Per formare una idea della immensa quantità di pietre che ivi vi è

basta dire che il Primicerio D. Domenico Chieco innanzi nominato comprò

nell’anno 1841 dagli eredi del fu Pasquale Cantatore una masseria

di semina, nella quale va inclusa una porzione del già detto pezzo

di terreno denominato _casali di calentano_. Li periti di consenso

nominati per valutare la masseria suddetta detrassero dal prezzo di

essa il valore di dieci moggia di terreno in compenso di quello che

rimaneva ingombrato dalle pietre e rottami suddetti. Si sono in fine

in quel luogo trovati sempre, e si trovano tuttavia sepolcri di povera

gente.

Vi è ivi rimasta inoltre una Chiesa antichissima, benchè restaurata

di tempo in tempo, e questa non picciola, dedicata alla SS. Vergine

Annunziata che porta il nome di _S. Maria di Calentano_, con una comoda

abitazione pe ’l Cappellano. Nello spazioso atrio murato della Chiesa

suddetta si vedono le fabbriche dirute di due decenti appartamenti

l’un dall’altro segregati. Uno di essi apparteneva al Vescovo di Ruvo,

l’altro alla Casa Baronale, il che conferma vie più la idea che doveva

esser quello un villaggio più prezzato. Non essendosi avuta più cura

degli edificj suddetti da sessant’anni in qua sono entrambi crollati.

Grande è la venerazione che i Ruvestini hanno ritenuta per la sacra

immagine della SS. Vergine che vi è in quella Chiesa, ed è anche molto

bella. Nel dì della sua festa che ricade nel dì 25 Marzo si portano ivi

a torme per adorarla, e per far indi delle liete ricreazioni annesse

sempre a coteste divote spedizioni, le quali vengono da molti replicate

anche all’ottavo giorno della festa suddetta. Quel culto ritenuto da

tempo antichissimo dai Ruvestini è comune anche agli abitanti delle

convicine città di Andria, Corato e Terlizzi. Di modo che ben si può

dire di esser quello un piccolo Santuario delle convicine Popolazioni,

le quali, come anderò a dirlo nel susseguente capo, sono nate nell’agro

Ruvestino.

Da un tempo ch’eccede ogni memoria d’uomo il Capitolo di Ruvo ha presa

cura di quella Chiesa, e vi ha mantenuto, come tuttavia vi mantiene un

Cappellano coll’obbligo di far ivi una fissa residenza, con aversi dal

Capitolo come presente tanto nel Coro, quanto ne’ mortuarj. È notabile

che dev’esser questi un Canonico di quella Cattedrale. La elezione di

esso si fa ogni tre anni nel dì degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo.

Tale elezione si fa nel Capitolo _Preminenziale_, cioè coll’intervento

delle sole Dignità e Canonici, esclusi i Partecipanti. Sulla proposta

delle due prime Dignità nomina il Capitolo due Canonici a voti segreti.

Monsignor Vescovo ne sceglie uno di essi, e con suo decreto gli

conferisce il titolo di _Cappellano di S. Maria di Calentano_.

Il Cappellano suddetto ritrae un utile tanto dalle offerte de’ divoti

che ivi si portano per adorare la SS. Vergine, quanto dalle spontanee

prestazioni di cereali che riceve in tempo della messe dalle numerose

masserie di semina de’ Ruvestini e de’ Coratini stabilite nelle

vicinanze della Chiesa suddetta. Dalle cose premesse intanto si può

arguire che allora quando il villaggio che a mio credere vi era in quel

sito rimase o distrutto o abbandonato sia per le guerre, sia per altre

cagioni, e gli abitanti si ritirarono nella città, non fu per questo

obliato il culto di quella sacra immagine che dai Ruvestini, ed anche

dalle convicine Popolazioni fu ritenuto fino ai nostri giorni.

Tanto più è ciò a credersi, quanto che non manca in Ruvo una antica

Chiesetta dedicata anche alla SS. Annunziata, dalla quale ha preso

il nome quello de’ quartieri della città ch’è alla stessa adiacente.

Essendosi, malgrado ciò, ritenuto da quella Popolazione il culto

della lontana Chiesa di calentano sotto lo stesso titolo, pare che

cotesta antica usanza si possa benissimo ripetere dalla divozione che

conservarono per la loro antica Chiesa gli abitanti del villaggio di

calentano che si ritirarono nella città.

Altro villaggio pare che abbia dovuto esservi nella contrada denominata

_le strappete_ alla distanza di quattro miglia dalla città nel sito

medio tra calentano e le matine. Si vedono ivi due pezzi di terreno a

poca distanza l’uno dall’altro, uno di un miglio di circuito, e l’altro

un poco meno. Il primo porta il nome di _casali di Siniscalchi_,

e l’altro secondo di _casali di Covelli_ dai nomi degli antichi

proprietarj di essi. Ambi cotesti pezzi di terreno formano ora parte

della vasta masseria di semina posseduta dai Signori Chieco miei

congiunti, e da essi acquistata con diversi contratti.

Tanto nell’uno che nell’altro pezzo di terreno vi è una immensa

quantità di pietre, molte delle quali lavorate a picone, e tuttavia

incalcinate. Vi sono inoltre molti rottami di embrici, e di vetri

bianchi e neri sparsi nel terreno. Moltissimi sepolcri rustici si

son anche ivi sempre trovati e tuttavia si trovano, in uno de’ quali

ultimamente fu rinvenuta pure una lancia. Si son ivi di quando in

quando similmente disotterrate antiche monete di rame, di argento ed

alcune di oro, delle quali per altro nulla può dirsi, perchè di cotesti

oggetti sono sempre fraudati i proprietarj de’ fondi, e non vengono ad

averne notizia che quando son essi già passati in altre mani.

Dalle predette circostanze delle quali sono stato minutamente

informato dal prenominato mio parente Primicerio D. Domenico Chieco

che ha secondate efficacemente, e con molta utilità coteste mie

investigazioni, viene a risultarne che vi erano ivi del pari o due

piccioli villaggi a poca distanza l’uno dall’altro, il che non è

cosa nuova, o un solo villaggio diviso in due quartieri, poichè gli

avanzi delle antiche abitazioni tanto nell’uno che nell’altro de’ due

precitati pezzi di terreno cadono sotto i sensi. Gli antichi sepolcri

ivi rinvenuti in gran numero formano una convincente testimonianza

dell’antica abitazione di que’ luoghi, poichè ove si trovano i morti

bisogna che vi siano stati anche i vivi.

Mi lusingava almeno per calentano di poter trarre utili notizie

dall’Archivio Capitolare. La cura che da tempo immemorabile ha preso il

Capitolo dell’antichissima Chiesa che ivi vi è, la qualità Canonicale

richiesta nel Cappellano che viene dallo stesso nominato, il Rito che

si serba nella elezione di esso, e l’obbligo della fissa residenza che

gli viene imposto, mi facevano credere che avessero potuto ricevere una

conveniente spiegazione dalle antiche memorie o tradizioni registrate

nelle carte Capitolari, le quali avessero messo capo nell’epoca

della disabitazione di quel villaggio. Ne scrissi quindi all’attuale

Signor Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, Ecclesiastico pieno di coltura

e di entusiasmo per le cose patrie, onde avesse fatte praticare

nell’Archivio suddetto le opportune diligenze, come si è fatto.

Sono state queste però poco fruttifere. Si è trovata in esso un’antica

pergamena la quale contiene un pubblico strumento del dì 11 Novembre

1392 stipulato, mentre regnava il Re Ladislao, dal Notajo Ruvestino

_Cobello de Concilio_ in quella Chiesa Cattedrale tra il Vescovo

e ’l Capitolo di Ruvo da una parte, e Giovanni _de Mapono_ di Ruvo

dall’altra. Permutarono essi tra loro col detto strumento le seguenti

proprietà, cioè il Vescovo e ’l Capitolo, _Domum unam ortatam sitam

intus in dicta civitate Rubi in loco Porte de Noha juxta domum aliam

ipsius Joannis de Mapono, domum et ortum Angeli Roberti de Ruta et

alios confines cum orticello uno prope ipsam domum, arbore una........

et puteis omnibus intus et extra ipsam domum et orticellum_.

E ’l detto Giovanni _de Mapono, Medietatem tenimenti quondam Tafuri

et Andreuccie sue sororis siti in Territorio dicte civitatis Rubi,

et pertinentiis Stiliti in loco SANCTE MARIE DE CALENTANO, et Sancti

Pauli, et circum circa, juxta silvam Caurate, juxta silvam Rubi, juxta

reliquam mediatem pro indiviso ipsius tenimenti prædictorum Domini

Episcopi, Primatum Canonicorum et Capituli memorati, cum medietate

omnium cisternarum puteorum terrarum omnium aliorum jurium eorumdem, et

cum omnibus infra se habilis et contentis pertinentiis omnibus juribus

et utilitatibus eorundem et introitibus etc._

Nell’antica Platea inoltre del Capitolo, ove sono riportate tutte le

sue possidenze si trova il seguente notamento: _Tenimentum SANCTÆ MARIÆ

DE CALENTANO, Sancti Pauli, et Purchingiani in eodem loco Calentani

spectans nostræ Mensæ Episcopali Rubensi his finibus limitatum secundum

divisionem factam inter nos Petrum Perrensem Episcopum Rubensem ex una

parte, et Capitulum Majoris nostræ Rubensis Ecclesiæ ex parte altera,

prout patet ex contractu publico celebrato inter nos subscriptos

nominatos per manus Notarii Angeli Lisii de Mondellis de Rubo sub anno

Domini millesimo quadringentesimo sexagesimo sexto. Die.... mensis

Junii Sextæ Indictionis._ Di cotesto strumento non si è potuto avere

veruna traccia.

Due sono le illazioni che dalle precitate due scritture possono trarsi.

La prima è la rimota antichità della Chiesa di S. Maria di Calentano di

cui si fa in esse menzione, il che accredita la conghiettura che sia la

stessa appartenuta ad uno di que’ villaggi de’ quali si fa menzione nel

precitato diploma di Carlo I di Angiò[166]. La seconda che i terreni

ivi posseduti in comune, ed indivisi dal Vescovo e dal Capitolo di

Ruvo abbiano potuto un tempo appartenere alla Chiesa suddetta, e colla

disabitazione del villaggio che ivi vi era furono da essi occupati,

una coi due appartamenti che vi erano nell’atrio della Chiesa istessa,

de’ quali uno tuttavia esiste, ed è abitato dal Cappellano che il

Capitolo vi destina, e l’altro ora diruto era destinato all’abitazione

del Vescovo quando ivi si conferiva. Li terreni suddetti montano a

circa settecento moggia, e sono rimasti censiti in forza della legge

sul Tavoliere di Puglia dell’anno 1806 ai fittuarj che si trovarono in

quell’epoca in possesso di essi, come terreni _azionali_ del Tavoliere

suddetto appartenenti ai Luoghi Pii.

Vedo bene che le cose da me dette relativamente ai detti antichi

villaggi non sono che conghietture mancando qualunque memoria certa

e sicura del nome e del sito di essi. Costando però dal precitato

Registro di Carlo I che a quel tempo nell’agro Ruvestino vi erano i

villaggi, avendo inoltre i luoghi da me cennati ritenuto il nome di

_casali_, e trovandosi in essi le tracce sicure e permanenti delle

antiche abitazioni, manca ogni ragione per potersi contraddire le

conghietture suddette. D’altronde non saprei in vero indicare altri

luoghi più opportuni di quelli che ho cennati per la situazione de’

casali suddetti. Al tempo del Re Carlo I di Angiò non era più il

territorio di Ruvo dai tre lati orientale settentrionale ed occidentale

quello stesso ch’era al tempo di Strabone di Plinio e di Tolomeo. Dai

lati suddetti lo avevano molti secoli prima ristretto e raccorciato le

dotazioni di terreno date alle novelle città surte dal lato del mare

Adriatico e da quello dell’Ofanto.

Non fu però così dal lato meridionale. Non essendo surta da quel lato

veruna novella città, conservò Ruvo almeno nella massima parte il suo

antico territorio, il quale s’innoltra verso il Garagnone, Gravina

ed Altamura per lungo tratto nella Regione della Peucezia detta da

Strabone _montosa et aspera_ che porta oggi il nome di _Murge_. Cotesta

contrada nella massima parte non è nè coltivata, nè coltivabile,

perchè coverta da una catena di monticelli di vivo sasso. È però molto

opportuna al pascolo, specialmente nella estiva stagione, attesa la

freschezza dell’aere che ivi si respira. Nè si può dire del tutto

negata alla coltura, poichè tra una collina e l’altra vi sono le

vallate dette volgarmente _canali_, ove le correnti di acqua hanno

trasportato copiosissimo terreno atto a dare abbondanti ricolte. Quindi

anche in quella contrada si trovano da tempo immemorabile stabilite le

masserie di semina.

Vi è inoltre dal detto lato meridionale l’antichissimo e vastissimo

bosco di Ruvo molto opportuno alle industrie armentizie. Messe quindi

coteste circostanze locali, non poteva non essere assai bene ideata

la situazione de’ villaggi nel lato meridionale dell’agro Ruvestino.

Essendo quello il lato più ampio ed esteso, e che maggiormente si

allontana dalla città, utilissimo partito veniva a trarsi dalle Borgate

di agricoltori e di pastori allogate nel sito intermedio, e tutte

intorno al bosco suddetto che sicuramente ha dovuto essere un tempo il

centro delle industrie armentizie de’ Ruvestini, come serve anche oggi

di appoggio alle vaste industrie di tanti diversi proprietarj tra i

quali è diviso.

Ed in vero la contrada di calentano è bellissima sotto tutti i

rapporti, come lo pruovano anche le abitazioni di campagna che fino ai

nostri giorni vi han tenute il Vescovo di Ruvo, e la Casa Baronale.

Vi sono eccellenti terreni, e si vedono su di essi stabilite belle

masserie di semina. Se però cotesti terreni in vece di essere solcati

dall’aratro, come ora si fa per la molta distanza dall’abitato, fossero

almeno in parte lavorati colla zappa dalle braccia forti e nerborute

degli abitanti di un vicino villaggio, quale ne sarebbe il prodotto?

In quanto poi alla contrada delle matine immenso, ed incalcolabile

sarebbe il vantaggio che darebbe alla stessa la presenza di un

villaggio. La contrada che porta questo nome parte è nel territorio di

Ruvo, e parte in quello di Bitonto che nel punto suddetto confinano tra

loro. Una porzione però delle matine di Bitonto è oggi in mano anche

de’ Ruvestini per particolari acquisti fattine.

Si ammira in tutta quella contrada un capriccio della Natura.

Mentre tanto il territorio di Ruvo che quello di Bitonto abbondano

strabocchevolmente di pietre, nella massima parte de’ terreni delle

matine non ve ne ha una sola, e sono perfettamente netti di esse come

i terreni della Puglia Daunia. Ovunque inoltre si scava si trovano

copiosissime sorgive di acqua dolce bellissima a poca profondità di

dieci o dodici palmi, ed in taluni luoghi anche minore.

Gli orti di Ruvo che sono intorno all’abitato producono squisite

verdure ed in tanta copia che ne provvedono anche le convicine città.

Eppur cotesti orti sono stati formati su di un suolo sommamente

pietroso spurgato con una spesa immensa, e vengono irrigati dalle

conserve di acqua piovana, le quali nelle grandi siccità che sono ivi

frequenti possono rimanere esaurite! Or quali prodotti dovrebbero

attendersi dai terreni delle matine che sono netti di pietre, se

venissero preparati non già dall’aratro, ma dalla zappa? Qual vantaggio

si ritrarrebbe dal beneficio della irrigazione che offrono le perenni

inesauste e continuate sorgive che ivi vi sono? Quali e quante ottime

verdure inoltre potrebbero ritrarsi, senza verun fastidio e dispendio,

da un terreno netto di pietre a cui l’acqua non può mancare giammai in

tutte le stagioni?

Ma sì fatte operazioni hanno bisogno delle braccia di una popolazione

stabilita sul luogo istesso. Alla distanza di sei miglia dalla città

coteste braccia non possono aversi. Ora che la Popolazione di Ruvo

prodigiosamente si aumenta da anno in anno, e nelle due convicine

città di Corato e di Terlizzi è andata la stessa tanto innanzi che

manca il terreno alle braccia, e cerca quindi di venire a coltivare

l’agro Ruvestino, perchè non imitarsi la saviezza de’ nostri Antenati?

Perchè non rinnovarsi nel nostro vastissimo territorio que’ villaggi

che prima vi erano? Potrebbero forse mancare i coloni che anderebbero

a popolargli? Qual miglioramento ne risulterebbe dalle colonie che

verrebbero a stabilirsi?

Ritornando ora alla detta concessione di Carlo I dell’anno 1269

facendosi attenzione tanto al tenore di essa, quanto agli altri

Registri Angioini, viene a rilevarsi di esser rimasto escluso dalla

stessa il dritto della _Bagliva_ che il Re lo ritenne per se, forse

a riflesso del pascolo che si riserbò in quel territorio per gli

animali delle sue razze; quale dritto di Bagliva passato dappoi in

mano del Barone per le posteriori concessioni, recò alla Popolazione

di Ruvo infinite vessazioni, come anderemo a vederlo al suo luogo.

È sicuro che cotesto dritto lo abbia il Re per se ritenuto. Primo

perchè nelle clausole della detta concessione la Bagliva non si vede

affatto nominata. Secondo perchè non solo nell’anno 1268 che precedè

la concessione suddetta, ma anche negli anni susseguenti cotesto dritto

continuò a rimanere di Regia appartenenza.

In fatti con Lettera Regia del dì 8 Agosto 1268, scritta da Lagopesolo

a petizione del Vescovo e del Clero di Ruvo, il detto Carlo I ordinò

_Magistris Portulanis et Procuratoribus Curiæ Apuliæ et Aprutii_ che si

fossero ai ricorrenti pagate le decime _super Bajulatione Rubi_[167].

Consimili ordini si vedono diretti agli stessi Regj Impiegati anche

con altre lettere scritte da Melfi, e da Lagopesolo negli anni 1277, e

1278, e con altra del dì 20 Luglio 1279, senza la indicazione del luogo

donde fu scritta, colle quali fu loro ordinato di pagarsi al Vescovo

ed al Clero di Ruvo _decimas proventuum Bajulationis Rubi_[168]. Gli

stessi ordini si vedono spediti anche dal Re Carlo II nell’anno 1304, e

benchè manchi il Registro perchè disperso, n’esiste però il notamento

nel Repertorio generale colla indicazione del foglio 299 del Registro

disperso.

Li già detti ordini di pagamento diretti ai Regj Incaricati

amministrativi della Provincia, mentre la nostra città si trovava già

conceduta in feudo, ed era posseduta dalla famiglia concessionaria fin

dall’anno 1269, pruovano concludentemente ch’era rimasta la Bagliva di

Ruvo esclusa dalla concessione, ed aveva il Re seguitato a ritenerla

per se. Tanto più è ciò sicuro, quanto che costa da altri Registri che

dall’anno 1269 fino all’anno 1291 la nostra città non era più ritornata

al Regio Demanio, ma fu sempre posseduta dalla famiglia _de Colant_ che

nella precitata concessione del dì 29 Settembre 1269 erroneamente fu

detta _de Colna_.

Con lettera dello stesso Re Carlo I diretta al Giustiziere della

Terra di Bari del dì 12 Marzo 1272 fu allo stesso ordinato di prendere

informazione della rendita che dava _Castrum Rubi ex foresta, et terris

convicinis, et circumadjacentibus dicto Castro_ e da qualsivogliano

altre possessioni e proventi. Si dice in essa che la detta città era

conceduta in feudo _Arnulfo de Colant_[169]. Con altra lettera dello

stesso anno concedè il Re al detto _de Colant_ in pagamento de’ suoi

soldi che doveva conseguire il residuo delle contribuzioni Fiscali che

andava dovendo _Universitas Rubi_[170].

In altro Registro poi dell’anno 1277 lo stesso Re Carlo I dice così:

_Supplicavit excellentiæ nostræ Jannoctus de Colant filius et heres

quondam Arnulfi de Colant familiaris noster_, ch’essendo morto il

di lui genitore, voleva essere giuste le leggi e le usanze allora in

vigore, assicurato dagli uomini de’ feudi che aveva da lui ereditati

siti in diverse Provincie del Regno. Quindi il Re nel dì 4 Giugno del

detto anno scrisse da Venosa ai diversi Giustizieri delle Provincie

suddette, tra i quali: _Iustitiario Terræ Bari pro eodem Jannocto quod

ipsum assicurare faciat ab hominibus Terræ Rubi_[171].

Non si conosce con precisione fino a qual tempo cotesto Jannotto

possedè la nostra città. Da un Registro però di Carlo II che succedè

nel Regno nell’anno 1285 risulta che nell’anno 1291 era costui già

morto. Pria di parlar di esso, non ometto che da altra Lettera Regia

dello stesso Re Carlo I del dì 19 Febbrajo 1274 si rileva che aveva

la università di Ruvo dimandato uno sgravio de’ pesi fiscali, ed il

Re spedì ordini pressanti al Giustiziere della Terra di Bari, perchè

avesse sollecitata la informazione a lui commessa sull’assunto[172].

Il Re Carlo II con sua lettera del dì 25 Gennajo 1291 scritta da Capua

al Giustiziere della Terra di Bari ordinò che tutti i Baroni di quella

Provincia i quali possedevano feudi donati dal Re si fossero trovati

coi loro soldati e cavalieri bene armati, e bene equipaggiati a S.

Germano a tutto il quindicesimo dì del mese suddetto sotto la pena

della perdita de’ loro beni[173]. Con altra lettera del dì 20 Aprile

dello stesso anno furono replicati li medesimi ordini generalmente

a tutti i Baroni tanto Regnicoli che Esteri di quella Provincia. Fu

soggiunto bensì che si fossero essi trovati a S. Germano coi loro

soldati nel termine di otto giorni a contarsi dal dì che sarebbe stato

loro comunicato l’ordine suddetto.

In ambe le precitate Lettere si vedano segnati un per uno i nomi de’

feudatarj di quella Provincia chiamati al servizio militare. Si leggono

tra questi _Dominus Arnulfus de Colant Dominus Rubi. Dominus Guiso

Guinardus Dominus Losili et Terlitii_[174]. Dal che viene a rilevarsi

che nell’anno 1291 Giannotto de Colant era morto, e gli era succeduto

_Arnolfo II_ forse di lui figliuolo che portava il nome dell’avo.

Non si conosce nè il tempo nè il modo in cui la città di Ruvo uscì

dalle mani della famiglia _de Colant_. Che abbia però dopo l’anno 1291

avuto un nuovo padrone lo pruovano i seguenti Registri.

Nella informazione senza data de’ Baroni e Feudatari della Terra di

Bari presa per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro

Rotondo, della quale ho parlato nel Capo III pag. 49 si legge ciò

che siegue: _Invenit dictus Commissarius quod Robertus de Juriaco est

Dominus Rubi, majoris ætatis, et tenetur servire Curiæ pro Terra ipsa

feudali de servitio quinque militum._

_Item invenit quod subscripti feudatarii majoris ætatis tenentes quotas

partes feudorum sunt in Terra ipsa videlicet._

_Guarnerius Gallicus, qui tenetur servire de tribus partibus unius

militis pro bonis feudalibus, quæ tenet ibidem pro parte uxoris suæ._

_Nicolaus de Syre Lauysio et Bartholomeus Notarius Thomasii, pro bonis

feudalibus quæ tenent a Curia pro adohamento auri tarenos quinque,

quorum quilibet tenetur servire Curiæ_[175].

Nel Repertorio generale poi de’ Registri Angioini vi è il seguente

notamento di un Registro disperso, il quale ci fa apprendere che la

città di Ruvo da Roberto _de Juriaco_ era passata a _Galeraimo de

Juriaco_ forse suo figliuolo. _Rubi civitas revocata in manus Curiæ ob

absentiam a Regno Galeraimi de Juriaco olim dictæ civitatis Dominus.

Anno 1310 lit. A fol. 238 a t._ Tal notizia della contumacia di

Galeraimo de Juriaco è confermata anche da un altro Registro del Re

Roberto di cui si parlerà in seguito. Dal che si rileva che la nostra

città dalla famiglia _de Colant_ passò alla famiglia _de Juriaco_ e

fu posseduta da due di tal cognome, cioè prima da Roberto, e poi da

Galeraimo che si rese contumace[176].

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 10 / 36 段