Dice lo stesso anche Pausania parlando di Evandro. _Hunc in coloniam

missum, deducta a Pallantio in locum Tiberi proximum Arcadum manu,

oppidum condidisse, quod urbis Romæ postea pars fuerit: appellatum vero

de Arcadici Oppidi nomine ab ipso Evandro, et Inquilinorum comitatu

Pallantium, quod nomen consecuta cetas duabus literis L et N submotis,

immutavit_[125].

Si è inoltre osservato innanzi coll’autorità di Plinio e di Strabone

che Diomede fondò nella Daunia la città di _Argos Hippium_, detta poi

_Argyripa_, ed in fine _Arpi_, per riprodurre quì il nome della Greca

città _Argos_, onde disse di lui Virgilio.

_Ille urbem Argyripam patriæ cognomine gentis,_

_Victor Gargani condebat Japygis agris_[126].

Quindi Servio su di altro luogo del Poeta osserva. _Diomedes in Apulia

condidit civitatem, quam Patriæ suæ nomine appellavit, et Argos Ippion

dixit, quod nomen postea vetustate corruptum est, et factum ut civitas

Argyripa diceretur, quod rursus corruptum Arpos dixit Plinius lib. III

Cap. XI_[127].

Lo stesso dir si deve delle città _Eraclea_, e _Locri_ riprodotte

similmente dalla Grecia in Italia, ed anche di _Turio_ che ben si

può dire denominata dalla Greca città _Thuria_ di cui fanno menzione

Strabone, Pausania, Stefano Bizantino, ed altri[128]. Nè solo delle

città Greche si videro quì riprodotti i nomi; ma anche de’ fiumi

della Grecia. Il fiume _Crati_ che scorre ove prima vi era la città

di Sibari, ed indi quella di Turio, e che viene formato dalla unione

di due fiumi, prese tal nome da un fiume della Grecia, di cui dice

Strabone. _Ad Achaicas porro Ægas fluvius est Crathis, qui ex duobus

fluminibus auctus a permixtione, seu temperatione nomen habet, ut et

Italiæ Crathis_[129].

Si legge lo stesso anche presso Erodoto. _Inde Ægira, et Æga in qua

est Crathis fluvius perennis, a quo Italicus ille vocatus est_[130].

Pausania similmente parlando del Monte _Crati_ della Grecia, dice _In

eo Monte Chratidis amnis fontes sunt. Labitur is in mare præter Ægas,

desertum ætate mea vicum, Achæorum olim urbem. Ab eo nomen accepit

Crathis Italiæ in Brutiis fluvius_[131].

Lo stesso dir si deve del fiume Acheloo della Etolia, da cui prese il

nome il nostro fiume chiamato da Strabone, e da Plinio _Acalandro_,

il quale porta oggi il nome di _Salandrella_, e scorre per i campi

dell’antica Eraclea.

Vi è quindi tutta la ragione di dirsi che la città di Ruvo abbia allo

stesso modo preso il suo nome da altra antica città della Grecia che si

volle quì riprodurre. Rimane solo ad indagarsi quale di esse coloro che

la fondarono abbiano avuto in mira nell’imporle il suo nome.

Ci fa sapere Strabone che nel Peloponneso, donde partirono Oenotro e

Peucezio coi loro seguaci vi erano due antiche città, dalle quali ha

potuto derivare benissimo il nome imposto alla nostra città. Della

prima di esse sita nell’Acaja dice così _Quod ad reliquas sive urbes,

sive portiones Achajæ attinet RYPES non habitantur: regionem, cui

Rypidi nomen fuit Æginenses, ac Pharienses occuparunt, et Æschilus

alicubi hæc habet_

Sacramque Buran, et Ceraunias Rypas,

_Fuit hæc Myscelli patria, qui Crotonem condidit. Sed et Leuctrum pagus

fuit Rypidis ad urbem Rypas pertinens_[132].

Dopo avere indi parlato delle città dell’Arcadia distrutte in tutto, o

in parte soggiugne _Quæ vero Homerus refert_

_Ripen ac Stratiam, et ventosæ mænia Ænispæ,_

_eas neque facile, neque ulla cum utilitate inveneris cum sint

desertæ_[133]. Il che pruova anche ch’erano queste città di poca

considerazione. Di _Ripen_ fa menzione anche Pausania riportandosi allo

stesso modo ad Omero[134].

Le già dette due città cioè _Rypes_ e _Ripen_ che al tempo di Strabone

erano distrutte, prima della Guerra di Troja allora che Oenotro e

Peucezio vennero nella Italia vi erano sicuramente. Da una di esse

bisogna dire che prese la città di Ruvo il suo nome. Penetrandosi però

nel fondo della cosa deve dirsi che lo prese dalla prima e non dalla

seconda, e ciò per una doppia ragione. La prima perchè il nome della

nostra città si trova sempre nel plurale come quello di Ρύπες presso

Strabone, Erodoto, e Pausania, e di Ρύπαι presso Stefano Bizantino,

come saremo or ora a vederlo. Ond’è che anche nel Latino la versione

del suo nome si è fatta nel plurale, e si è chiamata _Rubi_.

La seconda perchè la città della Grecia da Eschilo chiamata Ρύπας

era assai più illustre della picciola città detta Ρίπεν di Omero, ed

i Greci riproducevano quì i nomi delle città cospicue del loro Paese

natio, non già delle ignobili Bicocche. Quindi Tommaso Pinedo nelle

sue note a Stefano Bizantino _De Urbibus_ sulla parola Ρύπαι osserva:

_Rhypæ urbs Achaica. Una de duodecim Achæorum urbibus famigeratis

auctore Pausania in Achaicis, et_ Ρύπαι _et_ Ρύπες _dicitur Straboni

lib. IX, Pausaniæ libro citato. Ejus tantum ruinæ ætate Pausaniæ

extabant, ut ipse refert eodem libro_. Ed in vero Pausania nel

riportare nominalmente le predette dodici illustri città dell’Acaja,

tra le quali Ρύπες, dice così: _Sunt vero eæ urbes apud universos

Græcos notæ et illustres_[135]. Anche Erodoto le riporta una per una, e

tra esse vi è Ρύπες[136].

Si aggiunga a ciò che il Ρίπεν di Omero è scritto coll’ι, e ’l Ρύπας

di Eschilo è scritto coll’ύ allo stesso modo che si legge in tutte le

monete Ruvestine. Quindi nella versione del nome della nostra città si

è detto _Rubi_ e non _Riba_ come avrebbe dovuto dirsi se il suo nome si

fosse preso da Ρίπεν di Omero. È questo anche un forte argomento per

credersi che i Greci del Peloponneso guidati da Peucezio vollero quì

riprodurre una delle dodici più illustri città del loro Paese natio.

Nè si dica che nel luogo di Pausania testè citato si legga Ρίπες e non

Ρύπες, poichè fu questo un errore di amanuense avvertito e corretto dal

dotto Federico Sylburgio nelle sue annotazioni a Pausania, il quale

in altri luoghi scrisse il nome di questa città sempre coll’ύ e non

coll’ι. _In Achaicarum urbium cathalogo mendosa sunt quædam nomina.

Pro_ Ρίπες _enim scribendum_ Ρύπες _per_ ύ, _ut non infra tantum cap.

18 et 23, sed etiam apud Herodotum et Strabonem, et confirmat etiam

ordo alphabeticus apud Stephanum. Imo apud eundem Stephanum non modo_

Ρύπες _appellantur cives ipsi, sed etiam urbs_.

In fatti Pausania nel capo XVIII dello stesso libro VII parla di

nuovo di quella città e dice così: _Augustus deinde vel quod ad navium

appulsum Patras valde esse appositas judicaret, vel alia quacumque de

causa, emigrare illam multitudinem ex illis oppidis Patras jussit.

Quin eodem Rhypis Acheorum urbe funditus eversa, multitudinem omnem

traduxit._ E più giù nel capo XXIII. _Paululum supra militarem viam

cernuntur Rhypum ruinæ._ In ambi questi luoghi si legge Ρύπας Ρύπων

non Ρίπας Ριπων. Quindi anche Luca Olstenio nelle sue note a Stefano

Bizantino sulla parola Ρύπαι allega questo secondo luogo di Pausania ed

osserva: Ρύπαι _autem videntur dictæ Pausaniæ_.

Pare dunque che questa e non altra esser debba la conghiettura naturale

ed adeguata sulla origine ed etimologia del nome della nostra città.

Non si può questo ripetere dal nome del condottiere della Colonia, come

per altre città si è detto, poichè si sa che il condottiere de’ Greci

ivi stabiliti fu _Peucezio_, e questi diè il suo nome alla Regione da

lui conquistata, non già alle nuove città che furono in essa fondate.

Manca inoltre qualunque altra circostanza locale, la quale possa avere

un’analogia o un rapporto col nome Greco alla stessa imposto.

Si sa che le città hanno preso sovente i loro nomi dai fiumi, dai

laghi, dai fonti, dai monti etc. alle stesse adiacenti. Nulla vi è in

Ruvo e sue adiacenze che abbia potuto influire nella sua nomenclatura.

In tal posizione la spiegazione più plausibile ed adeguata della

origine del suo nome è quella di ripeterlo dalla riproduzione che si

volle quì fare di una delle dodici più illustri città dell’Acaja.

Nè varrebbe il dirsi in contrario che Ρύπες è scritto col π e

Ρύβαςτεινων o Ρύβα abbreviato che si legge nelle monete di Ruvo è

scritto col β, il quale si è ritenuto anche nella nomenclatura latina

_Rubi_. Non sono queste che picciole variazioni, le quali nulla

decidono. Le ha potuto queste suggerire o il capriccio di coloro

che vissero nell’età posteriori, o la corruzione del nome primitivo

della città indotta dal tempo. Si è detto innanzi che la città di

_Argos Hippium_ fondata da Diomede nella Daunia fu dappoi chiamata

_Argyripa_, ed in fine _Arpi_, e che _Pallantium_ fondata da Evandro fu

poi chiamata _Palatium_. Potrebbe lo stesso osservarsi anche per molte

altre città. Qual meraviglia è dunque che il Ρύπας della nostra città

siasi dappoi cangiato in Ρύβας?

È notabile intanto che le sole monete Ruvestine più recenti si vedono

scritte col β, ma le antiche hanno il π. Si aggiunga a ciò che in

alcune di esse il nome della città si vede scritto nel modo che siegue

Ρύψ (Rhyps). Tali sono le monete riportate al num. 1 2 3 e 4 della

Tavola Prima e 6 e 7 della Tavola Seconda annesse al Cap. II, ed

illustrate anche dal Cav. Avellino. Pruova ciò chiaramente che il β era

estraneo al nome primitivo della nostra città, e che tal variazione non

fu che una corruzione indotta ne’ tempi posteriori. Se le monete danno

tante volte lume alla Storia, molto più possono contestare un articolo

di fatto puramente materiale, qual è l’antico conio della città a cui

appartengono.

Or se questo sicuramente era Ρύψ (Rhyps), non vi può esser più dubbio

che il nome della nostra città sia derivato da quello della illustre

città dell’Acaja chiamata Ρύπαι e Ρύπες. Stefano Bizantino nel

riportare la detta antica città dell’Acaja vi aggiugne il seguente

derivativo di essa πολίτης Ρύψ _civis Rhypæus_. Il Ρύψ quindi che si

legge nelle più antiche monete Ruvestine è chiaro per se stesso che

viene dalla detta antica città dell’Acaja.

Quindi opportunamente osserva il prelodato Signor Millingen sulle

antiche monete di Ruvo nel luogo innanzi citato. _Ses monnaies nous

apprennent en effet que son veritable nom ètait_ Ρύψ _(Rhyps), nom

identique avec le nominatif de_ Ρύπες, _une des douze villes de

l’Achaje et Patrie de Myscellus fondateur de Croton_[137].

Tanto è vero ciò che dice il Signor Millingen che le prime monete

Ruvestine furono credute appartenenti alla detta antica città

dell’Acaja denominata _Rhypæ_, e questo errore fu redarguito dal Signor

Cavaliere Avellino che le attribuì a Ruvo, come ho osservato innanzi

nel Capo II. Nel suo Catalogo inoltre delle Monete Ruvestine che verrà

alligato alla fine di questo libro conviene nella origine Achea della

nostra città.

Dopo queste dimostrazioni il porre in dubbio che la nostra città

abbia quì riprodotto il nome dell’antichissima, ed illustre città

dell’Acaja chiamata Ρύπαι, o Ρύπες sarebbe lo stesso che piccarsi di

Scetticismo. Con positiva frivolezza quindi Francesco Maria Pratilli

nella descrizione della via Appia volle dire che la città di Ruvo

_non lascia riconoscersi meno antica delle altre città sue vicine!_ In

questo tratto però veramente aureo non può non ammirarsi quella stessa

diligenza, ed esattezza colla quale spacciò anche nel medesimo luogo

che di Ruvo avevano parlato Cicerone, Pomponio Mela, Stefano Bizantino,

e Strabone[138]!

Li tre primi Scrittori però non hanno mai sognato di farne motto. In

quanto poi a Strabone si è creduto finora che non ne abbia tampoco

parlato, e si seguiterebbe a credere lo stesso se non si fosse da me

nel primo Capo dimostrato fino all’evidenza che quel luogo di questo

Scrittore ove si legge Νήτιον è stato corrotto, ed in vece di cotesta

città non mai esistita deve sostituirsi il nome della nostra città.

Simili inesattezze per altro sono familiari al Pratilli che non si

brigava di approfondare le cose che con soverchia facilità smaltiva.

Non è mio proponimento di entrare in una competenza di antichità colle

altre città della Peucezia ch’ei sorbendo un caffè le ha dichiarate più

antiche della città di Ruvo. Chi mai, fuori che il Pratilli, potrebbe

azzardarsi a parlare con tanta franchezza di fatti avvenuti prima

della Guerra di Troja? Se però in mezzo a tanta caligine valer possono

qualche cosa le conghietture e gli argomenti, non possono questi non

preponderare per la maggiore antichità della mia Patria.

Si è innanzi dimostrato che coloro che la fondarono si proposero di

riprodurre in essa una delle dodici illustri città dell’Acaja loro

patria. Erano essi di là partiti, non perchè l’avessero odiata, ma

perchè la sovrabbondanza della Popolazione faceva sì che il suolo

natìo non era sufficiente a nutrirgli, come ce lo fa conoscere

Dionigi di Alicarnasso. Abbandonarono quindi la loro patria costretti

dall’impero della necessità che gli obbligò a cercare altrove un comodo

sostentamento, e portarono seco loro l’amore di essa.

L’amore della propria patria è potentissimo nel cuore degli uomini.

La rimembranza di que’ luoghi ove abbiamo aperti gli occhi alla luce,

ove siamo stati allevati ed educati, ed ove abbiamo passati i nostri

primi anni, ci è sempre cara e non è mai cancellata nè dal tempo nè

dalla lontananza. _Dulcis amor Patriæ._ Per questo santo amore l’uomo

affronta tutti i pericoli, e sparge se occorre anche il proprio sangue.

Cotesto amore però pe ’l loro Paese natìo lo sentivano i primi Coloni

Greci che sotto il comando di Peucezio conquistarono quella Regione, ed

ivi si stabilirono. Non potevano certamente sentirlo allo stesso modo i

loro discendenti, i quali non conoscevano la Grecia, e le dette dodici

illustri città che avevano lasciate i loro avi. In conseguenza non

potevano aver per esse quella passione che avevano gli avi loro.

Mi dà ciò dritto di dire che le altre antiche città della Peucezia han

potuto man mano esser fondate dai figliuoli, e dai nipoti de’ primi

Coloni Greci che la conquistarono. Ma la città di Ruvo, che prese il

nome di una delle dodici illustri città dell’Acaja, delle quali innanzi

si è parlato, deve credersi fondata da que’ primi Coloni che avevano

fresca, e viva la rimembranza di esse, e vollero quì riprodurre quella

ch’era per loro o la più nobile, o la più cara.

Ed in vero la città della Daunia _Argos Hippium_ fu fondata dallo

stesso Diomede, la città _Pallantium_ fu fondata dallo stesso Evandro,

la città di _Larissa_ fu fondata dagli stessi primi Coloni Greci che

capitarono nella Campania, per riprodurre quì quelle illustri città

della Grecia che avevano lasciate, i nomi delle quali erano loro cari.

Deve credersi lo stesso anche per Ruvo, perchè sono queste quelle

conghietture che le suggerisce il buon senso, e la conoscenza del cuore

dell’uomo. Se il Signor Pratilli avesse fatta alle stesse attenzione,

non avrebbe deciso _ex cathedra_ che la città di Ruvo sia la meno

antica di quella Regione. Donde lo ha egli ciò rilevato? _Quantum est

in rebus inane!_

CAPO VI.

_Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata._

Sta la città di Ruvo sul dorso di una collina che la rende assai

più elevata di tutte le altre convicine città, ed in conseguenza

visibile ad una più lunga distanza. L’aere che si respira è salubre

e perfetto a segno che molti convalescenti de’ convicini luoghi vanno

ivi a ristabilirsi, tranne quelli soltanto che soffrono mal di petto.

L’abitato attuale però occupa non già il vertice della collina, ma

bensì il declivio di essa che guarda il mezzodì. La sommità della

collina è al Nord della città lungi un quarto di miglio. È la stessa

attualmente occupata da una magnifica Chiesa, e da un Convento di PP.

Minori osservanti sotto il titolo di _S. Angelo_.

Si gode da quel punto una stupenda veduta, della quale rimangono

incantati tutti i Forestieri che capitano in Ruvo, e si portano ivi

espressamente per goderla. Sono allo stesso sottoposte una col mare

Adriatico tutte le belle città che da Barletta fino a Bari sono

edificate sul suo litorale. La ventilazione ivi è forte. Tutti i

venti, e specialmente i venti boreali dominano talmente quel punto

che coloro i quali volessero tenervi fisse abitazioni pagherebbero a

prezzo ben caro il vantaggio della veduta la più bella, e la più gaja

che possa desiderarsi. Que’ Religiosi che sono obbligati a farvi fissa

permanenza debbono essere molto attenti a guardarsi dai colpi d’aria

che potrebbero loro essere funesti.

La stessa attenzione debbono avere coloro che hanno le loro abitazioni

nel lato settentrionale della città. È quello il punto più elevato di

essa contrapposto al detto Convento de’ PP. Minori osservanti, benchè

la ventilazione sia ivi meno violenta di quello che lo è nel sito del

detto Convento. È questo lato per altro meno esteso degli altri tre

lati della città che guardano l’oriente, il mezzodì, e l’occidente.

Si è ciò fatto con sano accorgimento, essendo lo stesso il più esposto

all’impeto de’ venti.

Percorrendo, e contemplando su tutti i punti i luoghi adiacenti al già

detto Convento mi è sorta la idea che in quel sito, cioè nella sommità

della collina sia stata da principio edificata la nostra città. Tutte

le circostanze che ho messe a calcolo mi hanno portato a credere che

l’abitato attuale di essa sia stato costrutto ne’ tempi posteriori al

declivio della collina, onde gli abitanti non fossero stati più esposti

a quegl’incomodi, ed a quelle malattie che per le cause di sopra

espresse si rendevano inevitabili allora che il sito della città era

sul vertice della collina.

Questo mio avviso lo giustificano pienamente in astratto due luoghi

di Dionigi di Alicarnasso. Parlando egli di Oenotro che sbarcò, come

innanzi si è detto, sul litorale del mar Tirreno ci fa sapere che

_Condidit oppida parva, et contigua in montibus, ut tunc erat mos. E

poco dopo soggiugne Arcadicum enim est delectari habitatione montium:

qua ratione Atheniensium Hyperacrii vocati sunt, et Parthalii: illi

quod summa juga tenerent: Parthalii vero quod ad mare incolerent_[139].

Leggiamo anche presso Virgilio

. . . . . . . _Cantabitis Arcades inquit_

_Montibus hæc vestris: soli cantare periti_

_Arcades_. . .[140].

Dimostrata quindi la origine Arcadica della nostra città, non si deve

stentare a credere che i primi suoi abitanti abbiano fissata la loro

sede sul vertice della collina sulla quale è la stessa edificata.

Le circostanze locali che hanno fissata la mia piena convinzione

confermano vie più questa idea. Il territorio di Ruvo forma parte della

_Puglia pietrosa_. È ivi il terreno talmente ingombro di pietre che

per poterlo spurgare di esse, e porlo nello stato di perfetta coltura,

vi occorre una spesa considerevole. Si fa questa volentieri dai

proprietarj dei fondi suburbani, i quali essendo addetti agli orti ed

ai giardini danno maggior rendita.

Le pietre che si estraggono sono di una quantità immensa. Quindi per

poterle allogare senza perdersi molto terreno, si circondano i fondi

istessi di parieti a secco, i quali in quella Provincia tengono luogo

delle siepi, e de’ fossati che nelle altre Provincie non pietrose si

formano per guarantire e custodire i fondi. Ond’è che Giulio Frontino

parlando de’ modi usati in quella Regione per confinare o chiudere

i fondi rustici, dice che ciò si fa col costruire _muros, macerias,

congeries, et collectione petrarum_[141].

Ora è notabile che de’ fondi suburbani della città di Ruvo i soli

per i quali si vede trascurato dai proprietarj nella massima parte, e

per tutti i lati cotesto miglioramento sono quelli adiacenti al detto

Convento di S. Angelo, i quali formano la sommità della collina. La

quantità delle pietre che ivi vi è supera di gran lunga qualunque altra

contrada pietrosa dell’agro Ruvestino. Ove le pietre suddette venissero

estratte dai fondi, per esaurirle non basterebbe formare un pariete

ordinario, ma converrebbe costruirsi muraglioni immensi di non facile

esecuzione e di non lieve spesa. Questa circostanza ha fatto, e fa

sconfidare i proprietarj suddetti dall’intraprenderne il miglioramento.

Appartiene alla mia famiglia un giardino di sei moggia sito

precisamente nel sommo vertice della collina suddetta ove sta il detto

Convento di S. Angelo, dal quale lo divide la strada pubblica che passa

per lo mezzo con un picciolo spiazzo di suolo anche pubblico. Il mio

ottimo genitore, che fu un diligente ed attivissimo padre di famiglia,

aveva per questo fondo una particolare predilezione che lo fece entrare

nel malagevole impegno di nettarlo di pietre. Cotesta operazione

eseguita solo in una parte del fondo suddetto gli costò una forte

spesa. Fu tale la quantità delle pietre che ne uscì che dopo averne

consumate molte nel solido e straordinario pariete da lui costrutto

lungo la strada pubblica, ne rimasero tante che mancava il sito ove

riporle. Gli convenne quindi gittarle sulle antiche macerie che vi

erano nel fondo istesso le quali occupano una porzione non indifferente

di esso, e nel guardarle desta positiva meraviglia che in picciolo

spazio siano uscite dalla terra tante pietre!

Sveglia però ciò la giusta idea che siano quelle le pietre delle

fabbriche dirute dell’antica città abbandonata dagli abitanti ne’

tempi posteriori. Tanto più che molte di esse sono evidentemente pietre

di fabbrica accomodate dal martello e lavorate dagli altri strumenti

dell’arte. Si aggiunga a ciò che nello scavarsi il terreno si scuoprono

ivi di passo in passo bellissimi pozzi antichi incavati nel vivo sasso,

il quale in quella contrada è vicino, ed ove più, ove meno si trova

a pochi palmi di profondità. Cotesti pozzi esser dovevano inservienti

alle abitazioni che un tempo ivi vi erano.

Dall’insieme di queste cose pare di doversi conchiudere che la immensa

straordinaria ed insolita quantità di pietre che si trovano ne’ terreni

adiacenti al Convento suddetto ci additi il sito dell’antica città

traslatata dappoi più abbasso nel declivio meridionale della collina

sotto un clima più temperato. Ne dà di ciò una pruova irrefragabile la

seguente circostanza.

È cosa sicura che nel sito attuale della città si sono trovati sepolcri

antichissimi. La mia casa paterna è nel centro di essa al largo

della Chiesa Cattedrale. Sessantacinque anni indietro il mio ottimo

genitore volle aggiugnere alla stessa una nuova stanza. Nello scavarne

le fondamenta si trovarono due antichissimi sepolcri. Un altro se ne

trovò trent’anni indietro nel fondo del cellajo della casa de’ Signori

Caputi, la quale è più al basso della città poco lungi dalla pubblica

piazza. Parlo solo di questi tre sepolcri perchè gli ho veduti cogli

occhi proprj li due primi nella mia puerile età, e l’altro nella mia

età virile, giacchè altri sepolcri si sono scavati anche in altri

luoghi dell’abitato attuale della nostra città, de’ quali non posso

dare un conto particolare.

È risaputo che gli antichi avevano i loro sepolcri fuori dell’abitato.

Or se nel sito attuale della città si son trovati antichi sepolcri,

bisogna conchiudere per necessità che nel tempo della prima fondazione

della nostra città l’abitato attuale era una campagna, e la città

suddetta fu edificata sul vertice della collina nel sito di S. Angelo.

Giova anche fare attenzione alla qualità de’ vasi che si rinvennero

tanto ne’ due sepolcri scoverti sotto la mia casa, quanto nell’altro

de’ Signori Caputi.

Li primi erano di forme eleganti, ed uno di essi _scannellato_, ma

rustici. I secondi erano dipinti, ma di pochissima considerazione. Il

che pruova che li già detti sepolcri appartenevano agli abitanti della

prima fondazione, i quali non erano ricchi, e non potevano usare quel

lusso funerario che si è ravvisato ne’ sepolcri Ruvestini ultimamente

scoverti. Appartengono questi ai tempi posteriori quando la città si

era resa già adulta e ricca, ed era stata trasportata dal vertice della

collina al sito che attualmente occupa, il quale al tempo della prima

fondazione esser doveva sicuramente una campagna.

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 7 / 36 段