Una volta fra dodici apostoli appena
si trovava un Giuda; adesso fra
dodici uomini undici sono traditori
ed il dodicesimo un po' tarlato.
GUERRAZZI.
All'indomani papà Gervaso si reca a Porta Tosa nel palazzo del conte
Renato Sampieri.
La fisonomia del vecchio sembra aver deposto quel primitivo carattere
di semplicità per assumere un'aria dignitosa, pressochè imponente.
Cammina a stento sempre travagliato dalla sua gamba inferma ma il
portamento ha qualche cosa di nobilmente austero.
Entra nel palazzo Sampieri e prende da solo l'ampio scalone che
conduce agli appartamenti.
Il suo sguardo gira all'intorno colla compiacenza di chi osserva
oggetti ricchi di memorie ed il cuore gli batte palpiti precipitosi.
Dà il suo nome ad un servo ed attende in anticamera d'essere ammesso
alla presenza del conte.
Ma il servo ritorna dicendo che per essere affatto sconosciuto il nome
di papà Gervaso all'illustrissimo signor padrone egli lo prega a voler
dichiarare che cosa abbisogni da lui.
Il rossore dell'indignazione colorisce lo guancie del vecchio, trae un
biglietto su cui scrive poche parole, indi porgendolo al servo gli
dice in tuono che non ammette osservazioni:
--Consegna questo al tuo illustrissimo signor padrone; ti attendo qui.
Il servo parte e non va molto che comparendo tutto rispettoso guida
Gervaso nel gabinetto del conte.
--Ah, non mi sono ingannato; mormora il vecchio.
Il conte Renato Sampieri era un uomo in sui cinquant'anni grande e
bello nella persona.
Stava seduto al tavolino cogli occhi fissi sul biglietto consegnatoli
dal servo; vi si leggeva in volto un turbamento mal dissimulalo ed una
grande sorpresa.
Gettò su Gervaso uno sguardo penetrante, indagatore, indi con
affettata freddezza esclamò:
--Voi mi renderete ragione del nome ridicolo che mi avete dato;--e gli
mostrava il biglietto.
--Quel nome mi valse però l'abboccamento ch'io chiesi invano al conte
Renato Sampieri.
--Ho voluto veder in faccia chi s'introduceva in tal modo in casa mia.
--Eccovi adunque soddisfatto. E Gervaso si piantò diritto davanti al
conte, calmo, freddo, imponente.
--Infine cosa volete da me? proruppe il conte alquanto sconcertato.
--Farvi una sola domanda.
--Sentiamo.
--È veramente al conte Renato Sampieri ch'io parlo in questo istante?
--Disgraziato! sclamò il conte arrossendo d'ira e girando attorno gli
occhi quasi per accertarsi che nessuno aveva udito quella inchiesta.
--Rispondete! insistè Gervaso senza scomporsi.
--Voi siete qui nelle mie mani, badate! le vostre parole vi possono
costare la vita.
Ed una truce espressione di sdegno si posò per un istante sui
lineamenti del conte.
--Sono minaccie codeste che vi tradiscono, rispose Gervaso; se voi
foste veramente quello che vi fate credere dopo il biglietto che vi ho
scritto, dopo quello che vi dissi, in luogo d'adontarvi, m'aveste riso
in faccia e trattato da povero pazzo.
--Ed io invece vi credo uno sfacciato impertinente e come tale vi
scaccio da casa mia.
Il conte stese la mano sul campanello.
--Fate pure, riprese Gervaso, ma domani voi sarete smascherato e
Milano avrà il piacere d'assistere ad un processo per falso.
Il conte restò annichilito col campanello in mano; comprese che
bisognava mutar tuono, epperò soggiunse con piglio più dolce:
--Ma infine avete voi le prove di quanto dite?
--Le ho.
--Non lo credo.
--Non lo credete? E se vi dicessi che il vero conte Renato Sampieri
bandito in esilio nel 1778 colla moglie ed un bambino morì a
Barcellona in Ispagna un anno dopo e che io tengo il certificato
autentico della sua morte? Se vi dicessi che passati pochi mesi morì
pure sua moglie e che in allora un servo, uomo astuto ed ambizioso,
impossessandosi delle di lui carte, grazie ad una fatale somiglianza
ed al figlio ancora troppo bambino, si fece credere dovunque pel conte
defunto nelle viste di rimpatriare un giorno ed usurparne gl'immensi
beni? Se vi dicessi tutto questo, sentiamo, mi credereste in allora?
Il conte era pallido ed eccessivamente alterato; fissava Gervaso quasi
volesse leggervi qualche cosa sotto quella fronte rugosa e tetra e
proruppe con accento disperato.
--Ma chi siete voi adunque?... Ah!
Era il grido d'un uomo colpito da un'idea; lo sguardo del conte gettò
un lampo di soddisfazione, si prese il capo fra le mani e parva
riflettere un momento; indi riprese con calma ironica, pressochè
insultante.
--Questo Renato Sampieri, dirò io pure alla mia volta, aveva un
fratello per nome Alberto che sotto l'accusa d'assassino venne
condannato a morte. Io lo potrei denunciare questo Alberto, capite
signor... papà Gervaso, lo potrei denunciare oggi, subito ed
autorizzare la giustizia a compiere il suo corso.
Suo malgrado Gervaso trasalì; al conte non isfuggì quel moto e
continuò con un sogghigno infernale.
--Ah, ah, vedete adunque che noi dobbiamo vivere da buoni amici ed
obbliare un brutto incidente che voi aveste in oggi la cattiva idea di
sollevare. Lasciamo che l'acqua corri secondo la china, ci
guadagneremo entrambi, forse più voi perchè avrete sempre in me un
amico fedele pronto anche a qualche sagrificio per la vostra cara
amicizia.
--Sono promesse che non mi lusingano, rispose Gervaso--e neppure
m'intimoriscono le vostre minaccie. Non comporterò mai che un tristo
viva impunemente sotto un nome ed un grado non suo, che si goda un
patrimonio ch'egli ha usurpato, e che abusando infamemente del sacro
nome di padre, chiami figlio colui che dovrebbe rispettare per suo
padrone. Giù quelle spoglie mentite, e fuori da questa casa in cui non
vi entraste che vilissimo servo.
--Ma se io esco di qui gli è per recarmi subito al tribunale, e sapete
cosa romba sul capo a quel povero Alberto Sampieri? o la morte od una
perpetua prigionia.... l'ignominia sempre.
--È una vendetta degna di voi, compitela pure, Alberto Sampieri non vi
teme, subirà rassegnato il suo destino. Se la giustizia non crederà
sufficienti i sagrifici patiti in diciott'anni di penoso esilio per
espiare un fallo, non un assassinio, egli chinerà il capo davanti ai
diritti degli uomini. Denunciatelo adunque, arriverà però sempre in
tempo a strapparvi davanti Milano tutta quella maschera che vi siete
così bene adattata sul volto.
--Sentite, rispose il conte senza perdere la sua calma, se Alberto
Sampieri credesse di farmi rinunciare spontaneamente a quello che ho
raggiunto con tante fatiche e pericoli, s'inganna. Io non so qual sia
poi il suo scopo. Forse quello di trar profitto dalla mia rovina? Non
lo credo, perchè gli è in fondo ad una carcere che dovrà assistere
all'opera sua. Quello forse di trar d'inganno Flavio mio figlio, e
porlo solo al possesso delle sue sostanze? Sia; ma non sa egli qual
danno morale gli arreca nello stesso tempo? Col suo processo
disonorevole Alberto Sampieri ridesta in Milano una memoria che certo
non cade ad onore della famiglia, una memoria che gli anni sembrano
ormai aver sepolta sotto un benigno oblio. Eppoi il ridicolo che in
certa guisa egli getta su Flavio se riesce a provare che per molti
anni ha rispettato e venerato qual padre un suo servo? Sapete cosa
risponderà Flavio al povero zio? Giacchè _lui_ provvedendo alla mia
infanzia in giorni difficili, aveva acquistato diritti paterni;
giacchè i _suoi_ procedimenti non contaminavano punto il nome dei miei
antenati; giacchè infine tutti lo rispettavano pel conte Sampieri, in
luogo di provocare una scena che or viene ripetuta e commentata in
mille modi, avreste fatto meglio lasciar vivere tutti nella loro
illusione e salvar voi da una condanna che non torna certo a nostro
decoro.
Gervaso era caduto in profonde riflessioni.
--Pure, continuò il sedicente conte, giacchè il caso ci ha fatti
incontrare, signor.... Alberto Sampieri, noi non possiamo che vivere o
in un amichevole accordo, ed a questo non sembrate molto disposto,
oppure a quattr'occhi, senza scandalo, dirci: uno di noi è di troppo,
bisogna che il caso ancora, pensi a far scomparire per sempre il
superfluo. Sarete pur voi del mio parere.
Gervaso comprese trattarsi d'un duello a morte.
Smascherando pubblicamente il falso conte, Gervaso abilitava Flavio a
compiere il voto ardente del suo cuore sposando Erminia, dolce cura
pure del vecchio; ma il conte gli aveva fatte delle giuste
osservazioni.
Un duello era adunque l'unico mezzo che gli restava per sbarazzarsi
dell'audace che con tanta ostinazione persisteva a mantenersi ad un
posto usurpato.
Si risolse alla trista partita.
Lanciò sul conte uno sguardo di fuoco e proruppe:
--Ebbene sì, o signore, voi l'avete detto, uno di noi deve scomparire
per sempre. Ci batteremo.
--Benissimo, riprese il conte col massimo sangue freddo, allora se mi
permettete farò io le condizioni.
--Fate pure.
--Due colpi di pistola ciascuno, a dieci passi di distanza; tireremo a
piacimento movendoci incontro. Accettate?
--Accetto.
--Domani all'albeggiare, alla mia villa di Melzo; nessuno verrà a
disturbarci.
--Ci sarò.
--Condurrete il vostro padrino, uno solo può bastare; provvederò il
mio.
Ed il conte alzatosi licenziò Gervaso con un inchino.
La giustizia della causa cui si faceva difensore aveva infiammato papà
Gervaso di nobile entusiasmo; egli si sentì ritornar il vigore della
sua gioventù ed il duello terribile che aveva accettato non gli faceva
punto fallire il cuore in petto.
--Bisogna che tenti tutto per quella fanciulla, andava ripetendo fra
sè. Oh la rivelazione di jeri!
Ritornato a casa Maddalena gli si fece incontro e lo interrogò con uno
sguardo; la povera donna credendo che si fosse recato dal conte
Sampieri solo per indurlo al matrimonio di Flavio con Erminia,
comprendendo quanta difficile fosse quella missione, non osava aprir
bocca per tema d'un'amara delusione.
--Sperate ancora nella provvidenza, le disse papà Gervaso; domani
saprete di più. Vado da vostra figlia, ho bisogno di vederla. Voi
intanto chiedete di Nicodemo che gli debbo parlare.