Ed in vero anche oggi abbonda quel territorio di una specie di lentisco

molto utile al fuoco che bisogna per i forni, per le fornaci e per

le calcaje. I virgulti di quel frutice sono molto adatti al lavoro

de’ panieri di ogni specie. Anche oggi se ne fanno in gran quantità

non meno per l’uso della popolazione che per vendergli nelle città

convicine. Si prendono quando sono della età di un anno dopo il taglio

dato alle piante, poichè sono allora più teneri più flessibili e più

atti al lavoro. Cotesti virgulti col linguaggio del luogo sono chiamati

_vinchioni_ forse dal latino _vimen_, poichè il linguaggio popolare

Ruvestino ha ritenuti diversi vocaboli tanto dal Greco che dal Latino.

È ciò avvenuto come bene osserva il Canonico Mazocchi, nelle nostre

antiche città Greche, le quali passate dappoi sotto la dominazione

Romana, si parlava in esse l’uno e l’altro linguaggio; dal che Orazio

li Canosini gli chiama _bilingui_.

L’Abate Telesino nella sua _allocuzione_ a Ruggiero stampata alla fine

della sua Storia prese occasione di fare una onorevole menzione di

Virgilio. Pruova ciò che aveva coltura, ed anche una predilezione pe

’l Principe de’ Poeti Latini. Valendosi quindi della sua frase, per

indicare la città di Ruvo, disse _Rubeam urbem_.

Rimarrà per altro cotesta intelligenza vie più raffermata facendosi

attenzione alla Cronaca di _Romualdo Salernitano_. Sono in essa

riportati gli stessi fatti di Ruggiero, benchè con qualche varietà di

circostanze, il che s’incontra sempre negli storici di tutti i tempi.

Dice quindi lo Scrittore suddetto che Ruggiero _Conversanenses obsedit,

eorumque civitates, et castella viriliter expugnavit_. Si valse del

plurale _Conversanenses_, perchè Tancredi aveva anche un fratello di

nome _Alessandro_[154], come si rileva da ciò che viene in seguito a

dire. _Quumque Dominus Tancredus corporis molestaretur infirmitate,

et Ducis Rogerii molestaretur oppressione, tandem cum Domino Alexandro

fratre suo, et cum Domino Grimoaldo Barensi Principe tempore æstatis,

idest decimo die Augusti (MCXXIX) facta est pax cum dicto Duce Rogerio,

reddentes Terras ab cisdem comprehensas._ Nel riportare le fazioni di

guerra che avevano avuto luogo in quel rincontro dice che Ruggiero _cum

exercitu adveniens comprehendit Salpim, et civitatem RUBUM_[155]. Il

che toglie ogni dubbio che anche l’Abate Telesino ha parlato di Ruvo.

Ritornando quindi a ciò ch’ei ne ha detto pare che fin dal tempo de’

Normanni era Ruvo una città importante per le sue fortificazioni, e che

abbia opposta a Ruggiero una vigorosa resistenza. Tanto in primo luogo

importano l’espressioni, _qua demum devicta_, le quali fanno intendere

lo stento durato da quel Principe valoroso per poterla prendere. Nè si

oppone a questo concetto ciò che dice il già detto Romualdo Salernitano

che la città di Ruvo l’abbia presa Ruggiero, _ut fertur, traditione

civium_. Dato anche ciò per vero, si vedrebbe chiaro che Ruggiero usò

l’astuzia e ’l maneggio ove vide arduo l’uso della forza, poichè come

osserva _Ugone Falcando_ nel proemio della sua Storia Sicula Ruggiero

_id curabat ut non magis viribus, quam prudentia hostes contereret_.

Anzi la voce istessa che si fece correre dai suoi emoli che avesse

presa la nostra città per tradimento, conferma vie più la opinione che

si aveva della fortezza di essa.

Ed in vero tanto da ciò che dice Romualdo Salernitano, quanto dal

racconto dell’Abate Telesino risulta che i Baroni contro lui collegati

ne rimasero da ciò a tal segno scoraggiati e sgomentati che _tantam

potentiam ipsius experti, saniori consilio inter se habito, mox ei

subjiciuntur_. Bisogna dire dunque che avevano essi Ruvo per una città

fortissima avendo prodotto nel loro animo cotesto effetto la presa di

essa.

Nulla dice l’Abate Telesino di ciò che la nostra città abbia sofferto

in quel tristo frangente. Se star si vuole a ciò che ne ha scritto in

generale nella sua Cronaca _Falcone Beneventano_ contemporaneo anche di

Ruggiero, dice costui ch’era il Duca sommamente adirato specialmente

contro Tancredi di Conversano di cui esalta il merito ed il valore,

e che tutte le città della Puglia che appartenevano ai Baroni suoi

nemici le sterminò col ferro e col fuoco con inaudita crudeltà e

barbarie[156].

Rifletto però che Falcone Beneventano si mostra implacabile nemico

di Ruggiero, e la sua Cronaca si vede scritta con una penna molto

acerba, anzi rabbiosa. L’Abate Telesino al contrario scrisse con

manifesta parzialità. Pose in risalto soltanto le virtù di Ruggiero,

e fece di esse un magnifico elogio. Anzi a lui dedicò la sua Storia.

Quindi pare che il primo abbia detto troppo e ’l secondo nulla. Il

raziocinio naturale però fa capire che una città presa colla forza

delle armi (_qua demum devicta_) dopo una vigorosa resistenza opposta

ad una soldatesca irritata ed avida, dovè soffrire le sue sciagure. _Væ

victis._

Dopo ciò Tancredi di Conversano col suo fratello Conte Alessandro,

ed altri Baroni della Puglia si rese ribelle a Ruggiero, il quale

rivolse di nuovo contro di essi le sue armi e gli sconfisse. Avendo

vigorosamente attaccata la città di Montepeloso che dipendeva anche

dal detto Tancredi di Conversano, marciò costui di persona colle sue

forze per difenderla. Ebbe però l’infortunio di rimaner battuto e

prigioniero. Esultò molto Ruggiero per averlo avuto nelle sue mani. Gli

condonò nondimeno la vita, ma lo mandò in Sicilia ove fu rinchiuso in

un carcere con aver perduti tutti i suoi feudi[157].

Non si conosce a chi sia stata conceduta da Ruggiero la Contea di

Conversano, e con essa la città di Ruvo che come innanzi si è detto ne

formava parte. Ma dalla Cronaca precitata di Romualdo Salernitano si

rileva che all’epoca della morte di Ruggiero avvenuta nell’anno 1153,

era Conte di Conversano _Roberto di Basavilla_, del quale dice ciò che

siegue: _Defuncto autem Rege Rogerio, Guillielmus filius ejus, qui

cum patre duobus annis, et mensibus decem regnaverat, illi in Regni

administratione successit. Hic autem post mortem patris, convocatis

Magnatibus Regni sui, proximo Pascha est solemniter coronatus, cui

Curiæ Robertus de Basavilla Comes de Conversano, Consobrinus frater

ejusdem Regis interfuit. Huic Rex Guillielmus Comitatum de Lauritello

concessit, et cum in Apulia cum honore emisit_[158].

Era Roberto di Basavilla un saggio e valoroso Signore, stretto

congiunto del Re e molto alla Corte affezionato. Cadde nondimeno

in disgrazia del Re Guglielmo I per le perfide suggestioni e per

gl’intrighi de’ suoi malvagi Cortigiani esposti così bene e col

linguaggio della verità da _Ugone Falcando_ nel principio della sua

Storia Sicula[159]. Vedendo quindi in positivo pericolo tanto la sua

libertà che la sua vita, fu costretto suo malgrado a rendersi ribelle.

Trasse nella ribellione molti Baroni e tutte le città della Puglia,

ove aveva molto credito, e diè molto fastidio al Re Guglielmo I, come

seguita a narrarlo il precitato Scrittore.

Essendo però ivi accorso il Re con poderoso esercito, dovè cedere alla

forza maggiore, si rese esule dal Regno e perdè li suoi feudi. Tutte le

città della Puglia ritornarono alla ubbidienza del Re. Non vi può esser

dubbio che in questo vortice si trovò ravvolta anche la nostra città,

ma nulla di particolare s’incontra sul conto di essa. Morto Guglielmo I

nell’anno 1167, e succedutogli nel Regno il di lui figliuolo Guglielmo

II, il Conte Roberto di Basavilla ch’era prezzato ed amato da tutti

i Grandi del Regno e dalle città della Puglia specialmente, come il

precitato Scrittore anche dice, fu richiamato dal suo esilio, ritornò

in grazia del Re, ed ebbe dallo stesso conceduta di nuovo la Contea

di Loritello, ed anche quella di Conversano, come ci fa sapere il

precitato Romualdo Salernitano[160].

Ora il più volte citato Catalogo de’ Baroni che diedero i soldati per

la spedizione di Terra Santa è dell’epoca di Guglielmo II detto il

Buono come innanzi si è osservato. Si rileva da esso che la città di

Ruvo formava parte a quel tempo della Contea di Conversano, ma non

si dice chi fosse stato allora il Conte di Conversano. Sapendosi però

dalla Storia ch’era questi Roberto di Basavilla è conseguenza che a lui

anche apparteneva la città di Ruvo che dipendeva dalla Contea suddetta.

Non si conosce fino a qual tempo l’abbia egli posseduta, e chi sia

stato il di lui successore. Morto Guglielmo II nell’anno 1188 e

passato il Regno a Corrado Svevo per quelle vicende che sono riportate

nella Storia, sappiamo ciò che siegue dalla Cronaca di Riccardo da S.

Germano. Nell’anno 1197, anno della morte del detto Corrado e primo

anno del Regno di Federico II, _Imperatrix_ (cioè la vedova di Corrado)

_filium suum in Marchia apud Hesim civitatem relictum sub Ducatu dicti

Cœlani Comitis, et Berardi Laureti Comitis et Cupersani, ad se duci

jubet in Regnum, et de Apulia in Siciliam transmeare_[161]. Sappiamo

da ciò che Conte di Conversano era allora cotesto _Berardo_. Se sia

stato costui figliuolo del Conte Roberto di Basavilla o altri non mi è

riuscito verificarlo. Chiunque però sia stato, come Conte di Conversano

è conseguenza che abbia posseduta anche la città di Ruvo.

Quì finiscono le notizie di quell’epoca. Non si conosce in qual tempo

ed in quale occasione la nostra città sia rimasta distaccata dalla

Contea di Conversano, ed abbia cominciato a costituire un feudo a se

separato e distinto, poichè mancano i pubblici registri che potessero

indicarlo. Che tal separazione però era già seguita all’epoca della

Dinastia Angioina anderemo a vederlo nel Capo che sussiegue. È penoso

il passaggio dai secoli felici della nostra città a quelli della

feudalità. Allora l’agricoltura e la industria che produceva la sua

opulenza faceva in essa fiorire nel grado il più eminente le scienze

e le belle arti, delle quali ne abbiamo tanti pregevoli monumenti. La

feudalità al contrario spenta la industria, e con essa anche il gusto e

’l genio, fu apportatrice di tante servitù, suggezioni, restrizioni ed

estorsioni, delle quali i nomi soltanto che si leggono ne’ Lessici del

medio evo, e ne’ Scrittori feudisti bastano a far raccapricciare, e non

potevano produrre altro che avvilimento e miseria. La Storia però deve

seguire il tempo.

Sono queste le poche e scarse notizie che ho potuto riunire dell’epoca

de’ Normanni. Si vanta anche la rimota antichità di quel Vescovado, del

quale dice Ferdinando Ughellio: _Hujus civitatis maximum ornamentum

esse potest quod inter Italicas urbes una ex primis fuerit, quæ S.

Petro Apostolorum Principe prædicante hauserit Evangelii lumen anno

salutis XLIV, et fert traditio primum Rubensem Episcopum ab eodem Petro

consecratum Cletum, qui post Linum et Clementem Pontificatum gessit,

cujus solemnis dies agitur, veluti civitatis Patrono_[162].

Si dice inoltre che Epigonio Vescovo di Ruvo intervenne al Concilio

di Cartagine insieme con S. Agostino. Che negli atti di S. Sabino

esistenti in un Codice che si conserva nella Biblioteca di Montecasino

al num. 289 fol. 246 si legge che Gelasio Papa nell’anno 443 fu in

Barletta per la consecrazione della Chiesa di S. Andrea Apostolo, e

che tra i Vescovi invitati a quella sacra funzione vi fu anche Giovanni

Vescovo di Ruvo.

Non ignoro di esservi stato anche qualche Scrittore il quale ha opinato

che il nostro Vescovado sia meno antico. Mi astengo però dall’entrare

in tal discussione. L’oggetto principale che mi ho proposto in questo

mio lavoro è stato quello di squarciare il velo che teneva ascosa

la rimotissima ed illustre origine della nostra città. Nulla in

ciò può influire la maggiore o minore antichità del suo Vescovado.

Cotesta indagine dipende dalle ricerche nella Storia Ecclesiastica,

ed in quella de’ Concilj. Farà sempre cosa laudabile quegli de’ miei

concittadini il quale volesse occuparsi di proposito ad illustrare

cotesto argomento.

A me basta l’aver fatto valere la considerazione dell’antichità del

nostro Vescovado per sottrarlo alla soppressione che si trovò nel

pericolo di subire nella esecuzione dell’ultimo Concordato colla S.

Sede. Era in fatti questa sul tappeto a causa della tenuità delle sue

rendite accresciuta vie più dalla poca avvedutezza colla quale alcuno

de’ passati Vescovi aveva fatte delle permutazioni di fondi pregevoli

della Mensa Vescovile con altri fondi di minor pregio e valore.

Tal soppressione spiaceva molto a quella Popolazione. Il Decurionato

quindi si rivolse a me, e mi onorò dell’incarico di adoperarmi perchè

la nostra città non avesse sofferto tale sfregio, e per far valere una

calda supplica rassegnata al Re per la conservazione del suo Vescovado.

Vi prese anche una parte attivissima il Capitolo di quella Cattedrale

che spedì in Napoli due Deputati dai quali fui assistito con molta

efficacia.

Furono questi il fu Canonico Teologo D. Michele Cassano di onoratissima

memoria, e ’l mio cugino Primicerio D. Domenico Chieco, uomini entrambi

molto istruiti, colti e pieni di zelo pe ’l lustro tanto della nostra

città che della nostra Chiesa. Mi provvidero essi di una memoria molto

opportuna sull’antichità di quel Vescovado. Fu questa presentata a

S. E. il Signor Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di Grazia

e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, poichè la considerazione

dell’antichità era molto valutata in simili discussioni.

Non si mancò di quel calore impegno ed assistenza che la cosa esigeva.

I voti di quella Popolazione rimasero appagati. Il Vescovado di Ruvo

fu conservato ed unito a quello di Bitonto _æque principaliter_ con

Bolla del Pontefice Pio VII di veneranda memoria del dì 27 Giugno 1818.

E poichè il primo fu riconosciuto come un Vescovado più antico del

secondo, prese il Vescovo il titolo di _Vescovo di Ruvo_ e _Bitonto_,

e non già di _Bitonto_ e _Ruvo_ come pretendevano i Signori Bitontini

troppo attaccati al fumo. Tranne però cotesta mera frivolezza, è stata

una combinazione molto opportuna che due delle più antiche città della

Peucezia siano rimaste a tal modo riunite anche ne’ loro rispettivi

Vescovadi.

CAPO VIII.

_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina._

Niuna notizia della nostra città mi è riuscito incontrare dell’epoca

de’ Svevi. Coloro che si occupano a scrivere in generale la Storia

di un Regno è ben difficile che possano entrare ne’ fatti particolari

delle città quando non si tratti di avvenimenti rumorosi che meritino

di essere tramandati alla posterità, o non siano mossi da motivi

di predilezione a parlar di esse. Niuna notizia ho potuto trarre

dall’archivio comunale. Oltre la somma difficoltà che vi è che possa

qualsivoglia città conservare documenti che rimontino ad un’epoca molto

rimota, le antiche carte che si conservavano nell’archivio della nostra

città prima della metà del passato secolo le furono tolte a viva forza

dalla prepotenza del Duca d’Andria Ettore Carafa, come più giù anderò a

dirlo.

In quanto ai pubblici Registri di quell’epoca nel grande Archivio del

Regno si conservano appena pochissime carte dell’Imperatore Federico II

scampate alla ingiuria dei tempo. Fin dall’epoca de’ Normanni si erano

introdotti i pubblici Registri chiamati _Defetarj_, ne’ quali erano

notate esattamente tutte le città terre e castelli conceduti in feudo.

Cotesti Registri interessavano lo Stato sotto un doppio rapporto. Il

primo per i casi di devoluzione de’ feudi conceduti. Il secondo per

conoscersi i feudatarj obbligati a prestare il servizio militare con

un certo numero di militi in tempo di guerra. Continuarono cotesti

Registri anche al tempo del detto Imperatore Federico sotto altro nome

poichè nelle sue Costituzioni che vanno registrate nel Codice delle

nostre antiche leggi sono chiamati _Quaterniones Curiæ, Quaterniones

Dohanæ nostræ, Quaterniones Dohanæ nostræ Baronum_[163].

Cotesti Registri sarebbero stati di ajuto alla Storia almeno di quelle

città che avevano avuta la disgrazia di essere concedute in feudo, tra

le quali vi fu anche Ruvo conceduta in feudo fin dal tempo de’ Normanni

come si è veduto nel Capo precedente. Cotesti Registri però si son

dispersi. Li Registri più antichi che si conservano nel grande Archivio

del Regno sono quelli de’ Sovrani Angioini intitolati _Archivium Magnæ

Curiæ Regiæ Syclæ_, dai quali ho tratti i Registri Angioini innanzi

riportati. Nè sono questi tampoco interi. Ve ne sono molti o rimasti

mutilati, o dispersi nel tumulto popolare dell’anno 1701. Eccomi dunque

a riportare le poche notizie che da essi si hanno.

Nel dì 29 Settembre 1269 si vede spedito un privilegio della

concessione in feudo fatta della nostra città dal Re Carlo I di

Angiò. Dice in esso il Re che per ricompensare _grandia, grata, et

accepta servitia quæ Rodulfus de’ Colna dilectus miles familiaris et

fidelis noster Serenitati nostræ exhibuit_[164], veniva a donargli

_Castrum Rubi cum Foresta ET CASALIBUS territoriis et omnia bona sua in

Justitiariatu Terræ Bari, et Castrum Florentiæ situm in Justitiariatu

Basilicatæ cum hominibus vassallis possessionibus vineis terris cultis

et incultis planis montibus pratis nemoribus pascuis omnibus etiam

aquis aquarumque decursibus aliisque juribus jurisdictionibus et

pertinentiis eorumdem quæ de dominio in dominium et quæ de servitio in

servitium etc._

Dalle trascritte parole viene a rilevarsi che la nostra città

aveva allora i suoi _Casali_ espressamente compresi nella precitata

concessione. Si seguitò quindi a dire _Deliberatione mera et speciali

investientes ipsum Rodulfum prædicto modo per nostrum anulum de

Castris ET CASALIBUS SUPRADICTIS ita quod tam ipse quam ipsi prædicti

heredes sui dicta Castra ET CASALIA a nobis nostrisque in Regno Siciliæ

heredibus et successoribus perpetuo in capite teneantur etc._

Sono inoltre notabili le seguenti riserbe che il Re si fece. _Exceptis

nobis et prædictis in Regno nostro heredibus et successoribus jussimus

fidelitate feudatariorum si qui sunt, et universorum hominum ipsorum

Castrorum ET CASALIUM etc....... Exceptis et causis criminalibus, pro

quibus corporalis pœna mortis videlicet vel amissionis membrorum vel

exilii debebit inferri: collectis quoque quæ dictorum Castrorum ET

CASALIUM hominibus imponemus, quæ integraliter et libere per nostram

Curiam exigentur. Moneta etiam generali quæ pro tempore de mandato

Curiæ nostræ cudetur in Regno quam et non aliam universi de ejusdem

Castris ET CASALIBUS recipient et expendent. Defensis insuper quæ

a quibuscumque personis invocato nostro nomine ipsorum Castrorum ET

CASALIUM hominibus imponentur et contemptæ fuerint quarum cognitio et

castigatio ad solam nostram Curiam pertinebit....... Reservato etiam

nobis quod equitaturæ et animalia aratiarum et massariarum nostrarum

possint libere pascua sumere in pertinentiis et territoriis Castrorum

ET CASALIUM eorumdem_[165].

Dall’esposto Registro si rileva con sicurezza che aveva la città di

Ruvo in quel tempo i suoi Casali abitati, poichè replicate volte si

parla degli _uomini_ di essi. Si rileva del pari che i Casali suddetti

avevano una dotazione di territorio, poichè si riserbò il Re il dritto

di far pascere anche in esso gli animali delle sue razze. I nomi però

de’ già detti Casali non si conoscono perchè non si trovano espressi

nel detto Privilegio, ed essendo rimasti distrutti da un’epoca da

noi molto lontana, se n’è perduta ogni memoria. Non è quindi inutile

l’indagare in quali punti del territorio di Ruvo esser potevano situati

cotesti villaggi utilissimi sempre alla economia agraria.

Il plurale _Casalibus_ adoperato nel trascritto Diploma di Carlo I

pruova ch’erano questi più d’uno. Dalle osservazioni fatte e dalle

indagini che ho anche prese ho tutta la ragione di credere che li

casali suddetti fossero stati non meno di tre, e che uno di essi sia

stato situato nella contrada delle _matine_ a sei miglia di distanza

dalla città, l’altro nella contrada denominata _calentano_ a quattro

miglia di distanza, e l’altro in quella delle _strappete_ ch’è in un

sito medio tra l’una e l’altra, ed anche a quattro miglia di distanza

dalla città.

Nella contrada delle matine possiede la mia famiglia una vasta masseria

di semina. Forma parte di essa un pezzo di terreno di circa quaranta

moggia sul lato sinistro della pubblica strada che da Ruvo mena a

Gravina, il quale porta tuttavia il nome di _casali_. Lo stesso nome

portano anche i terreni situati sul lato opposto della strada suddetta,

i quali formano parte dell’altra masseria di semina che apparteneva

al fu D. Saverio Montaruli, il quale l’aveva ereditata dalla famiglia

Modesti ora estinta.

Il nome di _casali_ ritenuto dai terreni suddetti fino ai nostri giorni

sveglia la idea che vi sia stato in quel sito sulla detta strada di

Gravina uno de’ casali cennati nel diploma suddetto. Confermano questa

conghiettura le seguenti rilevantissime circostanze. Gli uomini di

campagna affermano che i terreni adiacenti ai luoghi suddetti ora

solcati dall’aratro siano stati un tempo coltivati colla zappa. Ne’

miei terreni inoltre si son trovate fabbriche dirute, antichi sepolcri

di povera gente, monete antiche, ed anche una pietra di anello

pregevole per la sua incisione e per una leggenda greca, la quale

essendo stata a me occultata dal mio massajo, venni dopo a sapere

ch’era passata in altre mani.

È notabile anche che in quel pezzo di terreno che porta precisamente il

nome di _casali_ vi è tanta quantità di pietre ch’esce positivamente

dall’ordinario. Tra esse ve ne son molte che hanno ancora attaccata

la calce, siccome anche vi sono pezzi di embrici rotti. Delle pietre

suddette dopo averne consumate moltissime nella costruzione di un

forte pariete lungo la strada di Gravina, ve ne rimasero tante che per

rendere il terreno più atto e più utile alla coltura, mi vidi obbligato

a farne formare di esse nel fondo istesso delle grosse macerie. Una

quantità di pietre così sterminata non si può ripetere d’altronde che

dalle fabbriche dirute delle abitazioni che dovevano esservi un tempo

in quel sito.

Non minore è la quantità delle pietre ne’ terreni contrapposti della

masseria del fu D. Saverio Montaruli, ed anche lì si vedono pietre

tuttavia incalcinate ed embrici rotti. Vi sono ivi inoltre gli avanzi

di picciole case, alcune delle quali unite insieme e messe in fila,

ed altre isolate. È notabile anche che de’ sepolcri antichi trovati

da quel lato ve ne sono stati di quelli formati con casse di pietra

di tufo incavato ad un solo pezzo, che col linguaggio del luogo si

chiamano _pile_. Due di esse si vedono situate accanto al pozzo delle

matine detto _del manganello_ e si fanno ora servire per abbeverare gli

animali.

Coteste casse e pe ’l lavoro e pe ’l trasporto di esse da luoghi

lontani, poichè nel territorio di Ruvo non vi sono cave di tufo,

dovevano costare qualche spesa. È da credersi quindi che fossero le

stesse servite per la sepoltura delle persone più agiate del villaggio

suddetto. Nello stesso luogo dieci anni indietro fu trovato anche

un cimitero di figura rettangolare lungo palmi trenta e largo palmi

dieci pieno di ossa e di teschi umani. Queste circostanze menano a

conchiudere che doveva esservi in quel sito uno de’ casali situato

parte sui terreni della mia masseria, e parte su quelli della masseria

del Signor Montaruli dall’uno e dall’altro lato della pubblica strada

di Gravina.

Rispetto poi al luogo denominato _calentano_ tutte le circostanze

concorrono per farmi credere che vi sia stato in quel sito un altro

villaggio forse di maggior considerazione, e rimasto disabitato in

epoca meno antica. Vi è ivi un pezzo di terreno del perimetro di circa

un miglio, il quale porta il nome di _casali di calentano_. Oltre

le immense macerie che in esso vi sono di pietre coacervate dette

volgarmente _specchioni_, si vede anche il terreno coperto di pezzi

di tufo, di embrici rotti in minuti pezzi e di calcinacci, il che fa

credere la disabitazione meno antica. Si vedono inoltre molte pietre

assestate dal martello, lavorate dal picone, o incrostate da fortissimo

cemento.

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 9 / 36 段