CAPITOLO IX

Viver con te, con te morir, l'estrema

È questa de' miei voti unica meta.

Le tue guancie, i tuoi occhi, le tue labbra

Coprir di baci, come questo... e questo...

E quest'altro...

BYRON.

La pace ritornò presso i conjugi Paglini.

Erminia pallida sempre e sofferente pare nondimeno tranquillarsi

rassegnata.

Sua madre con gran gioja la vede di tanto in tanto scendere nel suo

stanzino ed intrattenersi serena in famigliari discorsi.

Papà Gervaso l'unico che conosca il segreto della tenera fanciulla

l'ha dimenticato per non risvegliare nel di lui cuore reminiscenze

provvidamente obbliate.

Nicodemo con stoica apatia abbandonò l'idea d'un matrimonio colla

figlia dei portinaj e compiangendo in cuor suo la leggerezza della

giovinetta nel ripudiare un partito che secondo lui l'era

convenientissimo ritornò a' suoi antichi amori con Martina la

servetta.

Era il dopopranzo d'un lunedì d'ottobre.

Il mite autunno non aveva peranco ceduto il posto al rigido inverno ed

un bel sole temperato da freschi zeffiretti scendeva il limpido

orizzonte in mezzo ad una nube di fuoco.

Bastiano devoto all'abitudine dei calzolaj di considerare il lunedì

secondo giorno di festa erasi portato alla vicina osteria e trincava

allegramente il suo fiasco fra una partita e l'altra di tresette.

Lasciamolo bere in pace, povero Bastiano!

È l'unica sua debolezza, e chi è senza debolezza a questo mondo,

scagli la prima pietra.

Erano rimasti soli alla custodia della casa Maddalena e papà Gervaso;

la prima agucchiava in un angolo cantarellando sottovoce un'arietta

che soleva intuonare nei momenti di buon umore; il secondo riposava

tranquillo gli acciacchi della vecchiezza.

Allorquando si fa udire in istrada lo scalpitare d'un cavallo che dai

portoni di Porta Nuova slanciasi a carriera verso il centro della

città.

Ad un tratto s'arresta imbizzarito, s'impenna, volteggia e caracolla

con grave pericolo di chi lo cavalca.

Maddalena e Gervaso tendono l'orecchio e mossi da un medesimo istinto

di curiosità si fanno sulla porta.

Il focoso animale non si lascia domare dalla voce nè dalle carezze del

cavaliere e continua il pericoloso giuoco.

Ha le narici dilatate e la bocca coperta dì spuma sanguigna.

Nitrendo spicca voli o slanci arditissimi e sembra suo scopo liberarsi

da chi lo stringe robusto fra le ginocchia.

Morde convulso il freno e dagli occhi getta scintille.

Gli sproni che gli lacerano le carni e lo scudiscio che lo batte

ripetutamene l'infuriano sempre più, si rizza con tal forza sulle

gambe posteriori da far credere che abbi a ricadere indietro.

Il cavaliere comincia a perdere la primitiva franchezza ed

impallidisce; egli è un giovine in sui venticinque anni di aspetto

simpatico e signorile.

Smarrito si aggrappa al collo del cavallo e collo sguardo cerca

qualcuno che arditamente l'afferri e lo domi.

Ma in questo mentre la zampa ferrata del destriero, poggiata con

isconsideratezza sul lastrico, scivolò, e l'animale cadde strascinando

seco il giovine, che battuta la testa sui sassi, svenne facendosi una

larga ferita.

Gli astanti che si erano assembrati numerosi emisero un grido e si

copersero inorriditi il volto.

Solo papà Gervaso non perde tempo in inutili smanie; seguito da

Maddalena, quanto più lesto glielo permette la sua gamba inferma, si

getta sul caduto, lo raccoglie e lo pone nelle braccia della

portinaia, indi afferra per le nari il puledro, che rizzatosi d'un

tratto, stava già per slanciarsi sbrigliato giù per il corso.

Maddalena trasporta l'infelice nella propria abitazione; papà Gervaso

lega per bene il cavallo intorno ad una colonna della corte, eppoi per

tener lontano i curiosi che incominciavano diggià a farsi avanti,

chiude quietamente la porta di strada.

Indi ritorna presso il ferito che stava adagiato sopra una sedia

tuttora svenuto.

Gervaso lo guarda con crescente interesse; egli crede riconoscere quel

sembiante, ma non sa bene dove cercarlo.

Finalmente esclama:

--Ma sì, è lui, non v'ha dubbio.--Ed aggiunse fra sè: E' il giovinotto

del Collegio di Monza; fatalità!

--Voi lo conoscete? chiese Maddalena; e chi è desso? qualche gran

signore.

--Animo, Maddalena, non è tempo di ciarle codesto; portate,

dell'aceto, delle bende, bisogna ridonarlo ai sensi ed arrestargli il

sangue dalla ferita.

E mentre quelle ottime persone sono tutte in faccende, una testa fa

capolino dall'uscio: è Erminia.

Vide il giovine adagiato nell'atteggiamento di chi dorme; essa dà un

grido e si precipita verso di lui.

Lo fissa con indicibile espressione d'interesse e di sorpresa, ed

esclama:

--No, non m'inganno, è il mio Flavio ch'io piansi perduto, è lui che

ritorna a me, che risponde finalmente alle lunghe chiamate del mio

cuore. Oh, sii benedetto tu che mi riedi alla vita!

E nell'impeto della passione che in un attimo le si era ridestata

ardentissima, si china su quel volto e lo copre di baci e di carezze.

Ma il sangue raggrumato della ferita gli sordida le mani e le labbra.

Erminia inorridisce, un pallore mortale le investe la faccia, gli

occhi spalancati vagano smarriti; scuote il giacente, ma questi non dà

segno di vita.

--Flavio, Flavio, gridò con voce straziante; Dio mio, me l'hanno

ucciso! Flavio, son io che ti chiama, è la tua Erminia, no, tu non puoi

abbandonare per sempre colei che per te ha pur sofferto cotanto.

Riapri quegli occhi, specchio fedele d'un cuore generoso; dischiudi

quelle labbra, fonte inesauribile di soavi proteste, di dolci

promesse, d'ineffabili accenti. Oh, io t'amo ancora; t'amo come la

terra ama il sole che la feconda, come il ruscello ama il mare che lo

bacia, eppoi muore. Mi sono avvinta alla tua esistenza come l'edera

intorno alla quercia; niuna forza umana mi vi può strappare. Ho i tuoi

giuramenti, tu hai i miei, e che ci abbisogna di più per vivere

santamente felici? Hanno cercato i barbari di lordarti nel fango della

calunnia, nulla hanno risparmiato per soffocarmi un amore sincero,

immenso, quanto puro e innocente; ed essi credono oramai leggere

l'indifferenza sotto questa fronte forzatamente serena; illusi! È un

vulcano ch'io tengo qui al posto del cuore, può tacere un momento, ma

poscia bisogna che irrompa impetuoso, terribile. Chi non ha mai amato

non può immaginare la forza d'un primo amore. V'hanno individui che

Iddio ha creato con eguali destini; s'essi s'incontrano sulla terra

non devono mai più disgiungersi, altrimenti di dolore in dolore

travolgeranno infino alla tomba. Flavio, Flavio, odi il grido d'un

cuore esasperato! Flavio! Dio, come è pallido, quanto sangue, egli

muore!... Oh, perchè l'alme nostre non possono abbracciate volare

insieme all'ultima dimora?

E spossata dal delirio la misera cadeva priva di sensi ai piedi

dell'amante.

La pietosa Maddalena, piangendo a calde lagrime, prese sua figlia fra

le braccia e la portò nella sua cameretta.

Rimasero soli papà Gervaso piombato nella più cupa mestizia, e Flavio

sempre svenuto.

Finalmente le pallide guancie del giovine si colorirono d'un leggiero

vermiglio e riaperse gli occhi.

Girò lo sguardo languido intorno a sè e mormorò:

--È strano, m'era parso di udire la sua voce. Povera fanciulla!

Indi scorse la figura di papà Gervaso immobile dinanzi a lui, la

fronte curva sotto il peso del dolore.

Flavio trasalì.

--Ancora quell'uomo, mormorò.... ma dove sono adunque.... ah!

--Signore, disse papà Gervaso in tuono amorevole, vi siete fatta una

ferita alla testa, che per fortuna non è tanto grave; permettete che

ve la fascia con questi lini.

--Una ferita? esclamò Flavio.... Ah, mi ricordo, ritornavo da una gita

sui bastioni ed il mio cavallo.... ed ora dov'è il mio cavallo?

--Non temete, è qui poco lontano da voi, che v'aspetta tranquillo per

ricondurvi a casa.

Flavio chinò il capo e Gervaso si diè a curargli amorosamente la

piaga.

Ma il giovine errava molto lungi coll'immaginazione; correva dietro ad

un caro fantasma evocatogli dal cuore.

Emise un sospiro e ripetè:

--Eppure m'era parso di udirla!

--E l'avete udita difatti, aggiunse papà Gervaso.

--Cosa dite? domandò Flavio vivamente.

--Ch'ell'era qui un momento fa.

--Ma chi?

--Erminia.

--Oh, perchè non l'ho veduta!...

--L'amate ancora adunque?

--Se l'amo!

Ed in queste parole eravi concentrato tutto quanto sa esprimere di più

caro, di più intimamente affezionato.

--Eppure vi ho detto che non avreste potuto mai farla vostra!

--È vero, ed allora ho creduto senza pure domandarvene la ragione; è

strano, pareva che m'avesse parlato mio padre istesso, ch'egli in

persona mi dissuadesse dal mio amore. Ho cercato infatti di

dimenticarla; tutto tentai, e novelle passioni e bagordi e viaggi, ma

la bella immagine della mia Erminia avevo sempre dinanzi a me

raggiante di celestiale candore. Soffriva, m'indispettiva con me

stesso, avrei voluto strapparmi il cuore dal petto, e forse allora

solo sarei riuscito frenarne i palpiti. Ma mi stancai d'una vita di

sacrifici continui, compresi che la mia felicità dipendeva da quella

fanciulla, e mi diedi a cercarla per farla mia ad ogni costo. L'avrei

disputata al mondo intero. Corsi a Monza dalla Direttrice dal

Collegio, le mostrai le mie oneste intenzioni e la pregai colle

lagrime agli occhi a dirmi dove poteva rinvenire Erminia. Ma quella

donna si ostinò in un silenzio incomprensibile. Ritornai mesto ma non

iscoraggiato, ed incominciai a Milano le mie ricerche; ma esse furono

sempre vane. Oh, se voi la conoscete, parlate, toglietemi ve ne

scongiuro, da un isolamento troppo penoso. S'io sono indegno di

possedere quell'angelo, il suo amore mi nobiliterà, mi sagrificherò

tutto intiero a lei, tutto porrò ai suoi piedi, le mie ricchezze, i

miei titoli....

--Voi siete nobile e ricco, interruppe Gervaso commosso, ecco l'unico

ostacolo che si frappone al vostro amore; disgraziatamente ella non vi

è pari in nascimento.

--E che m'importa?

--Non è ricca.

--Lo sono io.

--Badate!

--Voi la conoscete adunque, oh parlate!...

--Eppoi?

--Eppoi vi giuro che chiunque ella sia diverrà mia sposa.

--Ebbene ella è figlia di codesti portinaj, voi siete quì in casa sua.

--Oh!

--Giovinotto, il vostro giuramento?

--Lo manterrò. Non mi sono mai lasciato vincere da pregiudizi umani,

la nobiltà di nascita io non la credo un merito, la vera nobiltà

consiste in un cuor leale e grande, in sentimenti generosi e magnanimi

e da questo lato essa val più di me.

--Non vi aveva adunque mal giudicato. Ma dite e vostro padre?

--Ah, mio padre?

Era il grido di colui che vien destato alla realtà della vita nel

momento di concepire un bel sogno.

--Egli mi ama, mormorò Flavio con tristezza, ma è troppo orgoglioso

per rinunciare a' suoi diritti di sangue.

--E chi è desso? chiese Gervaso impensierito.

--Il conte Renato Sampieri.

--Chi? chi avete detto? proruppe il vecchio trasalendo.

Flavio ripetè quel nome che scosse papà Gervaso una seconda volta.

--Lo conoscete voi forse? domandò il giovine.

Gervaso rientrato in sè stesso parve riflettere profondamente; scosse

la testa in segno di dubbio e mormorò:

--È impossibile, è impossibile.

Indi dopo un istante di silenzio, visibilmente commosso aggiunse

rivolgendosi a Flavio.

--Ho conosciuto diciott'anni or sono un conte Renato Sampieri che

abitava sul corso di Porta Tosa...

--Era mio padre! interruppe il giovane.

Il vecchio lo fissò con uno sguardo lungo, tenero, affettuoso e

continuò:

--Aveva un fratello per nome Alberto.

--Mio zio!

--Che fu la ruina di quella povera famiglia.

--Pur troppo.

--Sì, perchè un giorno questo Alberto Sampieri giovine depravato e

senza costumi assassinò un ufficiale tedesco nelle vicinanze del suo

castello di Magenta. Gli vennero confiscati i beni e condannato a

morte, ma riuscì porsi in salvo in paesi stranieri. Allora per

inaudita ingiustizia si dannò pure all'esiglio il conte Renato reo

soltanto d'essere fratello all'assassino.

--È vero.

--Renato senza mezzi di fortuna, che tutte le sue ricchezze erano

passate nelle avide casse del dispotico governo, si recò in Ispagna

colla giovine moglie ed un bambino ch'essi adoravano. Ma le

incresciose peripezie dell'esilio trassero il povero conte ad una

morte immatura.

--No, v'ingannate, esclamò Flavio commosso ad un tempo e sorridente,

voi pure versate in un errore che noi trovammo con gran sorpresa assai

diffuso al nostro ritorno in patria. Chi ho perduto in Ispagna nei

tristi anni dell'esilio fu mia madre... eterno riposo a quella santa

donna! Mio padre seppe con forte animo sopportare l'immeritata

punizione; io bambino ancora m'avvezzai al dolore ed ingrandii

rassegnato. Fintantochè Napoleone con uno di quei tratti di giustizia

che improntano la sua luminosa carriera ci richiamò in Italia

restituendoci gli aviti beni.

--Qual dubbio mio Dio, qual dubbio! mormorò Gervaso.

--Dell'infelice mio zio non avemmo più notizie, proseguì Flavio.

S'egli sapesse che i tribunali sono autorizzati a ritornare sul suo

passato, forse provocherebbe un processo, che io non posso crederlo

colpevole.

--E non lo sarà, ma come provarla la sua innocenza! esclamava Gervaso

con un grido d'angoscia, ma continuò tosto colla primitiva calma:

--E vostro padre non annuirà mai, voi dite, al vostro matrimonio?

--Lo temo, rispose il giovane abbattuto.

--Gli parlerò io.

--Voi?

--Sì.

--E sperate?

--Più di quello che credete.

--Davvero? Oh, la benedizione del cielo sul vostro capo!

--Domani sarò da lui.

--Ci sarò io pure, noi lo pregheremo insieme...

--No, bisogna che le parli da solo, mi è necessario un abboccamento

segreto.

Gli occhi del giovine si fissarono in papà Gervaso; il mistero di

quest'uomo lo stupiva, ma la di lui sicurezza gli richiamò sulle

labbra un sorriso di speranza.

Gervaso continuò:

--Ed ora giovinetto potete rimontare il vostro cavallo e ricondurvi a

casa.

--Partire! e senza vederla?

--Non è necessario.

--Eppure...

--Non è necessario vi ripeto. Il vecchio pronunciò queste parole in

tuono così risoluto da mostrare come sarebbe stata inutile ogni

ulteriore insistenza.

Flavio si alzò; strinse cordialmente la mano che Gervaso gli stendeva

e disse:

--Parto, ma ricordatevi che le mie speranze sono tutte riposte in voi.

Non vi dico altro perchè sento nel cuore che corrisponderete a quella

fiducia che benigna m'inspirate.

E montato il cavallo che l'attendeva tranquillo, quasi pentito della

colpevole insubordinazione commessa, Flavio attese che gli si aprisse

il portone di strada per islanciarsi verso il centro della città.

Non erano scorsi che pochi minuti allorquando si fece udire sotto

l'atrio della casa il passo d'un uomo ed una voce che cantava

allegramente la seguente strofa:

Viva Bacco! Orsù inneggiamo

Al dolcissimo licor,

Nella botte soffochiamo

Tutti i triboli del cor!

Era Bastiano che lasciata l'osteria dopo d'aver alzato il gomito un

po' più dell'ordinario ritornava a casa cogli occhi scintillanti e le

ginocchia non troppo sicure.

Si fermò in mezzo alla stanza colle gambe piegate, il corpo curvo e lo

sguardo fisso al suolo.

Papà Gervaso gli gettò un'occhiata di compassione.

--Ebbene, cosa fate adesso?

--Nulla, rispose il portinajo, gli è che un dopo l'altro mi vedo

passare davanti tutti i mobili della casa, aspetto che mi venga a tiro

il mio sgabellotto per sedermivi sopra.

--Aspettereste un po' troppo; venite quà che vi condurrò io... giù,

sedete.

Bastiano si lasciava cadere con tutto il peso del corpo sur una sedia.

--Ah, così sto meglio. Corpo d'una ciabatta! è stato l'ultimo

bicchiere che mi è andato alla testa, che fui sempre in gambe come un

dragone io! Colpa vostra papà Gervaso, che mi avete chiusa la porta.

Ho fatto io per ritornare a casa ma ho battuto il naso nel battente.

M'hanno detto che avevate ricoverato un giovinetto caduto da

cavallo... ed io allora indietro a berne un'altro boccale alla sua

salute! E non l'ho pagato io, sapete? Gliel'ho ficcato in corpo al

nostro maggiordomo illustrissimo con una partita alla mora. Evviva la

mora! È il mio giuoco prediletto. E sempre col sei io vinco, sei...

sei... sei... sfido il diavolo a resistermi.

Intanto Erminia calmatasi dalla sua alterazione cerebrale erasi

abbandonata ad un sonno benefico.

Sua madre contemplò per un istante quel volto leggiadro su cui stava

visibilmente impressa l'impronta del dolore, indi scese da papà

Gervaso.

--Come sta? le domandò con premura il vecchio.

--Meglio, rispose la madre.

--Povera ragazza!

--Ho tutto compreso finalmente, aggiunse la povera donna asciugandosi

una lagrima; essa ama quel giovine e l'ama alla follia; voi sapevate

tutto e me n'avete sempre fatto un mistero.

Il vecchio scosse mestamente il capo e mormorò:

--Sperava che il tempo guarisse un amore che non potrà mai essere

benedetto; e vi riusciva il tempo, ma il destino spingendo quell'uomo

in questa casa ha distrutto in un attimo l'opera dolorosa di tanti

giorni.

--Non vuol saperne lui forse della mia figliuola?

--Ma si può vedere quell'angelo senza sentirsi tocco il cuore? Egli

l'ama e la farebbe felice, ma disgraziatamente è nobile e ricco ed ha

un padre orgoglioso troppo de' suoi natali per permettergli il

matrimonio con una figlia del popolo.

--La lascierò adunque morire sotto i miei occhi consunta dal dolore e

dall'angoscia!... Oh mio Dio, la felicità sarà solo per i ricchi! I

poveri non dovranno aprir gli occhi che per piangere!...

Bastiano che aveva tutto ascoltato attentamente, con quella rapidità

di percezione che talvolta si osserva negli ubbriachi aveva indovinato

di che si trattasse.

Articolando il meglio che poteva le parole proruppe:

--Ma voi non sapete nulla voialtri! mia figlia... cioè dirò meglio,

Erminia, può sposare il suo innamorato poichè dessa è nobile quanto

lui... sicuro, corpo d'un milione di ciabatte! È sangue patrizio che

circola nelle sue vene!... Guarda che occhiacci mi fa mia moglie... va

là, che tu non ne hai colpa, è quell'altro birbante... che mi

rincresce d'aver dimenticato il nome. È una brutta istoria sapete papà

Gervaso... ma venite quà che ve la voglio raccontare, sentirete che

bel tiro ci hanno giuocato alla mia povera Maddalena. Diciottanni fa,

vedete, ell'era molto bella, aveva gli occhi azzurri ed i capelli

biondi e la chiamavano per questo la bella biondina. Conviveva

tranquilla con suo padre, un uomo dal fegato sano, che aveva

combattuto in Corsica, ma che le ferite toccategli sul campo

l'invecchiarono innanzi tempo. Guardate che combinazione, era

precisamente il portinajo di questa istessa casa! Un giorno un

elegante che apparteneva ad una famiglia delle più notabili di Milano

si innamora della biondina e tenta ogni mezzo per farla sua, promesse,

denari... ma lei, ch'era onesta, tien duro. Non si scoraggia il

damerino e non potendo averla colle buone ricorre alla violenza... e

ci riesce... l'infame.

Maddalena che aveva seguito il racconto con ansietà penosa a questo

punto getta un grido e si nasconde il volto nelle mani.

Papà Gervaso sembra profondamente turbato.

Bastiano non vede ne sente nulla e continua:

--Sentite in che modo. Una sera la biondina ritornava soletta dal

magazzeno, l'ora era tarda e le vie deserte. Il giovinastro aveva

fatto appostare la carrozza dietro l'angolo d'una via ed attende la

colomba, che ignara del tradimento va a cadere nella rete. Allora le

sono addosso due uomini che l'imbavagliano, la gettano nella carrozza

e via. Per più giorni non si sa niente ed in questo frattempo il di

lei padre muore di dolore e di rabbia. Oh come maledì le sue ferite

che lo tenevano inchiodato sulla sedia! Finalmente un bel dì io la

vedo la povera ragazza pallida e scarmigliata ritornare nella propria

casa. Come rimase allorquando seppe la morte del padre suo non si può

immaginare, credevano tutti che impazzisse. Sangue di Dio, ho un cuore

quì!... e ne ebbi compassione. Il disonore di quella fanciulla, dissi

fra me, deve ricadere tutto sull'infame che l'ha tradita e non su di

lei e tenutala d'occhio fingendo d'ignorare il passato le feci un bel

giorno la proposta di sposarla, ch'essa accettò. Ci allogammo in

questa casa ed abbiamo vissuto sempre di buon accordo. Nacque Erminia,

l'amai coll'amore di padre... ma io sapeva di non entrarci per niente;

era figlia del nobilaccio... Eh, via non piangere Maddalena, vieni

quà, lascia che t'abbracci... perdonami sai, se quel maledetto vino mi

ha sciolto un po' troppo la lingua... era un segreto che aveva

promesso non svelare giammai. Vieni quà adunque Lenuccia, mi vuoi

forse tenere il broncio?

Maddalena si gettò nelle braccia di suo marito e proruppe

singhiozzando:

--Tu sapevi tutto e mai una parola, mai un rimprovero!...

--Non sono ingiusto io... e nemmeno vigliacco.

Papà Gervaso erasi ritirato nell'angolo più oscuro della casa e

pallido come la morte mormorava:

--Mio Dio, quale rivelazione!!

Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi · 第 18 / 23 题