segreto Trattato messo sul tappeto con Carlo VIII, ma non ultimato
ancora quando avvenne la di costui morte. Era rimasto con esso
stabilito che avrebbero entrambi adoperate le loro armi per torre a
Federico il Regno di Napoli. La preda fu divisa nel seguente modo. Al
Re di Francia toccar doveva la città di Napoli, la Piazza di Gaeta, la
Provincia di Terra di Lavoro con tutto l’Abruzzo, la metà dell’entrata
della Dogana delle pecore di Puglia, e ’l titolo di Re di Napoli e di
Gerusalemme. Al Re di Spagna toccar doveva il Ducato di Calabria e di
Puglia, l’altra metà dell’entrata della Dogana suddetta, e ’l titolo di
Duca di Calabria e di Puglia. Si convenne che ciascuno di essi avrebbe
atteso a conquistar colle armi la sua parte, senza che l’uno fosse
stato obbligato ad ajutar l’altro, e che il trattato conchiuso sarebbe
rimasto nel massimo segreto.
Stante cotesta segreta combinazione la richiesta del Re Federico fu
da Ferdinando il Cattolico accolta con trasporto. Venne subito spedito
di nuovo nella Sicilia Consalvo di Cordova con truppe e colle segrete
istruzioni corrispondenti. Cadde costui nella bassezza di usare anche
un tratto di perfidia non degno di un uomo di valore. Si fece dare dal
Re Federico diverse città della Calabria sotto il pretesto di volerle
per la sicurezza delle truppe che seco aveva menate in di lui soccorso;
ma in realtà volle porsele in mano per facilitare vie più la conquista
di quella porzione del Regno che col segreto trattato era stata
attribuita al Re di Spagna. Ecco come rimase spogliato del Regno il
buon Re Federico assai degno di una sorte migliore.
Ben presto però, e propriamente nell’anno 1501 vennero i due Re a
discordia tra loro, poichè, come bene osserva Cornelio Tacito, _Arduum
est eodem loci potentiam et concordiam esse_[208]. Nel segreto trattato
non erano state bene e con avvedutezza definite, e circoscritte le
Provincie divise. Data al Re di Francia la Provincia di Terra di Lavoro
e l’Abruzzo, ed al Re di Spagna il Ducato di Calabria e di Puglia,
a qual de’ due spettar dovevano il Contado di Molise, la Valle di
Benevento, la Basilicata ed i due Principati? Ciascuna delle parti gli
voleva per se. Ma la maggiore altercazione era per la Capitanata.
A dire il vero per la Capitanata la lettera del trattato non era nè
ambigua nè oscura, e favoriva il Re di Spagna, poichè cotesta Provincia
ha formata sempre parte della Puglia, ed era chiamata _Puglia Daunia_,
come l’ho dimostrato nel Capo III. Ma i Francesi che troppo tardi erano
venuti a conoscere l’importanza di essa, a dritto o a torto la volevano
per loro.
Per evitarsi una rottura li Baroni del Regno fecero tutti gli sforzi
onde la cosa fosse terminata con una combinazione amichevole. Proposero
ed ottennero un colloquio tra il Duca _di Némours_ Vicerè di Luigi
XII e Consalvo che quì governava per Ferdinando il Cattolico. Nulla
però si potè combinare, e fu risoluto fra i due Capitani che si fosse
attesa la determinazione de’ due Sovrani, ed intanto nulla si fosse
innovato contro lo stato in cui erano le cose. Ma dopo ciò il Duca di
Némours che si vedeva di gran lunga superiore di forze, uscì da questo
accordo ed intimò la guerra a Consalvo ove non gli avesse prontamente
rilasciata la Capitanata.
Alle minacce susseguirono i fatti, poichè i Francesi occuparono la
Capitanata, la Terra di Bari, la Terra di Otranto e la Calabria. Poche
città marittime potè Consalvo conservare. Nella Terra di Bari gli
rimasero soltanto due città, cioè Barletta ed Andria. Tutte le altre
furono occupate dai Francesi. Consalvo con poca gente, senza danaro e
con una provvigione di vittovaglie anche molto tenue non fu al caso di
poterlo impedire[209]. Ecco come la città di Ruvo fu occupata anche
dai Francesi. E poichè era tuttavia una Piazza forte, ed importante
per la guerra suddetta, fu provveduta di buona guarnigione di fanti
e di cavalli sotto il comando del Signor _de la Palisse_, il quale
aveva sotto li suoi ordini anche l’Abruzzo. Quindi ebbero luogo quelli
avvenimenti che passo ad esporre.
Se Luigi XII non si fosse addormentato su di questi prosperi successi,
ed avesse continuato a rinforzare il suo esercito, e spingere innanzi
la guerra con vigore, gli sarebbe stato molto facile scacciare gli
Spagnuoli dal Regno di Napoli. Non seppe però profittare di tal
vantaggiosa posizione, e diè troppo tempo a Consalvo di avere rinforzi
di truppe e di danaro. La solita insolenza anche de’ Francesi diè
occasione ad un avvenimento che si rese famoso, ed influì moltissimo ad
incoraggiare l’esercito di Consalvo ed avvilire quello de’ suoi nemici.
Nella Guarnigione Francese stabilita a Ruvo vi era un Cavaliere
chiamato _Carlo de Togues_ intitolato _Signor de la Motte_. Mentre
stava costui prigioniere in Barletta parlò coi Capi dell’esercito
Spagnuolo con disprezzo degli uomini d’armi Italiani. Ettore Fieramosca
Cavaliere Capuano che apparteneva ad una compagnia di uomini d’armi
Italiani sotto il comando di Consalvo, per vendicare la ingiuria fatta
al nome Italiano mandò al _Signor de la Motte_ quella disfida, a cui
susseguì il famoso combattimento tra i tredici Cavalieri Francesi
usciti da Ruvo, ed altrettanti Italiani usciti da Barletta, il quale
ebbe luogo in un campo designato tra Andria e Corato poche miglia lungi
da Ruvo.
L’esito di quel combattimento gloriosissimo per l’Italia fece
apprendere che ben disse Plinio nel luogo innanzi riportato di essere
gl’Italiani superiori a tutti per l’ingegno, per la lingua e pe ’l
valore. Per eterna memoria di quel fatto d’armi tanto per noi glorioso
fu sul luogo istesso del combattimento eretto un monumento solidissimo
con analoga iscrizione. Io ben me lo ricordo per essermi ivi recato più
volte nella mia gioventù per contemplarlo colla massima compiacenza.
Ora però non vi è più.
Si crede che lo avessero fatto disparire i Francesi nel tempo che hanno
occupati que’ luoghi[210]. Se la cosa va così, non hanno potuto essi
certamente fare disparire anche que’ libri che ci hanno tramandate le
notizie di quel classico avvenimento. Ma non perciò non è a riputarsi
riprensibile la oscitanza delle Autorità amministrative tanto locali
che Provinciali nel non aver fatto rimettere di nuovo un monumento
tanto per l’Italia glorioso. Fa anzi meraviglia come tuttavia a ciò non
si pensi affatto!
Del combattimento suddetto ne parlano Francesco Guicciardini, Paolo
Giovio, Gio: Battista Cantalicio ed altri. Questi Scrittori però ne
hanno parlato molto in accorcio. Il pieno e minuto racconto di esso
non che la intera corrispondenza di lettere tra _Ettore Fieramosca_ e
’l Signor _de la Motte_ si ha da un libriccino stampato o piuttosto
ristampato in Napoli nell’anno 1633. L’autore di esso è ignoto. Lo
stile non elegante. Ma chi lo ha scritto ha contestato di essere stato
presente ai fatti che ha fedelmente riportati.
Cotesto libercolo dell’antica edizione, la quale si è resa rara, l’ho
avuto dalla cortesia, ed amicizia dell’egregio e coltissimo D. Gaspare
Selvaggi Segretario della Commissione di Pubblica istruzione. Mi sono
determinato a ristamparlo alla fine di questo mio Cenno istorico
per un doppio riflesso. Il primo perchè non credo mai superfluo il
moltiplicare le copie di uno scritto che riporta compiutamente tutte
le circostanze di un fatto tanto glorioso al nome Italiano. Il secondo
perchè i preliminari di esso avendo avuto luogo nella mia Patria, ben
può dirsi che formano parte della storia di essa.
Passando ora agli avvenimenti che susseguirono a quel combattimento,
quanto il mio animo ha esultato nell’averlo commemorato, altrettanto
rimane addolorato ed irritato dalle nuove sciagure non meritate che
vennero a piombare sulla povera mia patria. Francesco Guicciardini,
dopo aver parlato delle strettezze alle quali erano ridotti gli
Spagnuoli rinchiusi ed assediati nella città di Barletta colla giunta
ben fastidiosa di essersi ivi introdotta anche la peste, passa ad
encomiare la virtù, e la costanza di Consalvo, il quale tollerando
tutte le privazioni ed incoraggiandogli col suo esempio, gli teneva
a bada colla speranza di vicini soccorsi. Indi soggiugne il seguente
racconto, il quale per altro pecca di poca esattezza in diverse
circostanze che non mancherò di rilevare.
_In tale stato ridotta la guerra, cominciarono per la negligentia e
per gl’insolenti portamenti de’ Francesi ad essere superiori quelli
che fino a quel giorno erano stati inferiori, perchè gli uomini di
Castellaneta, Terra vicina a Barletta[211] disperati per i danni ed
ingiurie che pativano da cinquanta lancie Francesi che v’alloggiavano,
prese popolarmente l’armi, li svaligiarono, e pochi dì poi Consalvo
avendo notizia che Monsignor de la Palissa, il quale con cento lancie
e trecento fanti alloggiava nella Terra di Rubos, distante da Barletta
dodici miglia[212] faceva guardie negligenti, uscito una notte da
Barletta, et condottosi a Rubos, et piantate con grandissima celerità
le artiglierie, le quali per essere il cammino piano aveva facilmente
condotte seco, l’assaltò con tale impeto che i Francesi i quali si
aspettavano ogni altra cosa, spaventati dall’assalto improvviso, fatta
debole difesa, si perderono rimanendo cogli altri Palissa prigione, e
’l giorno medesimo se ne ritornò Consalvo a Barletta, senza pericolo di
ricevere nel ritirarsi da Nemurs, il quale pochi dì innanzi era venuto
a Canosa, danno alcuno, perchè le genti sue alloggiate per tenere
Barletta assediata da più lati, e forse per maggiore loro comodità in
più luoghi, non poterono essere a tempo a congregarsi._ Passa dopo ciò
a riportare il già detto famoso combattimento de’ tredici Cavalieri
Francesi ed altrettanti Italiani, e parla di esso come di un fatto
posteriore alla espugnazione della detta città di Ruvo[213].
Ha però quì il Guicciardini errato in tre cose essenziali. La prima
nell’aver detto che i Francesi fecero poca resistenza, mentre questa
fu vivissima, e ’l Signor _de la Palisse_ che gli comandava non merita
di essere tacciato nè di negligenza, nè di codardia, poichè fu sempre
presente nel più forte e nel più caldo della mischia, e vi rimase anche
ferito. La seconda nell’aver detto che la nostra città fu espugnata
quando il Duca di _Némours_ era già ritornato a Canosa, mentre questi
era partito per Castellaneta col nerbo delle sue truppe per vendicare
la ingiuria fatta ai Francesi dagli abitanti di quella città. Consalvo
profittò della di lui assenza e della lunga distanza di Castellaneta
per tentare sulla città di Ruvo quel colpo di mano che gli riuscì così
bene.
La terza è stata nell’aver detto che il precitato famoso combattimento
de’ tredici Cavalieri Francesi coi tredici Italiani susseguì alla
espugnazione della nostra città, mentre non vi può esser dubbio
che l’abbia preceduta. Pare che il Guicciardini abbia ignorata la
circostanza che i tredici Cavalieri Francesi furono scelti dalla
cavalleria che stava alloggiata in Ruvo, la quale dappoi colla presa
della città rimase prigioniera di guerra, come lo stesso Guicciardini
lo ha detto. Andiamo dunque a rettificare cotesti errori colla
testimonianza di altri Scrittori meglio informati de’ fatti allora
avvenuti.
Paolo Giovio nella vita di Consalvo, dopo aver parlato del già detto
famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi con altrettanti
Italiani, passa a dire che mentre il Duca di _Némours_ stava sotto le
mura di Castellaneta, e non già a Canosa come ha creduto Guicciardini,
gli pervenne un messo. _Is attulerat Consalvum Barolo profectum Rubos
ad opprimendum Paliciam contendisse. Is enim de Namurtii profectione
certior factus, ex occasione sumpto consilio, celeriterque expedito,
noctu eductis omnibus copiis, tormentisque, ita ut Decuriones
Barolitanos non obscuræ fidei obsides futuros secum duceret, Rubos
advolavit. Tantaque vi, tormentis admotis, oppugnare adortus est, ut
prostrato ingenti ruina muro[214], collata veluti acie dimicaretur,
et non uno in loco Hispani admotis scalis subire mœnia niterentur.
Certatum est per septem horas summa contentione; nam Palicia infracto
animo, ubi periculum posceret adhortando, pugnandoque suis non deerat.
Cum pro vallo cataphractos equites pedibus dimicantes irrumpentibus
opposuisset, et per sagittarios Vascones idoneis locis dispositos
crebra vulnera subeuntibus inferebantur. Sed ipso demum Palicia
vulnerato, et cataphractis incumbentium hostium impetu pondereque
prostratis potius, quam interfectis, Hispani in oppidum irruperunt: cum
alii eodem fere tempore, conscensis scalis, muri coronam cepissent.
Primum quod illatum est repulsis Gallis vexillum fuit Francisci
Sances, qui Regis Hispaniæ erat dispensator. Muralis vero coronæ decus
datum est Trojano Morminio nobili Neapolitano, qui primus muri pinnam
apprehendisse conspectus est. Multis igitur primo impetu cæsis, reliqui
Galli omnes cum Rubustanis civibus capti sunt, eminente inter ceteros
Palicia cum Amideo Allobrogum equitum Præfecto, et Peralta Hispano, qui
ante turbatam pacem sub Gallo Rege stipendia merens, in officio sibi
permanendum esse censuerat._ Passa poi a dire ciò che Consalvo fece
dopo, del che si parlerà in seguito[215].
Gio: Battista Cantalicio seguì Consalvo nelle sue militari spedizioni,
e per la di lui influenza e protezione fu elevato al Vescovado di
Atri e di Penne. Fece quindi di lui il suo Eroe, e credè di dargli la
immortalità con un suo Poemetto intitolato _Consalvia_, il quale servì
solo a farlo conoscere per un cattivo verseggiatore e non migliore
Grammatico. È pieno lo stesso della più bassa adulazione, della quale
n’è stato giustamente censurato. I fatti però che riporta, ed ai quali
era stato egli presente, sono gli stessi. Parla prima del combattimento
de’ tredici Campioni di ambe le parti. Passa indi a dire che pervenne
a Consalvo la notizia del fatto di Castellaneta e di altri svantaggi
avuti dai Francesi nella Terra di Otranto, non che della partenza
del Duca di _Némours_ per que’ luoghi, e viene quindi a riportare la
fazione seguita a Ruvo ne’ seguenti termini:
_Ipse quoque interea ne duceret ocia noster_
_Sæva Ducem contra molitur bella Palizam,_
_Haud procul a nobis, qui tunc fortissima habebat_
_Castra Rubis, equitumque manus, peditumque potentes,_
_Deque sagittifera numero bis gente ducentos._
_Ergo ubi dispositas acies vidit esse suorum,_
_Phœbus in occiduis quum jam caput abderet undis,_
_Dux prudens simulavit iter, quo callidus hostes_
_Redderet ancipites, nec quo trahat agmina scirent,_
_Vel tormenta ferat; sed tandem nocte peracta,_
_Prima luce Rubos tunc non ea bella timentes_
_Acriter invadit, pugnatur. At illa per omnem_
_Pugna diem trahitur, donec jam sole cadente,_
_Urbe manu forti nostri potiuntur adepta._
_Diripitur, prædæque datur. Gens Gallica tota,_
_Cumque sua victus capitur Dux gente Paliza,_
_Tota per Aprutii Populos qui Regna tenebat,_
_Quique Ducis secum gestabat signa Sabojæ._
Passa poi ad enumerare i principali Capitani tanto Italiani che
Spagnuoli, i quali presero parte a quella fazione, e seguita indi a
dire
_Hos inter primos Sances Franciscus adhæsit_
_Strenuus, atque acer muris insignia primus_
_Intulit, et sociis aditus reseravit apertos._
_Tu quoque Parthenopes pugnans Morimine fuisti_
_Gloria magna tuæ, qui desuper hoste furente_
_Mœnia magnanima prensas sublimia dextra,_
_Et conjecta super tot vertice tela repellis,_
_Judicioque tuo melius mutata repente_
_Hostibus oppressos diffregit machina muros._
_Hinc Loffreda suam quassans non segniter hastam_
_Margariton meruit per fortia prœlia laudem_
_Inter Parthenopes juvenes non infima fama._
_Exportata Rubis igitur quam maxima præda_
_Ducitur ad Barolum: tergis it magna revinctis_
_Mortalis captiva manus: hinc tollitur ingens_
_Armorum spolium, numerus quoque magnus equorum,_
_Et pecoris quidquid fuerit, Bacchusque, Ceresque,_
_Et quæcumque fuit victis ablata supellex._
_Hoc est esse viros, hoc est et vincere scire_
_Obsessi ducant si de obsidione triumphos._
Seguita a dire il Cantalicio che dopo ciò era intenzione di Consalvo
di andare a cercare il Duca di _Némours_ passando più oltre, ma ne fu
trattenuto dal seguente riflesso:
_Certe Ducis magni fuerat sententia jam tunc_
_Ulterius proferre gradum, hostesque profectos,_
_Proregemque sequi, qui signa minantia contra_
_Castellaneti tunc mœnia versa ferebat._
_Sed tenuit permagna Ducem, fœcundaque præda,_
_Ne qua inter nascens discordia tot caligatos,_
_Verteret in rixas victricia castra suorum_[216].
Ma fu questa una delle tante insulse ampollosità e millanterie
del Cantalicio. Non aveva Consalvo così poco senno. Cercò anzi di
affrettare il più che gli fu possibile il suo ritorno a Barletta con
tutte le truppe per tema che gli fosse piombato addosso il Duca di
_Némours_ che aveva forze superiori. Cotesta sua previdenza la nota il
Guicciardini nel luogo innanzi trascritto, e l’encomia Paolo Giovio, il
quale seguita a dire: _Sequentique die, non plane toto direpto oppido,
eadem usus celeritate Barolum est reversus pene prius quam Nemurtius,
qui ex itinere adjunctis sibi Helvetiis, et coacto ampliori equitatu,
festinanter adventabat, de Paliciæ calamitate doceretur_.
Fa la stessa osservazione Mambrino Roseo nelle sue note alla Storia
di Pandolfo Collenuccio, il quale riporta i fatti suddetti allo
stesso modo. _Con meravigliosa prestezza era uscito colle sue genti da
Barletta, e con alcuni pezzi di artiglieria era ito ad assaltare Rubi,
luogo importantissimo per quella guerra, dove era restato con pochi
Monsieur de la Palisse, onde di questa nuova fastidito il Francese si
mosse verso Barletta a gran giornate ricordandosi del savio consiglio
che gli aveva dato l’Acquaviva che non dovesse partirsi pronosticando
quello ch’era avvenuto._
_Intanto Consalvo con la maggior prestezza del Mondo data la batteria,
e poi l’assalto a Rubi, dopo molto travaglio la prese essendo fatto
prigioniero la Palisse con molti altri Cavalieri Francesi, e fatto
questo se ne tornò a Barletta con meravigliosa prestezza_[217].
Lascio gli altri Scrittori che potrei addurre, poichè ciò che si è
detto è bastante a dilucidare il triplice errore nel quale è caduto il
Guicciardini. Passo ora a considerare questo fatto sotto il rapporto
morale, poichè non si può dare una iniquità maggiore di quella che
commise Consalvo verso gl’innocenti Ruvestini. Era stata la loro
città occupata dai Francesi non già perchè fossero stati questi da
essi chiamati, ma perchè erano i più forti. Consalvo che avrebbe
dovuto opporsi a tale occupazione, se ne stava chiuso ed assediato in
Barletta, e fu ben fortunato che i Francesi inebriati ed assonnati dai
vantaggi riportati non si affrettarono ad incalzarlo vie più quando era
facile l’annientare la poca forza che gli era rimasta.
Avendo colto il tempo e la occasione opportuna di sorprendere la città
di Ruvo, la resistenza gli fu fatta dal Signor _de la Palisse_, e dai
soldati Francesi ch’erano sotto il di lui comando, non già dal Sindaco
e dalla Popolazione di Ruvo. Se ai Francesi si fossero uniti anche
gli abitanti della città, sarebbe stato il discorso ben diverso. La
vittoria riportata quindi gli dava dritto di appropriarsi tutto ciò
che apparteneva ai Francesi, e non già di saccheggiare e depredare le
sostanze de’ poveri cittadini con avergli spogliati di tutto finanche
delle vittovaglie, del vino, del bestiame, e di tutto ciò ch’era
necessario alla vita, come non senza una positiva impudenza glie ne ha
fatto un vanto il Cantalicio suo Panegirista. Molto meno aveva diritto
di menare prigionieri a Barletta que’ cittadini che non avevano con lui
combattuto per estorquerne anche un riscatto dopo avergli spogliati di
tutto, come ci fa anche sapere Paolo Giovio nel luogo testè riportato.
Quale viltà! Qual sordidezza!
Non solo i Ruvestini non erano colpevoli di nulla per aver mancato
Consalvo per la sua debolezza di opporsi ai Francesi che occuparono
quella città, ma avevano dovuto anche tollerare il peso non lieve di
una guarnigione numerosa di fanti e di cavalli. Con qual principio
dunque di onestà, di morale e di Religione abbandonò Consalvo quella
povera città all’avidità, alla rapacità ed alla brutalità della sua
soldatesca? A tal modo cercava egli compensare i servigi che la sua
cassa vuota ed esausta non poteva pagare alla stessa?
La di lui gloria militare, che non gli contendo, non può certamente
cancellare il torto immenso che fa alla di lui memoria quel tratto
di vile iniquità. Ben diceva il detto Paolo Giovio nel luogo innanzi
citato che Consalvo poco curava che si fosse parlato male di lui quando
ciò che operava era profittevole alle sue vedute guerresche. Anche
la guerra però ha le sue leggi, le sue regole di giustizia, e que’
riguardi che son dovuti alla morale. Il Generale di un’armata regolare
non deve operare come un capo di masnadieri, e spogliare chiunque gli
capita nelle mani.
Ogni tempo però viene. Ei pagò il fio delle sue iniquità. Malgrado
gl’importanti servigj resi _per fas et per nefas_ a Ferdinando il
Cattolico, ne fu mal corrisposto. Dopo la splendidissima figura fatta
nel Regno di Napoli, venne richiamato e finì lì suoi giorni in una
umiliante oscurità. Sì fatti cangiamenti non gli opera sempre il
caso. Vi concorre sovente anche la mano occulta della Provvidenza che
confonde la superbia degli uomini, e riserba alle iniquità la meritata
pena. _Non enim_ (diceva un grand’Uomo del Gentilesimo) _approbatum
est non esse curæ Diis securitatem nostram, esse ultionem, ut non modo
casus, eventusque rerum, qui fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque
noscantur_[218]-[219].
Fa però in verità positivo ribrezzo che la penna di un Ecclesiastico
siasi a tal segno degradata che abbia fatto un pomposo elogio della
iniqua depredazione della città di Ruvo e del copioso bottino che
l’Eroe dalla stessa decantato ne riportò a Barletta! Negli elogj
però de’ grandi Uomini i loro errori e le loro colpe o si scusano
destramente o si passano sotto un prudente silenzio; ma non si
esaltano, ma non si encomiano e si applaudiscono come ha fatto il
Cantalicio senza veruna dignità e contegno.
Si vede bene che la sua picciola testa troppo inebriata dall’onore
della Mitra ottenuta per la influenza e protezione di Consalvo in
quel tempo potentissimo, obliò le massime del Vangelo, e qualificò la
Pirateria come una virtù eroica! Non fia ciò meraviglia, poichè nella
dedica che fece a Consalvo del suo infelicissimo Poemetto (se può lo
stesso meritare questo nome) obliò anche il suo carattere e cadde nella
bassezza di dichiararsi un Vescovo suo tributario. _Decebat propterea
me tributarium Episcopum tuum aliquid afferre tributi, quo possis
immortalitatem consequi!_ Il merito di un concetto di tal fatta lo
valutino quelli Uomini rispettabili che sono investiti della stessa
alta Dignità Chiesastica. Andiamo innanzi.
In quanto ai pubblici registri di quell’epoca relativi alla città
di Ruvo si è detto nel Capo precedente che Federico di Aragona aveva
venduta la nostra Città a Galzarano de Requesens Conte di Trivento,
e di Avellino. Rimasto il Regno a Ferdinando il Cattolico, lo stesso
con suo privilegio del dì 13 Novembre 1504, lodandosi altamente de’
servigj da costui resi nella guerra contro i Francesi, gli confermò
tutti i suoi feudi, e tra questi gli fu confermata anche _Civitas Rubi
Provincia Terra Bari cum castro, fortellitio, vaxallis, vaxallarumque
reddititus feudatariis et subfeudatariis domibus et possessionibus,
vineis, olivetis, jardenis terris cultis, et incultis, herbagiis,
tenimentis, territoriis, querquetis, nemoribus, pascuis, arboribus,
silvis, redditibus, bajulationibus etc._[220].