o cadenti sia per la loro vetustà, sia perchè mancanti di solide
fondamenta, si è osservato ciò che siegue. Nello scavarsi le fondamenta
di esse si è trovato che le case suddette erano state edificate su di
altre antiche abitazioni dirute o semidirute. Di modo che ben potrebbe
dirsi che l’attuale città di Ruvo, o almeno una gran parte di essa, sia
una novella città edificata sulle ruine dell’antica. Aggiungo che circa
venti anni indietro il fu mio fratello Giulio, ed io avendo risoluto di
formare una nuova cucina per l’uso della già detta nostra antica casa
paterna, quella Mensa Vescovile ci fece la concessione del suolo che
alla stessa bisognava dall’atrio del suo trappeto contiguo alla stessa.
Nello scavarsi le fondamenta di cotesta nuova stanza fino alla
profondità di circa venti palmi, si trovò una officina anticamente
addetta al lavoro di vasi di creta coi comodi inservienti all’arte
suddetta, e colla fornace ove i vasi si cuocevano. Era la bottega
suddetta fornita di un pavimento _a lastrico_ così solido e forte che
per tagliarlo in pezzi regolari che io volli conservare ebbe a durarsi
molto stento, e si spuntarono molti piconi e scalpelli.
Ciò pruova che l’antico piano della città era molto sottoposto al
piano attuale, e che una buona porzione di ciò che oggi è sotterra
stava prima fuori terra. Conferma questa osservazione il vedersi che
molte antiche case di Ruvo hanno i bassi (detti _jusi_ col linguaggio
del Paese) abitati dalla povera gente così profondi che per potervi
accedere bisogna discendere molti gradini, di modo che non sembrano
queste abitazioni, ma bensì edificj sotterranei molto sottoposti al
livello delle strade della città dalle quali ad essi si accede.
Cotesti antichissimi bassi però nella prima costruzione delle case
suddette, delle quali formano parte, esser dovevano messi al piano
delle strade istesse rimaste elevate dalle ruine degli edificj causate
dalle guerre o dai tremuoti, de’ quali si è perduta la memoria. Non
altrimenti le case attuali potrebbero trovarsi edificate sulle antiche
senza solide fondamenta. È questo il difetto di quasi tutti gli antichi
edificj di Ruvo in parte già corretto dalle nuove ricostruzioni che si
son fatte. Ma tal difetto pare che debba ripetersi da una calamità che
ne’ tempi passati abbia colpita tutta la città, o almeno una gran parte
di essa.
Si osserva lo stesso nelle abitazioni del villaggio di Bosco Trecase
che sta alle falde del Vesuvio. I bassi delle antiche abitazioni che
si vedono ora molto sottoposti alle pubbliche strade erano prima al
piano di esse. Le immense masse di cenere e di scorie gittate dal
Vesuvio avendo elevato il piano delle pubbliche strade, hanno rese
sotterranee quelle abitazioni ch’erano prima fuori terra. Pare che lo
stesso sia avvenuto nella città di Ruvo. Non è affatto verisimile che
li detti bassi detti _jusi_ addetti all’abitazione degli uomini e non
delle bestie, nella prima loro costruzione siansi edificati sotterra.
D’altronde gli antichi edificj che si son trovati molto sottoposti al
piano attuale della città pruovano concludentemente che doveva esser
questo anticamente molto più basso, ed è rimasto ora più elevato dalle
ruine delle antiche abitazioni.
L’antico solidissimo lastrico da me rinvenuto, di cui innanzi ho
parlato, mi chiama ad una digressione che la credo utile ai miei
concittadini. La qualità e solidità di esso rende non iscusabile la
crassa ignoranza o la malizia degli attuali muratori Ruvestini. Hanno
essi perduta l’arte di formare i lastrici che gli antichi muratori
possedevano in grado tanto eminente. Si sono resi il flagello di
quella Popolazione, la quale è per tal cagione obbligata a privarsi del
comodo de’ terrazzi tanto utili, anzi necessarj non meno pe ’l proprio
sollievo, che per asciugare i pannilini dei bucato, per seccare le
frutta e per esporre al sole tutto ciò che ha bisogno de’ suoi benefici
raggi.
È così pessima la qualità de’ lastrici ch’essi fanno che si spaccano,
anzi si disfanno dopo poco tempo. Chi non ha la casa coverta da un
tetto bisogna che stia sotto i torrenti di pioggia che scorre per ogni
lato sul suo capo dai detti pessimi lastrici. La cagione principale
di cotesto inconveniente è che la composizione de’ lastrici attuali
consiste nella calce, poca tegola ed una gran quantità di petruzze
minute. Queste però, mentre non possono sorbire la calce liquida,
ed impregnarsi bene di essa perchè non sono porose, hanno anche per
necessità le loro punte, ed i loro tagli. Questi sotto il calpestio
rodono e scompongono la massa del lastrico non ligata per se stessa
ed unita insieme a perfezione per la mancanza di elementi soffici che
possano sorbire bene la calce liquida. Si aggiugne a ciò anche la poca
e troppo esile doppiezza che si dà a cotesta cattiva pasta.
La solita ciarlataneria di questa gente si scusa col dire che manca in
Ruvo il materiale per formare buoni lastrici. Scusa sciocca ridicola e
pienamente smentita dall’eccellente antico lastrico da me trovato nella
bottega di un povero artigiano! Questa scoverta pruova che il materiale
ivi non manca, e che gli antichi muratori Ruvestini sapevano conoscerlo
ed adoperarlo così bene che i loro lavori dopo tanti secoli hanno
resistito anche alla forza dei ferri coi quali io feci tagliare quel
lastrico in pezzi regolari per conservargli.
A troncare sì fatti insulsi pretesti, mi applicai a far l’analisi
della composizione del detto antico lastrico. Trovai ch’era lo stesso
formato di calce, la quale in Ruvo è eccellente, e di una pietra che
in quella Regione è chiamata _carpino_. Bisogna quì osservare che
la pietra suddetta per se stessa porosa è di tre specie. La prima di
esse, comunque anche porosa, è durissima e pesante. Si adopra quindi
a trebbiare le messi facendo ruotare in giro dalle cavalle sull’aja
de’ grossi pezzi di essa lavorati ed adattati a questo uso. Resistendo
anche molto bene al fuoco, è utile adoperarla nella formazione de’
focolari, poichè le pietre ordinarie rimangono presto dal fuoco o
spaccate, o calcinate.
La seconda specie è frivolissima, e si riduce in polvere col solo
maneggiarla. La terza poi ha una qualità media tra la prima e la
seconda. Ha bastante solidità e consistenza, ma senza molta durezza.
Sorbisce i fluidi, ed in conseguenza anche la calce liquida, e si
presta a formare una massa ben connessa sotto i colpi della mazzuola.
Venni da ciò ad assicurarmi che cotesta specie di carpino può supplire
benissimo il così detto _lapillo_ che si adopra in Napoli e contorni
nella formazione de’ lastrici, il quale manca in quella Provincia.
Di questa specie di carpino è formato l’antico lastrico di cui sto
ragionando. Volli quindi farne un saggio nella pratica. Diffidando
giustamente de’ muratori Ruvestini, adoperai un abile maestro di altro
paese. Feci tritare in minuti pezzi quel carpino di cui ho parlato, e
lo tenni per dodici giorni ad abbeverarsi di calce liquida. Indi feci
gittare il lastrico e batterlo bene colle mazzuole come si batte in
Napoli. Il lastrico formato a questo modo è riuscito buono, e sarebbe
stato anche migliore se si fosse fatto più doppio. Ma tutta la mia
attenzione non fu bastante a correggere compiutamente l’abitudine
contratta da tutti i muratori di quella Provincia di fare lastrici
troppo sottili, mentre l’antico lastrico di cui ho parlato ha una
doppiezza uguale a quelli che si fanno in Napoli e contorni.
Se cotesto saggio da me fatto non è bastato a scuotere la caparbietà
de’ muratori Ruvestini, bisogna dire che trovano essi il loro conto
nel fare lastrici cattivi per rifargli di nuovo dopo poco tempo, o
ch’è troppo vero ciò che disse Orazio _Naturam expellas furca, tamen
usque recurret_. Valga però questa digressione a tenere avvertiti
i miei concittadini onde non si facciano più raggirare dalla loro
ciarlataneria. Insulta questa anche la Provvidenza, la quale ha
largamente provveduto l’agro Ruvestino di tutto ciò che può essere
necessario o utile ai bisogni della vita umana.
CAPO VII.
_Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni._
Il silenzio de’ Scrittori Greci e Latini scampati alla ingiuria del
tempo sulla origine della nostra città, che non senza una ragione
Paciucchelli la dice _antichissima e quindi oscura_, rendeva assai
scabrosa la indagine di essa. È perciò che Uomini, comunque dottissimi,
i quali non si sono di proposito occupati a penetrare in quei bujo
che la cuopriva, hanno smaltite delle cose incoerenti tanto sulla
sua nomenclatura che sulla etimologia di essa. I tempi però in cui
fiorirono li detti antichi Scrittori erano illuminati. Da ciò che
hanno lasciato scritto sulla Regione in cui la nostra città è sita, e
sulle Greche colonie dalle quali fu questa occupata ed abitata, dalle
sue antiche monete, e dai pregevolissimi monumenti delle belle arti
antiche ivi rinvenuti, ho potuto prendere quelle fiaccole le quali mi
hanno messo in grado di spingere innanzi i miei passi in mezzo a tanta
oscurità.
Eccoci ora ad un’epoca d’ignoranza di barbarie di distruzione
e di servitù, qual è quella che dopo la caduta dell’Impero di
Occidente portarono nella sventurata Italia le invasioni de’ Popoli
settentrionali non meno che de’ Saraceni. Mancata, anzi spenta la
coltura, donde attingersi una storia ordinata della nostra città?
Attesa la ragione de’ tempi e la qualità de’ Scrittori che poteva la
stessa produrre, non è poco che si conoscono almeno in generale i fatti
principali avvenuti nella Italia.
Francesco Maria Pratilli nel precitato suo libro _Della via Appia_
tra le poche cose che ha dette della nostra città, che fa ora tanto
parlar di se, reca ciò che siegue: _Patì Ruvo le sue sciagure dai Goti
senza che dal Greco Imperatore Zenone le si potesse porgere sollievo
ed ajuto, ed allora fu che addivenne ella povera di abitanti passati
altrove a far domicilio. Nè a minori ruine dovette ella soccombere per
lo furore de’ Saraceni e de’ Longobardi che guerreggiavano coi Greci al
rapporto de’ Cronologi di quel tempo_[142]. Si è da alcuno detto anche
che fu dai Goti distrutta ed uguagliata al suolo.
Credo bene che a quell’epoca di distruzioni e di depredazioni non
abbia potuto la mia patria sottrarsi a quelle sciagure alle quali
soggiacquero tante altre città della misera Italia. Ne dà anzi di ciò
forte argomento la circostanza da me rilevata nel Capo precedente che
l’attuale città di Ruvo si vede edificata sulle rovine dell’antica
città. È anche notabile che mentre la stessa sotto tutti i rapporti
era una città considerevole, niun vestigio è rimasto fuori terra di
fabbriche le quali presentino una rimota antichità, il che pruova di
esser queste rimaste tutte distrutte dalle fondamenta. Ma dal Pratilli
e da altri si son dette queste cose senza essersi citati gli Scrittori
dai quali si son tratte. A tal modo in vero si può dire tutto ciò che
si vuole.
Dalle Cronache però che han parlato de’ fatti di quell’epoca da me
lette, nulla di particolare ho potuto rilevare. Nel riportarsi in esse
i fatti avvenuti in quella Provincia, si sono tutto al più limitate
a parlare di quelli che hanno riguardata la città di Bari ch’era la
più importante, giacchè tutte le altre di second’ordine seguivano
ordinariamente la sorte di essa. Ben di rado delle dette città minori
si trova per alcuna di esse qualche cenno.
Ad ogni modo se qualche cosa per avventura mi è sfuggita, non ne son
dolente. Era cosa interessantissima, e nel tempo stesso gloriosa per la
mia patria il sottrarre alla oscurità la sua antichissima e nobilissima
origine. Per potervi riuscire nulla ho risparmiato, e nulla ho omesso.
Ma qual pro per la stessa e per me nell’affaticarmi di vantaggio
a rintracciare le notizie di que’ guasti che ha potuto soffrire da
barbare Nazioni, ed esacerbare il mio animo col percorrere que’ fatti
che sarei costretto cento volte a pentirmi di non avergli lasciati in
un profondo oblio? Ringrazio l’Altissimo ch’è rimasta ella superstite
a tante ruine, mentre tante altre città sono state distrutte, senza
essere più risorte. Lascio coteste tristi e spiacevoli minutezze (se
pur se ne possono aver le tracce) a chi sia vago di esse, ed abbia
più tempo minori anni, e più valida salute di me. Mi limiterò quindi
a quelle poche notizie che vi sono dell’epoca de’ Normanni, senza
innoltrarmi di vantaggio nelle ricerche di que’ tempi che precederono
la loro dominazione, nelle quali certamente il profitto non avrebbe
potuto adeguare il travaglio e ’l fastidio che sarebbero costate.
Pria però di fare questa picciola raccolta non ometto che Pratilli nel
luogo testè citato ha riportato una lapide sepolcrale trovata in Ruvo,
la quale in verità è poca cosa, poichè fu questa messa da una donna
al suo defunto marito che si dice _liberto di Cesare_, senza che si
conosca neppure quale de’ Cesari allora imperava. Vale qualche cosa di
più un’altra iscrizione trovata dopo, poichè fu l’opra delle Autorità
Municipali Ruvestine al tempo dell’Imperator Gordiano.
IMP CÆS M ANTO
ni GORDIANO PIO
FEL AVG
PON MAX
TRIB P II
COS PROC
DECVRIONES
ET AVGVST
EX ÆRE COL
LATO
La trascritta iscrizione appena disotterrata si pensò conservarla con
essersi incastrata nel muro di un edificio pubblico, cioè dell’orologio
che sta nella pubblica piazza della nostra città. È da credersi che
cotesta lapide abbia formato parte del piedistallo di una statua o
di altro pubblico monumento eretto in onore dell’Imperatore Gordiano.
Senza di ciò, cadrebbe nel ridicolo la menzione fatta in essa di esser
stata messa _ex ære collato_ de’ Decurioni e degli Augustali. La sola
e semplice lapide non sarebbe costata che pochi danari, i quali non
avrebbero meritato un vanto di tal fatta.
Pruova intanto la lapide suddetta che vi era in Ruvo un Collegio di
Augustali. Si sa che cotesta Istituzione fu creata da Tiberio in onore
di Cesare Augusto. Il Collegio degli Augustali era in Roma composto
dai personaggi li più distinti al numero di venticinque, come ce lo fa
sapere Cornelio Tacito: _Idem annus novas cæremonias recepit addito
sodalium Augustalium Sacerdotio, ut quondam Titus Tatius retinendis
Sabinorum sacris, sodales Titios instituerat. Sorte ducti a Primoribus
civitatis unus et viginti. Tiberius, Drususque, et Claudius, et
Germanicus adjiciuntur_[143]. Fu questa perciò riputata una dignità ed
una onorificenza. Svetonio quindi nella vita di Claudio dice che prima
che fosse stato Imperatore, _Senatus quoque ut ad numerum sodalium
Augustalium sorte ductorum extra ordinem adjiceretur, censuit_[144].
Dice lo stesso anche di Galba, il quale prima che fosse stato elevato
all’Impero, _inter sodales Augustales fuit cooptatus_[145].
Cotesto novello culto che Cornelio Tacito lo chiama _nuova cerimonia_
suggerita dal folle orgoglio di chi dominava e dalla vile adulazione di
coloro che servivano, fu nel tratto successivo esteso anche agli altri
Imperatori, ai quali venivano dopo la loro morte prodigalizzati gli
onori divini. Ond’è che Giusto Lipsio nel suo Commentario al trascritto
luogo di Cornelio Tacito osserva: _Idque exemplum placuit deinceps
in omnibus Imperatoribus, qui facti sunt Divi. Ita sodales Flavii,
Hadrianales, Antonini passim in Historiis memorantur._ Lo stesso dice
Levino Torrentio nelle sue annotazioni al precitato luogo di Svetonio.
_Quemadmodum ab Augusto Augustales, sic ab aliis Imperatoribus nomina
traxere, ut Flaviani, Æliani, Antoniniani, Helviani._
È inoltre ad osservarsi che cotesto Sacerdozio propagato in seguito
anche nelle altre città fuori di Roma, divenne coll’andar del tempo
una carica municipale. Giova sentire come ne ha ragionato Barnaba
Brissonio, il quale dice che cotesto Sacerdozio fu istituito da
Tiberio _In urbe XXV ex viris primariis, in municipiis quaterni,
seni, et aliquando plures: Tacitus Annal. I, 54, Histor. II, 95.
Gruterus Inscript. p. CXLIX 5, et CCXLIX 5. Præerat toto Corpori
Magister Augustalis. Gruterus p. CCXLIX 5. et p. CXLIX, 5. Reinesius
ad Inscript. p. 186, qui æque ac ipsi Augustales e decurionibus lecti.
Noris. Cenotaph. Pisan. p. 78. Hi vero non solum sacra faciebant, sed
et aliquando jus dicebant, et curam viarum gerebant. Gruterus CCCCXXI
7 p. CCLII 3 CXLIX 5, non quidem tanquam Augustales, sed tanquam
Magistratus, quia sæpe tali dignitate cum Sacerdotio isto fungebantur,
ceu contra Reinesium probavit laudatus Noris. Cenotaph Pisan. I 6
p. 77 et sequent. Qui et docuit non perpetuum fuisse hoc Augustalium
Sacerdotium, sed temporarium. Unde II Augustalis appellatur L. Cancrius
apud Gruterum p. XIX 6_[146].
Or s’intende bene perchè nella trascrìtta lapide si vedono gli
Augustali uniti ai Decurioni di Ruvo per ergere un monumento
all’Imperator Gordiano. Non si conosce se lo abbia questo
suggerito l’adulazione o qualche beneficio fatto alla nostra città
dall’Imperatore suddetto. Passo ora a riportare le poche cose che
vi sono dell’epoca de’ Normanni, mancandomi ogni notizia particolare
relativa alla nostra città del tempo che la precede. Avrei potuto in
vero toccare quella parte che ha la stessa per necessità avuta negli
avvenimenti generali seguiti in quella Regione. Ma questi appartengono
alla Storia del Regno, e trovandosi da altri già esposti, non amo
replicare le cose risapute, ed uscire dal mio argomento.
Nella Cronaca di Lione Ostiense si parla della inaugurazione, e
della dedica della grandiosa Chiesa di Montecasino seguita nel dì 30
ottobre 1071 coll’intervento del Pontefice Alessandro II. Si dice che
_interfuere tantæ tunc celebritati Archiepiscopi decem, et Episcopi
quadraginta_. Tra i primi vi è _Archiepiscopus Tranensis_, il che
pruova anche che la città di Trani, la quale spettò al Conte Pietro
Normanno, era fin d’allora una città cospicua, e che bene a proposito
Guglielmo Appulo la chiama _præclari nominis urbem_. Tra i secondi si
leggono: _Episcopus Cannensis, Rubesanus_ (di Ruvo), _Monorbinensis,
Juvenaciensis, Monopolitanus_, luoghi tutti che appartengono alla Terra
di Bari secondo la ripartizione attuale delle Provincie del Regno[147].
L’anonimo Cassinese riporta lo stesso fatto. Commemora i Cardinali, gli
Arcivescovi, i Vescovi ed i Magnati che intervennero alla consecrazione
della Chiesa suddetta con un concorso immenso di popolo che vi fu da
tutti i luoghi per quella grande solennità. Ci fa anche conoscere
uno per uno i nomi de’ già detti Arcivescovi e quaranta Vescovi
intervenuti, e tra questi ultimi vi è _Guilelmus, sive Guibertus
Episcopus Rubesanus_[148].
Da Lupo Protospata si ha la seguente notizia: _Anno 1082 Episcopus
Rubensis donavit Priori Montis Pelosi Ecclesiam Sancti Sabini,
quæ est in civitate Rubi, qui Prior tenebatur omni anno ad quatuor
libras ceræ in die Sabathi Sancii, et mittere unum hominem equestrem
ad suas expensas quando Episcopus Rubensis ibat ad Barum, seu ad
Canusium_[149]. La Chiesetta di S. Sabino vi è tuttavia in Ruvo, e ’l
Vescovo di Montepoloso l’ha come una sua Badia, prende cura di essa e
percepisce le rendite de’ beni de’ quali è dotata. Ma non s’incarica
più nè di corrispondere al Vescovo di Ruvo le quattro libbre di cera,
nè di spedire a sue spese un uomo a cavallo quando viene a quest’ultimo
la volontà di recarsi a Bari o a Canosa[150].
Alessandro Abbate Telesino nella sua Storia _De rebus gestis Rogerii
Siciliæ Regis_ dice che Papa Onorio sollevò contro Ruggiero i Magnati
della Puglia tra i quali _Grimoaldus Barensis Princeps, Goffridus
Comes Andrensis, Tancredus de Conversano, atque Rogerius Orianensis
Comes, aliique complures_. Cotesti Magnati si riunirono a Troja ove il
Pontefice si era recato da Benevento chiamato dagli abitanti di quella
città, e fecero con lui alleanza. Intanto Ruggiero sbarcò a Taranto
con buon numero di truppe. Essendosi la città a lui resa, si recò ad
assediare Brindisi che l’aveva occupata Tancredi di Conversano. Non
potendo più gli abitanti di essa tollerare i danni dell’assedio, si
resero a discrezione. Dopo ciò prese anche altri castelli de’ Baroni
suoi nemici.
Il Papa quindi riunite le sue forze con quelle de’ Baroni suddetti
marciò contro Ruggiero. Questi avendo ciò saputo, andò ad accamparsi
col suo esercito vicino al fiume Bradano nel luogo denominato _Vado
petroso_. Le truppe Pontificie si accamparono sulla riva opposta del
fiume suddetto. Saputosi però da Ruggiero che il Pontefice era nel
campo di persona, per un tratto di rispetto si astenne dall’attaccarlo.
Nè mancò di maneggiarsi per placare il di lui animo, ed indurlo a
discaricarlo dalla scomunica contro lui fulminata e riconoscerlo per
Duca di Puglia e di Calabria.
Essendo le cose andate in lungo, cominciarono a mormorarne tanto i
Baroni collegati che i loro militi, perchè vedevano mancarsi i mezzi
di mantenersi più lungo tempo in campagna. Molti di essi quindi si
ritirarono, e ’l Papa ritornò a Benevento, e di là continuò le pratiche
con Ruggiero. Finalmente si combinò con lui in un incontro ch’ebbero
insieme presso la città di Benevento ove Ruggiero si recò di persona, e
fu dal Pontefice riconosciuto come Duca di Puglia e di Calabria.
Passò dopo ciò col suo esercito ad assediare Troja. Avendo però veduto
ch’era quella città ben preparata a fargli vigorosa resistenza, ed
avendo calcolato che si avvicinava l’inverno, credè opportuno lasciare
l’assedio di essa, ed occuparsi a ricuperare la città di Melfi ed altre
città Ducali che volontariamente a lui si sommettevano, e lo chiamavano
per mezzo de’ legati a lui spediti. Il che fatto si ritirò a Salerno
e di là partì subito per la Sicilia, riserbando alla buona stagione la
spedizione contro i Magnati della Puglia suoi nemici.
Nell’assenza di Ruggiero era riuscito a Tancredi di Conversano di
ricuperare la città di Brindisi, ed altri castelli che Ruggiero gli
aveva tolti. Ma ritornato quest’ultimo alla buona stagione con poderoso
esercito, dopo aver ripigliati alcuni de’ castelli suddetti, si recò
ad assediare la predetta città di Brindisi. Avendo però calcolato
che l’assedio di essa avrebbe potuto tirare a lungo, riserbò cotesta
impresa a miglior tempo, e credè più opportuno sommettere le altre
città e castelli de’ suoi nemici. Dopo aver dunque distrutto un Paese
chiamato Castrum che preso da lui l’anno precedente aveva seguito
di nuovo le parti di Tancredi di Conversano, pose l’assedio a _Monte
alto_.
Seguita quì dunque a dire l’Abate Telesino: _Capto itaque Monte alto
RUBEAM PRÆFATI TANCREDI URBEM invasurus properat, qua demum devicta,
Alexander Comes, Tancredus, Grimoaldus Barensis Princeps, necnon
Goffridus Comes Andrensis tantam ipsius potentiam experti, saniori
consilio inter se habito, mox ei subjiciuntur. Unde Tancredi ipso
Dux animo jam sedatus. Terras quascumque abstulerat reddidit. Quibus
deinde præcepit ut post ipsum Trojam celeriter accessuri essent_.
Soggiugne inoltre che nel marciare verso Troja prese anche la città di
_Salpi_[151].
Non vi può esser dubbio che l’Abate Telesino colle parole _Rubeam
urbem_ abbia indicata la città di Ruvo. Nel precitato luogo ei si
occupò a narrare le gesta di Ruggiero ch’ebbero luogo nella Puglia.
In quella Regione non vi è altra città che porti questo nome. Dic’egli
inoltre che _Rubea urbs_ dipendeva da Tancredi di Conversano collegato
col Principe di Bari e col Conte di Andria. Conversano Bari Ruvo
ed Andria formano un gruppo di città non molto tra loro distanti.
È notabile inoltre che dal catalogo de’ Baroni che contribuirono i
soldati per la spedizione di Terra santa al tempo di Guglielmo il
Buono, del quale si è parlato innanzi alla pag. 84 risulta che a
quell’epoca la nostra città continuava tuttavia a formar parte della
Contea di Conversano. Il che pruova che alla stessa era unita anche al
tempo di Ruggiero e quindi apparteneva a Tancredi di Conversano.
La Storia dell’Abate Telesino è scritta di un latino che si può dir
buono avuto riguardo al tempo in cui fu scritta. Fu egli contemporaneo
del Re Ruggiero, come lo ha avvertito Muratori nella prefazione alla
stessa, e come lo ha detto ei medesimo coll’essersi lodato delle
occasioni avute di avvicinare quel Sovrano. Per indicare dunque la
città di Ruvo si valse dell’espressioni _Rubeam urbem_ ad esempio di
Virgilio che disse parimenti.
_Nunc facilis Rubea texatur fiscina virga_[152].
Su di cotesto verso di Virgilio osserva Servio; _Rubea virga, quæ
abundat circa Rubos Italiæ oppidum. Horatius_ Inde Rubos fessi
pervenimus; _idest ea virga, quæ circa Rubos nascitur_. A Servio
è conforme anche Basilio Fabro[153]. Li Commentatori di Orazio sul
precitato verso al quale si riporta Servio trascritto innanzi alla pag.
19 osservano: _Rubi urbs Apuliae XX millibus pass. a Canusio distabat.
In agro Rubeo vimen mollissimum nascebatur, quo fiscinæ texebantur.
Virgil. Georg. lib. I vers. 266._