principio la città edificata, e formarsi nuove

abitazioni più al basso di essa.

Ma sia pure tutto quello che que’ Signori dicevano, quale autorità

essi avevano di atterrare un pubblico edificio ch’era costato alla

nostra città una spesa considerevole? Chi gli aveva dichiarati

Magistrati Sanitarj inappellabili perchè avessero potuto credersi nel

potere di decretare ed eseguire a tal modo i loro decreti? La Storia

di tutti i tempi mi ha fatto apprendere che l’oltraggio maggiore

che si è potuto fare ad una città è stato quello di atterrarle le

sue mura e le sue Porte. La sapienza de’ Romani Giureconsulti dava

il nome di città soltanto a quella, _quæ muris cingitur_[224]. Le

mura e le Porte delle città furono da essi considerate come luoghi

_sacri_ ed intangibili[225]. Ci tocca ora ammirare la moderna sapienza

distruggitrice di quelle mura, e di quelle Porte che hanno tante volte

salvate le città dai più gravi disastri! E si stanno smaltendo queste

frottole mentre la città di Parigi che ha un milione di abitanti ed un

circuito immenso si sta attualmente cingendo di muraglie e di bastioni!

Smantellata intanto la Porta suddetta convenne poco dopo ricostruirsi

dalle fondamenta l’antica casa comunale di cui si è innanzi parlato. Le

fabbriche di essa erano molto annose e non solide abbastanza. Avendo

perduto l’appoggio del fortissimo androne della Porta della città

che le sosteneva, cominciarono a minacciar ruina, e fu necessario

abbatterle e riedificarle. La novella casa comunale fu costrutta

colla maggiore solidità, ed eleganza. Benchè non molto ampia, è uno

de’ più belli edificj di Ruvo, e ben si può dire che nel suo piccolo

presenta una idea della magnificenza Romana. In questa occasione in

luogo di quel distico ampolloso che vi era una volta sulla diroccata

Porta furono da me formati nove versi esametri, e questi essendo stati

incisi in una lapide, fu dessa incastrata nel muro della facciata

della novella casa comunale che guarda il largo denominato di _Porta

di Noja_. Cercai di rilevare in essi senza ampollosità e magniloquenza

i veri pregi della nostra città, ed i prodotti del suo vasto e fertile

territorio che niuno certamente potrebbe contraddirle. I versi suddetti

sono i seguenti.

_Hospes, me Græci quondam tenuere coloni._

_Antiquas inter non certe ignobilis urbes,_

_Dives agris, fortisque fui, sollerter et artes_

_Excolui, quod sculpta[226] probant, et picta decore_

_Vasa sepulcretis quæ condit terra vetustis._

_Optima cuncta mihi, cives, cœlumque, solumque,_

_Lac, fructus, segetes, mel fragans, grataque vina._

_Ægrotos sano[227], validorum corpora firmo._

_Siste Rubis gressum si vis bene ducere vitam._

Allora che scrissi cotesti versi il meno che avrei potuto immaginare

era che la novella casa comunale per la quale furono essi destinati

sarebbe un giorno appartenuta alla mia famiglia. Tanto però è avvenuto

per la seguente combinazione. Dopo la spesa non lieve che costò alla

Cassa comunale la ricostruzione di quell’antichissimo edificio, si

pose in campo la formazione di un’altra casa comunale più ampia e

più grandiosa. Si pensò quindi di far l’acquisto di un antichissimo,

e sdruscito Palagio che apparteneva un tempo alla estinta famiglia

_Avitaja_, ed era passato ad un Monte di Beneficenza. Preso dunque

cotesto edificio con contratto enfiteutico, si sono spese, e si stanno

spendendo bene o male molte migliaja di ducati per restaurarlo, ed

adattarlo agli usi dell’Amministrazione comunale.

Contratto cotesto novello ed arduo impegno fu risoluta l’alienazione

della già detta antica casa comunale riedificata. Essendosi

determinato di darla anche con contratto enfiteutico, furono aperte le

subastazioni. Un puntiglio fece determinare il fu mio fratello Giulio,

che non aveva certamente bisogno di una casa, a concorrere alle stesse.

Rimasta la casa suddetta a lui come maggiore offerente appartiene ora

al mio nipote Giovannino suo figliuolo ed erede. Così vanno le cose de’

Comuni.

Da altri Registri posteriori all’anno 1516 che si conservano nel Grande

Archivio si rileva che essendo continuate le usurpazioni de’ Terlizzesi

nel territorio di Ruvo, pendeva per tal causa un giudizio nell’anno

1522 nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria tra la Università

di Ruvo da una parte, la Università e molti particolari di Terlizzi

dall’altra. Lo pruova ciò un decreto emesso da quel Tribunale nel dì 24

Luglio 1522, col quale diè le opportune provvidenze relative all’esame

testimoniale che si stava compilando[228].

Da altro Registro si ha il decreto definitivo emesso del giudizio

suddetto dallo stesso Tribunale nel dì 26 Giugno 1523. Furono con esso

condannati trenta Terlizzesi proprietarj di fondi rustici nominalmente

riportati a pagare alla Città di Ruvo la bonatenenza, ed altri pesi

fiscali[229]. Non si conoscono le contrade ove li fondi suddetti erano

siti perchè manca il processo, e nel decreto non sono specificate.

Pruova però cotesto giudicato le ingiuste vessazioni, e le usurpazioni

de’ Terlizzesi.

Nell’anno 1600 vi era tuttavia il gravissimo inconveniente che i

soldati avevano il loro alloggio ordinario a carico delle Università

nelle case de’ particolari. Avevano i Baroni di quel tempo il

privilegio di esentare da cotesta dura suggezione quello de’ loro feudi

che avessero voluto, e farlo _Camera riservata_. Era questo il vocabolo

col quale era tale esenzione indicata. La Casa d’Andria intenta sempre

a smugnere il più che avesse potuto la nostra povera Città, come più

giù anderemo a vederlo, non lasciò la occasione di venderle a prezzo

carissimo un tal favore.

Costa dunque dai registri di quell’epoca che il Duca d’Andria e Conte

di Ruvo nell’anno 1600 presentò sua dimanda al Primo Conte di Lemos

Vicerè di questo Regno. Disse che a preghiere de’ Cittadini di Ruvo

aveva fatta ne’ mesi passati quella Città sua _Camera riservata; et

volendo ora detti Cittadini dare ad esso esponente quello si suole dai

Vassalli ai loro Signori per avere tal grazia_[230], dimandò quindi il

permesso che avessero potuto di nuovo congregarsi per deliberare ciò

che dovevano dargli per tal causa, giacchè la prima deliberazione presa

sull’assunto non aveva avuto effetto. Il Vicerè con suo rescritto del

dì 5 Giugno accordò tal permesso.

Nel dì 28 Giugno dello stesso anno si unì la Università in pubblico

parlamento preseduto dal Dottore Claudio Fraja _Governatore e Giudice

Baronale_, al quale era vietato dalla legge di prender parte in un

atto che riguardava l’interesse del Barone. Intervennero al parlamento

suddetto il Sindaco, gli Eletti e non più di settantuno Cittadini.

Disse il Sindaco Orazio Rocca che si era altra volta proposto lo stesso

affare, e nulla si era combinato perchè _l’offerta fatta a detto

Illustrissimo nostro Padrone non era piaciuta, onde non intende in

conto alcuno per la quantità di moneta in detta congregazione stabilita

venire alla detta transazione_.

Pose in veduta quanti _disturbi, dispendj, ed altre cose che per onestà

si taceno_, avvenivano in quelle città le quali erano caricate del

detto alloggio, e propose che si fosse fatta _all’Illustrissimo Signor

Duca nostro Padrone_ una offerta più vantaggiosa. La deliberazione

presa fu che si fossero al Duca offerti ducati diecimila _con queste

condizioni e patti quo in ogni futuro tempo detto Illustrissimo Sig.

Duca, e Conte di Ruvo nostro Padrone, suoi eredi e successori, _quod

absit_, venessero a vendere di qualsivoglia sorte, o pignorare, et

affittare questa Città di Ruvo, sicchè desso novo Signore, padrone,

creditore, o affittatore non ne venesse a fare camera perpetua, o non

ne potesse fare camera, o per volontà de’ Superiori, o per qualsivoglia

altro che potesse occorrere _de jure et de facto_ a non essere Camera

ordinaria questa Città, onde ne patisse alloggiamenti ordinarj, o

vero contro la forza di questa convenzione detto Illustrissimo Sig.

Duca, suoi eredi e successori venissero ad non fare camera ordinaria

perpetuamente loro, o vero per volontà de’ Superiori o per qualsivogli

altro che potesse occorrere _de jure et de facto_ questa Città ne

venesse a patire detti alloggi ordinarj, che _tunc et eo casu, imo ex

nunc prout ex tunc_ detto Illustrissimo Sig. Duca si abbia da obbligare

di restituire detti ducati diecimila una con l’interessi, danni patiti

e da patire a questa università_. E poichè li detti ducati diecimila da

offerirsi mancavano, fu risoluto anche di contrarsi un debito.

Non è quì intanto ad omettersi che costa dallo stesso registro lo

stato molto gravoso in cui era allora quella popolazione. Le gabelle

imposte per far fronte ai pesi che incumbevano alla Università

montavano ad annui duc. 12000. 2. 16. È notabile che la gabella del

pane che colpiva più delle altre la povera gente era data in appalto

per annui ducati 7113, somma molto esorbitante atteso il numero non

ampio della popolazione di allora. Aveva inoltre 27000 ducati di debiti

coll’annualità al 7 al 7½ all’8, ed al 9 per cento. Lo stato dunque

della nostra città non era affatto felice.

Il Duca d’Andria nondimeno presentò al Vicerè la detta deliberazione

presa nel parlamento del dì 28 Giugno 1600, e questi con sua

decretazione del dì 4 Settembre rispose _Regia Camera Summariæ de

supplicatis se informet, et referat_. Si presentò il Duca a quel

Tribunale, giacchè suo, e non della popolazione di Ruvo era l’impegno

di menare innanzi l’affare che gli portava diecimila ducati di

guadagno. Produsse due documenti diretti a pruovare che il Regio

Assenso si era accordato a due altre simili convenzioni passate tra

il Principe di Avellino e la Università di S. Severino, e ’l Marchese

di Morcone e la Università di detta Terra. Allegando questi due

esempj insistè che fosse stata allo stesso modo autorizzata anche la

convenzione fatta tra lui, e la città di Ruvo.

La Regia Camera della Sommaria dietro l’avviso dell’Avvocato Fiscale,

con sua _Consulta_ del dì... Novembre 1600 rispose al Vicerè che stanti

li precitati esempj allegati, ove gli fosse così piaciuto, avrebbe

potuto accordare il suo assenso anche alla convenzione combinata tra il

Duca d’Andria e la Università di Ruvo _per la somma però di ducati 8000

_tantum_ e non più_. Soggiunse bensì _Non lasciando però di dire a V.

E. et supplicarla resti servita di tenere la mano, et serrare questa

porta di concedere assensi sopra simili donazioni, con fare alcuna

Prammatica, o ordine che _ex nunc in antea_ non si facciano simili

accordi, et donativi, giacchè quelli potranno causare molto danno alle

Università_[231].

Non s’ingannarono que’ saggi Magistrati nel fare questa giusta

osservazione, giacchè il novello debito contratto dalla nostra città

per tal causa aggiunto agli altri che già aveva, ed alle Baronali

estorsioni che crescevano sempre da un anno all’altro, la trasse

a quella rovina di cui si parlerà al luogo opportuno. Passo ora a

ragionare del dritto del Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino,

e de’ gravissimi abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, i quali

rovinarono l’agricoltura non meno che la pastorizia della nostra povera

città.

CAPO XI.

_De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia nell’agro

Ruvestino, e degli abusi dappoi introdotti._

Alfonso I di Aragona Principe di gran mente e di gran cuore si

propose di riordinare le cose del Tavoliere di Puglia. Pensò quindi a

dotarlo di erbaggi sufficienti al largo comodo delle numerose greggi

che dalle fresche alture degli Abruzzi, ove andavano a passare la

estiva stagione, scendevano nell’inverno nella Regione più temperata

della Puglia. Acquistò quindi molti erbaggi vernini con contratti

stipulati con particolari, coi Baroni, e con diversi Luoghi Pii. Queste

compre vennero eseguite con essersi la cassa del Tavoliere obbligata

di corrispondere a coloro dai quali gli erbaggi suddetti si erano

presi un’annua rendita determinata proporzionata al valore dell’erba

rispettivamente ceduta.

Gli erbaggi a tal modo acquistati per la dotazione del Tavoliere

presero varj nomi. Altri furono chiamati erbaggi _ordinarj_, altri

_straordinarj_, altri _soliti_, altri _insoliti_ _etc._ Alcuni di essi

furono destinati al _ristoro_ degli animali, ed altri al _riposo_.

Rimetto agli Scrittori della materia Doganale la spiegazione di cotesti

vocaboli. Per l’argomento che mi ho proposto interessa conoscersi cosa

essi intendono pe ’l dritto di _riposo_.

È lo stesso così definito: _I riposi sono alcuni paschi che da luogo

in luogo sono stati comprati dalla Regia Corte affinchè nel viaggio

che fanno le pecore nel mese di Settembre e di Ottobre dal Sannio in

Puglia, e per opposto, possano ivi a spese della Regia Corte che ne

paga il prezzo ai padroni, per tre o quattro giorni, e secondo sarà

necessario, comodamente riposarsi, conforme nota il Reggente Moles_

De Dohana Menæpecudum Apuliæ §. _8 n. 52 e 53. I menzionati riposi si

connumerano tra gli erbaggi ordinarj e straordinarj soliti, e non solo

servono alle pecore come le taverne ai passaggieri; ma quei che sono

più vicini al Regal Tavoliere furono istituiti, affinchè dette pecore

non abbiano immediatamente bisogno di entrare a scommettere l’erba di

detto Regal Tavoliere: ma possano aspettare il ripartimento generale

per entrare a godere quelli erbaggi che dal Doganiere saranno loro

prescritti_[232]. Dal che è facile vedere che di tutti i diritti del

Tavoliere il _riposo_ è il meno pesante per i proprietarj de’ fondi,

come quello che si riduce al pascolo per un tempo molto limitato.

Ha preteso il Tavoliere che per effetto di un contratto passato tra

il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca di Venosa e di

Minervino, e Conte di Ruvo di cui innanzi si è parlato nel Capo IX

abbia acquistato un doppio dritto sul territorio di Ruvo. Il primo fu

quello di pascere l’erba di quel bosco feudale dal dì della Vigilia

del S. Natale fino al dì otto Maggio di ciascun anno. Il secondo fu il

dritto di _riposo_ sulle murge di Ruvo.

Pe ’l primo di questi due dritti non vi fu mai quistione. Il secondo

Stefano de Stefano lo dà per sicuro, e quindi nel luogo testè citato

tra i principali riposi del Tavoliere annovera _le murge di Minervino,

Andria, Quarata, Ruvo e Bitonto in Terra di Bari_. La Casa d’Andria

però ha sempre rispetto alle murge di Ruvo opposta a cotesto dritto

un’acre resistenza, come anderemo più giù a vederlo.

Ma dato anche per vero ciò che dice il precitato Scrittore, il dritto

del Tavoliere avrebbe potuto colpire la sola contrada delle murge detta

da Strabone _montosa et aspera_, ed essere limitato al solo _riposo_,

cioè al trattenimento di pochi giorni nel passare le pecore per que’

luoghi tanto nel venire dagli Abruzzi, quanto nel far ivi ritorno.

A tutt’altro modo però veniva cotesto preteso dritto esercitato dai

Locati Abruzzesi, sia per la resistenza che trovavano nelle murge dal

canto del Barone, sia per quelle soverchierie, alle quali soggiace

sempre il più debole. Si gittarono essi sul rimanente demanio fuori

delle murge più vicino all’abitato, e sicuramente comunale, ove stavano

e stanno tuttavia le numerose masserie de’ cittadini. Vi si fermavano

per tutto lo inverno, e lo ingombravano con tante pecore che ai poveri

proprietarj delle masserie suddette non lasciavano un filo di erba per

lo sollievo de’ loro animali!

Cotesto ristucchevole abuso lo contesta un processetto che si conserva

nel grande Archivio. Nell’anno 1509 la città di Ruvo spinta dalla

disperazione diè un ricorso al Vicerè di quel tempo D. Raimondo

di Cardona, e dimandò il permesso di chiudersi nel suo demanio una

mezzana, o sia difesa per lo pascolo de’ bovi aratorj. Giova recare i

precisi termini del ricorso suddetto per vedere a quali strettezze i

Ruvestini erano ridotti da cotesta abusiva invasione.

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 15 / 36 段