della collezione della mia famiglia. È in esso dipinta con singolar
maestria la disfida tra _Tamiri_, o _Tamiride_, e le Muse in presenza
di Apollo. Vi sono anche delle leggende greche, ed è notabile che ha
questo vaso conservate in gran parte le antiche dorature delle quali
era fregiato.
Non ometto che tanto nel vaso di Fineo, quanto nell’unguentario di
Tamiri, e nell’altro unguentario di Bacco acquistato dal Sig. Durante,
è a notarsi un raffinamento dell’arte col quale si è il pittore
ingegnato di superare gli svantaggi inseparabili dalla dipintura
sulla creta. Chi dipinge sulla tavola, sulla tela, sulla pietra, o sui
metalli ha l’ajuto delle ombre, de’ chiaroscuri, delle mezze tinte, e
di tutti gli altri mezzi dell’arte per dare alle persone ed alle cose
ch’entrano nel quadro quella posizione che a ciascuna di esse conviene,
per separare l’una dall’altra, e per far sì che la pittura produca
l’effetto di presentarle all’occhio di chi le guarda nel posto di
avanti, di dietro, di lato etc. come l’uopo lo esige.
Questi mezzi mancano a chi dipinge sulla creta. Quindi invano si cerca
cotesta illusione ne’ vasi fittili antichi. Malgrado ciò, l’autore de’
vasi di Fineo, di Tamiri, e di Bacco si è ingegnato di supplire questo
svantaggio per quanto ha potuto coll’aver data ai personaggi ed alle
cose entrate nel quadro una posizione così ben calcolata e misurata,
e così bene intesa che se l’effetto suddetto non lo ha conseguito in
tutto lo ha sicuramente ottenuto in gran parte.
DIGRESSIONE
_Su di un pregevole vasellino di Ruvo falsamente attribuito ad altra
città novella surta nell’agro Ruvestino._
Per esaurire l’argomento che mi ho proposto nel presente capo mi rimane
a rivendicare un pregevole vasellino reso famigerato dalla penna
del nostro Letterato Grecista _Giacomo Martorelli_. Mentre cotesto
vasellino appartiene anche alla mia Patria, lo ha costui con soverchia
leggerezza, e colla sola forza di una immaginazione troppo riscaldata
attribuito ad altra città, la quale con una vana e ben frivola
millanteria lo ha spacciato come suo. Vero è di non essere questo che
un picciolissimo oggetto al confronto di tanti capi-lavori de’ quali
ha la nostra città arricchita l’Archeologia. Ma non fu mai cosa nè
sensata, nè laudabile il vestire il corvo colle penne del pavone.
Essendosi trovato nel territorio attualmente della città di Terlizzi un
antico calamajo, diè lo stesso la occasione al Martorelli di scrivere
un libro di due grossi volumi in quarto che porta il titolo _De Regia
theca calamaria_. Le tante dotte superfluità ed inezie delle quali lo
stesso è pieno fruttarono all’Autore un’aspra e severa critica ricevuta
dai Letterati suoi contemporanei. È rimasta però impunita la sonora
stravaganza in cui cadde nell’aver fondata su di questo vasellino
la rimota antichità di una città surta ne’ tempi a noi più vicini, e
quindi sconosciuta a tutti gli antichi Scrittori e Geografi! È tempo
ora di far conoscere questa frottola per quello che vale. Credo di non
poterlo far meglio che trascrivendo ne’ suoi precisi termini questo
tratto di delirio di un uomo per altro dottissimo colle opportune
osservazioni.
_Prope urbem Turricium[114] hoc jam_ πολυβὸητον _vasculum anno 1745
erutum est e veteri sepulcro, dum rusticus vir cum liberis paternum
rusculum exercebat in vico, qui vulgo_ Mons viridis _nomine salutatur,
nihilque longe abest a Trajana via. Turricium autem visitur quatuor
millia pass ab Hadriæ mari: ab ortu Butuntum habet, ab occasu Rubos,
quos Horatius in suo itinere meminit: ab arcto Melfictum, a meridie
urbem, quæ vulgo audit_ Altus murus _(vetus nomen firment indigenæ).
Turricium, licet multis nominibus urbs sit jam florentissima, majorem
famam sibi conciliat eo quod hoc omnibus partibus insigne atramentarium
dederit, ita ut Turricianum dicant universi: sane non una sunt oppida,
quod monumentum vetustatis protulerunt, eorum rumor maxime incaluit,
uti Eugubium et Heraclea, ambæ urbes ob tabulas illud Etruscas, hæc
Græcanicas (quas Mazochius laborioso, atque affatim docto commentario
condecorat), et Tiriolum oppidum ob æream laminam Bacchanaliorum festa
vetantem, Matthæi Ægyptii nostri adnotationibus illustrem, ut reliqua
taceam_[115]. _Scias nunc communi Italorum lingua appellari_ Terlizzo,
_sed Populares vocitant_ Turrizzo, _et Turris est pro urbis signo_
διακριτικῶ[116].
_Ne credas Turricium inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis ignotum,
nam a doctissimis viris duplex saxum summa fide exscriptum ad me
transmissum est, in quorum primo, licet fragmentum sit, nec sententia
ulla vigeat, tamen nomen urbis aperte tenes:_
. . . . I . VIÆ . FIL . TVRRI . . .
. . . I . IT . . . . . DCCCVI . .[117].
_Extrema hæc_ ςοικεῖα _legas_ occubuit. _Verum alteram epigraphen, quæ
in saxo illius Regionis sculpta est, lato pedes binos circiter, alto
fere uno cum dimidio, quod superiori ætate Josephus Allegretius reperit
propter Trajanam viam, vides illam non ineleganter, et ob acerbum
Phœnicii Curvi fatum nobilem; advertas, præter Orthographiæ erratum in
voce_ Phœnicius, _inesse quasdam literas præter Æ simul adnexas, queis
carent Typographi_.
C . PHENICIVS . CVRVVS . SICVLVS . C . F . M
D . TRA . IMP
AD . V . P . CONS . OP . PRÆ
IS
CVM . SALT . TVRRICII . ADVENIS
NON . MAI . PER . AB . IOVE . PER
REP . EXHOR . TEMP .
VIX . A . XXXIX .
_Quam ita interpretor — Cajus Phœnicius Curvus Siculus Caji filius
Mensor Divi Trajani Imp. ad viam publicam consularem operi Præfectus:
is cum salium Turricii advenisset nonis Maji, percussus ab Jove periit,
repente exorta tempestate vixit ann. XXXIX._
Passa poi a divagarsi al suo solito in altre erudizioni estranee al
proposto argomento, ed indi ripiglia il discorso come siegue: _Sed a
semita in viam: vides jam Turricium beata Trajani ætate jam nobile,
extructumque prope Trajanam viam[118], quare licet sit urbs vetustate
sat spectabilis, nunc quod atramentarium hoc vasculum in lucem emisit,
illius fama longius pervagatura est, eritque ejus_ λογος απανταχοῦ,
_uti de alia urbe canit Euripides in Iphig. in Taur, vers. 517_[119].
Quanta ampollosità!
Qualunque però esser possa la verità di cotesta seconda lapide, la
quale neppur ci fa sapere il Signor Martorelli ove stia, e la esattezza
della versione ch’ei ne ha fatta, data anche la stessa per vera,
bisogna non aver occhi per non vedere che si è quì parlato, non già
di una città, ma bensì di un bosco denominato Turricio _cum saltum
Turricii advenisset_. Il convertire un bosco in una nobile città
pareggia, siami permesso il dirlo, quel tratto di frenesia del famoso
Cavaliere Spagnuolo del Signor _Cervantes_ che gli faceva convertire i
molini a vento in giganti, e le truppe di montoni in eserciti ordinati!
L’antichità di una città qualunque non si spaccia così colla sola forza
della immaginazione; ma bisogna che venga compruovata coll’autorità
degli antichi Scrittori. La città di Terlizzi sta tra Ruvo e Bitonto.
Si è detto innanzi che Plinio enumerò le Popolazioni tanto delle
città marittime che delle città interne di quella Regione, ed allogò
tra esse _Rubustinos_ et _Butuntinenses_, ma non già _Terlitienses_
o _Turricienses_. Presso Giulio Frontino si trova nominato
_Ager Rubustinus et Botontinus_, ma non già _ager Turriciensis_.
Nell’Itinerario di Antonino sulla strada consolare che da Roma menava
a Brindisi vi sono _Rubos et Butuntus_, ma non già _Turricium_.
Nell’Itinerario Gerosolimitano vi sono _Botontones et Rubos_; ma non
_Turricium_.
Nella Tavola Peutingeriana in fine, la quale è posteriore ai tempi
di Trajano, poichè formata al tempo di Teodosio, si leggono i nomi
di tre nuove città surte sul litorale dell’Adriatico, cioè _Natiolum,
Turenum, Balulum_ o _Bardulos_, cioè Giovinazzo, Trani e Barletta. Tra
le città interne vi sono _Rubos_ et _Botontones_, ma non _Terlitium_
o _Turricium_. Alla distanza di dodici miglia da Ruvo dal lato
occidentale però e non dal lato orientale ov’è Terlizzi, non si vede
in essa segnato che un solo luogo chiamato _Rudas_, il quale non si sa
qual esser possa, perchè perfettamente ignoto ai tempi nostri in quella
Regione[120].
Che Terlizzi sia stata una Terra abitata all’epoca della Dinastia
Angioina, non vi può esser dubbio e si anderà ciò ancora a rilevare
dalle cose che anderò in seguito a dire, poichè talvolta fu conceduta
in feudo unitamente colla città di Ruvo, e talvolta separatamente.
Non è chiaro però abbastanza che tale sia stata anche al tempo de’
Normanni, poichè sembra che a quel tempo fosse stato piuttosto un
villaggio che cominciava a sorgere nel territorio di Ruvo.
In quel Catalogo de’ Feudatarj, e Suffeudatarj che al tempo di
Guglielmo il buono contribuirono la quota de’ soldati per la spedizione
di Terra Santa, di cui innanzi si è parlato, vi è la seguente Rubrica:
_De Comitatu Cupersani isti sunt Barones, qui tenent de Comitatu
Cupersani_. Tra gli altri Suffeudatarj de’ diversi luoghi dipendenti
da quella Contea si leggono anche i seguenti; _Girinus Andriæ, sicut
dixit, tenet in Terlitio feudum Parisii Guarannonis, quod sicut ipse
dixit est feudum II militum, et cum augmento obtulit milites IV —
Paganus Nobilis tenet in Rubo et Terlitio terram, quæ fuit Gottifredi
Malenepotis, et est feudum II militum. Et cum augmento obtulit milites
IV — Danes Andriæ tenet in Terlitio feudum quod tenebat Guillelmus
Morellanus et Guillelmus de Spelunca; quod sicut ipse dixit, est feudum
I militis et cum augmento obtulit milites II._
La picciola _terra_ posseduta dal nobile _Pagano_, la quale formava
un feudo di due militi, si dice che stava in _Rubo, et Terlitio_. Ma
non si può intendere come cotesto feuduccio che consisteva in un solo
pezzo di terreno avrebbe potuto stare in due luoghi diversi. O doveva
riportarsi nel territorio di Ruvo, o in quello di Terlizzi, se fin
d’allora fossero state queste due città distinte e separate. Questa
circostanza quindi può benissimo indurci a credere che Terlizzi era in
quel tempo un villaggio che cominciava a sorgere nell’agro Ruvestino
e formava parte di esso, ed indi coll’accrescimento della Popolazione
divenne ne’ tempi posteriori più considerevole.
Conferma vie più questo giusto concetto della cosa il vedersi che
cotesta pretesa antica, e nobile città del Martorelli è perfettamente
sconosciuta non solo alla Geografia antica, ma anche ai Scrittori, ed
alla Geografia del _Medio evo_. L’Autore della dotta Dissertazione, e
della carta Corografica _Medii ævi_ che va tra le Opere del Muratori
riporta le antiche città della Peucezia delle quali innanzi si è
parlato, aggiugne le altre più recenti surte dappoi fino all’epoca
de’ Normanni, ma tra queste ultime non si vede quel _Terlitium_, o
_Turricium_ che ha fatto tanto gonfiar le pive al solo Martorelli[121].
Da un’antica pergamena che si conserva nell’Archivio del Capitolo di
Ruvo, cennata anche dal Pratilli, si rileva che nel corso del secolo
IX un certo _Fabio Terlitio_ con altri coloni Ruvestini abbiano
cominciato ad edificar delle case in un sito loro conceduto dal Governo
Municipale, o sia dal _Senato_ di Ruvo, al quale fu imposto il nome
_Terlitium_ dal già detto capo di quella piccola colonia. Lascio però
una carta ch’è facile ad ognuno di dirla non autentica mancando i mezzi
di verificarla. Non vi è bisogno di essa per dimostrare che il luogo
ove fu trovato quel calamajo a cui attaccò Martorelli tanta celebrità,
apparteneva sicuramente all’antico agro Ruvestino conceduto dappoi alla
novella Popolazione di Terlizzi.
Si è dimostrato nel Capo III che al tempo di Strabone, ed indi di
Plinio e di Tolomeo il confine settentrionale della Peucezia era il
mare Adriatico, e l’ultima città marittima di quella Regione era Bari.
Si è veduto inoltre che dopo Bari seguivano dentro terra Bitonto, e
Ruvo per dove passava l’antica via consolare che da Brindisi menava
a Roma. Nè fuori di queste due città ve n’erano altre tra la detta
strada consolare, e ’l mare Adriatico. Conseguenza di ciò è che tutto
il terreno Peucetico racchiuso da Bari in qua tra la detta strada
consolare e ’l mare doveva per necessità appartenere alle dette tre
sole città messe in quella linea, cioè a Bari, a Bitonto, ed a Ruvo
poichè fuori di queste non ve n’erano altre. Tanto più che queste due
ultime città non sono a molta distanza dal mare, il quale è lungi da
esse poche miglia, e quindi anche oggi sono considerate come _città
della marina_.
La città di Terlizzi si vede edificata nel sito intermedio tra l’antica
strada Trajana e ’l mare Adriatico. Dopo tanti secoli, e dopo esser
surte le novelle città della marina non si può conoscere più com’era
diviso tra le dette città di Bari, Bitonto, e Ruvo il già detto
territorio racchiuso tra l’antica strada consolare e ’l mare. Dal
lato del mare si son perdute le tracce degli antichi confini perchè
quel territorio che anticamente era diviso tra Bari, Bitonto e Ruvo
appartiene oggi in gran parte alle novelle città surte ne’ tempi
posteriori. Non è però difficile l’indagare a quale delle dette tre
città sia appartenuto quel sito in cui si vede edificata la novella
città di Terlizzi. Basta il solo ajuto del buon senso per decidere
ch’ella è surta nel territorio di Ruvo, e dalla nostra città è stata
dotata del terreno che attualmente possiede.
La città di Terlizzi sta in mezzo tra le due antiche città di Ruvo
e Bitonto, alla distanza però di due miglia dalla prima, e di sette
miglia dalla seconda. È facile quindi il vedere che Terlizzi è surta
nel territorio di Ruvo, e che la contrada di _Monteverde_, ove il
calamajo Martorelliano fu rinvenuto sita a due miglia circa di distanza
da Ruvo sulla dritta della strada Trajana formava parte dell’antico
agro Ruvestino ceduta ne’ tempi posteriori alla novella Popolazione di
Terlizzi.
Conferma vie più questa verità di fatto l’attuale confinazione tra
Ruvo, e Bitonto. Si vede questa interrotta in ambi i lati dell’antica
via Trajana in que’ punti soltanto ove tra l’una, e l’altra città vi è
per lo mezzo la città di Terlizzi col suo picciolo territorio. In quel
punto però ove questo finisce, ripiglia l’agro Ruvestino la sua antica
confinazione coll’agro Bitontino, e questa progredisce per più miglia
nelle contrade delle _Strappete_, delle _Matine_, e delle _Murge_. Il
che fa conoscere a colpo d’occhio di non esser altro il territorio di
Terlizzi che un pezzo distaccato dall’antico agro Ruvestino, il quale
in tutta la sua linea orientale dalla marina fino alle murge confinava
prima con quello di Bitonto.
Da un registro Angioino che si conserva nel grande Archivio si rileva
che il Re Carlo I nell’anno 1274 scrisse al Giustiziere della Terra
di Bari, e gli prescrisse il modo in cui gli abitanti della città di
Bitonto dovevano far pascolare i loro animali _In sterpeto Bitontii,
quod silva dicitur inter Bitontum, Rubum, et Terlitium, quæ nunc pro
defensa pro parte Curiæ nostræ custoditur_[122]. Cotesto bosco quindi
denominato sterpeto era il punto di un trifinio tra l’agro Bitontino,
Ruvestino e Terlizzese.
Non può cotesto _sterpeto_ esser altro che quello il quale porta oggi
il nome di _Bosco di S. Leo_ poco lungi dal luogo del territorio
di Ruvo denominato _S. Eugenia_. Apparteneva lo stesso, forse per
sovrana concessione di epoca posteriore, al Convento de’ PP. Olivetani
di Bitonto sotto il titolo di _S. Leo_. La natura, e la qualità del
terreno, e delle piante selvatiche che in esso vi sono corrispondono
molto bene al suo antico nome di _sterpeto_. Il bosco suddetto colla
soppressione di quel Convento devoluto al demanio lo ha acquistato
la Famiglia Siciliani di Giovinazzo. È da credersi però che quando si
teneva per uso delle Regie razze di animali esser doveva più vasto di
quello che lo è al presente.
Basta fermarsi nel trifinio suddetto per vedere a colpo d’occhio
che il territorio attuale di Terlizzi non è che un pezzo distaccato
dall’antico agro Ruvestino, il quale dal punto del detto bosco di S.
Leo in su ripiglia la sua antica confinazione coll’agro Bitontino,
molto al di là del sito in cui Terlizzi è edificata. La confinazione
suddetta progredisce a linea continuata lungo le contrade dell’agro
Ruvestino denominate _le Strappete_ (o sia sterpeto), _le Matine e le
Murge_, confinazione la quale doveva estendersi allo stesso modo fino
al mare Adriatico ai tempi di Strabone, di Plinio e di Tolomeo, quando
non vi era ancora Terlizzi edificata al di qua della linea della detta
antica confinazione verso la città di Ruvo, e quasi alle porte di essa.
Data quindi anche per vera l’antica lapide sepolcrale recata dal
Martorelli, ed ammessa la esistenza dell’antichissimo Bosco denominato
_Turricium_ messo sulla via consolare, ove Fenicio Curvo fu ucciso
dal fulmine, è egli chiaro che cotesto bosco apparteneva alla città di
Ruvo, ove Fenicio Curvo aveva la sua residenza. Ed in vero sull’antica
strada consolare che da Ruvo menava, e mena tuttavia a Bitonto, alla
distanza di circa un miglio e mezzo da Ruvo vi era un antico bosco
aggregato dappoi all’agro Terlizzese, e denominato perciò _Parco di
Terlizzi_. Cotesto bosco è ora ridotto a coltura, e ripartito tra molti
coloni Terlizzesi. Ma io me lo ricordo nello stato boscoso, e nella mia
gioventù sono in esso andato al divertimento della caccia.
Ha potuto forse esser questo quel bosco che nella lapide suddetta (se
questa è vera e genuina, e non già ideale) è denominato _Turricium_.
Voglio ammettere anche che la novella città di Terlizzi abbia potuto
essere edificata sul suolo di quell’antichissimo bosco, poichè lo
stesso dall’antica via Trajana che mena a Bitonto si estendeva quasi
fin sotto le mura di Terlizzi, e ne’ tempi più antichi ha potuto avere
anche una maggiore ampiezza, ed estensione. Voglio concedere in fine
che il nome _Terlitium_ attribuito alla novella città abbia potuto
esser preso da quello del Bosco _Turricium_, sul suolo del quale fu
forse edificata. Ma dalla esistenza di un bosco denominato _Turricium_
al tempo di Trajano il volerne inferire che fosse stata questa una
nobilissima città da niuno conosciuta, nè da veruno antico Scrittore
o Geografo nominata, è una maniera di argomentare la quale non so se
debba destar sorpresa, o compassione.
D’altronde dove si è inteso ancora che un qualche antico sepolcro
trovato nel territorio di una città qualunque basti a decidere della
rimota antichità di essa? Nulla però ha che fare una cosa coll’altra,
poichè quello può essere antico, e questa recente. Come si son
trovati nel territorio di Ruvo de’ sepolcri ad una certa distanza
dalla città, così possono trovarsi anche nel territorio di Terlizzi.
Gli antichi abitanti della nostra città avevano sicuramente le loro
case di campagna. Come le avevano in quella parte del territorio che
attualmente appartiene a Ruvo, così le avevano anche in quella parte
di esso che ne’ tempi posteriori fu distaccata dall’agro Ruvestino, ed
assegnata a Terlizzi. Non è cosa nuova che gli antichi abbiano avuta la
sepoltura nelle loro ville dove si son trovati nel morire, o dove han
voluto che fossero stati sepolti.
Qual meraviglia è dunque che nell’attuale agro Terlizzese (un tempo
anche Ruvestino) siasi trovato, e si possa trovare qualche antico
sepolcro? Dunque perciò dovrà riputarsi Terlizzi una città antica a
dispetto di tutti gli antichi Scrittori e Geografi che non hanno di
essa parlato? Qual ragionare è questo? Vale ciò lo stesso che non
comprendere che le città veramente antiche serbano sempre in loro
stesse le testimonianze, ed i monumenti della loro antichità. Non
tutto può distruggere il tempo edace, e molte cose sopravvivono a suo
dispetto. In qual Museo vi sono le antiche monete Terlizzesi, come
ve ne sono tante di Ruvo? Ove mai si son trovati a Terlizzi sepolcri
ricchi di preziosi vasi, e di altri pregevolissimi oggetti, come si
son trovati e si trovano ogni dì in Ruvo a migliaja, e ad ogni passo
intorno all’abitato?
Sono queste le pruove vere, ed incontrastabili dell’antichità di una
città, non già un vasellino unico, il quale anche a Ruvo appartiene,
perchè trovato in quella porzione del suo antico agro che fu a
Terlizzi conceduto ne’ tempi a noi più vicini. Cessino dunque queste
vane millanterie le quali non potrebbero non peccare di una vera
buffoneria atta solo a muovere il riso. Cessi una volta quel rumore
che si è fatto, e si sta facendo per cotesto calamajo Martorelliano, il
quale per altro non è che un zero a fronte de’ grandiosi monumenti di
antichità Ruvestini che destano l’ammirazione della colta Europa.
Si contenti la città di Terlizzi di avere una Popolazione numerosa,
attiva, industriosa e ricca di buoni agricoltori formati dalla
necessità, attesa la ristrettezza del proprio territorio. Deponga
una volta per sempre il delirio di gareggiare per antichità colla mia
illustre patria nel di cui territorio ella è nata, e sia alla stessa
riconoscente del bene della sua esistenza.
CAPO V.
_La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche dal nome alla
stessa imposto dai suoi primi fondatori._
Non è cosa facile il dar ragione delle nomenclature delle antiche
città. Poche son quelle per le quali si può affermare che abbiano preso
il loro nome sia da quello del fondatore rispettivo, sia da circostanze
locali che lo abbiano suggerito, sia in fine da rilevanti avvenimenti
che abbiano avuto luogo nel sito di esse. Pe ’l massimo numero delle
città la origine del loro nome rimane ravvolta nella profonda caligine
del tempo.
Qualche Commentatore di Orazio nelle sue annotazioni sulla parola
_Rubos_, ove il Poeta pernottò nel suo viaggio da Roma a Brindisi,
dice che questa città abbia preso il suo nome _a copia ruborum_, come
erroneamente ha detto anche Roberto Stefano confutato nel capo primo.
È facile il vedere la frivolezza di cotesta etimologia. I roveti si
trovano da per tutto ove il terreno non è coltivato per lo intero, e
molto di esso si lascia ai boschi ed ai paschi. L’agro Ruvestino non ha
una quantità di roveti maggiore di quelli che vi sono in altri luoghi.
Li Commentatori suddetti per altro hanno scritto in un’epoca in cui
non si erano ancora pubblicate le antiche monete Ruvestine, le quali
hanno messo in chiaro di esser questa un’antica città Greca. Quindi la
etimologia del suo nome malamente si è tratta dal Latino _Rubi_, mentre
si deve prendere dalla leggenda Greca Ρύψ che vi è nelle più antiche
di esse. Messa dunque la sicura origine Greca della città suddetta, le
conghietture relative al suo nome non possono e non debbono partire
da altre considerazioni, meno che da quelle che può suggerire la sua
origine[123].
Si sa che i condottieri delle straniere Colonie venute a stabilirsi
nella Italia hanno dato sovente il loro nome non solo alle città da
essi fondate, come Cuma, Taranto ed altre, ma anche alle Regioni da
essi conquistate, come si è detto innanzi della _Peucezia_, della
_Oenotria_, della _Daunia_ e di altre. Ma fu anche costume delle
Colonie Greche quì stabilite di riprodurre i nomi delle città della
loro Patria originaria che avevano lasciata per la necessità di andare
a proccurarsi altrove il proprio sostentamento.
Quindi Dionigi di Alicarnasso ci fa sapere che i Greci venuti dal
Peloponneso nella Campania _Inter ceteras urbes condidere Larissam
Pelloponnesiacæ illius cognomine, quæ quondam Metropolis ipsorum
fuerat_. Parlando indi della seconda spedizione degli Arcadi condotta
da Evandro, come innanzi si è detto, e partita dalla città dell’Arcadia
denominata _Pallantium_, dice che essendosi questi stabiliti vicino
al Tevere nel luogo ove surse dappoi la città di Roma, edificarono
una picciola città e soggiugne: _Huic Oppidulo a veteri Patria nomen
apponunt Pallantium, nunc vero Palatium a Romanis dicitur corrupta voce
injuria temporum_[124].