CAPITOLO XI.

Empio colui, che non vorrà la destra

Qui riconoscer dell'Eccelso!

MANZONI.

Il cielo è ingombro di nubi, l'aria fredda e la campagna spogliata.

Siamo nel mese di Novembre.

Una vettura uscendo da Porta Orientale si pone sulla strada che

conduce a Melzo.

Vi stanno rinchiusi due uomini avvolti in ampi mantelli.

Chi li esamina attentamente comprende quanto sia diversa la loro

disposizione d'animo.

Nei lineamenti del più attempato leggesi la calma e la serenità soave

d'un uomo la cui coscienza gli vanta l'opera ch'egli corre a compiere.

Il più giovine invece è in preda ad un turbamento che tradisce di

tanto in tanto con smorfie ridicole.

Sembra seduto sopra un letto di aculei che lo obblighino ad ogni

istante contorcersi dolorosamente e mutar posizione.

Ora guarda i campi, ora il volto del compagno e con due occhi da

spaventato.

Più d'una volta aprì la bocca per parlare ma la parola gli muore sulle

labbra; finalmente si risolve, finge un accesso di tosse per

richiamare l'attenzione dell'amico ed incomincia:

--Sicchè adunque, caro papà Gervaso, m'assicurate che dal canto mio

non corro incontro ad alcun _disastro_ assistendo in qualità di

padrino al vostro duello. Mi capirete che quando si trova ne' miei

panni non si può tanto leggermente lasciarsi travolgere in un affare,

per esempio, di polizia ed insudiciare quella _fame_, che si è sempre

cercato mantenere, dico... linda e pura d'ogni macchia. A dirvi il

vero avreste fatto molto meglio in questa circostanza rivolgervi ad

un'altro e lasciarmi in pace, che di duelli, di questioni d'onore e

che so io, non me n'intendo assai. Ma ora quel che è fatto è fatto,

sarò vostro padrino, purchè m'assicuriate che la polizia non ci ficchi

il suo naso.

--State di buon animo Nicodemo, rispondeva papà Gervaso, che non

sarete molestato per niente. È una cosa che si compirà fra noi e che

nessuno dovrà penetrare.

--Tiro il fiato; quand'è così vi auguro buona fortuna.

--Grazie.

--Benedetto uomo, continuò Nicodemo dopo un'istante di silenzio, che

vi è mai saltato in mente di tirarvi per i piedi un'_enormezza_ di

questa fatta, un duello?

--Che volete, rispose Gervaso, il destino ha le sue leggi e non si

possono infrangere.

--E questo duello dovrà essere...

--All'ultimo sangue.

--E lo dite con quella indifferenza! Ma qual ne fu il misterioso

motivo?

--Una cosa da nulla.

--Ed il vostro _anniversario_ chi è?

--Ma se non lo conosco neppur io!

--Diavolo, diavolo!--Nicodemo fremette non so se di freddo o di paura.

Dopo due ore di cammino la vettura girando di fianco Melzo veniva a

fermarsi, circa a mezzo miglio dal paese, davanti ad un cancello di

ferro che dava ingresso ad un giardino.

Nicodemo e papà Gervaso discesero.

Quest'ultimo diede una moneta al cocchiere che voltando i cavalli

ritornò indietro di galoppo.

Intanto un uomo che sembra attendere in giardino spalanca il cancello

ed invita i nuovi arrivati a seguirlo.

Egli prende il largo viale che conduce ad una casetta di geniale

apparenza, che si eleva in mezzo ad un boschetto d'alti castani.

La casetta viene schivata ed i nostri personaggi si perdono un'istante

nel bosco che diventa più folto dietro l'edificio.

Finalmente riescono sopra un piccolo sentiero che percorrono in tutta

la sua lunghezza.

Camminano sempre verso il centro del giardino il quale sembra molto

ampio.

Il sentiero mette in un prato cinto da folte quercie in cui Gervaso e

Nicodemo trovano il conte Sampieri ed uno sconosciuto davanti ad un

tavolo su cui posano due pistole a doppio tiro.

La guida scompare.

Il conte Sampieri muove incontro ai due amici e presenta loro lo

sconosciuto pel proprio padrino; era il medico di Melzo.

Gervaso a sua volta presenta Nicodemo.

I due padrini si stringono la mano, e senza profferir parola si recano

ad esaminare le armi.

Nicodemo che trema al solo vedere un'arma da fuoco, si rimette in

tutto al medico, che presente i due avversari, carica le quattro

canne.

--E questo duello sarà adunque assolutamente necessario? proruppe il

medico con voce commossa; non vi sarà nessuna via ad un amichevole

componimento?

--Nessuna, risposero insieme il conte e papà Gervaso.

--Almeno modifichiamone le condizioni; insistè il medico.

--Ebbi il diritto di proporle, disse secco il conte, e furono

accettate.

Indi continuò rivolgendosi ai padrini:

--È un duello codesto che gravi circostanze ci obbligano a tener

segreto. Nessuno al mondo deve conoscerne le conseguenze tranne voi, o

signori, che impegnate la vostra parola d'onore a tacerle in qualunque

tempo ed in qualunque circostanza. Chi soccomberà fra noi verrà

seppellito nel cimitero di Melzo; egli sarà morto di malattia

improvvisa, e voi medico ne farete fede. È un favore ch'io ed il

signor Gervaso vi preghiamo a renderci, e non ce lo negherete. La

causa di questa partita suprema è una seria questione di famiglia

sulla quale non abbiamo potuto metterci d'accordo. Ora alle armi.

Il medico guardò un'ultima volta i due avversari, e vedendoli

risolutamente decisi, distribuì loro le pistole.

Vennero prese le distanze, ed ognuno si mise al suo posto.

Il conte, quantunque sembrasse molto calmo, era d'un livido pallore; i

capelli in disordine rivolti all'indietro scoprivano una fronte

solcata dalle rughe e due occhi d'un'espressione quasi feroce.

Papà Gervaso era più tranquillo; la solennità del momento in luogo di

commuoverlo pareva gl'infondesse un vigore insolito.

Gettata la gruccia stava ritto davanti all'avversario, lo sguardo

animato da nobile fierezza.

I due padrini si collocarono a fianco del loro rappresentato; i

lineamenti di Nicodemo erano quelli d'un uomo fatto ebete dalla paura.

Successe un'istante di silenzio; è quel lugubre silenzio che precede

la tempesta.

Finalmente il medico diede il segnale dell'attacco ed i due nemici si

mossero lentamente incontro.

Papà Gervaso fatti pochi passi spianò la pistola e la espose; l'eco

ripetè il colpo terribile.

Una nube passò sulla fronte del conte Sampieri, ma continuò franco il

suo cammino, lo sguardo sempre fisso nell'avversario.

Gervaso fece ancora alcuni passi e s'arrestò.

Oramai distava pochissimo dal conte, lo prese di mira, indi si udì

un'altra detonazione, ampia, cupa come la prima.

I padrini chiusero inorriditi gli occhi; ma il conte era in piedi, le

gambe però gli tremavano sotto, pose una mano sul ventre e camminò

ancora muto, inesorabile nella sua marcia.

Arrivò vicino all'avversario e gli puntò la pistola alla gola.

Involontariamente Gervaso fremette, ma tenne fermo.

--Signor conte, in nome di Dio, volete assassinarlo! gridò il medico.

--Ho due palle nel ventre, rispose il conte con urlo feroce, posso

adunque restituirgliene una.

Ma questo momento d'inazione fu fatale al conte; smarrì ad un tratto

le forze fittizie che lo reggevano in piedi, vacillò e cadde lasciando

partire il colpo.

Sbarrò gli occhi quasi per bearsi nell'ecatomba consumata, ma Gervaso

era ancora al suo posto, che gli fissava in volto uno sguardo più di

compassione che di rancore.

La palla sviata erasi perduta nel grosso tronco d'un albero.

--Dio non ha voluto, mormorò il conte.

In questo, mentre un uomo slanciasi correndo dal folto degli alberi e

con lena affannata viene a gettarsi sul corpo del caduto.

È Flavio Sampieri.

--Padre mio, grida il giovine soffocato dall'angoscia e gli solleva il

volto sul quale stanno già scolpite le impronte della morte.

Il conte sembra riconoscerlo e la sua bocca si atteggia ad un pallido

sorriso.

--Troppo tardi! prorompe il giovine colle lagrime agli occhi; oh, è

orribile!

Lo sguardo di Flavio si ferma su Gervaso; le lagrime in allora gli si

inaridiscono sulle ciglia, un'espressione di dolorosa sorpresa gli si

diffonde sul volto.

Tende il dito verso Gervaso ed esclama con voce straziante:

--Voi! Voi che assassinaste mio padre! Ed io vi amava! Oh, ma se anche

il cuore c'inganna di chi mai fidarsi a questo mondo?

Il vecchio rimane muto, immobile, il corpo curvo sotto il peso d'una

potente commozione.

Il conte fa uno sforzo ed aiutato da Flavio si sorregge un'istante sul

corpo; fissa nel giovine uno sguardo affettuoso e con voce semispenta

così gli parla:

--Perdona a quell'uomo Flavio... egli ha ucciso un miserabile che tu

non puoi chiamare tuo padre... no tu non lo puoi.

--Delira! mormora Flavio.

--Io ti favello nel mio miglior senno, prosegue il moribondo, ed è

sulla soglia dell'eternità che ti supplico d'ascoltarmi. Tuo padre, il

vero conte Renato Sampieri morì in esilio colla madre tua. Arso dalla

sete dell'ambizione e d'un'avida brama di ricchezze, io m'impossessai

delle carte di famiglia e mi feci credere pel conte defunto... tu eri

troppo bambino per avvederti dell'inganno... Quell'uomo è tuo zio,

Alberto Sampieri; colui che nel 1778 pel disgraziato duello avuto in

Magenta con un ufficiale tedesco fu causa forse innocente delle

sciagure de' tuoi parenti. Perdona a lui che deve avere molto

sofferto...

E più non può dire.

Gli occhi gli si fanno di vetro, stringe la mano di Flavio in una

stretta convulsa, rovescia il capo indietro ed esala l'ultimo sospiro.

Impossibile descrivere l'impressione che fecero su Flavio le parole

del moribondo.

Colui ch'egli avea sempre amato con quel sacro rispetto che si

professa all'autore de' propri giorni, dover adesso riconoscere per

un'insensato che si era fatto giuoco dei suoi affetti!

Si sentì colpito direttamente al cuore.

Fu lì per chiamarlo infame ed avvelenargli col veleno del disprezzo la

sua ultima ora, se non che gli ritornavano in mente le cure pressochè

paterne prodigate alla sua infanzia e quel ricordo valeva a domargli

l'immensa ira che gli tumultuava in petto.

Fintanto che Flavio si trovò nelle braccia un freddo cadavere.

Lo compose in allora dolcemente sull'erba e si alzò.

Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi · 第 20 / 23 题