Disfatto o crollato il tavolato intermedio che vi era una volta tra il

terzo piano e la volta che cuopre la torre, non si può ora accedere

altrimenti dalla parte interna alla detta scaletta che mena alla

sommità di essa che congiugnendosi insieme due lunghe scale. Per chi

non è uso a queste pruove non è la cosa senza un pericolo. Malgrado ciò

la curiosità smaniosa che ho sempre avuta per le antichità patrie mi

spinse mentre non aveva che l’età di undici anni ad indurre un maestro

muratore ad appagare il mio imprudente desiderio di montare sulla torre

suddetta col di lui ajuto. Mi è rimasta sempre impressa nella mente la

stupenda ed estesissima veduta che di là si gode.

Non ometto in fine che nella torre suddetta si entrava, come innanzi ho

detto, dal lato del castello mediante un ponte sovrapposto all’antico

fossato o rivellino. Alla fine di esso sui lato sinistro accanto al

corpo della torre si vede un fabbricato ora sdruscito, e rovinato dal

tempo di figura circolare, il quale dal fondo del fossato si elevava

fino al terzo piano della torre. Cotesto fabbricato non poteva esser

altro che una gran cisterna costrutta per provvedere di acqua la

Guarnigione.

Dalle cose premesse s’intende bene il perchè Domenico di Gravina il

castello di Ruvo lo chiamò _Castrum fortissimum_, e nelle concessioni

in feudo della nostra città si vede conceduta _Civitas Ruborum cum suo

castro, et fortellitio_. Le fortificazioni di sopra descritte al tempo

in cui non si era ancora inventata la polvere da cannone non erano

certamente di facile espugnazione.

Non si conosce l’epoca della fondazione tanto del castello che della

torre, poichè manca una notizia qualunque che possa indicarla. Nè si

può dire tampoco con certezza se i due edificj siano stati costrutti

contemporaneamente o in tempi diversi. La diversità della fabbrica

dell’uno e dell’altro potrebbe forse costituire un argomento per

credergli surti in tempi diversi. Ma l’una e l’altra costruzione è

tanto antica che non si può decidere quale de’ predetti due edificj

debba credersi anteriore. Non è però improbabile il dirsi che le

fortificazioni predette in tutto o in parte vi fossero state al tempo

di Ruggiero non meno per l’antichità ch’esse mostrano, ma anche perchè

da ciò che si è detto nel capo precedente era Ruvo fin da quel tempo

una città forte.

Non manco intanto di avvertire che nella parte esterna della torre

suddetta da quel lato che guarda il mezzodì tra il secondo, e ’l terzo

piano all’altezza di circa dodici palmi dal pavimento del corridojo

scoverto che gira intorno al parapetto del bastione, vi è nel corpo

della muraglia della torre incastrata una lapide lunga circa tre palmi

e larga circa due palmi. Avendone fatto levare il modello, ho rilevato

ch’è la stessa bene scorniciata. Nel mezzo vi sono scolpiti due

scudi di uguale dimensione. Uno di essi ha il campo netto, e liscio.

Nell’altro vi è un lione rizzato sui piedi di dietro che gioca le

zampe, ha la lingua fuori della bocca, e la coda alzata e rivolta sulla

schiena giusta la seguente figura

[Illustrazione]

Pareva sulle prime che avesse potuto cotesta lapide porgermi il filo

per indagare l’epoca della costruzione della torre suddetta. Sono però

rimasto nella stessa oscurità. Primieramente non è facile il decidere

se la lapide anzidetta sia stata messa nella prima costruzione della

torre, o aggiunta dopo. Comunque un abile maestro muratore incaricato

di osservarla abbia assicurato che la muraglia non apparisce forzata,

ciò però non esclude che abbia potuto essere incavata con tanta

diligenza che non si apprenda in essa, dopo di esserne passati più

secoli, veruna alterazione. Prescindendo da ciò, non è facile tampoco

l’indovinare a chi possano appartenere le armi scolpite nella lapide

suddetta. In quanto alle antiche famiglie nobili Napolitane li nostri

Scrittori Scipione Mazzella nel suo libro intitolato _Descrizione del

Regno di Napoli_, e Carlo Borrelli nel precitato suo libro intitolato

_Vindex Neapolitanæ Nobilitatis_ ci hanno fatto conoscere le armi

ed insegne di moltissime di esse. Ve ne sono di queste alcune,

specialmente de’ Caraccioli, che hanno il leone in quella stessa

posizione in cui si vede nella nostra lapide.

È però ad osservarsi che le famiglie suddette hanno un solo scudo col

lione e non già due, e che niuna di quelle famiglie che hanno nello

scudo il lione ha posseduto in feudo la città di Ruvo. Il che si rileva

anche dai precitati due Scrittori, i quali hanno riportati i nomi ed i

titoli de’ feudi da esse posseduti, tra i quali non vi è Ruvo.

Ove poi le armi suddette volessero attribuirsi ad alcuno de’ Nobili

Stranieri, ai quali la nostra città fu conceduta in feudo, in primo

luogo non sono essi tutti conosciuti. In secondo luogo sarebbe questa

una indagine astrusa inestricabile, e di niuna importanza. Quindi

non attacco alla stessa quella idea che ho giustamente attaccata allo

scuoprimento della origine della nostra città.

In mezzo a tanta oscurità se è permesso ad ognuno di proporre le sue

conghietture, potrebbe darsi anche che fosse stato questo l’antico

stemma della nostra città. Il lione ha potuto esser ritenuto o come un

simbolo della sua fortezza, o in memoria del lione Nemeo che si vede

nelle sue antiche monete. L’altro scudo netto e liscio potrebbe forse

alludere alla vasta estensione del suo territorio. Del resto chiunque

possa riuscire a dare della lapide suddetta una migliore spiegazione

sarà da me applaudito di tutto cuore.

CAPO IX.

_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Aragonese._

Dai Registri del grande Archivio si rilevano i seguenti fatti.

Nell’anno 1454 Donata del Balzo Orsini figliuola primogenita di

Gabriele del Balzo Orsini Duca di Venosa, e figliuolo secondogenito

di Ramondello del Balzo Orsini Principe di Taranto, espose al

Re Alfonso Primo di Aragona che il suo defunto genitore aveva

possedute le seguenti città e terre, cioè Venosa col titolo di Duca,

Lavello, Lacedogna, Minervino, Ruvo e Vico co’ suoi casali nominati

Castiello, S. Nicola e S. Suosso, Montelione, Laurenzana, Castello

Vellotto, Flumari, Vallata, Guardia Lombarda, Pulcarino, Rocchetta

_Sancti Antonii_, Carbonara, Monte acuto, Carpignano, li casali di

Trentola, Lauriano e Capodrise col Territorio detto di Pietra Palomba

_Cum omnibus ipsarum civitatum, terrarum et locorum castris, seu

fortellitiis, hominibus, vassallis, vassallorumque redditibus, mero,

mixtoque imperio, et gladii potestate, Banco Justitiæ, et cognitione

causarum civilium, criminalium et mixtarum, Bajulationibus et integro

eorum statu_.

Disse che i feudi suddetti a lei spettavano per la morte del

suo genitore a titolo di legittima successione, e ne dimandò la

investitura. Il detto Re Alfonso I con suo Privilegio del dì 1.º Giugno

dell’anno suddetto le confermò li feudi di sopra enunciati _pro se,

suisque heredibus, et successoribus cum omnibus prædictis juribus et

jurisdictionibus, prout melius et plenius tenuit, et possedit dictus

quondam Gabrielius pater vigore suorum privilegiorum[203], tenenda

omnia prædicta in feudum etc._[204].

La detta Donata del Balzo Orsini prese per marito Pirro del Balzo

Principe di Altamura, Conte di Monte Scaglioso e Gran Contestabile

del Regno e gli portò in dote li feudi suddetti. Per tal ragione nelle

carte Aragonesi e dai Scrittori della Materia Doganale il detto Pirro

del Balzo si trova intitolato Duca di Venosa e di Minervino, e Conte

di Ruvo. Ai conjugi suddetti il Re Ferdinando I di Aragona figliuolo

di Alfonso nell’anno 1458 confermò li feudi che rispettivamente

possedevano, tra i quali la città di Ruvo[205].

Isabella del Balzo fu figliuola del detto Pirro del Balzo e di Donata

del Balzo Orsini. Ebb’ella per marito Federico di Aragona figliuolo

secondogenito del Re Ferdinando I di Aragona. Per la morte de’ suoi

genitori senza figliuoli maschi, tra gli altri feudi da lei ereditati

vi fu anche la città di Ruvo. Fu per la nostra città sicuramente

un vantaggio l’esser passata sotto la dominazione di un Principe

distintissimo per le sue virtù e per la bontà de’ costumi. Ma ciò durò

ben poco.

Divenuto Federico Re di Napoli nell’anno 1496, pressato forse dalle

dolorose circostanze delle quali si parlerà nel seguente capo, vendè

nell’anno 1499 la città suddetta a _Galzarano de Requesens_ Conte di

Trivento e di Avellino. Questo contratto non trovandosi registrato

ne’ Regj Quinternioni, i notamenti ch’esistono nel Grande Archivio lo

giustificano riportandosi ad un antico processo formato nella Regia

Camera della Sommaria tra il Regio Fisco e ’l Duca d’Andria e Conte

di Ruvo per l’assegnamento de’ fuochi della detta città, nel quale

il privilegio suddetto erasi prodotto[206]. Bisogna ora dare un passo

indietro per riportare i seguenti registri anche dell’epoca di cui sto

ragionando.

Nel Repertorio de’ Registri _Curiæ_, nel Registro _Licterarum Regiarum

Primo_ dell’anno 1478 Cam. I Lettera S Scanzia 4 n. 5 fol. 42 a t. vi

è la seguente notizia. _Università di Curati, et Ruvo communità d’acqua

et herba 1478 Rex Ferdinandus._

Nel detto Repertorio sotto il Registro _Licterarum clausarum Curiæ_ IX

dell’anno 1478 Cam. I lettera S Scanzia I n. 8 fol. 74 si legge _Ruvo

et Corato per l’acqua et herba comune_.

Nel Repertorio de’ Registri _Partium_ fol. 17 a t. sotto il Registro

_Partium_ XIX dell’anno 1479 Cam. 5 Lit. A Scanz. I n. 29 si legge

_Università di Quaratæ immunità per la fida d’animali in loro

territorio, et communità di acqua et erba con l’Università di Rubo_.

Li già detti tre Registri mancano; ma li trascritti notamenti rimasti

ne’ repertorj bastano a pruovare di esservi stata un tempo comunità di

acqua ed erba tra le due Popolazioni di Ruvo e di Corato. Lo conferma

ciò anche il seguente Registro tuttavia esistente dello stesso anno

1479.

Giacomo Caracciolo utile Signore in quel tempo della terra di

_Quarata_, e la università, ed uomini di essa esposero al detto Re

Ferdinando che _avendo dicta Terra, et Università et homini di quella

comunità de acqua et herba con la Università et homini de la cità de

Rubo, et quella se usano, et usase gran tempo, et l’uno con li altri

pacifice secundo loro antiqua consuetudine, privilegj et capitoli

mostrase, al presente per Cola Cometta de questa nostra Dohana le si

vogliono innovare cosa non solita, nè seguita per gli altri Officiali

de dicta nostra Dohana, dal che ne seguerea non poco danno et interesse

a dicti exponenti. Unde de ciò ne hanno fatto supplicare vogliamo alla

loro indempnità de opportuno rimedio provedere non se li debbia a dicti

supplicanti innovare cosa alcuna in prejudicio de’ dicti loro capitoli,

privilegj, et consuetudine, per lo dicto Cola, et altri Officiali

de dicta Dohana in la dicta loro comunità de acqua et herba, ante

lassarreli persistere et gaudere si come per lo passato avevano facto,

et al presente fanno in dicta comunità_.

Sussiegue il Rescritto del Re che si vede inserito alla lettera, col

quale venne ordinato che nulla si fosse innovato contro la esposta

comunione di acqua ed erba. In fine vi è una provvisione del Tribunale

della Regia Camera della Sommaria del dì 12 Settembre 1479 colla

quale fu ordinata la piena ed esatta esecuzione del precitato Real

Rescritto[207].

CONSIDERAZIONI

_Sulla comunità di acqua ed erba della città di Ruvo con Corato e

Terlizzi._

Dal Registro del Re Roberto dell’anno 1310 e 1311 riportato innanzi

alla pag. 144 si è veduto che tra Ruvo e Terlizzi vi era la stessa

comunione di acqua ed erba. Perchè la nostra città è stata una volta

in comunione colle due terre di Corato e di Terlizzi, e non già colle

convicine città di Bitonto, di Altamura e di Gravina? Pare che la cosa

si spieghi da se stessa. In quanto a Terlizzi ch’è alla distanza di due

miglia da Ruvo, basta un solo colpo d’occhio di chiunque non voglia

rinunziare al raziocinio per decidere di esser quella una novella

Popolazione nata nell’antico estesissimo agro Ruvestino, e che quanto

la stessa ha e possiede non può ripeterlo che dalla nostra città.

In quanto poi a Corato pare che non possa porsi tampoco in dubbio che

sia surta del pari nel territorio di Ruvo, e che il terreno alla stessa

assegnato dal Conte Pietro Normanno dal quale fu edificata sia stato

ritagliato anche dall’agro Ruvestino. Si è innanzi dimostrato che dal

lato occidentale era Ruvo l’ultima città della Peucezia, come Canosa

era la prima città della Daunia che s’incontrava partendo da Ruvo.

Queste due città erano tra loro confinanti, poichè tra l’una e l’altra

non vi era veruna città intermedia, e quel _Netium_ per lo quale si

è fatto tanto rumore, l’ho dimostrato nel Capo I un nome meramente

ideale.

Corato sta in mezzo tra Ruvo e Canosa, alla distanza però di tre in

quattro miglia da Ruvo e di diciassette miglia da Canosa. A quale

dunque delle dette due antiche città deve credersi che sia appartenuto

quel suolo sul quale si trova Corato edificata? Il buon senso e ’l

raziocinio naturale lo attribuisce alla città più vicina. Ma facendosi

attenzione alla Geografia antica non è questa che una verità di fatto.

Si è dimostrato innanzi nel capo III che il territorio dell’antica

Peucezia si estendeva fino alla foce dell’Ofanto, e che sulla riva

dritta dell’Ofanto vi aveva la Daunia soltanto la città di Canosa e

’l villaggio di Canne sito nel campo di Diomede reso famoso dalla

sanguinosa sconfitta de’ Romani. È facile da ciò l’intendere che

l’agro Canosino dal lato della Peucezia non poteva, e non doveva

essere molto esteso, altrimenti come avrebbe potuto verificarsi che i

confini di essa si estendevano fino all’Ofanto? La città di Canosa sta

sull’Ofanto.

Il forte dunque dell’agro Canosino esser doveva sulla sinistra

dell’Ofanto, ove dopo Canosa s’incontrava l’altra antica città chiamata

_Herdonia_, di cui si vedono oggi soltanto gli avanzi, poco lungi dai

quali è surto il meschino villaggio che porta il nome di _Ordona_. Tra

Canosa ed Erdonia non vi era altra città intermedia, poichè Cerignola

che ora sta tra Canosa ed Ordona è una città novella.

Or tra Canosa ed Erdonia secondo l’itinerario di Antonino vi era la

distanza di venticinque miglia, e secondo l’itinerario Gerosolimitano

di ventisei miglia. Da quel lato dunque ch’era estesissimo innoltrar

si doveva l’antico agro Canosino, e dal lato della Peucezia non poteva

esser maggiore di quello che lo è al presente, nè si può credere mai

che si fosse esteso fin sotto le mura di Ruvo ove fu edificata Corato.

Dal che ne discende che Corato deve per necessità credersi edificata

nell’agro Ruvestino, e che da questo sia stata risegata quella

dotazione di terreno che fu alla stessa assegnata. Per le premesse

osservazioni pare che debba dirsi lo stesso anche pe ’l territorio

di Andria, almeno per quella parte di esso ch’è dal lato di Ruvo,

giacchè dal lato del Garagnone col quale Andria è confinante, è molto

probabile che vada oggi inclusa nel suo territorio una buona porzione

di quello che apparteneva all’antica città denominata _Silvium_, di cui

ho lungamente parlato nel Capo III, ed ho dimostrato che quell’antica

città era nel sito preciso, ove oggi sta il castello del Garagnone.

In fatti nella parte estrema delle murge di Ruvo vi è un trifinio che

mette in contatto il territorio di Ruvo quello del Garagnone e quello

di Andria; il che rende probabile che cotesta novella città edificata

al tempo de’ Normanni abbia presa una porzione del suo territorio anche

dall’antico agro _Silvino_, detto oggi _Garagnone_. Cotesto trifinio

è segnato con tre termini lapidei nella parte estrema delle murge di

Ruvo nel sito chiamato _Taverna nuova_ e _Giuncata_ di cui parlerò in

seguito.

Ritornando ora a quella promiscuità di acqua e di erba in cui la

città di Ruvo era un tempo con Corato e Terlizzi, osservo che simili

promiscuità contratte tra due popolazioni tra loro confinanti sono

sempre partite dal calcolo della reciproca utilità, e dalla uguaglianza

del comodo rispettivo che sarebbe venuto a risultarne. Tale avrebbe

potuto essere la promiscuità che la nostra città avesse per avventura

contratta colla città di Bitonto, Altamura o Gravina provvedute del

pari di un esteso territorio. Ma quale utilità avrebbe potuto ritrarre

dal porre il suo vasto territorio in comunione con Terlizzi e Corato?

Non aveva la prima, come non ha ora tampoco che un territorio

ristrettissimo, il quale non era fornito di altro pascolo, meno che del

picciolo bosco denominato _Parco di Terlizzi_ ora ridotto a coltura.

Rimpetto al vasto territorio di Ruvo non era questo che un punto

matematico. Rispetto poi a Corato ha la stessa un territorio più ampio

di quello di Terlizzi, ed è provveduta anche di paschi più estesi; ma

non paragonabili affatto a quelli dell’agro Ruvestino. È chiaro quindi

per se stesso che la promiscuità suddetta non la dettò l’interesse,

poichè nulla vi era in essa a guadagnare per la città di Ruvo, ed

in tutti i tempi i Coratini ed i Terlizzesi hanno avuto bisogno del

territorio di Ruvo, non mai i Ruvestini di quello di Corato e di

Terlizzi.

Tale comunione quindi la dettò unicamente la benevolenza, l’affezione

e l’affinità de’ Ruvestini colle due novelle Popolazioni surte nel

loro territorio, e formate probabilmente almeno in parte dai loro

concittadini che andarono a stabilirsi a Corato ed a Terlizzi. È perciò

che nell’ultimo Registro Aragonese dell’anno 1779 testè trascritto la

Università ed Uomini di Corato dicevano che tal promiscuità la stavano

godendo in forza di _antiqua consuetudine privilegj e capitoli_.

Le parole _privilegj e capitoli_ nel nostro antico linguaggio legale

valgono lo stesso che _concessione_. Capitoli e Privilegj sono

denominate le grazie accordate dai nostri passati Sovrani alla città di

Napoli ed a tutto il Regno. Ond’è che la stessa Università di Corato

colla sua dimanda innanzi trascritta venne ingenuamente a dichiarare

che la promiscuità suddetta la ripeteva da una concessione della città

di Ruvo.

Cotesta promiscuità non vi è più da un tempo che sorpassa ogni memoria.

Dovè rimanere disciolta per giusti motivi che s’ignorano. Essendovi

stata però una volta, e formando parte della storia della nostra città,

era regolare indagare i motivi che la suggerirono.

CAPO X.

_Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando il

Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante._

Per farmi strada a riportare i fatti relativi alla nostra città

avvenuti nel principio del secolo XVI è indispensabile raccapitolare

la storia della caduta della Dinastia Aragonese, e del modo in cui

passò questo Regno a Ferdinando il Cattolico. Morto il Re Ferdinando

I di Aragona nel dì 25 Gennajo 1494 gli succedè nel Regno il di lui

figliuolo primogenito Alfonso II il quale fu incoronato in Napoli

nel dì 8 Maggio dello stesso anno. Scoppiò ben presto sul di lui capo

quella procella già preparata che la prudenza e la destrezza del suo

genitore aveva tenuta per qualche tempo sospesa.

Carlo VIII Re di Francia gli mosse guerra per i motivi riportati dagli

Storici del Regno, e specialmente da Giannone nel libro XXIX della sua

Storia Civile. Era Alfonso generalmente odiato dai suoi sudditi. Appena

le truppe di Carlo VIII si mostrarono ai confini tutto il Regno si pose

in fermento. La città di Aquila, e con essa quasi tutto l’Abruzzo alzò

la di lui bandiera. Queste notizie scoraggiarono Alfonso, e gli fecero

obliare quella gloria militare che si aveva acquistata in tante guerre

alla testa degli eserciti. Capì troppo tardi che la maggior forza di un

Re la costituisce l’amore del suo popolo. Rinunziò quindi il Regno al

suo figliuolo Ferdinando, giovane di alte speranze, ed andò a cercare

un ricovero nella Sicilia. Sbarcato a Mazzara passò indi a Messina, e

si ritirò in un Convento di Frati a menare una vita austera.

Cercò Ferdinando II di riunir l’esercito per opporsi all’armata nemica;

si avvide però che la Nobiltà e ’l Popolo persistevano nello stesso

odio contro suo Padre, e che mancava all’esercito la buona volontà.

Credè quindi sano consiglio l’allontanarsi dal Regno, ed imbarcatosi

col suo zio Federico e colla vecchia Regina sua avola, partì da Napoli.

Si fermò prima nell’Isola d’Ischia; ma nel dì 20 Marzo 1495 sciolse

le vele, e si recò anch’egli nella Sicilia. Consultatosi ivi col suo

Padre Alfonso si determinò a rivolgersi a Ferdinando il Cattolico per

ricuperare il Regno col di lui soccorso, consiglio troppo incauto,

perchè aveva costui sul Regno di Napoli delle pretensioni che aveva

fino a quel punto profondamente dissimulate.

Intanto Carlo VIII era entrato in Napoli nel dì 21 Febbrajo dell’anno

suddetto non solo senza resistenza; ma anche largamente festeggiato

ed applaudito. Non seppe però profittare di queste favorevoli

disposizioni. Ei si diè ai piaceri ed ai sollazzi, ed i suoi uffiziali

erano dediti alle rapine, ed a far danaro. Colla loro alterigia inoltre

ed insolenza disgustavano tutti. Il festeggiamento quindi si cangiò ben

presto in avversione e malcontento.

In tal posizione delle cose Ferdinando il Cattolico che covava de’

progetti sul Regno di Napoli accolse ben volentieri l’invito ricevuto.

Non tardò a spedire nella Sicilia un uomo di guerra valoroso ed abile,

cioè Consalvo Ernandez Aghilar di Cordova che la jattanza Spagnuola

decorò col nome di _Gran Capitano_ prima che le sue operazioni militari

avessero potuto renderlo meritevole di esso. Sbarcato Consalvo colle

sue truppe nella Calabria riportò sui Francesi rilevanti vantaggi.

Si era nel tempo stesso formata contro Carlo VIII una formidabile

lega tra i Principi d’Italia, la Republica di Venezia, Ferdinando Re

di Castiglia, il Papa Alessandro VI etc. Temendo egli di rimanere quì

tagliato, si determinò ad uscire dal Regno per ritornare in Francia

colle sue migliori truppe. Gli convenne però aprirsi il passo con

una fiera battaglia che fu costretto di dare alle Truppe Veneziane

appostate al fiume Taro.

Rimase nel Regno poca truppa sotto il comando del Signor _Monpensier_

di Casa Borbone e del Signor _d’Obignì_ di Nazione Scozzese. I

Napolitani ciò vedendo spedirono segretamente persone nella Sicilia

per sollecitare Ferdinando a ritornare nel Regno. Non tardò egli ad

eseguirlo, e si presentò nella Rada di Napoli con sessanta grossi legni

e venti più piccioli. Essendosi accostato al lido per poter sbarcare

colle sue truppe al Ponte della Maddalena, uscì dalla città Monpensier

coi Francesi per opporsi allo sbarco.

Ma i Napolitani presa questa opportunità, si levarono in armi,

occuparono le porte, favorirono lo sbarco, ed introdussero

festevolmente nella città il Re Ferdinando II nel dì 5 Luglio del detto

anno 1495. Dopo ciò gli costò molto poco l’andare discacciando man

mano i Francesi troppo deboli dai luoghi occupati. Gli rimaneva solo a

ripigliare Taranto e Gaeta allora che fu da immatura morte rapito nella

età di ventotto anni nel dì 8 di Ottobre dell’anno 1496.

Non avendo lasciati figliuoli ed essendo a lui premorto anche il suo

Padre Alfonso, gli succede nel Regno il suo Zio Federico Principe di

rara bontà, di esimie virtù, e tanto amato e venerato da tutti quanto

era stato odiato il suo fratello Primogenito Alfonso. La sua elevazione

al Trono fu di generale allegrezza. Anche que’ Grandi del Regno che

per particolari risentimenti avevano seguite le bandiere di Carlo VIII

si sommisero con alacrità a Federico, e furono da lui accolti colla

massima benignità. Ma il migliore dei Re di quell’epoca non fu favorito

dalla fortuna.

Morì nell’anno 1498 Carlo VIII Re di Francia. Ritornato egli nel suo

paese dopo la battaglia del Taro aveva pensato ad occuparsi di tornei

e di giostre, senz’aver preso più pensiero delle cose d’Italia e del

Regno di Napoli. Gli succedè nel Trono Luigi XII, il quale si propose

fermamente di conquistare lo Stato di Milano e ’l Regno di Napoli.

Quindi nell’anno 1500 venne in Italia con poderoso esercito. Scacciò

dai suoi Stati, e fece anche prigioniero il Duca di Milano. Vide lo

sventurato Re Federico la tempesta che andava a cadere anche su di lui,

e fu costretto dalla necessità ad implorare anch’egli un soccorso da

Ferdinando il Cattolico, malgrado la giusta diffidenza che aveva delle

di costui intenzioni. Ma ben si può dire che cadde quì sventuratamente

la pecora in bocca del lupo.

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 13 / 36 段