forze avvicinati alla città di Gravina, ove vi era un partito interno
che gli favoriva, fu egli obbligato a fuggirsene con una porzione
de’ suoi compagni ed aderenti che a lui si unirono. Che nella loro
assenza i Partigiani de’ Sanseverino persuasero il Popolo a non far
loro alcuna resistenza ed accogliergli nella città da amici. Che si
trattennero quindi ivi dieci giorni colla loro gente. Ma non perciò
furono i Gravinesi esenti dalle uccisioni, dalle depredazioni ed
estorsioni, dalle carcerazioni, dalle confische, dai maltrattamenti
e dalle violenze usate da quella pessima gente alle donne le più
belle. Indi passa al seguente spiacevolissimo racconto. _Amoverunt
inde dictum exercitum et versus Rubum militavit audacter. Erat autem
castrum Rubi fortissimum sua gente munitum. Civitas vero non, sed
pro Hungaris tenebatur etiam et terra Terlicii. Ad quod dum nocte
pervenisset, dato signo termini custodibus dicti Castri sui adventus,
subito super Rubenses cives crudeliter irruerunt. Erat autem civitas
Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes.
Tamen in tali minime eis profuit prudentia, quia terram murare modo
debito contemserunt, præcipue versus castrum, quod inimicum habebant.
Sed quod nostro reatu permissum est desuper, nulla valet prudentia,
quia sic permissum fuit a Deo, ut per mortem dicti Regis Andreæ, et
unius mulieris terminum, universi Regnicolæ miseri diversis periculis
vexarentur. Sic placuit sibi, ut oculi omnium salutem propriam non
viderent, quin diversis delictis nostris omnes multifarie puniremur. Ut
autem inimicus exercitus Rubum pervenit, mandavit idem dominus Robertus
quod civitas ipsa Rubi penitus curreretur, et factum est. Totus
idem exercitus in facie castri constitutus contra cives dictæ Terræ
potenter insurgit, et viri Rubi potenter assistunt, et durante prœlio
usque ad horam meridiei transactam, intra quod temporis spatium hinc
inde plurimi perierunt; tandem cum plurimi cives Rubenses in salutem
uxorum et filiorum intercederent potius, quam ad defensionem communem,
cessit finaliter victoria Domino Roberto jam dicto, et violenter idem
exercitus ingressus est civitatem. Fugiunt omnes cives per Terram
illam, et extra, et vadunt hinc inde dispersi. O quam terribilis
ululatus et planctus virorum, mulierum, et infantium puerorum generis
utriusque! Capiuntur multi concives miseri et carceri ducti sunt pretio
redimendi: plures in fuga gladio pereunt exercitus inimici et plurimæ
mulieres, virgines præcipue tortoribus impiis capiuntur: et multæ
quidem ex eis carnali vituperio adducuntur. Universa robba concivium
miserorum in stragictiosam prædam distribuitur exercitus memorati. Ii
autem qui castri carceri ducti fuerant, prædata universaliter dicta
Terra, propter consecutum recessum exercitus, diversis tormentis
exponuntur, et evulsione dentium compuniuntur quasi ad ultimam
paupertatem. Igitur universa ipsa civitate prædata et consumta, castrum
ipsum et campanile potenter muniri præcepit, et annonas plurimas in
eis immitti, opportunos stipendiarios immittens in eisdem fortelitiis
campanilis et castri. Retulerunt mihi viri cives Guaranioni quod tota
robba civitatis ipsius per ipsum casale ad partes Basilicatæ transivit
animalium, et rerum mobilium sine fine._
_Demum civitate ipsa penitus consumta et destructa, idem dominus
Robertus suum inde removit exercitum et ad Terram Terlicii, in qua
Hungari septem morabantur in castro cum modicis aliis familiaribus
custodientibus Terram ipsam pro parte et nomine Domini Johannis Chuez
sæpe dicti, cum eodem suo exercitu Terlicium ipsum potenter obsedit
etc._ Ma i Terlizzesi non opposero veruna resistenza[192].
Cosa avrebbero potuto far di peggio i Vandali, gli Unni o i Saraceni?
A tal modo Roberto e Ruggiero Sanseverino sommettevano le città del
proprio Paese in nome di una Regina, la quale non era certamente
crudele ed inumana, e niuna ragione inoltre aveva di trattare i
Ruvestini con tanta barbarie? Le città che si trovavano sotto la
dominazione del Re d’Ungheria non erano allo stesso passate per propria
elezione. Erano state bensì obbligate a cedere a quella stessa forza,
a cui la Regina suddetta aveva ceduto. Lo avevano anzi fatto per di lei
ordine espresso.
Ci fa sapere la Storia che quando ella non avendo forza ad opporre al
Re di Ungheria si determinò ad abbandonare il Regno, convocò prima
un Parlamento generale, al quale furono chiamati tutti i Baroni, i
Sindaci di tutte le città del Regno, ed i Governanti della città di
Napoli. In quel Parlamento essa medesima colla propria bocca dichiarò
a tutti che non voleva affatto che i suoi sudditi avessero opposta
resistenza al Re d’Ungheria, ed avessero richiamate su di loro maggiori
calamità coll’irritarlo. Gli assolvè quindi dal giuramento a lei
prestato, ed ordinò che si fossero a lui presentate le chiavi delle
città e dei castelli, senz’attendersi la intimazione dell’Araldo o del
Trombetta[193]. Questo tratto le fece molto onore, ed è degno in vero
di somma laude.
Cuopre però di eterno obbrobrio la memoria di Roberto e di Ruggiero
Sanseverino che sotto gli occhi proprj fecero commettere tanti eccessi
e tante laidezze dalla rapacissima masnada da essi arrolata a danno di
una città, la quale aveva serbata al Re di Ungheria quella fede che gli
aveva giurata dietro il permesso, anzi dietro il comando della stessa
Regina. Se il di costoro operato peccò della massima iniquità, mancò
anche di Politica.
Era in questo affare d’ammirarsi per un lato il coraggio de’ Ruvestini.
Mentre mancavano le opportune fortificazioni, e si trovavano stretti
tra le numerose masse nemiche, e la guarnigione di quel fortissimo
castello, si batterono essi valorosamente dall’alba fino a dopo il
mezzodì con avere uccisi molti degli aggressori e coll’esserne caduti
anche molti di loro. Nè sarebbero i primi entrati nella città se
moltissimi de’ secondi trasportati dalla premura di rivedere le loro
mogli ed i loro figliuoli non si fossero sconsigliatamente allontanati
dal campo di battaglia.
Per altro lato la fedeltà da essi serbata al loro novello legittimo
Sovrano non era men commendevole. Roberto e Ruggiero Sanseverino
avrebbero dovuto valutarla e rispettarla. Cosa farne di quelli uomini
i quali cangiano casacca come cangia il vento, che tengono per nulla la
fede giurata e passano con indifferenza da una bandiera all’altra? Non
avrebbe dovuto loro mancare il talento di capire che una Popolazione
così ferma e così decisa rimessa di nuovo con umanità e dolcezza sotto
la dominazione della Regina, sarebbe rimasta alla stessa riconoscente
e fedele. _Enimvero benignitate et clementia hostes vincere quam armis
præstat: hic enim necessitate ut pareant homines inducuntur, illic
voluntate_[194].
Valga però il vero, non erano d’attendersi da que’ due Capi di partito
questi nobili sentimenti. La fedeltà de’ Ruvestini era un rimprovero
per essi che si erano resi ingrati e spergiuri. Ci fa sapere anche
Domenico di Gravina che il primo de’ Sanseverineschi che si era
presentato al Re d’Ungheria per prestargli omaggio era stato Ruggiero
Sanseverino Arcivescovo di Salerno che fu dal Re onorato della
luminosa carica di suo Consigliere e Protonotario del Regno. Roberto
e Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico animati dal favorevole
incontro del loro stretto congiunto, si presentarono anch’essi, furono
dal Re molto graziosamente accolti, e gli prestarono il giuramento
di fedeltà[195]. Essendo però stati tra i primi che lo violarono, non
potevano certamente valutare in altri quel sentimento che avevano essi
calpestato.
Pagarono però ben presto il fio delle iniquità commesse a danno della
nostra città. Richiamati dalla Basilicata in Napoli, ove le forze degli
Ungari si erano concentrate, nella battaglia che fu da questi ultimi
guadagnata nelle vicinanze di Aversa, rimasero entrambi prigionieri di
guerra. Il Comandante Ungaro era nel fermo proponimento di spedirgli
al Re incatenati in Ungheria, onde avessero pagata colla testa la loro
ribellione. Ma non potè menare ad effetto questo suo proponimento per
la seguente circostanza.
Serviva nella sua armata come ausiliario un Corpo di Tedeschi ch’era
in ritardo di soldi. Essi quindi pretesero di cuoprirsi in parte del
loro avere col riscatto che avrebbero ritratto da Roberto e Ruggiero
Sanseverino, e da Raimondo del Balzo Cavaliere molto distinto rimasto
anche prigioniero nello stesso conflitto. Dopo lungo dibattimento il
detto Comandante Ungaro che non aveva pronto il danaro per pagare i
soldi arretrati, dovè cedere all’impero della necessità e lasciare i
prigionieri suddetti a disposizione de’ Tedeschi. Capitarono però essi
in cattive mani.
Gli Alemanni per obbligargli ad un forte riscatto diedero loro una
crudelissima tortura. Avendogli distesi nudi sulla terra calpestavano
loro la pancia a forza di calci, ed indi flagellavano ed insanguinavano
le membra con bacchette infocate ed ardenti. Dal che rimasti semivivi
furono costretti a riscattarsi col pagamento di trentatremila fiorini
per ciascuno. Il Comandante Ungaro nel licenziargli gli mortificò ed
umiliò col seguente rimprovero: _Licet sacramentum vestrum nullius
sit fidei, quum alias in manibus Domini nostri Regis juraveritis esse
sibi fideles, quo meremini decollari propter jusjurandum confractum
et proditionem per vos commissam, quare in prœlio vestra proditio vos
præcipitavit ab equis, iteratum peto vos in manibus nostris sacramentum
præstare jurantes quod amodo Domino nostro Regi fideles eritis, non
rebelles_. Furono quindi costretti a prestar di nuovo il giuramento di
fedeltà sul Santo Vangelo[196]. Grande umiliazione pe ’l loro orgoglio!
Da ciò che disse Domenico di Gravina nel luogo innanzi trascritto
risulta che Roberto Sanseverino per comprimere vie più il coraggio
de’ Ruvestini, non contento di aver accresciuta la guarnigione del
castello, fece anche occupare da altri soldati il campanile con buona
provigione di viveri. Cotesto antichissimo campanile vi è tuttavia,
e resiste ancora ai secoli, tutto che colpito dal fulmine, e privato
della sua cupola. Consiste lo stesso in una torre quadrata altissima
formata tanto nella parte esterna quanto nella parte interna di pietre
quadrate ben lavorate e ben connesse tra loro. Li suoi finestroni sono
ornati di pietre ben lavorate e scorniciate. Sorge la torre suddetta
sul lato sinistro di quella Cattedrale vicino al Coro, ed ha sottoposto
anche il Palazzo Vescovile ch’è alle spalle tanto della Chiesa che del
campanile. A dire il vero però non credo un vantaggio per me che anche
la mia casa paterna sta poco lungi dal campanile suddetto.
La Chiesa Cattedrale della nostra città ha le mura esterne formate
anche di pietre quadrate simili a quelle del campanile. La prospettiva
di essa di struttura Gotica è magnifica e ricca di belli e vistosi
ornati. Nella porta principale del tempio si entra per sotto un arco
Gotico egregiamente lavorato e poggiato su di due colonne sostenute
da due leoni, dei quali uno è rotto. Sui capitelli delle colonne vi
sono due grifi. Al di sopra della porta suddetta ad una proporzionata
altezza vi è un gran finestrone di figura sferica bene scorniciato ed
ornato nel mezzo di lavori Gotici non ordinarj e molto curiosi. Nelle
mura laterali della Chiesa si vedono altri ornati Gotici con teste
anche di animali.
De’ molti Esteri che capitano in Ruvo pe ’l gusto delle antichità ve
ne sono stati alcuni, i quali hanno levato il disegno della prospettiva
suddetta. Tanto la Chiesa che il campanile sono di epoca antichissima.
Manca però qualunque memoria che possa indicarla con precisione.
Debbono cotesti due edificj credersi edificati contemporaneamente,
attesa la conformità della fabbrica, la quale sembra anteriore
all’epoca de’ Normanni[197].
Seguita a dire Domenico di Gravina che il precitato campanile di Ruvo
fortificato anche, come innanzi si è detto, da Roberto Sanseverino
fu ripigliato a forza di maneggi adoperati col Comandante della
guarnigione in esso lasciata da Filippo de Sulz per sopranome
_Malispiritus_ Comandante Ungaro della città di Andria. Che il Palatino
di Altamura, il quale seguiva anche le parti della Regina tentò
ritorlo agli Ungari e lo attaccò per due giorni continui. Ma non potè
riuscirvi, perchè i soldati della guarnigione del castello non vollero
dargli ajuto a motivo che Roberto Sanseverino da cui essi dipendevano
non era amico del Palatino suddetto[198].
Cosa sia dopo avvenuto in Ruvo s’ignora perfettamente, perchè la
Cronaca di Domenico di Gravina manca della sua conchiusione. Sappiamo
bensì dalla Storia che il Re Lodovico nell’anno 1350 se ne ritornò di
nuovo nell’Ungheria con aver lasciati i presidj in quelle città che si
tenevano ancora per lui. S’interpose dopo ciò Papa Clemente per farlo
rappaciare colla Regina. Trovò però in lui da principio la massima
durezza. Ma finalmente riuscì a combinar la pace, e ne fu segnato il
trattato nel mese di Aprile dell’anno 1351. Aveva il Papa condannata
la Regina a pagargli trecentomila fiorini per le spese della guerra.
Ma il Re nobilmente gli rifiutò dicendo ch’ei non era quì venuto per
ambizione, o per avarizia, ma unicamente per vendicare la morte di
suo fratello, ed avendo fatto quanto gli era sembrato conveniente non
cercava altro[199].
Dalle cose dette innanzi risulta che la nostra città nell’anno 1346
rimase conceduta in feudo durante la di lei vita a Margherita Pipina
vedova del Conte di Terlizzi che morì giustiziato. Non si conosce
quando la detta Pipina abbia cessato di possederla. Si sa però dalla
Cronaca di Domenico di Gravina di sopra riportata che Lodovico Re
d’Ungheria la concedè in feudo a _Giovanni Chucz_ Ungaro valoroso e
riputato guerriero con lui venuto nel Regno, pag. 149.
Da ciò che in seguito è passato a dire nel luogo innanzi trascritto lo
stesso Cronista pare che possa inferirsi che anche la Regina dal suo
canto abbia conceduta la nostra città a Roberto Sanseverino, poichè si
esprime così: _Licet civitas Rubi pro dicto Domino (Giovanni Chucz)
se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto
tenebatur_. Espressioni le quali pare che importino di esserne egli
divenuto contemporaneamente concessionario. Di tal concessione però
niun cenno s’incontra ne’ pubblici Registri che abbiamo di quell’epoca.
Andiamo dunque innanzi ai registri posteriori.
Il Re Ladislao con suo diploma del dì 16 Agosto 1387 disse che il Re
Carlo III suo genitore aveva conceduto l’utile dominio _Civitatis
Rubi et Terræ Terlitii viro Nobili Villanucio de Vrunforti militi
consiliario et fideli nostro dilecto dum vixit_. Ch’essendo morto
costui senza successori in grado, li feudi suddetti erano rimasti
devoluti alla Corona. Venne quindi a farne una novella concessione
_viris nobilibus Antonio de Sancto Angelo dicto Ungari, et Friderico
de Vrunforti nepotibus quondam Villanucii prædicti_, e ciò in
considerazione degl’importanti servigj resi da entrambi specialmente
nella guerra tanto a se che al fu suo genitore.
Tal concessione si vede fatta con dichiarazione espressa che ove uno
di essi fosse morto senza figliuoli, l’altro superstite fosse succeduto
nella di lui porzione, e che tal concessione si doveva intendere fatta
con tutte le clausole contenute nelle concessioni precedenti de’ feudi
suddetti. Si riserbò inoltre il Re tutti i dritti di Sovranità e ’l
feudale servizio, al quale i concessionarj erano tenuti[200].
Nel dì 26 Aprile 1404 lo stesso Re Ladislao scrisse al detto _Federico
de Vrunforti Comiti Vigiliarum Consiliario et fideli nostro dilecto_
una lettera ben curiosa. Cominciò dal porre in essa in veduta il dovere
che hanno i Sovrani di amar la giustizia, di farla bene amministrare,
e d’impedire gli eccessi di coloro che l’amministrano. Passò indi
a dolersi che i Giustizieri che amministravano la giustizia nel suo
nome nelle Provincie di questo Regno, in vece di reggere bene i suoi
sudditi, _quærentes vias tortuosas sub prætextu et occasione cultus
justitiæ in puniendis delictis, extorsiones et exactiones commiserunt
illicitas, et committunt profecto nostris sensibus odiosas_.
Non si mostrò meglio contento de’ Giustizieri della Terra di Bari
e di Principato _citra, in qua quidem Provincia Terræ Bari tu tenes
et possides immediate et in capite a nostra Curia dictam Civitatem
Vigiliarum in feudum cum titulo Comitatus civitatis ejusdem, et
civitatem Rubi, et Terram Terlitii sub certo feudali servitio, seu
adoha per te ipsi Curiæ nostræ præstanda; necnon et utique Balius et
Baliatico nomine et pro parte magnifici adolescentuli Marini Antonii
Comitis Sarni filii quondam Viri magnifici Antonii de Sancto Angelo
dicti Ungari, civitatem Sarni de dicta Provincia Principatus citra_.
Soggiunse che i detti Regj Ufficiali _aggravaverunt et aggravant
vassallos nostros, eosque traxerunt et trahunt per loca remota, et
vexando inquietando et molestando, donec se redimant ab eisdem,
adeo quod sub colore exercitii ipsius justitiæ, avide deprimunt
ipsos fideles nostros, omnem ipsorum substantiam sitientes, et
pariter absorbentes_. Quindi per tali considerazioni e per esimere
da tali vessazioni le città possedute dal detto Federico, venne il
Re a concedergli la Giurisdizione civile e criminale per Bisceglia
Ruvo e Terlizzi durante la sua vita, e per Sarno, e suoi casali
durante il _Baliato_ di Marino Antonio Santangelo di età tuttavia
minore. N’eccettuò solo le cause di omicidio che rimasero sotto la
giurisdizione ordinaria[201].
Ho detto innanzi di esser questa una lettera ben curiosa del Re
Ladislao, poichè nel leggerla pare che gli fosse mancato il potere di
rimuovere delle cariche que’ Magistrati, de’ quali sì altamente, e sì
giustamente vituperava la condotta, e che abusavano a tal modo della
loro autorità, e della sua fiducia! Sventuratamente però non è stato
questo nè il primo, nè l’ultimo esempio di sì fatte inconcepibili
anomalie, le quali hanno fatto sovente nel Mondo andare a galla
i bricconi. Non si conosce affatto fino a qual tempo la Famiglia
_Vrunforti_ abbia posseduta la città di Ruvo.
Nel Repertorio generale de’ _fascicoli_ al fol. 183 vi è il seguente
altro notamento: _Carolo Ruffo militi Regni Siciliæ Magistro
Justitiario concessio Terrarum Terlitii et Rubi f. 127_. Mancando però
il fascicolo, non si conosce l’epoca di tal concessione.
Sono questi i Registri Angioini da me riscontrati nel Grande Archivio.
Non manco d’incaricarmi che il nostro Scrittore Scipione Mazzella
dice che Gio: Antonio Orsino figlio di Raimondo Principe di Taranto al
tempo della Regina Giovanna II unì a quel Principato anche la città di
Ruvo[202]. Il che sarà meglio dilucidato, coi Registri Aragonesi che
anderò a riportare nel Capo seguente.
DIGRESSIONE
_Sull’antico Castello di Ruvo._
Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca ha detto e replicato
che _castrum Rubi erat castrum fortissimum_. Non è quindi fuori di
proposito darne di esso un cenno. Cotesto antico edificio è quello
stesso che ai tempi nostri era divenuto il Palagio Baronale e portava
il nome di _Palazzo del Castello_. È lo stesso edificato su di un
rialto adiacente all’antica porta della città che guardava l’occidente
sulla strada de’ Cappuccini denominata _Porta del Castello_ ora
abbattuta come tutte le altre. Dalla parte della città è l’edificio
suddetto preceduto da uno spianato detto _largo del Castello_ o _di
S. Rocco_ per la Chiesa che vi è di quel Santo Protettore della città
suddetta.
Dal detto lato della città le sue mura guardano l’oriente e ’l mezzodì.
Sono altissime e solidissime formate di pietre quadrate ben lavorate
simili a quelle della Cattedrale e del campanile. Dal lato poi della
campagna guardano l’occidente e ’l settentrione, e sono della medesima
altezza solidità e struttura. Questi due lati inoltre sono difesi da
una cinta di fortificazioni esterne distaccate dal corpo del castello
ed avanzate. Tra l’uno e l’altra pare che sia interceduto un fossato, o
un _pomerio_ ridotto ne’ tempi posteriori a giardino.
Consistono le dette esterne fortificazioni in una muraglia ben solida
munita al di fuori di una fortissima scarpa che tuttavia esiste in gran
parte. È questa formata da un grosso terrapieno appoggiato da giù in su
alla muraglia istessa, e vestito al di fuori di una selciata ben forte
e ben connessa. Cotesta fortificazione porta oggi tuttavia il nome di
_scarpetta_, e lo spianato esterno alla stessa adiacente è chiamato
anche _largo della scarpetta_.
A pochi passi dal detto castello contro il lato meridionale di esso
tra il castello istesso e l’antica porta della città di cui testè si è
parlato, sorge una torre altissima, e ben grande di figura rotonda. La
porta d’ingresso di essa è dal lato del castello. Sono le sue mura di
una straordinaria doppiezza. Dalla parte esterna sono formate di pietre
semplici di discretissima grossezza; ma nella parte interna vi sono
pezzi di macigno ben grandi e ben connessi tra loro.
Ha la torre suddetta al di fuori un altra cinta di fortificazioni,
la quale forma con essa un solo corpo. Consiste questa in un bastione
che le gira intorno fino all’altezza del secondo piano, e la cinge per
tutti i lati. La sua figura è poligona merlata al di sopra alla Gotica,
il che le dà anche maggiore eleganza. Tra il corpo della torre, e ’l
parapetto di cotesto bastione vi è un corridojo scoverto. Dava questo
ai soldati il comodo di girare intorno, di appostarsi dietro i merli
del bastione istesso, e di tirare dalle feritoje che in essi vi sono.
A piè di cotesto bastione vi era un ampio e profondo fossato che gli
girava intorno ora ripianato; ma io me lo ricordo. Portava questo il
nome di _Rivellino_, nome militare di fortificazione. Quindi nella
rivela de’ corpi feudali fatta dal Duca d’Andria nel catasto della
città di Ruvo dell’anno 1752, giusta i regolamenti allora in vigore, si
vedono cotesti edificj rivelati nel modo che siegue. _Il Castello, seu
Palazzo Baronale, con sua torre antica con rivellino intorno._
Era la torre suddetta nella parte interna divisa in quattro piani.
Il primo di essi lo forma quello spazio che intercede tra le sue
fondamenta e ’l punto di quel corridojo scoverto che gira intorno al
parapetto del bastione di cui innanzi ho parlato. Il piano suddetto era
profondo, oscuro e senza lustriere di sorta alcuna, poichè l’apertura
di esse la impediva il bastione che lo cinge per tutti i lati. Pare
quindi che il piano suddetto non sia servito ad altro che per un
magazzino della Guarnigione. Il secondo piano è al livello del già
detto corridojo scoverto, col quale comunica per mezzo di una porta.
Il primo piano dal secondo e ’l secondo dal terzo è diviso da volte di
fabbrica fortissime formate con molta maestria. Nel centro di ciascuna
di esse si vede lasciato un vano circolare di bastante ampiezza. È
probabile che cotesti vani si siano lasciati ad oggetto di situarvi
una scala a lumaca sia di fabbrica, sia di legno per la comunicazione
interna tra un piano e l’altro.
Il terzo piano ha ora una considerevole altezza fino alla volta che
chiude la sommità della Torre. Anticamente però vi era in quello
spazio un altro piano intermedio formato a tavolato. Lo pruovano ciò
chiaramente i buchi delle grosse travi che lo sostenevano rimasti nella
muraglia. In cotesto piano vi è un forno formato nella grossezza di
essa ed una porta di giusta altezza. Entrandosi in essa si trova sulla
sinistra una scaletta formata anche nella grossezza del muro, per la
quale si ascende alla sommità della torre. È questa scoverta e senza
tetto. Il pavimento è formato di pietre quadrate ben lavorate, e ben
connesse per dare lo scolo alle acque piovane. Vi sono intorno merli e
balestriere.