Situa quì dunque Strabone due città edificate da Diomede nella Daunia,

una sulla dritta e l’altra sulla sinistra dell’Ofanto, cioè _Argiripa_

e _Canosa_, e fa indi menzione anche del _Campo di Diomede_. Era questo

poche miglia lungi da Canosa verso il mare nel sito del Villaggio

di Canne reso celebre dalla sanguinosa sconfitta che diè Annibale ai

Romani. Di questo campo appunto ove seguì la terribile battaglia che

compromise la sorte di Roma, parlò Livio nel riportare la predizione

che si trovò scritta ne’ libri di Marcio da lui chiamato _Vates

Illustris_ ne’ seguenti termini: _Amnem Trojugena Cannam Romane fuge,

ne te alienigenæ cogant in Campo Diomedis conserere manus. Sed neque

credes tu mihi donec compleveris sanguine campum, multaque millia

occisa tua deferet amnis in pontum magnum ex terra frugifera piscibus,

atque avibus, ferisque, quæ incolunt terras, iis fuat esca caro tua,

nam mihi ita Jupiter fatus_[83].

Arnobio anche dice: _Diomedis campi Romanis cadaveribus aggerati

sunt_[84]. E Silio Italico: _Infaustum Phrygiis Diomedis nomine

campum_[85]. Ed in altro luogo dice che Paolo Emilio per dissuadere

l’altro Console Varrone dal dar la battaglia, gli ricordava le sinistre

predizioni che vi erano sull’esito di essa, e gli teneva il seguente

discorso

_Jamque alter tibi, nec perplexo carmine coram_

_Fata cano vates, sistes ni crastina signa,_

_Firmabis nostro Phœbeæ dicta Sibillæ_

_Sanguine; nec Graio posthac Diomede ferentur,_

_Sed te, si perstas, insignes nomine Campi_[86].

Or se secondo Strabone la Puglia Daunia dal lato orientale, col quale

confinava colla Puglia Peucezia terminava al di là dell’Ofanto nella

città di Canosa e nel villaggio di Canne, ov’era precisamente il campo

di Diomede, è conseguenza che la città di Ruvo, sita venti miglia

al di là di Canosa e di Canne, era la prima città della Peucezia che

s’incontrava nell’andare da Roma a Brindisi, e l’ultima nel venirsi da

Brindisi a Roma.

Non altrimenti disse Plinio. Dopo aver egli parlato della spiaggia

marittima della Peucezia fino a Bari, giacchè altre città marittime

non vi erano in quel tempo dopo di Bari, passa a dire: _Hinc Apulia

Dauniorum cognomine a Duce Diomedis socero, in qua oppidum Salapiæ

Hannibalis meretricio amore inclytum, Sipontum, Uria, amnis Cerbalus

Dauniorum finis: portus Agasus, promontorium Montis Gargani a

Salentino, sive Japygio CCXIV M. pass. ambitu Gargani: Portus Garnæ,

Lacus Pantanus, flumen portuosum Frento, Teanum Apulorum: itemque

Larinatum Cliternia: Tifernus amnis. Inde Regio Frentana. Ita Apulorum

genera tria: Teani duce e Graiis. Lucani subacti a Calchante, quæ loca

nunc tenent Atinates. Dauniorum præter supra dicta Coloniæ Luceria,

Venusia, Oppida Canusium, Arpi, aliquando Argos Hippium Diomede

condente, mox Argyrippa dictum_[87].

Separa allo stesso modo Tolomeo la Puglia Peucezia dalla Puglia Daunia

con avere indicata Canosa come l’ultima città della Daunia. _Apulorum

Dauniorum in Jonio pelago Salpiæ, Sipus, Apenestæ, Garganus mons.

Apulorum Peucetiorum in Jonio pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis

ostium. Apulorum Dauniorum mediterraneæ civitates Theanum, Nuceria

Apulorum, Vibarnum, Arpi, Erdonia, Canusium. Apulorum Peucetiorum

mediterraneæ civitates Venusia, Celia_[88].

Giulio Frontino similmente comunque la Daunia l’abbia chiamata

_Provincia Apuliæ_ e la Peucezia l’abbia inclusa nella Provincia

di Calabria, l’agro _Canosino_ lo riportò nella prima, e l’agro

_Rubustino_ nella seconda. Or se rimane concludentemente dimostrato

che la città di Ruvo era nella Peucezia e di Greca fondazione, non

vi può esser dubbio sulla sua origine Arcadica, poichè costa che gli

Arcadi occuparono quella Regione prima della Guerra di Troja, e vi si

sostennero, per cui ritenne sempre la stessa il nome di _Peucezia_

preso da quello del Condottiere degli Arcadi ed altre genti del

Peloponneso che vennero ivi a stabilirsi. Onde con ragione disse

Strabone: _Incolæ ex Arcadia videntur immigrasse_.

CAPO IV.

_Li pregevoli vasi fittili ed altri oggetti di belle arti

antiche trovati in Ruvo, confermano vie più la sua origine Arcadica._

Di quando in quando si sono trovati in Ruvo vasi fittili Italo-Greci.

Da principio gli faceva scuoprire solo l’azzardo. I vasi rinvenuti a

questo modo non han potuto esser molti, e da que’ villani non erano

prezzati. Nella mia giovanile età mi dicevano i vecchi che gli uomini

di campagna, i quali nello scavare il terreno trovavano gli antichi

sepolcri, crucciati che in vece di trovarvi moneta, trovavano vasi di

creta, gli rompevano colle zappe! Di quì è che ne’ fondi suburbani,

ove i sepolcri sogliono trovarsi, si vedono disseminati nel terreno non

pochi pezzi di vasi antichi rotti ed infranti. Quanto i tempi ora sono

cangiati! Son oggi que’ popolari in tanta prevenzione che credono di

doversi convertire in oro ogni pezzo di creta antica qualunque!

La Gente colta di quella città rese avvertiti i villani che questi

oggetti avevano anche un valore. Quindi li pochi vasi che si trovavano

cominciarono ad essere rispettati. Mi dicevano i vecchi che se

n’erano anche venduti ai forestieri che capitavano in Ruvo. Ma di

qual merito essi abbiano potuto essere s’ignora perfettamente. E se

sono stati pubblicati si è mancato d’indicarsi il luogo ove sono stati

rinvenuti. Ne’ vasi pubblicati da Lord Hamilton ve ne ha uno di ottimo

pennello che rappresenta Bellerofonte montato sul Pegaso che combatte

la Chimera. Ho io un altro vaso trovato in Ruvo che rappresenta la

stessa favola. Allora che mi venne sotto gli occhi il rame del vaso di

Hamilton non potei non rimaner colpito dalla perfetta simiglianza che

lo stesso ha col mio.

Variano li due vasi soltanto nelle deità presenti al combattimento,

e tali variazioni sono state familiari ai Pittori tanto antichi che

moderni, quando hanno replicato lo stesso soggetto. Ma le tre figure

di Bellerofonte, del Pegaso e della Chimera sono talmente tra loro

conformi che bisogna per necessità convenire di esser stati ambi i

vasi dipinti dalla stessa mano e sul medesimo modello. Come altrimenti

potersi trovare nell’uno e nell’altro una perfetta identità del

disegno, delle figure, delle fisonomie, delle stature, de’ contorni e

di tutte le più minute circostanze? Debbo credere quindi che il vaso di

Hamilton sia stato trovato anche a Ruvo, e sia uno di que’ vasi i quali

sono stati pubblicati senza che siasi conosciuto o indicato il luogo

ove si son trovati.

Il primo che cominciò in Ruvo a fare dei scavamenti per ispecolazione

fu un Prete chiamato D. Giuseppe Adessi di talenti non volgari,

ma strani abbastanza. Tra i vasi da lui rinvenuti ve ne furono de’

buoni, ma non di prim’ordine per quanto ne ho inteso. Non si conosce

tampoco quali questi siano stati, e se siansi pubblicati. Ne ritrasse

da essi un guadagno che se avesse saputo conservarlo, avrebbe potuto

estendere vie più la sua specolazione, la quale in quell’epoca non

aveva competitori. Le sue ricerche però non poterono andare molto

innanzi, perchè gli mancavano i mezzi. A buon conto fino al primo

decennio di questo secolo il nome della città di Ruvo era sconosciuto

all’Archeologia, e de’ vasi fittili Ruvestini non si aveva veruna

opinione perchè quando anche fossero stati pregevoli, non si conosceva,

o non veniva indicato il luogo ove si erano rinvenuti.

Li primi vasi di Ruvo che fecero moltissimo rumore per la loro somma

eleganza e bellezza, e per la importanza delle cose in essi dipinte

gli trovò nell’anno 1810 un artigiano chiamato Rinaldo di Zio nello

scavare le fondamenta di una casa a non lunga distanza dalle antiche

mura della città nel largo detto di _Porta Nuova_ o di _Porta di Noja_,

della quale parlerò in seguito. Informato il Governo di allora di

cotesta importante scoverta fu il de Zio obbligato ad esibire i vasi

da lui rinvenuti con averne ricevuto un compenso soverchiamente parco.

Si trovarono questi di un pregio così sublime che furono ritenuti per

ornamento del Real Palagio. Ma negli avvenimenti dell’anno 1815 furono

trasportati nella Germania, ed ora per quanto ne ho inteso, insieme

con altri pregevoli vasi trovati anche allora a Canosa, sono nel Museo

di S. M. il Re di Baviera amantissimo degli oggetti delle belle arti

antiche.

La scoperta de’ vasi suddetti di un ordine assai superiore a quelli

che per lo innanzi si erano in Ruvo rinvenuti, e ’l rumore sparso, non

privo di fondamento per altro, che nello stesso sepolcro si fossero dal

de Zio trovati anche altri oggetti preziosi di non lieve valore, pose

in fermento lo spirito de’ Ruvestini. La specolazione de’ scavamenti

cominciò allora a porsi in moda; ma nell’anno 1822 giunse al furore

e fu portata ad un punto da non potersi oltrepassare. Costano questi

un poco soverchio attesa la qualità del terreno tutto pietroso, il

quale non si può smuovere e profondare senza moltissimo travaglio.

Gli antichi sepolcri di Ruvo, ove i vasi si trovano, sono tagliati

ed incavati nel vivo sasso di maggiore o minore ampiezza secondo la

qualità della persona sepolta, e la quantità degli oggetti che vi si

riponevano.

Quelli che si son trovati ne’ sepolcri Ruvestini sono stati i seguenti,

cioè vasi fittili, idoletti ed altri lavori di creta, vasi, idoletti

ed altri oggetti di bronzo, qualche vasellino di alabastro, e più

frequenti quelli di vetro colorato di molta bellezza, cimieri, corazze,

gambali, lance, spade, frecce, morsi di cavalli, e nella mia collezione

ho anche una colonnetta di avorio di elegante lavoro. Si sono trovati

anche oggetti di argento e di oro specialmente di ornamenti muliebri,

e nel Real Museo vi è una collana d’oro ivi rinvenuta e molto ben

conservata, di squisito lavoro.

Cotesti sepolcri incavati nel vivo sasso venivano coperti con una gran

tavola di pietra o con più tavole unite insieme ove una sola non fosse

stata sufficiente. Or per potersi portare gli scavamenti fino al vivo

sasso, ove i sepolcri sono incavati, si deve durare non poco stento.

Molta è la resistenza che oppone il terreno di sua natura pietroso.

In que’ luoghi poi, ne’ quali nel corso di tanti secoli i riempimenti

di terra, di pietre o di sfabbricine sovrapposti sono stati maggiori,

si è dovuto scavare fino a venti, ventiquattro e trenta palmi di

profondità. Il farsi quindi cotesti scavamenti all’azzardo, e senza

veruna sicurezza di trovarvi de’ sepolcri, sgomentava in certo modo i

specolatori.

Per potersi perciò più agevolmente sostenere la spesa non indifferente

che per essi occorreva si formarono diverse compagnie, le quali

scavarono da capo a fondo quasi tutti i terreni suburbani, ne’ quali

sogliono trovarsi tanto i sepolcri che i sepolcreti. Era tanta quindi

la quantità degli operaj impiegati a questa operazione e della gente

che vi accorreva per curiosità, che i contorni della città presentavano

l’aspetto di una fiera. Questa folla richiamava anche li venditori di

frutta, di comestibili e di vino per ismaltire le loro merci. Spesse

volte avveniva che si scuoprivano le tracce de’ sepolcri verso la sera.

Si proseguivano allora gli scavamenti colle fiaccole accese, onde i

sepolcri scoverti non fossero stati la notte da altri vuotati, e la

campagna suddetta si mostrava in più luoghi illuminata.

Questo furore fece ivi disotterrare tanti capi d’opera che hanno

destata l’ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, ed hanno reso

illustre il nome di una città ad essi per lo innanzi presso che ignoto.

Se tutti i vasi trovati in Ruvo coi scavamenti suddetti si fossero

riuniti in una sola Collezione, non so se avrebbe potuto questa esser

pareggiata da qualunque altra Collezione tanto pe ’l numero che per

la eccellente qualità e varietà de’ vasi. Essendo stati però cotesti

scavamenti suggeriti dallo spirito d’interesse e dalla speranza del

guadagno, non era d’attendersi da coloro che si rendevano proprietarj

de’ vasi suddetti questo sentimento sia patrio, sia letterario.

Angustiava ciò sommamente il mio spirito. Vedeva bene che questi tesori

sarebbero caduti in mano de’ specolatori, i quali gli avrebbero fatti

passare all’Estero, senza che si fosse conosciuto neppure che l’onore

e ’l vanto di avergli prodotti apparteneva alla mia patria, com’era

avvenuto per i vasi precedentemente disotterrati. L’acquistargli tutti,

quando anche mi fosse stato ciò facile, superava le forze di un privato

non prevenuto e non preparato ad un avvenimento straordinario che fece

uscire in poco tempo dalla terra migliaja di oggetti, i quali avrebbero

potuto gradatamente esser tratti fuori di essa nel corso di lunghissimi

anni. Mi determinai quindi a salvarne quanti avessi più potuto: nel che

fui secondato anche dal mio fratello Giulio ch’era animato dagli stessi

sentimenti, e prematura morte mi ha rapito.

Mi convenne nondimeno superare fortissimi ostacoli i quali furono i

seguenti. In mezzo a tanto bisbiglio e molto più ne’ scavamenti che

seguivano in tempo di notte una porzione de’ vasi che si rinvenivano

era fraudata o dagli operaj adoperati, o da alcuno degli stessi socj

lasciato a sorvegliargli. Se la scoverta di tanti pregevoli monumenti

fu di molto utile all’Archeologia e di sommo onore della mia patria,

non è meno vero però che lo spirito d’interesse che aveva provocati

gli scavamenti suddetti portò molta corruzione nella morale del Popolo

Ruvestino. Ne seguiva da ciò che i vasi fraudati a questo modo non si

volevano vendere ai proprj concittadini, onde le fraudi commesse non

si fossero scoverte, ma si mandavano a vendere di nascosto ne’ paesi

convicini. Coloro che gl’incettavano gli vendevano ai specolatori,

dalle mani de’ quali mi è convenuto ricuperarne parecchi che non erano

a lasciarsi; ma il maggior numero di essi probabilmente è passato

all’Estero.

Per gli altri vasi poi que’ proprietarj di essi che sentivano qualche

amore di patria ci preferivano volentieri nel vendergli, perchè

sapevano bene che da noi non si compravano per ispecolazione, ma bensì

per conservargli e dedicargli all’onore della stessa. Altri però erano

a ciò negati, malgrado che si fossero da noi pagati assai meglio

di quello che si pagavano dai specolatori, e questa verità è stata

confessata dagli stessi Ruvestini. L’unico principio di tal ripugnanza

era che vi ha degli uomini specialmente ne’ piccioli paesi, i quali non

sanno che invidiare negli altri quella elevatezza di pensare di cui non

son essi capaci. Il che mi ha obbligato sovente a ricomprare a prezzo

ben caro dai Rivenditori diversi vasi che credei meritevoli di essere

conservati. Conto tra essi quelli che rappresentano la disfida tra

Marsia ed Apollo, e ’l Ratto di Proserpina tentato da Teseo e Piritoo

rimasti spogliati delle loro vesti, ed incatenati da una Furia, quali

due vasi sono bellissimi.

È quì anche d’aggiugnersi che ne’ sepolcri grandiosi di Personaggi

illustri presso che tutti i vasi e vasellini che si trovavano erano

pregevoli. Ma ne’ sepolcri delle persone mediocri il numero maggiore di

essi era di poca o di niuna considerazione. Ma spesse volte tra tante

cose di niun pregio vi era anche qualche oggetto che meritava di essere

acquistato da chi si aveva proposto non già di avere una partita di

vasi Ruvestini; ma bensì di formarne una collezione compiuta, la quale

esige una maggior ricchezza specialmente nella moltiplicità, e varietà

delle forme, de’ modelli, de’ disegni, e dello stile di dipingere che

ne’ vasi di Ruvo è anche vario secondo la diversità sia delle scuole,

sia del tempo in cui furono dipinti.

Era però impossibile il far la scelta di que’ pezzi che si volevano.

Bisognava o comprar tutta la partita, o lasciarla. Spesse volte per

qualche testa pregevole di uomo, o di animale, o per qualche vaso,

o vasellino di nuova forma, e di singolar bellezza mi è convenuto

prendere una intera partita, la di cui massima parte ho dovuto buttarla

per vilissimo prezzo, giacchè se avessi voluto conservare tutti i vasi

che ho comprati per tal causa, mi sarebbe stato di molto imbarazzo

il dare ad essi un luogo. Mi portava ciò ad un forte sbilanciamento

di spesa che più di una volta mi ha messo in una positiva strettezza,

onde non perdere le occasioni che mi si presentavano di arricchire la

Collezione che mi aveva proposto di formare de’ migliori, e più scelti

oggetti che avessi potuto.

A tal modo, ed a traverso de’ predetti ostacoli è riuscito a me, ed al

fu mio fratello Giulio di acquistare tanti vasi Ruvestini, quanti sono

stati bastanti ad illustrare la nostra Patria, ed a rendere pregevole

una privata Collezione. Posso poi dire francamente, e senza tema di

esserne redarguito che niun’altra Collezione forse può pareggiarla pe

’l numero, e per la diversità, e qualità de’ bicchieri detti _Rhyton_

de’ quali è la stessa doviziosamente fornita, poichè in niun’altra

delle antiche città Greche dell’Italia se ne son trovati tanti, e

di tante diverse specie, quanti in Ruvo. Se tutti i bicchieri ivi

rinvenuti non si fossero sparpagliati, e moltissimi di essi non fossero

passati all’Estero, qual collezione spettacolosa avrebbero potuto

formare! Gli stessi scavamenti Nolani che sono stati i meno sterili

di questi pregevoli oggetti, non ne hanno dati che pochi, e di specie

limitate, e non così varie come quelli di Ruvo.

Vi sono quindi nella nostra Collezione molti bicchieri con teste umane,

tra le quali anche di Etiopi. Tra queste ve ne ha una bellissima di

Ercole coperta dalla pelle del Lione da lui ucciso. Ve ne sono anche

con teste di Satiri. Molte teste di bue, di vacche e di vitelli, di

montoni, di castrati, e di pecore, molte di capre, di cani di diverse

specie, e di volpi, due di cinghiali, ed una di porco, tre di cervi, e

due di daini, tre di mule, una di cavallo, una di lione, una di tigre,

ed una di scimmia, due bicchieri sostenuti da coccodrilli, e due da

dragoni, tre altri con teste di grifo, uno sostenuto da Scilla coi suoi

due cani fatti a rilievo, un altro sostenuto da una sfinge. Vi sono

inoltre vasellini per liquori coi seguenti animali, uno con un uccello,

un altro con un delfino, uno colla testa di un gatto, un altro con

quella di un vitello, ed un altro con quella di un grifo, due lioncini

interi, due cani leporieri interi, due vitelli anche interi coricati a

terra, un coniglio, una rana, ed un graziosissimo Sileno. Oltre però

le dette teste, e vasellini fini, e tutti colorati, vi ha anche una

gran quantità di teste rustiche tanto umane che di animali dette _terre

cotte_[89].

Non è intanto quì ad omettersi che uno de’ già detti bicchieri da me

acquistati ci fa apprendere una usanza degli antichi, la quale non mi è

occorso finora di rilevarla da alcuno degli antichi Scrittori Greci, e

Latini che ho letti. Ci fa sapere Anacreonte che ai cavalli si apponeva

il marchio alla coscia

_Equi solent inustum_

_Coxis habere signum_[90].

Si legge in Apulejo _Nec non et equum illum quoque meum notæ dorsalis

cognitione recuperavimus_[91]. Il chiarissimo Canonico Mazocchi

ha dette molte belle cose sui cavalli denominati _Koppatias_, e

_Samphoras_ dal marchio rispettivo che avevano alla coscia in lettere

greche[92].

Tra i miei vasi ve ne ha uno di forma bellissima, e di egregio

pennello che rappresenta il corso animatissimo di quattro quadrighe

che girano intorno a quattro colonne a tutta scappata. Due de’ cavalli

delle quadrighe suddette hanno il loro marchio alla coscia dritta.

Uno di essi è quello di un pesce, e può ciò farlo credere un cavallo

Tarantino, poichè nel maggior numero delle monete Tarantine vi è il

Delfino, ed al rovescio un cavaliere in varj atteggiamenti per indicare

quanto i Tarantini valevano nell’esercizio dell’equitazione e nelle

manovre di cavalleria. L’altro ha il marchio che forma un globetto di

figura sferica con due linee circolari ed in mezzo una crocetta. Lascio

agli Archeologi l’investigare a quale delle Regioni riputate dagli

antichi Scrittori per i buoni cavalli che producevano abbia potuto

appartenere il cavallo marchiato a questo modo.

Parla anche Virgilio del marchio che si apponeva al bestiame

_Aut pecori signum, aut numerum impressit acervis_[93]

_Post partum cura in vitulos traducitur omnis,_

_Continuoque notas, et nomina gentis inurunt_[94].

Ma non mi è occorso ancora di leggere che gli Antichi imprimevano ai

muli il marchio non già alla coscia, ma bensì alla guancia, come si

pratica oggi nel nostro Regno, giacchè non mi è noto l’uso degli altri

Paesi. Che cotesta nostra usanza però sia antichissima me lo ha fatto

apprendere una delle teste di mule trovate in Ruvo che io posseggo, la

quale ha il suo marchio ovale alla guancia sinistra.

Ritornando ora, dopo questa non inutile digressione, ai vasi di Ruvo

non è possibile descrivere colla penna la eleganza, e la moltiplicità

delle forme specialmente de’ vasellini ivi rinvenuti. Bisogna vedergli

e considerargli per giudicare da essi quanto era ferace la fantasia

degli Artefici Ruvestini nell’immaginare tanti modelli diversi,

e spesso anche bizzarri, e capricciosi, i quali non s’incontrano

volentieri ne’ vasellini delle altre antiche città Greche. Io ne

ho riuniti moltissimi veramente vistosi. Ma quanti altri han dovuto

scapparmi!

Nè si può dubitare che in Ruvo siano stati lavorati, e ciò per una

doppia ragione. La prima perchè ne’ scavamenti fatti si sono anche

trovate le officine con una gran quantità di vasi, e vasellini rustici

di quelle stesse forme che hanno i vasi dipinti estratti dai sepolcri.

La seconda perchè la creta de’ vasi antichi trovati in Ruvo è quella

stessa creta finissima, leggiera, ed atta a qualunque lavoro che

attualmente si trova nelle cave dell’agro Ruvestino. È quella stessa

creta che dà oggi da vivere a molta gente, la quale si occupa a

lavorare vasi di creta di ogni specie, ed anche di belle ed eleganti

forme, ricercati specialmente da tutta la Puglia, e dalla finitima

Provincia di Basilicata. Quest’arte quindi si è ivi ereditata dagli

Antichi, poichè come bene osserva Cornelio Tacito _Sed nostra quoque

æetas multa laudis, et artium imitanda posteris tulit_[95].

Lo stile di dipingere degli antichi Pittori Ruvestini, quanto è nobile,

e grandioso, altrettanto è semplice, spianato, pieno di naturalezza,

e senza caricatura, o come i nostri Pittori direbbero _non manierato_.

Una porzione de’ vasi da me acquistati avendola fatta venire in Napoli

per mio piacere, furono questi osservati tra gli altri dotti personaggi

anche dal chiarissimo cav. D. Francesco Maria Avellino che conosce

così bene la materia, e rimase fortemente colpito dalla bellezza, ed

importanza di essi. Giunto in Napoli dappoi l’egregio sig. Odoardo

Gerhard, dopo aver veduti i vasi che ho in Napoli, s’invogliò di vedere

anche quelli che in molto maggior numero erano rimasti in Ruvo ove io

lo diressi a mio fratello. Ebbe inoltre da me alcuni lucidi di essi che

mi aveva richiesti. Quindi fu che anche l’Istituto di corrispondenza

Archeologica di Roma cominciò a parlar con elogio de’ vasi di Ruvo.

Questo rumore portò la conseguenza che si pose una più severa

attenzione perchè i vasi degli ultimi scavamenti Ruvestini caduti

nelle mani de’ specolatori non avessero potuto passare all’Estero.

Quest’oggetto fu conseguito almeno in gran parte. Per queste provvide

misure tra gl’immensi tesori del Real Museo si vagheggiano ora, e si

ammirano non pochi eccellenti vasi di Ruvo dallo stesso acquistati.

Hanno questi riempiuto in un modo molto soddisfacente il vuoto che

vi era di scelti vasi di Puglia, de’ quali non ve n’erano abbastanza.

Ha fatto inoltre il Governo eseguire in Ruvo de’ scavamenti per conto

proprio non senza un profitto per i nuovi pregevoli oggetti che hanno

essi fruttato al detto Real Museo. Si è in fine stabilita ivi anche una

Commissione incaricata di sorvegliare gli scavamenti, onde gli oggetti

pregevoli di antichità che si trovano non siano venduti agli Esteri

senza la intelligenza della Direzione del Real Museo. È tutto ciò

risultato a sommo onore della nostra città, ed ha pienamente appagati i

miei voti.

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 4 / 36 段