Non è quì ad omettersi un altro singolare monumento dell’antica

Pittura Ruvestina che ora adorna anche il Real Museo. Il fu Canonico D.

Michele Ficco verso la fine dell’anno 1833 scavò le fondamenta di una

casa fuori l’antico recinto della città sulla strada de’ Cappuccini.

Trovò ivi un grandioso sepolcro; ma uno de’ lati di esso fabbricati di

pietre di tufo quadrate si trovò mancante. Era stato lo stesso disfatto

in tempo antico nell’essersi scavato un pozzo nel sito istesso del

sepolcro. Si trovò questo spogliato anche de’ vasi, ed altri preziosi

oggetti che doveva contenere, per esser stata ivi sepolta una persona

distinta. Si arguiva ciò da alcuni vistosi frammenti di vasi rotti

trovati nello stesso sepolcro, e dalla seguente circostanza.

Negli altri tre lati ch’erano rimasti intatti si trovò dipinta colla

massima eleganza una danza funebre divisa in due cori, uno di diciotto

giovani donne, e l’altro di nove. È però chiaro per se stesso che

i due cori esser dovevano uguali di numero, e che il coro di nove

giovani donne doveva averne altre nove nel lato del sepolcro che si

trovò mancante. Alla testa di ciascuno de’ due cori vi è un giovane

danzatore. Uno di questi due giovani tocca una lira di sette corde che

regola la danza. Quindi il giovane suddetto danza ad un tempo, e suona

la lira.

Le donne sono tutte vestite in perfetta conformità, cioè con una lunga

tunica, ed al di sopra di essa un peplo che cuopre loro la testa e le

spalle. Delle dette vesti e dei pepli il colore è vario; ma il taglio,

e ’l costume è lo stesso. Tanto le tuniche che i pepli sono orlati di

strisce di colore diverso. Tutte le donne al di sotto del peplo hanno

la testa ravvolta sia da un fazzoletto, sia da una cuffietta di color

rosso con i ciuffi di capelli inanellati ch’escono al di fuori sulle

tempia. Tutte hanno i loro orecchini perfettamente conformi. Li due

giovani vestono una tunica di color bianco orlata di strisce rosse, la

quale è assai corta, e finisce molto al di sopra delle ginocchia. Tanto

i due giovani che le donne fanno una stessa mossa la quale sembra,

blanda, seria, e molto grave.

Di cotesta danza funebre il sig. _Raul-Rochette_ avendone avuta da Ruvo

una copia, la pubblicò a Parigi colla tavola corrispondente nell’anno

1836[96]. Ei conviene che sia questa una pittura unica nel suo genere.

Osserva che de’ sepolcri di Ruvo se ne son trovati altri anche dipinti

ma senza figure. Che in altri luoghi da lui indicati se ne son trovati

con delle figure; ma non già con una danza funebre così grandiosa, e

possiam dire anche nuova. Sarebbe stato però desiderabile che avesse

parlato di essa con minore sobrietà come l’argomento che aveva per le

mani lo avrebbe esatto.

Osservo intanto che nel parlare dell’atteggiamento in cui si vedono

le donne suddette, dice _Qui se tiennent par la main en dansant_.

Facendosi però migliore attenzione alla posizione delle loro braccia,

ed al modo in cui si tengono per la mano, si vedrà a colpo d’occhio che

viene dalle danzatrici suddette eseguito quell’intrecciamento che nelle

odierne scuole di ballo è chiamato _la catena_.

Cotesto pregevole e singolare monumento non avrebbe dovuto muoversi

dal sito ove fu trovato. Nel disfarsi la fabbrica venne per necessità

a rompersi anche l’intonaco sul quale la danza suddetta era dipinta.

Il quadro quindi perdè la sua unità, e soffrì molte lesioni. Non è

poco che n’è di esso rimasto tanto quanto ha potuto dar luogo alle

illustrazioni degli Archeologi.

Io ne vidi in Ruvo i pezzi quando il guasto suddetto era già seguito,

e non era più al caso di poterlo impedire. Il proprietario di essi

ch’era molto mio amico gli offrì a me per quel prezzo che avessi

creduto giusto. Io gli feci osservare che questi oggetti in mano di

qualunque particolare sarebbero andati vie più in discapito, e lo

consigliai che gli avesse offerti al Real Museo, ove si conosce assai

bene l’arte di conservare le pitture di questa specie. Così egli fece,

e debbo attendermi che l’Accademia Ercolanese dia una più compiuta

illustrazione a questo pregevolissimo monumento, che ci ha messa la

prima volta sotto gli occhi una danza funebre.

Ne’ dipinti Ruvestini di prim’ordine è d’ammirarsi non solo la

perfezione del disegno, la eleganza e la franchezza dello stile, ma

anche la istruzione de’ dipintori. Le cose ricercate, e non ovvie che

si vedono dipinte ne’ vasi di Ruvo esigevano uomini pienamente istruiti

della Storia, della Favola, e della Mitologia. È anzi notabile che non

isfuggivano al loro pennello le circostanze le più minute relative

ai fatti, o alle persone che formavano il soggetto de’ loro lavori.

Potrei ciò compruovarlo colle corrispondenti osservazioni su di molti

vasi di Ruvo; ma mi limito a due soltanto che formano parte della mia

collezione.

In uno di essi è dipinto il combattimento ch’ebbe luogo sotto le mura

di Troja tra il valoroso Achille e Pentesilea Regina delle Amazoni

venuta in soccorso de’ Trojani, di cui parlò anche Virgilio nel libro I

dell’Eneide vers. 494 e seguenti. _Quinto Smirneo_, detto anche _Quinto

Calabro_ che si propose di supplire quelle cose che vedeva omesse nella

Iliade di Omero, dopo aver delineata la somma bellezza, e ’l nobile

portamento della Regina suddetta, non che le sue bravate, passa a

descrivere l’armamento della illustre Guerriera allora che andò alla

battaglia contro i Greci che assediavano Troja. Parte dell’armamento

suddetto dice che lo formavano due giavellotti messi sotto lo scudo:

_Mox ex aula prodire festinans duo sumpsit pila sub scuto._

Guardandosi il vaso suddetto si vede in esso maestrevolmente rilevata

la bellezza, e la maestà di Pentesilea, non che la qualità del di lei

armamento nel modo preciso in cui si trova descritto da Quinto Smirneo.

Nè furono obliati li due giavellotti, le aste de’ quali al di lei

fianco sinistro si vedono uscire da sotto lo scudo amazonico lunato

che tiene imbracciato, il che certamente costituisce una di quelle

minutezze che pruovano la somma avvedutezza, ed istruzione del Pittore.

Passa indi Quinto Calabro a parlare del colpo mortale della terribile

asta di Achille che stramazzò la valorosa Guerriera, e dice così.

_Illi enim accedenti graviter succensus Pelei filius:_

_Et subito una cum ipsa transverberavit equi corpus,_

_Veluti si quis verubus ad ignem flammantem_

_Viscera transfigit, cœnam festine apparans._

_Sic etiam Penthesileam una cum insigni equo_

_Penitus transadegit ementa hasta_

_Pelides: quæ mox cum pulvere, et morte commiscetur[97]._

Nel vaso di cui sto ragionando si vede Pentesilea a cavallo che

combatte ancora con Achille che sta a piedi. Ma la punta dell’asta

di Achille si vede diretta in modo che il colpo che andava a vibrare

avrebbe potuto ad un tempo trapassare il collo del cavallo poco al di

sopra del punto in cui questo si unisce alla spalla, ed andare indi ad

incontrare il corpo della illustre Guerriera che lo montava nel modo

preciso descritto dal precitato Poeta.

Coteste minutezze mentre per un lato giustificano la esattezza del

pennello, pruovano per l’altro che colui che dipinse il vaso non era

istruito meno di quello che lo fu Quinto Calabro del nobile portamento

della Regina delle Amazoni, del suo vestire ed armamento, e della

qualità del colpo mortale partito dall’asta di Achille che trapassò ad

un tempo tanto il cavallo, quanto la bella Guerriera.

L’altro vaso rappresenta la Dea Venere seduta sulla sponda di un letto

elegantissimo donde è surta per vestirsi, ed adornarsi. Si vede la Dea

coronata. Sul capo di essa vi è un’amorino che svolazza, ed ha nelle

mani la di lei famosa _zona_[98]. Le tre Grazie sono occupate al di

lei acconciamento. Una di esse che sta alla sinistra ha nelle mani una

ghirlanda di fiori per adattargliela. L’altra che sta sulla dritta

ha nella mano dritta uno specchio, e nella sinistra un cassettino.

La terza curvata a terra nell’atteggiamento il più grazioso che

possa idearsi attende a calzarle una pianella molto elegante al piè

dritto. Sotto il letto vi è una colomba. Al lato sinistro di esso si

vede un giovane guerriero nobilmente vestito con berretto frigio, ed

elegantissimi calzari, il quale sotto il braccio sinistro ha due lance

poggiate a terra ed inclinate sulla parte sinistra del petto, e della

spalla. Si vede lo stesso confuso ed attonito che abbassa il viso,

e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste che solleva colla mano

dritta.

Non è difficile il vedere che il dipinto di questo vaso è preso dal

bellissimo Inno di Omero scritto per la Dea Venere. Si dice in esso

che invaghita ella di Anchise Principe Trojano, si recò sul Monte Ida

ove questi dimorava, fingendosi la figlia di _Otreo_ che aspirava alle

di lui nozze. Avendogli ispirato caldo amore, giacque con lui la notte

nel suo letto, e rimase incinta di Enea. Levatasi poi dal letto il

mattino si manifestò ad Anchise. Ne rimase costui confuso ed attonito,

ed abbassando il viso pe ’l timore, e la sorpresa cercò cuoprirselo col

lembo della sua veste. La Dea lo ammonì fortemente a serbare il segreto

minacciandolo dell’ira di Giove se lo avesse palesato.

Nel nostro vaso dunque si vede copiato alla lettera il precitato Inno

di Omero. Presenta lo stesso tutti gli ornati di Venere descritti dal

gran Poeta, cioè la corona che aveva in testa, li suoi giojelli, le

sue splendide vesti, la sua famosa zona, non che la somma eleganza

del letto di Anchise, ov’ella giacque con lui. Sono però notabili due

minutezze, le quali danno maggior risalto all’abilità non meno che alla

istruzione del Pittore. La prima è quella di vedersi dipinto Anchise

nello stato di confusione, e di stupore in cui cadde allor che venne a

conoscere di aver giaciuto con una Dea. Si vede lo stesso nel vaso che

abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste; il che

corrisponde perfettamente a ciò che si legge in Omero

_Ut autem vidit collum, et oculos pulchros Veneris,_

_Timuitque, et oculos declinando vertit alibi._

_Iterum autem retro veste coopertus pulchram faciem,_

_Et illam precatus, verba alata dixit etc._

La seconda è che Omero nel descrivere la somma eleganza del letto di

Anchise, rileva la seguente circostanza, cioè ch’era lo stesso coperto

a questo modo

_Vestibus mollibus stratum: et insuper_

_Ursorum pelles jacebant, gravivocumque leonum,_

_Quos ipse occiderat in montibus aliis._

Nel vaso suddetto non si è omesso di dipingere anche maestrevolmente

coteste pelli di fiere che si vedono delineate negli orli del letto

sotto i ricchi pannamenti che lo cuoprono. Coteste minutezze pruovano

che il Pittore che dipinse il vaso conosceva parola a parola l’Inno di

Omero, e quindi si studiò colla massima accuratezza che il suo dipinto

fosse stato una perfetta copia di esso.

Ho voluto parlare di questo vaso anche perchè avendo permesso anni

indietro ad un riputatissimo Archeologo Estero di prendersene il

lucido, ho ritratto da questa mia condiscendenza un doppio dispiacere.

Il primo e ’l più sensibile è stato quello di averlo veduto pubblicato

come _une des productions de la ceramique grecque les plus elegantes

qui soient encore sorties des fouilles DE NOLA_[99]! Il che mi ha molto

e giustamente esacerbato, poichè si è tolto alla mia Patria il pregio

di averlo prodotto, senza che abbia potuto capirne il perchè, avendolo

io comunicato all’Editore come un vaso di Ruvo, e non già come un vaso

di Nola.

Il secondo è stato quello che la copia di esso non corrisponde affatto

alla singolare eleganza, e bellezza dell’originale, la quale è rimasta

diminuita per metà[100], come ne hanno convenuto anche tutti coloro che

ne hanno fatto il confronto tra l’una e l’altro.

Intanto non essendo rimasto contento tampoco della spiegazione

data dal Sig. _Raul-Rochette_ al vaso suddetto, credo di aver detto

abbastanza per rettificarla prendendo per guida il precitato Inno di

Omero. Nondimeno vengo ad esporre anche i motivi per i quali credo

che la spiegazione suddetta non possa essere adatta al dipinto del

vaso di cui si tratta dal quale debbono partire tutte le osservazioni

archeologiche.

È chiaro che il precitato Archeologo trasportato dalla sua vasta

erudizione si è impegnato in ragionamenti astrusi lasciando la via

facile, e spianata che gli presentava l’Inno di Omero che non poteva

certamente essergli ignoto. Si è da lui detto che nel vaso di sopra

descritto vi è dipinta la _Toletta di Elena_, e che quel Principe

Frigio che sta nell’atteggiamento innanzi cennato sia _Paride_.

Ha poggiato cotesto suo avviso principalmente su quel luogo di Pausania

ove sono riportati i dipinti del famoso Pittore Greco Polignoto che

vi erano in un antico tempio al di sopra di Cassotide. Confesso però

la debolezza de’ miei talenti. Non sono giunto a capire qual rapporto

possa avere col dipinto del nostro vaso il luogo di Pausania a cui il

Signor Raul-Rochette si è riportato. E perchè possa ognuno giudicare

da se stesso se sia questo un mio travedimento, o un giusto concetto

che presenta la cosa medesima, metto in nota le precise parole di

Pausania[101].

Ma prescindendo da ciò, come attribuirsi ad Elena quella colomba che

si vede sotto il letto, la quale si sa ch’è l’augello di Venere? Come

attribuirsi ad Elena la famosa _zona_ di Venere che l’ha nelle mani

un amorino che svolazza sul capo della bellissima donna che siede sul

letto? Sono cose queste che principalmente si notano nel nostro vaso,

e dicono quello che non vi è certamente nel luogo di Pausania testè

trascritto.

Una migliore attenzione avrebbero dovuto riscuotere anche le tre

giovanette occupate a vestirla ed adornarla. Il numero di esse indica

le tre Grazie non solo secondo i Poeti, ma anche secondo lo stesso

Pausania[102]. Ma le tre Grazie non sono state mai assegnate ad Elena,

ma bensì a Venere. Lo ha detto lo stesso Greco Scrittore _Gratiæ vero

Veneri præ ceteris Diis attributæ sunt_[103]. Ci fa Plinio inoltre

conoscere che il valente Greco Pittore Nicearco dipingeva Venere sempre

_inter Gratias, et Cupidines_[104]. È quindi risaputo che le Grazie

erano sempre compagne di Venere, e che i templi dedicati ad Amore, ed a

Venere lo erano ordinariamente anche alle Grazie[105].

D’altronde come adattarsi a Paride quel contegno che si osserva nel

Principe Frigio dipinto nel nostro vaso? Per qual ragione doveva Paride

mostrarsi confuso, timido, e nell’atteggiamento di cuoprirsi il viso

col lembo della sua sopravveste innanzi ad Elena ch’era la cagione di

tutti i malanni di Troja? Quel contegno sta bene per Anchise rimpetto

a Venere, come lo ha maestrevolmente descritto Omero, ma non già per

Paride rimpetto ad Elena.

Qual bisogno poi aveva Elena di far la sua toletta su quello stesso

letto nel quale aveva la notte dormito? Le sarebbe mancata forse

un’altra stanza più adatta all’uopo nell’ampia Regia di Priamo? Sta

bene tal posizione a Venere per un doppio riflesso. Il primo perchè

si trovava nella casetta di campagna di un cacciatore celibe, qual

era Anchise, ove non vi potevano essere gabinetti opportuni per

adornarsi le Principesse, e ’l Pittore si adattò maestrevolmente a tal

circostanza.

Il secondo perchè l’elegantissimo letto di Anchise dal quale Venere

levossi si trovava particolarmente descritto nell’Inno di Omero, e

quindi si vide il Pittore suddetto obbligato a farlo entrare anche nel

piccolo quadro che imprese a dipingere, poichè il nostro vaso non è che

un’urna di mezzana grandezza. Con molto ingegno quindi unì le due cose,

e fece seder Venere su quello stesso letto che si aveva proposto di far

entrare nel picciolo e ristrettissimo campo assegnato al suo pennello.

Ma ove su quel letto in vece di Venere si faccia sedere Elena,

l’ingegno del Pittore cadrebbe nel nulla, e la sua idea sarebbe troppo

triviale, quasi che Elena nella grandiosa Regia di Priamo non avesse

avuto altro luogo per adornarsi, e fare la sua _toletta_, che il

proprio letto!

Mi scuserà quindi il Sig. _Raul-Rochette_ se per questi ragionevoli

motivi non ho potuto convenire nella spiegazione da lui data al

pregevolissimo vaso Ruvestino, e non già _Nolano_, come a lui è

piaciuto dire. Lungo poi sarebbe il descrivere la esattezza, e la

minutezza degli altri vasi Ruvestini. Valga il giudizio che ne ha dato

il chiarissimo Sig. _Millingen. Malgré le silence des Historiens à

l’égard de cette Ville, ses monuments qui y ont été decouverts portent

des temoignages incontestables de son opulence, et du gout éclairé de

ses habitans pour les beaux artes_.

_Les vases peints, dont la fabrique devait être à Rubi, rivalisent par

leur grandeur, la varieté des formes, le nombre de figures, et le grand

intérêt des mythes représentés avec les plus beaux de ceux jusqu’à

présent connus. Des objets anciens en or, bronzes, et verres d’une

grande beautè trouvés en meme tems prouvent que tous les artes y furent

cultivés avec un egal succes_[106].

Or la perfezione, e la bellezza de’ dipinti Ruvestini e degli altri

oggetti di belle arti costituisce un altro non lieve argomento della

origine Arcadica della nostra città. Dionigi di Alicarnasso seguitando

a parlare de’ primi Arcadi che vennero a stabilirsi nella Italia

con Oenotro, e Peucezio dice _Dicuntur etiam Graecarum literarum

usum prædictæ Genti recens ostensum primi in Italiam transvexisse,

instrumenta quoque musica, lyram, trigona, ac lydos: cum ad id temporis

non nisi pastoralibus fistulis usi fuissent, nec ullo præter has

invento musico: leges etiam tulisse, et vitam antea ferinam majori ex

parte mitem, ac mansuetam reddidisse: sed et artes, et studia, multave

alia emolumenta contulisse in publicum, et propterea gratiosi fuisse

apud suos hospites_.

È perciò che i vasi di Ruvo superano di gran lunga non meno per

bellezza, e per eleganza, ma anche per istruzione i vasi della città

di Canosa colla quale era confinante. Ho veduti ivi anche de’ vasi

grandiosi per la loro mole come quelli di Ruvo; ma in generale son

essi privi di quella ricchezza, e varietà delle favole che trabocca

ne’ vasi Ruvestini, e di quella finezza di pennello, ed eleganza anche

degli ornati de’ quali questi ultimi fanno larga pompa. È anche Canosa

un’antica città Greca; ma fu fondata da Diomede, e non dagli Arcadi, i

quali come più colti e più istruiti nelle scienze, e nelle belle arti

le fecero meglio fiorire anche nelle città da essi fondate.

Si aggiunga a ciò che tra gli oggetti fittili trovati in Ruvo sono

state frequenti le teste del Dio Pane. Nella mia collezione ne ho due

molto belle. Si sa che il Dio Pane era molto venerato dagli Arcadi. Lo

stesso Dionigi di Alicarnasso nel luogo innanzi citato seguita a dire:

_Arcadibus deorum antiquissimus, et honoratissimus est Pan_. Dice lo

stesso anche Virgilio.

_Pan Deus Arcadiæ venit, quem vidimus ipsi_

_Sanguineis ebuli baccis, minioque rubentem[107]._

_Pan Deus Arcadiæ captam te Luna fefellit_

_In nemora alta vocans, nec tu aspernata vocantem[108]._

Si legge inoltre presso Pausania: _Panos lapideum signum, cui Synois

cognomentum a Synoe Nympha, quæ una cum ceteris Nymphis, et seorsim ab

illis Pana creditur aluisse_[109]. Erano queste le Ninfe Arcadiche,

dalle quali il Dio Pane si diceva educato. Ond’è che Natale Comite

nella sua Mitologia dice di cotesto Dio: _Hunc memoriæ prodidit

Pausanias in Arcadicis a Nymphis susceptum, et educatum, et a Synoe

Nympha præcipue existimarunt antiqui. Pana Montium esse Præsidem,

omniaque armenta, et greges, quæ in montibus vagarentur, in hujus

esse tutela, quippe cum his ab Arcadibus fuisset in Menalo monte

educatus_[110]. Dal che è a conchiudersi che gl’idoli del Dio Pane che

si trovano in Ruvo confermano vie più la origine Arcadica della nostra

città, la quale ritenne il culto di quella falsa deità che avevano gli

Arcadi.

Metto nella stessa linea il vedersi nelle antiche monete Ruvestine o

le armi di Ercole, o Ercole medesimo col Lione Nemeo come si rileva

dalle due tavole delle monete suddette innanzi premesse. Aggiungo che

ne’ vasi fittili Ruvestini si trovano dipinti con frequenza i fatti

di Ercole. Io ne ho più d’uno e tra questi un vaso coll’apoteosi di

quell’Eroe elegantemente dipinta, oltre il bicchiere di cui innanzi

ho parlato colla testa di Ercole di singolar bellezza. Ci fa sapere

Diodoro Siculo che quell’Eroe aveva gli Arcadi _in perpetuam belli

societatem_, e che fu da essi assistito anche nella spedizione contro

i figliuoli di _Eurito_ chiamati _Toxeo, Molione_ e _Pizio_ che gli

avevano negata Jole da lui presa per forza dopo avergli uccisi[111].

Avevano quindi gli Arcadi un culto anche per Ercole, e vedendosi questo

ritenuto tanto nelle monete che ne’ vasi fittili Ruvestini, conferma

vie più la origine Arcadica della nostra città.

Si sa che i Popoli tanto antichi che moderni nelle loro trasmigrazioni

hanno portato sempre con essi quel culto che avevano nel loro Paese

natio. Onde ben disse Dionigi di Alicarnasso che per conoscersi la

origine Grechesca di una città, _Primum et præcipuum locum tribuo

ceremoniis, quæ cuique Populo in colendis Diis et Geniis sunt Patriæ.

Has enim diutissime servat tum Græca, tum barbara Natio, nec quidquam

eis censent immutandum iræ divinæ metu_. Lo conferma coll’esempio di

molti Popoli antichi rimasti tenacissimi nella osservanza del loro

culto rispettivo[112].

Osservo in fine che il massimo numero de’ bicchieri detti _Rhyton_

rinvenuti in Ruvo in gran copia lo formano le teste di buoi, di vacche,

di vitelli, di animali pecorini diversi, e di capre. Erano questi

gli animali familiari agli Arcadi, i quali erano pastori. Amano gli

uomini di avere sotto gli occhi quelli oggetti per i quali si sentono

inclinati, molto più se questi costituiscono il loro comodo, e la loro

agiatezza, come ben potevano costituirla gli animali suddetti nell’agro

Ruvestino opportunissimo anche alla pastorizia. Quindi i bicchieri

colle figure di cotesti animali che rendevano più liete le mense degli

antichi abitanti della nostra città, contestano anche i loro costumi

Arcadici.

Chiudo il mio discorso sui vasi fittili di Ruvo colla seguente

osservazione. Il Principe di Canino Luciano Buonaparte pubblicò

mentr’era ancora in vita una porzione de’ vasi da lui trovati in

grandissimo numero a Canino e Corneto, oltre quelli che sono stati

pubblicati dall’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma. In uno

di essi vi sono le seguenti lettere H E, le quali tanto da lui che da

altri Dotti si sono credute le lettere iniziali del nome del Pittore

che dipinse il vaso.

Le stesse lettere si trovano in uno de’ miei vasi di Ruvo, il quale per

la esattezza del disegno sembra delineato dal pennello di Raffaello. È

in esso dipinta la favola del cieco Fineo liberato dalle Arpie dagli

Argonauti. Si vede la nave _Argo_ ligata al lido del mare. Tra gli

Argonauti sbarcati vi sono i due Guerrieri alati _Calai_ e _Zete_

figliuoli di Borea, i quali spiegando in alto il volo colle loro armi

impugnate, inseguono le Arpie. Fuggono queste spaventate portando nelle

loro mani le cose rapite alla mensa che si vede imbandita innanzi al

cieco Fineo che siede alla stessa.

Non ha questo vaso veruna leggenda greca. Si vede bensì sul campo di

esso dipinto un picciolo vaso della stessa forma del vaso principale

rovesciato a terra. Sulla pancia di esso si leggono le stesse lettere

H E che vi sono nel vaso del Principe Buonaparte di cui innanzi ho

parlato.

Se regge l’avviso che siano queste le lettere iniziali del nome del

Pittore, pare che non sia improbabile che ambi i vasi han potuto esser

dipinti dalla stessa mano. In generale i vasi di Canino e di Corneto

non sono certamente migliori di quelli di Ruvo, ed in varie cose sono

da essi superati[113]. Nel particolare poi il dipinto del vaso di Fineo

è ben difficile che possa essere pareggiato. Un Pittore di un nome

chiaro e riputato, qual essere doveva sicuramente l’autore del vaso di

Fineo, ha potuto dipingere tanto nell’uno che nell’altro luogo come han

fatto sovente anche i Pittori illustri de’ tempi a noi più vicini.

Han potuto pure i vasi di Ruvo essere mandati altrove, come si sono

trovati in Ruvo anche vasi di Nola, e di altri luoghi, e come si

mandano oggi i vasi di porcellana o di alabastro da un paese all’altro.

Ho buona ragione di credere che l’autore del vaso di Fineo sia stato

un Pittore Ruvestino perchè la creta di esso è Ruvestina, e perchè ho

avuti sotto gli occhi altri vasi trovati anche a Ruvo dello stesso

stile. Conto tra questi un bellissimo unguentario scappato a me,

ed acquistato dal Francese Sig. Durante nel quale era colla massima

eleganza dipinto Bacco montato su di un Elefante con numeroso seguito

di uomini, e di donne.

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 5 / 36 段