CAPITOLO VIII.

Quando sincero-nasce in un core

Ne ottien l'impero-mai più non muore

Quel primo affetto che si provò.

METASTASIO.

Immaginatevi la sorpresa e la gioja dei conjugi Paglini allorquando

poterono abbracciare la loro cara figliuola.

I parenti d'Erminia erano portinaj di quella casa sul corso di Porta

Nuova nella quale abbiamo fatto conoscenza diciott'anni or sono della

biondina e del vecchio suo padre.

I Paglini un po' colle risorse del loro impiego, un po' col lavoro e

coi frutti pure d'un capitaletto ch'erano riusciti mettersi in serbo

godevano d'una vita tranquilla e comoda.

Bastiano, il capo di famiglia, esercitava la professione di calzolajo.

Chi l'avesse veduto al suo banchetto, la testa coperto d'un berretto

ad ala tesa, gli occhiali sul naso, le guancie paffute e rase e

l'ampio grembiale girargli attorno al suo grosso corpo, l'avrebbe

creduto il vero tipo dei Pipélés.

D'indole semplice ed ingenua aveva un cuore eccellente; era sempre

contento di tutto e di tutti e non voleva aver brighe con nessuno, nè

cure, nè pensieri.

Gli è per questo che trovando troppo pesante per lui l'amministrazione

domestica l'aveva ceduta alla moglie alla quale lasciava ampia libertà

d'azione, purchè gli permettesse passare in santa pace la domenica ed

il lunedì d'ogni settimana nella vicina osteria e non lo sgridasse

allorquando alzato un po' il gomito ritornava a casa col naso rosso e

le ginocchia malferme.

Maddalena la sua consorte era una bella donna in sui trentacinque

anni.

I capelli d'un colore castano chiaro mostravano d'essere stati qualche

anno addietro d'un biondo purissimo; gli occhi azzurri avevano uno

sguardo intelligente; vestiva con semplicità, buon gusto e pulitezza.

Schietta, franca, leale, Maddalena non aveva riguardi per nessuno,

diceva a tutti ciò che doveva dire come colei cui la pazienza non

fosse la virtù principale.

Amava suo marito quantunque sovente lo rampognasse per inezie, ma il

buon Bastiano chiudeva un occhio sul di lei carattere, poichè sapeva

di possedere ad onta di ciò un tesoro di moglie ed un'ottima massaja.

Infatti ell'era attiva, economa, antiveggente.

La casa ov'erano allogati i Paglini apparteneva in allora al conte

C*** che la occupava da solo.

Misantropo di natura egli menava una vita ritiratissima, non aveva

amici e non sortiva mai.

La sua servitù si componeva soltanto d'una cameriera e d'un servo

ch'era nello stesso tempo maggiordomo e segretario; come si vede i

portinaj non dovevano aver molti disturbi.

Una volta un uomo era entrato dai conjugi Paglini; era vecchio e

povero.

Strascinava a stento una gamba inferma ed i suoi lineamenti apparivano

alterati dalla malattia e dal cordoglio.

Stese dubbioso la mano e domandò l'elemosina; Maddalena lo vide

arrossire e nascondersi il volto nelle pieghe dell'abito.

Si sentì commossa la buona donna e cavando da tasca una moneta.

--Tenete, disse al mendicante, voi non siete nato per chieder

l'elemosina, certamente la vostra gamba inferma e fors'anco

qualch'altra malattia vi hanno reso impotente al lavoro o vi spingono

ad un passo del quale voi pure arrossite.

--Pur troppo gli è come dite, esclamò il vecchio con un sospiro; ed il

suo sguardo si fermò sulla portinaja con un'espressione di sincera

riconoscenza.

--Povero uomo, vi compiango!

--Che Iddio vi benedica, voi che avete una parola di compassione per

l'infelice!

La sua voce era piena di religiosa riconoscenza.

--Così fossi ricca e potessi fare di più, ripigliò Maddalena, ma

anch'io ho una figlia e bisogna che pensi al suo avvenire.

--Oh voi avete una famiglia! sospirò il mendicante, a voi sorridono le

dolci speranze dei figli! io, vedete, sono solo.

--Senza parenti, senza amici?

--Nessuno. Oh, se sapeste com'è amaro l'isolamento della miseria! E

dover questuare una vita che si abbandonerebbe tanto volentieri!

--Mi fate pietà.

E la degna portinaja si terse col palmo della mano una lagrima che le

scorreva giù per le guancie; Bastiano che dal suo banchetto aveva

ascoltato in silenzio quelle parole si sentì pur lui profondamente

commosso.

--Ebbene, saltò su Maddalena collo slancio del cuore rivolgendosi al

poverello, voi non siete poi vecchio decrepito, avete una gamba

inferma, è vero, ma con un po' di cura si potrà risanarla. Se voi

adunque vi sentite ancora in grado di far qualche cosa, di guadagnarvi

insomma co' vostri servigi onestamente la vita, io vi accolgo qui in

casa mia; vi troverete una famiglia. Siamo noi due solamente, io e mio

marito, abbiamo ancora una figliuola ma si trova in collegio e non

sortirà tanto presto. Voi non farete altro che vegliare alla pulizia

del palazzo cui il padrone n'è assai critico e se vi avanza tempo

darci una mano nel disbrigare le nostre faccenduole domestiche. Via,

se siete contento avrete in iscambio alloggio, vitto e tutto quello

che vi abbisogna; nevvero Bastiano, che ne dici?

--Approvato; esclamò il Pipélé colla sua solita bonomia. Già è molto

tempo che noi sentivamo il bisogno d'un altro paja di braccia, che io

non sono S. Antonio io, non posso essere contemporaneamente in corte

colla scopa in mano e qui al banchetto tirando lo spago. Se non altro

avremo un supplente da lasciare alla porta quando mi terrai compagnia

all'Aquila, eh! eh!... Se lui ci sta meglio lui d'un altro, ha tanto

l'aria da galantuomo!

Pensate con quale riconoscenza accogliesse il mendicante la fattale

proposta.

Da quel giorno papà Gervaso--ch'era lui--fece parte di quell'onesta

famigliuola.

Erminia allora era a Monza in collegio; suo padre si recava sovente a

prenderne notizie e passava pel di lei servo in faccia alle signorine

dello stabilimento.

Fosse effetto d'una viziata costituzione, oppure conseguenza del

mestiere, Bastiano amava molto la vita sedentaria, era nemicissimo del

moto, s'immagini la fatica della povera moglie ogniqualvolta voleva

mandarlo a Monza.

Non ch'egli non amasse la figliuola, ma forse un tantino egoista mal

sapeva sacrificarle il suo privato benessere.

Accolto poi in famiglia papà Gervaso, Bastiano credette che potesse

supplirlo in quelle gite per lui tanto moleste.

La portinaja in sulle prime diè nelle furie, ma poscia dovette

rassegnata valersi dell'opera del vecchio, che docile e paziente

faceva di tutto per rendersi degno delle cure veramente affettuose cui

si vedeva fatto oggetto dagli ottimi Paglini.

Gervaso si guadagnò in poco tempo la confidenza e la simpatia di

Erminia.

Egli l'amava quella fanciulla d'amor paterno ed il bacio che la

giovane educanda stampava sulle sue gote aggrinzite gli facevano

dimenticare quei dolori, quei tristi ricordi che gli si potevano

scorgere attraverso le rughe della fronte, nell'espressione austera

de' suoi lineamenti.

Erminia un giorno gli confessava con amabile ingenuità che dopo i

parenti e la Direttrice del collegio egli era la persona che più

amasse in questo mondo.

Un fascino ignoto legava con vincoli d'affetto quelle due creature.

Erano circa tre anni che Gervaso si trovava presso i Paglini

allorquando gli ricondusse a casa la figliuola.

Gervaso tacque a quella buona gente la vera ragione che l'indusse a

tal passo; allegò solo a sua giustificazione l'antipatia che Erminia

nutriva pel collegio, il raffreddamento di quei riguardi che le si

usavano una volta, e quanto fosse stato immenso in lei il desiderio di

ritornare vicino a' suoi cari parenti.

Fu più che bisognasse per avere la piena approvazione di Maddalena.

La povera donna fuor di sè dalla gioja in rivedendo sua figlia voleva

soffocarla in amorosi amplessi, la copriva di baci, di carezze, le

rivolgeva infinite domande senza neppur aspettarne la risposta,

piangeva, rideva... sua figlia era tutto per lei.

Il calzolajo festeggiò quel giorno trincando all'Aquila ancora più del

consueto.

Erminia venne condotta nella cameretta che sua madre ebbe la cura di

prendere in affitto nella casa stessa e di ammobigliarla con molta

proprietà.

Eravi una libreria che Maddalena aveva fornita d'ottimi libri fattisi

indicare dalla stessa Direttrice del collegio, ed un pianoforte con

buon corredo di scelta musica.

Voleva che sua figlia ritornata presso di sè non mancasse di quei

comodi che aveva sempre goduti in pensione.

--Non sarà forse elegante la tua stanzetta come quella che hai finora

abitata, le diceva amorosamente, ma qui ci sarò io a prevenire ogni

tuo desiderio, a farti bella la vita colle mie premure, col mio amore.

Povera bambina! e perchè non iscrivermi che ti era venuto in uggia il

collegio, che volevi ritornare a casa tua? Oh io mi sono accorta

subito della malinconia che ti struggeva, le tue lettere non erano più

quelle d'una volta non avevi più per me quelle tenere espressioni che

mi facevano pur tanto contenta. Tuo padre mi replicava di non badarci.

Sarà qualche contrarietà, qualche freddura fra loro compagne, diceva

lui; ma io non era quieta io, il cuore mi aveva convinta che tu

soffrivi. Gli è per questo che una mattina mi son messo l'abito della

domenica risoluta di venirti a vedere e parlarti; e se non c'era papà

Gervaso ci veniva veh! Cosa vuoi, ha incominciato a dirmi che aveva

fatto promessa di non porre piede in quel collegio, che l'avrei

umiliata in faccia a tutte palesandoti figlia d'una povera donna... e

mi sono rassegnata a lasciarlo partir lui. Che bravo Gervaso se ha

fatto bene a ricondurti a casa; Oramai ti sei fatta grande, sei bella,

ben educata, dunque è tempo che tu entri nel mondo. E qui sarai

felice, lo devi essere, vedrai, vedrai la mia Erminia; andremo al

corso, al teatro, tutto quello che ti piacerà... basta che tu ami la

povera mamma!

--Ma come non amarti, rispondeva commossa la giovinetta, tu così

buona, così amorosa!

E gettatesi contemporaneamente le braccia al collo madre e figlia,

strette in un tenero amplesso piangevano insieme lacrime di tenerezza.

La madre! Oh i dolci ricordi che questo nome onninamente caro ci evoca

nel nostro cuore!

Se noi riandiamo colla mente i begli anni della infanzia noi la

vediamo ancora la madre china sulla nostra culla compiacersi del suo

gentile portato, sorriderci l'ineffabile sorriso dell'amore.

Noi la vediamo, lieve cullandoci sulle ginocchia guidare le nostre

manine al cielo, farcì conoscere Dio col mostrare le stupende sue

opere e fra le carezze e i baci, insegnarci a balbettare quel nome che

la empie di santa letizia,--mamma.

Chi non si sovviene le lagrime piante sul di lei seno, perchè tutti

devono piangere quaggiù, i suoi amorevoli conforti e l'indulgenza,

forse soverchia, nel perdonarci i primi falli e i germi d'una

religiosa morale provvidamente sviluppati nei giovani nostri cuori?

Chi ha dimenticati i sacrifici durati, forse gli stenti patiti per

porci all'elevatezza dei tempi con una completa istruzione, con una

educazione completa?

E persino fatti adulti, quantunque la maligna nostra natura spesse

fiate ci fe' ingrati ai tanti benefici, che la costringemmo nel

segreto della notte versare lagrime amare sui tralignamenti nostri,

quante volte non ci siamo destati sotto l'impressione soave de' suoi

baci, quante volte ancora chiamati nelle sue braccia gustammo le

sublimi dolcezze d'un amore divino.

Oh, solamente colui che non ha avuto una madre o che l'ha perduta

troppo bambino può dire d'essere passato solitario nel monito come in

un immenso deserto, può dire di non aver vissuto nè amato, gli altri

tutti amarono e vissero, travidero dalla terra attraverso le azzurre

pupille della madre gli azzurri infiniti del cielo.

Non è l'amante che divinizza la donna.

Allorquando nell'età degli amori incontriamo nella fanciulla raggiante

di giovinezza, di virtù, d'innocenza, l'incarnazione dei nostri sogni,

in allora ella ci sembra l'opera più bella di Dio, è quale aveva nella

sua mente divina ideata la creatura pria che una colpa senza perdono

la diseredasse dal paradiso terrestre.

Un fascino irresistibile esercita in allora la donna sul nostro cuore,

e amiamo.

Ma col tempo, o lo splendore della bellezza si offusca, o la virtù dei

nostri occhi decresce, avvegnachè possiamo guardarla senza che l'anima

dentro ci tremi.

La madre invece è sempre una santa.

La felicità che Maddalena prometteva a sua figlia non poteva più

sorridere alla povera giovinetta.

Sebbene Erminia tentasse ogni sforzo per stendere un velo sul suo

passato e rincominciare una vita novella tutta pace e tranquillità

presso i suoi parenti non lo poteva suo malgrado.

Le cure più affettuose che può prodigare un'affettuosissima madre non

valevano a riempirle quel vuoto che l'abbandono di Flavio aveva

lasciato nel suo cuore.

Erminia amava come poche sanno amare quaggiù; amava per la prima

volta, ed un primo amore si può talvolta soffocare, non mai ispegnere.

Flavio le si era presentato povero, infelice, bello di volto,

d'ingegno, di anima, e le aveva chiesto il di lei affetto.

La sincerità del giovane amante era manifestata dalle lagrime che

bagnavano i suoi occhi, dall'espressione di soave mestizia de' suoi

lineamenti, Erminia credette e fidente s'abbandonò agl'impulsi del

cuore.

I due amanti si credevano destinati a percorrere insieme e felici

l'increscioso cammino della vita, allorquando papà Gervaso venne a

porsi fra loro.

Erminia nudriva verso Flavio troppa stima perchè potesse crederlo

capace d'una bassezza; aveva avuto da lui troppo grandi prove d'amor

puro, disinteressato, santo, per contaminare la sua memoria coll'ombra

d'un sospetto.

Il dubbio però insinuandosi talvolta qual serpe velenosa nelle sue

care rimembranze riusciva a porla per un istante in una dolorosa

perplessità; allora piangeva amare lagrime... ma Flavio finiva sempre

per riapparirle col suo sguardo soave, col suo dolce sorriso, ed

anch'essa sorrideva e mormorava asciugandosi gli occhi: No, non

m'ingannava.

Concentrata così nel suo amore, traeva una vita mestissima; non usciva

mai dalla sua cameretta, i libri erano il suo passatempo, il

pianoforte l'unico di lei amico.

Oh, com'era bella allorquando infiammata dal fuoco sacro

dell'inspirazione, lo sguardo melanconico rivolto al cielo, la lesta

leggermente inchinata sulla spalla, scorreva l'agili dita sull'eburnea

tastiera.

Quanta poesia in quei suoni, come nella loro mesta espressione

armonizzavano perfettamente colla tristezza del di lei cuore!

Papà Gervaso era il solo che comprendesse il dolore della povera

Erminia e cercava consolarla; ma v'hanno tali angoscie che domandano

solo una muta compassione.

--Voi l'amate ancora, prorompeva il buon vecchio stringendosi al seno

la giovinetta; ed egli non è degno di voi! Pensate piuttosto a vostra

madre, essa ignora tutto, sa soltanto che voi non siete felice, e ne

soffre l'ottima donna!

--Oh, madre mia! esclamava la fanciulla colle lagrime agli occhi. E

dopo un istante di silenzio continuava rivolgendosi al vecchio:

--Gli è perchè voi non sapete cosa sia sentirsi attratta

incessantemente da una persona, amarla con tutta la forza d'un cuore

ardente, con tutto l'entusiasmo della passione, amarla d'amore santo,

ma immenso, ma indomito, ma irresistibile; sognare la felicità

d'un'esistenza a lui consacrata, sognare l'unione di due cuori, di due

anime, e vagheggiarla per lungo tempo questa felicità e compiacersene

e crederla vicina, per dover rinunciare a tutto perchè non fu che

illusione.... Oh, questo è troppo gran dolore!

--L'infame v'ingannava!

--Se vi ha un infame, gridava la giovinetta trasportata

dall'esaltazione, voi lo foste che mi avete crudelmente strappata dal

suo petto, voi che accecato forse da false apparenze l'avete umiliato,

avvilito, scacciato.... egli era innocente!

--Mentiva.

--No, che non si mente un affetto allorquando lo si esprime come lui!

Oh, voglia il cielo ch'io non abbia un giorno a maledire quei diritti

che fatalmente vi siete arrogati sulla mia esistenza.

--Erminia, figlia mia!

E la misera giovinetta, rientrata in sè stessa dalla voce soave del

buon vecchio, coprendosi il volto colle mani, si gettava sul suo

letticciuolo rompendo in singhiozzi.

Gervaso era oppresso dall'angoscia.

Un giorno i coniugi Paglini stavano soli nel loro camerino.

Bastiano lavorava al banchetto, e Maddalena in un canto rattoppava le

sgualciture d'una sottana.

Il volto della povera donna pallido più del consueto era di molto

dimagrato; gli occhi rossi circondati da un'aureola turchiniccia

dimostravano d'aver sparse molte lagrime.

Di tanto in tanto sospendendo il lavoro stava lungamente immobile,

collo sguardo fisso, la bocca semiaperta, quale un'infelice cui avesse

smarrita la ragione; fintantochè richiamata ai sensi da un singhiozzo

che suo malgrado le prorompeva dal petto ritornava mesta al suo

lavoro.

Bastiano osservava la moglie colla coda dell'occhio e come colui

ch'era di cuore sensibilissimo si cuoceva internamente.

Ed il povero uomo provava la sua commozione in mille maniere; ora

dando rabbiosi strappi allo spago più d'una volta spezzandolo a grave

scapito della ciabatta; ora dando furiosamente del martello in sulla

suola battendosi tal fiata il ginocchio e mordendosi poscia le labbra

per vincerne lo spasimo; ora rimescolando i ferri sul suo banchetto a

guisa di chi cerca qualcosa e sbuffando e bestemmiando per non trovare

quello che neppur lui sapeva di cercare.

Il buon calzolajo era fuori di sè; fissò un'altra volta sua moglie e

vedendola sempre pallida, smarrita, sofferente si alzò; stette

un'istante dubbioso, incerto, indi si portò al di lei fianco.

--Insomma Maddalena è ora di finirla, proruppe con voce soffocata;

credi forse ch'io possa permettere che tu ti affligga così, che ti

rovini la salute con quella malinconia, con quel pensarci sempre? E

per che cosa infine? Per delle idee che ti sei fitta in capo, per

delle supposizioni che magari sono le mille miglia lontane del vero.

Uh, se potevo indovinare che quella benedetta figliuola t'avrebbe dato

tanti fastidi non l'avrei lasciata ritornare dal collegio, no veh!...

Tu credi sempre ch'ella soffra, che non sia felice qui in casa nostra;

forse perchè non la vedi allegra, burlona come siamo noi? Che diavolo!

non tutti poi sono fatti ad uno stampo. Ella ha studiato e quando uno

ha avuto dell'educazione diventa serio, meditabondo e preferisce

passare il tempo co' suoi libri che colla gente. Eppoi non te l'ha

detto ella stessa di non badarci ch'è suo carattere, che del resto è

contenta, soddisfatissima di noi e di tutti? Sfido io a non esserlo;

la lasciamo mancare di qualche cosa? non la trattiamo come una regina?

Si sa già, assuefatta in collegio adesso si deve trovare un po' giù

d'orizzonte, un po' perduta, ma non la è poi roba da prendersi così

sul serio. Vedrai che la si avvezzerà...

--Erminia ha qualche cura segreta, esclamava la portinaja, qualche

cosa che le turba la pace del cuore, che le allontana il sonno, che le

consuma lentamente la vita. Guarda come si è fatta brutta in questi

giorni, com'è impallidita! È un male che ha portato dal collegio, è la

continuazione di quella malinconia sulla cui causa noi ci siamo tutti

ingannati.

--Ma che malinconia, è suo carattere!

--Non si cangia di carattere da un momento all'altro; un giorno

ell'era ben diversa da quella d'oggidì. Eppoi non l'ho sorpresa io

forse più d'una volta a piangere?... Oh tu non l'ami, tu non puoi

amarla come me, gli è per questo che non sai comprenderla.

--Senti Lena, mi fai torto parlare così, diceva Bastiano in tuono di

dolce rimprovero, io credo di non avertene mai dato il diritto.

--È vero, è vero, oh mio Dio, divento anche ingiusta.

--Io l'amo quanto te quel caro angelo.

--Lo credo buon Bastiano.

--Ma d'un amore un po' diverso dal tuo, perchè invece di consumarmi

come fai tu in un pianto sterile e inutile ho pensato al modo di

guarirla dalla sua tristezza... sì, ho pensato e credo anche d'aver

trovato.

--Dunque capisci ch'ella soffre!

--Cioè... ho capito che ha qualche inezia pel capo...

--Ah!

--Ma difetto di carattere, preoccupazioni giovanili te lo ripeto, che

non meritano la pena di occuparsene, tuttavia ho voluto trovarci il

rimedio, Lena mia.

La povera madre scosse il capo in segno di dubbio.

--Oh io conosco abbastanza voialtre donne, proseguì Bastiano con aria

di mistero, per sapere cosa vi frulla pel capo all'età di Erminia.

--Ebbene parla.

--Sì parlerò, Lenuccia mia, ma prima asciugati gli occhi, non voglio

vederti più a piangere. Guarda, sei invecchiata più di vent'anni in

questi pochi giorni, tu che non faccio per dire, ma eri ancora una

bella donnina... Fatti un po' in là, voglio sedermi qui, accanto a te,

colle mie mani nelle tue, così... così... proprio come nei primi

giorni del nostro matrimonio. Oh brava, sorridi pure, tu mi levi una

macina dello stomaco.

E Bastiano emetteva un sospirone luogo e rumoroso.

--Senti adunque, continuava il Pipélé accarezzando le mani di sua

moglie, tu sai bene che Erminia oramai ha diciott'anni, è proprio nel

fiore della sua gioventù; è nostra figlia e quindi è robusta, ardente,

perchè tale il ceppo, tali i rami, dice il proverbio. Dunque una

fanciulla della sua età, della sua condizione... fisica deve sentire

certi bisogni, provare certi desideri... non so se mi capisci moglie

mia; insomma voglio dire che il suo cuore abbisogna di un affetto

diverso dal nostro, di cure, di premure che solo può prodigare un buon

marito. Oh sì senti, scommetto cento contro uno che il matrimonio è

l'unica medicina che può guarirla, medicina che ha già fatte

felicemente le sue prove in molte altre fanciulle malate. Troviamole

uno sposo che le voglia bene, che la renda felice quanto meriti,

quella povera tosa e vedrai che le ritorneranno le rose sul volto e

ridiverrà vispa, festosa, sorridente come lo fu sempre.

--Tu credi adunque?... domandò Maddalena quasi convinta guardando suo

marito con interesse.

--Io credo d'aver trovato il tocca e sana, rispose il Pipélé

incoraggiato.

--Un marito, un marito si fa presto a dirlo ma...

--Ma che cosa se l'ho diggià!

--Chi?

--Il marito.

--Davvero?

--Sicuro; e che bel giovinotto, educato, elegante e non tutto fumo,

sai? insomma ce l'han fatto apposta per Erminia.

--E credi tu che possano andar daccordo?

--Altro che; di lui non dubito punto, perchè nostra figlia, ohe! è un

bocconcino da principe; e in quanto a lei appena che lo vedrà e che lo

sentirà, che parla poi come un libro stampato, sono certo di vederci

girare la testolina.

--Proveremo anche questa; già una volta o l'altra bisogna bene che la

mariti la mia Erminia, dunque...

--Dunque tanto vale che lo facciamo subito, è quello che ho pensato

anch'io.

--Ma non m'hai ancor detto chi sia?

--Lo sposo?

--Sì!

--Non l'indovini? Eppure lo conosci meglio di me.

--Veramente non saprei...

--È Nicodemo, il maggiordomo del nostro signor padrone che quando

saprà quello che noi abbiamo combinato deve saltare come un matto

dalla gioja.

--Nicodemo? proruppe la portinaja gratamente sorpresa.

--Già lui, che ne dici eh?

--To', sono contenta, bravo Bastiano mio, questa volta hai avuto del

giudizio. Nicodemo è un buonissimo partito per nostra figlia, è un

giovane dabbene, che ha qualche cosa ed un buon impiego,--maggiordomo

del signor padrone!... eppoi praticando sempre coi signori ha imparato

quell'aria elegante, civile, che deve molto piacere ad Erminia educata

in collegio. Bravo Bastiano, quà la mano!

--Ma che mano, ti do un bacio io, prendi...

E il calzolajo scoccava un bacio sonoro sulle guancie di sua moglie.

--Brutto matto, se ci vedessero a far di queste cose, alla nostra età?

--Direbbero che noi siamo un'eccezione alla regola. Guarda son tanto

contento d'essere riuscito a farti ridere che me ne farei un altro a

me di bacio, se colle labbra potessi toccarmi le gote.

--Ora capisco che aveva torlo di rattristarmi in quel modo, le mie

lagrime non potevano farla lieta al certo.

--Diavolo! bisognava indovinarla come ho fatto io giacchè vuol far la

segreta!... Eh, ti pare, quando mi ci metto!...

E scherzando Bastiano puntava l'indice sulla fronte.

--Hai un cuore d'oro, ecco quello che ti dirò sempre, soggiungeva

Maddalena guardando suo marito con affetto.

--Sì, ma senti Lena mia, affari di matrimonio bisogna combinarli il

più presto possibile altrimenti, sai bene, se devono andar per le

lunghe il più delle volte vanno a monte. Dunque io sarei di parere di

parlarci subito a Nicodemo e così alla buona fra di noi mettere

insieme la bisogna. Che te ne pare?

--Sicuro, sarebbe ben fatto.

--Alla buon'ora. Dimmi adunque, Nicodemo è in casa? lo chiamo subito

io.

--È sortito stamane e non l'ho più veduto.

--So dove trovarlo; scommetto che è all'Aquila a sorbire il suo solito

bicchiere. Vieni, ci andremo anche noi, all'osteria si combinano

meglio i negozi.

--Ma ti pare Bastiano... all'osteria insieme... in giorno di lavoro.

--Che scrupoli d'egitto, sì all'osteria; e chi ci vuol proibire

d'andarvi? Se beviamo pagheremo noi.

--Capisco, ma gli è che sono denari che si potrebbero risparmiare.

--Non mi far la spilorcia, quest'oggi dev'essere un giorno di festa,

dobbiamo farla fuori.

--E alla porta chi ci starà?

--Ecco appunto Marta la cameriera del signor conte che scende le

scale; vuoi che ci rifiuti di fermarsi qui un momento in vece nostra?

Ehi Marta! signora Marta!

--Cosa volete? rispondeva una bella ragazzotta di vent'anni circa,

entrando sorridente, fresca, snella, nello stanzino de' portinaj.

--Perdonate Martina, incominciava la Maddalena, ma venne tosto

interrotta da suo marito che disse:

--Taci tu e lascia parlar a me che colla bella Martuccia vado sempre

d'accordo.

Ed alzava le mani per pizzicarle le gote.

--Ohe, giù le mani, fece scherzando la cameriera, non vorrei

ingelosire vostra moglie.

--Senti Lena, è tutto spirito la briccona!

--Con un po' di corpo; conchiudeva ridendo Marta. Ma infine poi si può

sapere per qual ragione m'avete chiamata?

--Ecco quà, saltò su Bastiano, gli è che mia moglie ed io dobbiamo

sortire un momento insieme; è una faccenda che sbrigheremo in poco

tempo e volevamo pregar voi a fermarvi qui sino al nostro ritorno.

Verrà magari nessuno, ma capirete per l'onore della casa bisogna che

ci sia sempre qualcuno alla porta.

--Se avete tempo ci fareste proprio un favore, aggiungeva Maddalena.

--Ma altro che tempo, rispose Marta, di sopra non ho più nulla a fare

e scendeva appunto per prendere una boccata d'aria. Fate pure le cose

vostre con tutto comodo e senza pensieri, che son quà io.

--Brava la mia Martuccia!

E Bastiano dando braccio a sua moglie s'avviava alla vicina osteria in

cerca di Nicodemo.

Nicodemo Panighetti ebbe i suoi natali nel paese di Magenta.

Egli è uno di quegli uomini che quantunque senza meriti, senza virtù

straordinarie, col solo favore d'una fortuna mai sempre propizia si

videro lanciati dall'umile tugurio in cui nacquero al ricco palazzo,

dalla povertà all'agiatezza.

Nicodemo apparteneva ad una miserabile famiglia di contadini,

quantunque egli si vanti l'ultimo rampollo d'illustre casato ridotto

al nulla da funesti avvenimenti politici.

Giovinetto abbandonò il paese che lo vide nascere e sen venne a Milano

in cerca d'una professione meno dura di quella che lo condannava a

sudare sulla marra il pane quotidiano.

Venne ammesso in qualità di stalliere al servizio del conte C*** il

padrone attuale dei Paglini, ove si mostrò, bisogna dirlo a sua lode,

servo attivo, fedele ed affezionato.

Crescendo sempre più cogli anni nell'animo infermo del conte

quell'avversione agli uomini che noi gli abbiamo già osservata, non

volendo aver più nulla affatto di comune con loro, decise vendere

cavalli e carrozze e vivere solo nella sua casa, concentrato in una

bizzarra misantropia.

Nicodemo cessando la ragione del suo impiego doveva essere pur lui

licenziato ma seppe così bene curvar la schiena che il conte se lo

creò suo domestico.

Anche in questo nuovo impiego Nicodemo diede prove di buona volontà e

d'un grande attaccamento al suo padrone, quantunque spessissimo la

povertà dell'ingegno lo lasciasse imbarazzato, confuso nel disimpegno

delle modeste incombenze.

Scorsero alcuni anni e moriva il vecchio maggiordomo e segretario del

conte C***.

Nicodemo cui la fortuna s'era incaricata del suo avvenire venne

pregato d'assumerne le poche mansioni ed eccolo divenuto in una volta

domestico, segretario, maggiordomo, intascandosi regolarmente ogni

mese il triplice suo assegno.

Pervenuto a codesta altezza ch'egli credeva enorme considerato il

punto di partenza finì coll'attribuirsi tutta a sè stesso la rapidità

della sua carriera; credette possedere meriti non comuni ed il buon

uomo si stupiva di non essersene mai accorto.

Allora divenne un tantino superbo; sdegnava quasi di parlare co' suoi

inferiori ed allorquando non poteva farne a meno adoperava frasi e

maniere ch'egli credeva proprie alle persone d'alto affare.

Voleva darsi dell'importanza.

Camminava a tal uopo diritto nella persona, a passi gravi e misurati.

La natura per altro l'aveva dotato di buon cuore e d'una certa

sensibilità; togliendo quel suo sciocco orgoglio, quella fatua

ostentazione di serietà, quel suo frasario ridicolosamente ricercato,

Nicodemo era l'uomo il più inoquo di questo mondo.

Erano pochi minuti che Marta si trovava nel camerino de' portinaj

allorquando entrava Nicodemo.

--Buon giorno signor maggiordomo, saltò su la servetta col suo fare

spigliato e non curante.

Il nostro personaggio s'inchinò maestosamente, indi fermato lo sguardo

in volto alla bella giovinetta parve contemplarla con compiacenza.

Lo si capiva dalla sua bocca che dilatandosi a poco a poco si

atteggiava ad un sorriso forse un po' sciocco.

La servetta non potè trattenere uno scoppio d'ilarità.

--Sempre di buon umore, eh! disse galantemente Nicodemo inchinandosi

una seconda volta.

Poscia il maggiordomo aggrottando ad un tratto le sopracciglia

soggiunse in tuono severo:

--Ma adesso che ci penso, dimmi un poco, come mai io ti trovo qui

fungendo le funzioni di portinaja mentre il tuo posto dovrebbe essere

disopra, presso l'illustrissimo signor conte? Mi vedrei io forse

costretto con mio malanimo richiamarti al dovere, farti conoscere

dico... le incombenze che gravitano ad una camerista saggia e devota?

--Oh la non s'inquieti signor maggiordomo, rispose Marta con un po'

d'ironia, s'io mi fermo quì gli è col permesso del signor padrone.

--Ah, se la cosa è legale io non parlo più, disse Nicodemo cercando

ancora colla bocca il suo primiero sorriso che gli riuscì questa volta

un po' più malizioso.

--Ma sai dico... che se' bella Martina? Hai un visetto molto

_significante_!

--Cosa vuol dire questo? domandò la servetta meravigliata.

--Vuol dire ch'io sento in me un ardentissimo desio di deporre per un

istante l'autorità di tuo superiore per _confavolare_ teco

confidenzialmente, come si farebbe dico... fra pari e pari.

--Signor maggiordomo, io non capisco niente.

--Intendo; quei molti _preti_ e _pellegrini_ ond'io so condire il mio

discorso proibiscono al tuo cervello grossolano ed _incivilito_ di

comprendermi. Ebbene mi farò più volgare.

--Sarà forse meglio signor maggiordomo.

--Dunque ascolti Marta?

--Sono tutta orecchi.

--Bisognerà dico... che impegni un tantino anche quell'altra parte del

tuo corpo che i mortali chiamano cuore.

--Oh, oh, è una questione di cuore adunque che mi fa il signor

maggiordomo, disse la servetta ridendo suo malgrado.

--Già è abbastanza seria perchè tu l'ascolti senza ridere.

--Ebbene non riderò.

--Sarà un po' difficile.

--Lo credo anch'io.

--Perchè voialtre donne creature _aeree_ e _fittizie_ ridereste

vedendo il volo naturalissimo d'un moscerino nello spazio.

--Ma c'è un proverbio signor maggiordomo che lei nulla sua sapienza lo

conoscerà: che il riso fa buon sangue e bel viso.

--E ce n'è un altro, cara Martina che tu nella tua inscienza

ignorerai: _Risum abondant_ dico... non mi ricordo più.._ Risum

abondant_.

--Abbonda dove c'è dell'acqua il riso.

Nicodemo sbarrò tanto d'occhi in volto alla servetta che pareva

prendersi giuoco un pochino del grave maggiordomo, indi proruppe:

--Sei una bestia, non è così. _Risum abondant_... ah, ecco qua, in

_hore stultorum_. Hai capito?

--No.

--Fa niente. Dunque ritornando a bomba io diceva averti a fare

rivelazioni di sommissima importanza unitamente a delle proposte che

ti faranno molto onore.

--Sentiamo signor maggiordomo.

--Ecco; è dovere d'ogni mortale saggio e _provvidente_ allorquando

arriva ad un certo stadio della vita procrearsi una famiglia in seno

alla quale passare tranquillo gli ultimi _restanti_ della sua

esistenza. Per avere questa famiglia è necessario prima di tutto

cercarsi una moglie causa unica della _propaginazione_ della nostra

razza e questa moglie, è naturale, la si desidera d'una certa

formosità dico... ed appariscenza. Ebbene io sono fra codesti mortali,

cerco una campagna onde a lei accoppiarmi legittimamente e credo

d'averla trovata. Sarò breve; senza perdere il tempo--che agli uomini

come noi è molto prezioso--in corteggiamenti inutili, tutte frascherie

ch'io lascio ai gingillini della giornata, io ti dico schietto e

netto: Marta, vuoi tu divenire mia moglie? io ti faccio l'onore di

sposarti.

Marta avrebbe voluto prender tutto in ischerzo ma poscia vedendo che

la fisonomia del maggiordomo aveva l'aria di chi parla sul serio e che

vuole, gli si risponde pure seriamente, mutò consiglio. Riflettè in

cuor suo:

--Si tratta d'accasarmi ed il partito che mi si presenta non mi pare

del tutto da disprezzarsi. Il signor Nicodemo ha un buon impiego,

costumi irreprensibili; ha una figura è vero... ma è un uomo e gli

uomini sono sempre belli. Chissà che non riesca anche ad amarlo!

La furba servetta nondimeno finse d'abbassare gli occhi modesta e con

piglio vezzosamente imbarazzato rispose:

--La sua proposta mi onora al certo, ma mi riesce cotanto

inaspettata... ch'io non saprei risponderle subito qui... sui due

piedi...

Voleva farsi un po' preziosa.

L'ingenuo maggiordomo parve stupirsi ed aggiunse colla sua sciocca

vanità.

--Io credeva che la mia domanda non dovesse lasciarti menomamente

dubbiosa, ma poichè lo vuoi ti concederò il tempo di pensarci. Io già

non sono nè un nobile, dico... nè una _casa bancaria_, ma posseggo

qualche cosa al sole. Il mio morale lo sai è indiscutibile ed in

quanto al fisico eccomi qua; il visibile lo puoi giudicar tu stessa e

dell'invisibile te ne sono garante io. Ho trentacinque anni l'età

propria pel connubio, è per questo che ho pensato a prender moglie. Ci

eri tu e la figlia de' portinaj, belle egualmente, egualmente amabili

e degne di me; chi mai _trascegliere_, diceva in cuor mio, sono due

silfidi, questa casa è un vero _sifilicomio_... Ho pensato seriamente

infine ho risolto di _anteporti_. Sì, ho voluto chiamar te a dividere

meco la mia vita, i frutti del mio ingegno ed il mio nome. Ti

chiamerai signora Panighetti e tutti si chineranno alla metà del

maggiordomo segretario dell'illustrissimo signor conte C***, alla metà

dell'ultimo rampollo d'un casato famoso, perchè la mia famiglia era

illustre; _disgrazievoli_ avvenimenti politici l'hanno depredata pur

troppo, ma un tempo ell'era fra le più grandi di Magenta, che dico,

della Lombardia, dell'Italia...

--Magenta ha detto? io lo conosco quel bel paese posto sulla strada di

Novara.

--Lo conosci? tanto meglio; ebbene io sono dell'_orizzonte_ di

Magenta.

--Ella avrà certamente il castello de' suoi antenati, dei

possedimenti...

--Non ho nulla, la politica si portò via tutto.

--Che peccato, mi piace così tanto la campagna!

--Cosa intendi dire Marta?

--Che ci avrei passato volentieri una parte dell'anno.

--In campagna?

--Già, con lei.

Nicodemo parve raccogliersi un istante e fare uno sforzo di

riflessione, indi stralunando gli occhi e battendosi la fronte gridò:

--Ma sicuro che è così, oh non fallo io! Se tu, dico... pensi già al

modo di vivere meco allorquando ti avrò solennemente impalmata è segno

_chiaroveggente_ che non hai nessuna difficoltà a darmi la tua

annuenza, non è vero? Ma allora noi possiamo dire che tutto è

_concretato_ e _sancito_!

--No, non è così.... gli è che.... balbettava Marta arrossendo suo

malgrado.

--Bene, bene, fanciulla mia, io non voglio sorprenderti, pensa pure

con calma e vedrai che il vantaggio della nostra unione è tutto tuo,

che tu non puoi pretendere di più.

La servetta fece un dispettuccio che sfuggì agli occhi del

maggiordomo, e che si poteva tradurre così:

--Ih, quanta superbia! diventa mio marito, e te la farò dar giù io.

In questo punto si udì una lunga scampanellata che fece trasalire i

nostri personaggi.

--È il signor conte che mi chiama, esclamò Marta.

--Accorri, accorri subito, disse il maggiordomo spaventato.

--E chi resterà a far la guardia alla porta?

--Ci resterò io.

--Lei?

--Sì, io, ma fa presto, che il signor conte non sappia che noi eravamo

in discorsi confidenziali.

--Non dirò niente.

--Brava Martina.

--In quanto poi alla risposta....

--Sì, sì, hai tempo.

--No, gliela darò domani.

--Come vuoi.

E Marta, lanciata un'occhiatina amorosa al fidanzato, che lo fece

andar in visibilio, ratta ascese lo scalone che doveva condurla negli

appartamenti del conte.

Nicodemo, riavutosi dal turbamento che gli aveva cacciato addosso la

improvvisa chiamata del padrone, s'accorse ch'era solo nello stanzino

dei portinai.

Aggrottò le sopracciglia e riflettè:

--Diavolo, come ho fatto impegnarmi a restare in questo vil

ricettacolo della bassa _moltitudine_. Se mi si vedesse supplire un

portinaio sarei un uomo disonorato, perderei quel _discendente_ ch'io

esercito sugli altri, la mia posizione _socialistica_ si vedrebbe

compromessa.... ecco come si fa in frotta, dico.... a spregiudicarsi

in un momento di debolezza; e tutto per quel diavoletto di Marta, che

a dirla qui in confidenza mi ha fatto girare un poco il cervello.

Adesso che ci penso, dicono che tante volte chi si lascia prendere

dall'amore diventa sciocco; diavolo! con vorrei anch'io per niente

affatto seguire codesta regola!... Oh, ma chi ha il mio ingegno non lo

smarrisce tanto presto. Voglio prender moglie ed avere dei figli; i

figli somigliano sempre al padre; dunque è mio dovere propagare una

razza che deve essere il _lustro_ del paese.... sarò il _decroteur_

d'Italia.

Nicodemo aveva finito il suo monologo allorquando udì il rumore di

alcuni passi sotto l'atrio della porta.

Il povero uomo fremette; egli stava per essere sorpreso in un luogo

che avrebbe macchiata la sua riputazione.

Il rumore s'avvicina sempre più, la porta di strada s'apre ed

entrano... i conjugi Paglini.

Emise un sospiro il maggiordomo e proruppe:

--Ah, meno male, siete voi.

--Guardalo qui quel caro signor maggiordomo, gridò Bastiano colla sua

cordiale bonarietà; e noi lo credevamo all'Aquila trincando il suo

solito mezzino.

--Zitto dico... fate adagio, esclamò Nicodemo girando attorno gli

occhi smarriti; in tutto l'orbe terraqueo l'uomo ha i suoi capricci,

ma non per questo si devono _seminare al vento_. Se qualcuno vi

sentisse mi crederebbe un crapulone, un non so io...

--Cosa vuole, soggiunse Maddalena scusando suo marito; bisogna

compatirlo, è il suo maledetto vizio di dire tutto quello che gli

viene in mente.

--Guarda chi mi vuol correggere, ribattè Bastiano, mia moglie, lei che

non sa tenere in gozzo quello che terrebbe un pulcino.

--Parlare va bene, disse la portinaja, ma a tempo debito.

--Ih, cosa ho detto infine? che credevo trovar il signor maggiordomo

col mezzino in mano; è un delitto forse inumidirsi qualche volta la

gola? corpo d'una ciabatta, se ciò fosse io sarei l'uomo il più

malvagio di questo mondo.

--Bene, dico... non è nulla, conchiuse Nicodemo, un'altra volta

abbiate più prudenza... e finiamola. Ora ditemi in che cosa io possa

giovarvi, che salvo errore voi foste in traccia di me.

--Ecco qua, saltò su Bastiano, si tratterebbe... d'un matrimonio.

Nicodemo si scosse.

--Guarda, guarda, pensò egli in cuor suo, quella briccona di Marta

certamente innamorata de' miei vezzi aveva già parlato ai portinaj

perchè ci mettessero d'accordo.

Ed aggiunse ad alta voce:

--D'un matrimonio avete detto? e fra chi?

--Sarebbe fra due persone che pajono nate espressamente per

accoppiarsi, disse il Pipélé sorridendo.

--Ah sì? ma chi sono dessi?

--Sono... eh, eh, signor maggiordomo, vorrei dirglielo d'un colpo, ma

mi piacerebbe lasciarlo indovinare! Ecco, la sposina è una giovinetta

bella come il sole, piena di grazia e di bontà, educata poi...

nientemeno che in uno dei nostri migliori collegi...

--È la Marta certo, pensò il maggiordomo, ma però non mi sono accorto

mai che avesse cotanta educazione in corpo.

--In quanto allo sposo, continuava il portinajo, è un uomo stimato da

tutti per il posto eminente che occupa nella società, di profondo

sapere, di molta dottrina, che parla come un libro e che scrive

come... un avvocato.

--E questi son io, ripensò con compiacenza Nicodemo.

--E malgrado le sue eccellenti qualità, aggiunse Bastiano, il mio uomo

è affabile con tutti e non isdegna neppure di trattare con della

povera gente come per esempio saressimo noi... e figurarsi che tra noi

e lui corre quella differenza che ci sarebbe fra... fra...

--Ve lo dirò io, buon Bastiano, fra il campanile della nostra

parrocchia ed il famoso _picco_ della Mirandola.

--Bravo, proprio quello che voleva dir io; eh, che ne pensa signor

maggiordomo, scommetto che mi ha già capito... gran bella cosa aver

studiato, si piglia tutto al volo.

--Hai ragione Bastiano, noi abbiamo già _intuito_ ogni cosa.

E Nicodemo dava al suo sorriso un'aria di soddisfazione.

--Davvero, ebbene? chiese Maddalena che aveva ascoltato coll'ansia nel

cuore, credendo sempre si trattasse di sua figlia.

--Vi posso dire sin da questo momento che tutto è già combinato.

--Combinato? gridarono insieme i conjugi Paglini.

--Combinato. Eh, eh, sono un uomo io che le mie cose me le faccio da

solo, non ho bisogno, dico... d'intermediari. Ho favellato testè alla

ragazza.

--E che le ha risposto? saltò su Maddalena con dolce impeto.

--Ha accolto la mia proposta di matrimonio con _enfasi_... con

_delirio_. Soltanto che per salvare un po' la modestia mi disse che

m'avrebbe data domani l'ultima, parola. Eh, ma io non ho paura io, un

conjuge mio pari non faccio per dire...

--Vedi moglie mia s'io non ho colto nel segno! gridò Bastiano

raggiante di gioja.

--Ma un momento, proruppe Maddalena alla quale pareva impossibile che

tutto dovesse procedere così bene; di chi parla lei signor

maggiordomo?

--Bella domanda in verità! di chi parlo io?

--Sì.

--Ma di Marta, dico... della camerista dell'illus...

--Oh!! interruppero i Paglini fulminati dalla sorpresa.

Quì successe un istante di silenzio nel quale i nostri tre personaggi

si guardavano istupiditi senza sapere cosa aggiungere.

Finalmente Bastiano esclamò con voce velata:

--Ma non è dessa, capisce, non è Marta.

--Chi, la sposa? chiese il maggiordomo stordito.

--Sicuro, è di mia figlia ch'io le parlo.

--Vostra figlia!?

E gli occhi del maggiordomo volevano schizzar fuori dell'orbita.

--Si metta nei nostri panni, signor Nicodemo, disse la portinaja

asciugandosi una lagrima e ci perdoni di aver osato farle simili

proposte. Noi abbiamo un'unica figliuola che l'amiamo più ancora di

noi stessi. Ci siamo sottomessi senza mormorare a stenti, a privazioni

per farla crescere educata, nell'onore del mondo, onde avesse a

benedir sempre la memoria de' suoi parenti ed ora, al momento di

compiacersi dell'opera nostra, al momento di veder nostra figlia

soddisfatta e felice un muto e misterioso dolore le avvelena ogni

gioja, le consuma lentamente la vita. Vana ci rescì ogni richiesta, la

poverella non sa risponderci che con lagrime. Credemmo che rimembrando

gli agi e la vita signorilmente attiva del collegio le venisse a noja

i costumi semplici e modesti della nostra casa e senza aver coraggio

di lagnarsene si crucciasse segretamente. Bisogna dare adunque alla

sua esistenza nuovo indirizzo, nuove cure, mi suggerì mio marito e

queste non le può trovare che a fianco d'un compagno amato, che in

mezzo ad una cara famigliuola. Allora pensammo a lei. La credemmo

capace di rasserenare l'avvenire della nostra Erminia, di rifiorirle i

suoi anni coll'affetto santo e cordiale di sposo. Perdoni signor

Nicodemo, perdoni la mia franchezza, mia figlia è degna di lei, se lo

può la faccia felice, è una madre che la supplica, una madre che non

vive a questo mondo che per la sua diletta figliuola.

Il maggiordomo riavutosi appena dal primo stupore ricadde subito in un

altro non meno profondo allorquando comprese chi gli veniva proposto

in moglie.

Malgrado il suo ingenuo orgoglio egli non aveva mai osato sollevare

gli occhi sino in volto ad Erminia.

Erminia con quella sua candida bellezza, con quella soave modestia,

con quel piglio delicato e civile gli incuteva troppo rispetto e

venerazione perchè potesse formar dei progetti su di lei.

Ma ora vedendo che dal lato de' suoi parenti non avrebbe incontrata

alcuna difficoltà, anzi veniva da loro invitato a domandarla in isposa

si ringaluzzì.

Finse nondimeno riflettere un istante ed invece pensò in cuor suo:

--Rinuncio subito a Marta; ed io bestia che non ebbi mai il

coraggio... sono troppo modesto, già è il vizio di tutti gli uomini

grandi.

Bastiano vedendolo indeciso gli sussurrò all'orecchio:

--Vadi là che non la sbaglia: Erminia è una brava tosa e poi non le

verrà in casa a mani vuote.

--Non mi credete interessato, rispose Nicodemo; se mi vedete quì

_pensante_ gli è ch'io aveva, dico... degli altri castelli in aria, ma

li abbandono da questo istante e prometto sagrificarmi solo a vostra

figlia.

--Che Iddio vi benedica! disse Maddalena con riconoscenza.

La povera donna era accecata da un tenero amor figliale.

--Parlerò alla ragazza; aggiunse Nicodemo con importanza.

--Bravo signor maggiordomo, proruppe Bastiano, le parli come sa parlar

lei, con delle belle parolone e vedrà che quell'agnellino si lascierà

tosto ammansare.

--Che diavolo mi dite, qui non si tratta di _ammazzare_, si tratta di

far dell'effetto ed a questo ci penso io.

--Le facci vedere la tranquillità della vita conjugale, continuò il

portinajo, l'amor tenero d'un marito, le cure soavi d'una famiglia, i

figli... oh ma sa ben lei di meglio di me quello che dovrà dire.

--Vorrei vedere che mi deste una lezione di _eloquenza_!

--E mi dica, a quando il primo colloquio?

--Magari anche subito.

--Subito ha detto? Lo piglio in parola, saltò su Bastiano battendo

ingenuamente le mani. Erminia è appunto sola nella sua cameretta, a

lei adunque! non le mancheranno pretesti per introdurvisi.

--Lasciate fare a me e novello Cupido, senza che se ne accorga, saprò

ben io piantarle la mia freccia nel bel mezzo di quel nido d'amore che

si chiama, dico... cuore.

--Ma adagio però e con prudenza.

E Nicodemo con quella fiducia in sè stesso che hanno tutti gli

sciocchi salì nella cameretta di Erminia.

La bella giovinetta sempre sofferente stava seduta al tavolino

beandosi nella lettura di quei versi soavissimi che Petrarca scrisse

nel suo Canzoniere.

Il maggiordomo bussò leggermente alla porta indi si fece avanti col

cappello in mano ed inchinandosi con ossequiosa riverenza.

Erminia gli fissò in volto i suoi grandi occhi celesti e non lo

conobbe; si alzò pertanto leggermente imbarazzata e mosse un passo

verso il nuovo arrivato.

Nicodemo compose le labbra al suo solito sorriso e piantandosi ritto

davanti alla giovinetta incominciò:

--Sicuramente io riescirò _ignoto_ alla signorina quantunque abbia

l'onore di coabitare seco lei in questa medesima casa; incolperò solo

il suo metodo di vita oscuro e solingo che non le permette tampoco di

fare la conoscenza de' suoi umilissimi vicini. Mi permetta adunque che

io mi presenti da me stesso in mancanza di persone all'uopo

incaricate. Signorina, io sono il maggiordomo segretario

dell'illustrissimo signor conte nostro padrone!

Erminia s'inchinò e disse:

--In che cosa io posso servire il signor maggiordomo segretario?

--Un po' per volta. Io conosco troppo le regole dell'_incivilimento_,

e della galanteria per saltare d'un tratto a modo di locusta, nel

centro della questione. Mi conceda adunque che per ora io la inviti ad

assidersi. Prego, signorina, s'accomodi.

E le sporse galantemente una sedia.

Erminia oltremodo infastidita tornò a sedersi al suo tavolino e

siccome Nicodemo pareva volersi porre al di lei fianco ella

gentilmente gli mostrò un ottomana che le stava di fronte.

Il maggiordomo dovette rassegnarsi.

Tossì il buon uomo e si spurgò il naso, intanto mulinava in mente il

modo di impiantare una conversazione. Finalmente incominciò.

--La signorina stava leggendo se non erro?

--Appunto signore, rispose asciutto.

--E potrei, dico... senza mostrarmi indiscreto sapere che cosa mai

leggeva di bello?

--Il Canzoniere del Petrarca.

--Diavolo, ecco qua un libro che non conosco quantunque non faccia per

dire ma di libri me n'intenda un pochino; si figuri che

l'illustrissimo signor conte ne possiede d'ogni sorta e in foglio e

legati e grandi e piccoli, ha una biblioteca ricchissima e sono io che

gliela tengo in assetto. Dunque vede bene signorina che ho il diritto

di esserne perito in materia di volumi! Eppure le confesso, quel suo

libro, quel... come ha detto?... _Carrozziere del Petrarca_ non mi è

mai capitato sotto il naso. Sarà forse di pubblicazione recente,

oppure qualche libercolaccio di quelli che ne sortono a migliaia ogni

giorno, che loro signorine leggono tanto volentieri e non fanno invece

che suscitarle _incendi di fuoco_ nella testa, farle credere a certe

_autopsie_ impossibili, desiderare d'essere la reina di certi

_anedotti_ non del tutto moralissimi, stimolarle i sensi ed altre cose

che io taccio per non saperle dire.

Questa tirata invece di disporre Erminia all'ilarità la stomacò

completamente.

Dotata d'una fina squisitezza e di delicato sentire abborriva

quell'ignoranza superba che vuol intendersi e parlare di tutto

spacciando strafalcioni che non stanno nè in cielo nè in terra.

Da questo momento Nicodemo le divenne insopportabile; la rispose

adunque in modo da lasciar scorgere il di lei malumore.

--Che lei non conosca, o signore, il Canzoniere non mi meraviglio

punto, ma però se vuole accettare un buon consiglio si scopra il capo

in segno di devoto rispetto tutte le volte che sente nominare questo

libro. Poichè si ricordi che il suo autore nato cinquecento anni prima

di noi fu quegli che cooperò a prepararci questa lingua così ricca,

così soavemente bella, che è perfino peccato che certuni ne facciano

un uso indegno.

Il maggiordomo non comprese niente e continuava a rimanere a bocca

aperta cogli occhi fissi sulla bella giovinetta.

Dopo un istante di silenzio Erminia aggiunse con visibile impazienza.

--Infine, o signore, posso sapere lo scopo della sua visita?

Nicodemo si scosse e rispose:

--La signorina ha ragione. Ora che il cappello della conversazione è

fatto noi possiamo con diritto procedere innanzi. Prima di tutto mi

lasci premettere che quello che lei udrà dal mio organo vocale è cosa

_notoriamente pubblica_ a' suoi genitori e che anzi io ebbi da loro

preventiva e formale autorizzazione a parlargliene. Si tratterebbe

insomma d'un matrimonio e siccome, dico... è mio carattere la

franchezza così le parlerò senza tanti _ambagi_; d'un matrimonio,

dico... tra me e lei.

Erminia trasalì; volle credere tutto questo una burla di cattivo

genere ed indignata stava per scacciare Nicodemo dalla sua presenza ma

questi non gliene lasciò il tempo e continuò senza punto sconcertarsi.

--Lei è giovine e bella ed io pure; lei ha avuto dell'educazione ed io

occupo un posto culminante nella società, dunque non sembriamo nati

apposta per conjugarci? Veramente a dirle il vero questa non fu la mia

prima intenzione. Io mi era _invacchito_ della Marta, la camerista

dell'illustrissimo signor conte e l'amava, dico... come l'asino ama il

fieno. Avevo fissato di sposarla allorquando i parenti della signorina

mi parlarono di lei. Alla buona come usano di solito con me mi dissero

che per loro sarebbe stato un onore poter combinare un matrimonio fra

noi due ed io ci pensai sopra. Ha messo al confronto la signorina con

Marta ed ho trovato lei molto più _meretrice_; mi sono risolto adunque

al gran passo. Eccomi qua in attesa d'una sua parola che _sancisca_

tutto. Dica pure francamente come ho detto io, se le vado a sangue,

come credo, non abbiamo che a trascegliere il giorno delle nozze. In

quanto alla dote non sono _tiranno_ io; soldo più, soldo meno non sarà

quello che guasterà le uova nel paniere. D'altronde ho il mio impiego,

esso può bastare a noi e ad un pajo di bambini se la signorina me ne

vorrà regalare.

Questa seria proposta fatta nel modo il più comico mondo cadde sullo

spirito di Erminia come un fulmine a ciel sereno; non si poteva più

crederla uno scherzo dal momento ch'ella vi vedeva impegnato il nome

de' suoi parenti. Pur troppo quella buona gente nella loro ingenua

semplicità traviati per così dire dall'amore sviscerato che portavano

alla figliuola, l'avevano avvilita credendo preparare la di lei

felicità.

Ma come mai la povera Erminia poteva cancellare dal cuore quella soave

memoria, quel vergine ricordo che indelebilmente lasciogli colui che

primo la invitò ai godimenti puri d'un santo amore?

Come obbliar Flavio per sempre, egli ch'era l'unico suo conforto nella

penosa prostrazione morale in cui stava totalmente immersa ed

obbliarlo per sacrificarsi ad un uomo che non avrebbe amato mai, che

solo le inspirerebbe disgusto, antipatia, odio?

Eppure era una cosa combinata dai parenti; vi aveva preso parte sua

madre ch'ella tanto amava e che nondimeno involontariamente aveva

cotanto afflitta.

Con qual coraggio arrecarle un nuovo dolore?

Tutti questi pensieri invadevano la mente dell'infelice giovinetta

come un fiume che rotto gli argini si versa devastatore nelle

sottoposte campagne.

Non potè trattenere le lagrime e pianse amaramente.

In questo punto s'apre l'uscio della stanzetta e vi entra papà Gervaso

seguito dai conjugi Paglini.

Il volto dei parenti d'Erminia portava l'impronta d'un dubbio penoso.

Appena la fanciulla scorse Gervaso farsi avanti con quella sua aria

benevole e quasi veneranda diè un grido e si gettò nelle sue braccia.

Il vecchio l'accolse commosso.

--Oh salvatemi, proruppe la giovinetta soffocata dai singhiozzi, mi

vogliono fare ancor più infelice.

--Povera figliuola! hanno errato per troppo amore.

--Perdono, perdono, mormorò Maddalena; e la povera madre

eccessivamente pallida sarebbe caduta priva di sensi se Bastiano non

s'affrettava a sorreggerla.

Il buon Pipélé si mordeva le labbra per trattenere uno scoppio di

pianto. In mezzo alla generale commozione Nicodemo, indifferente

sempre si rivolse a papà Gervaso e gli domandò con voce chiara:

--Potrei sapere infine cos'è successo?...

--Ve lo dirò dopo.

Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi · 第 17 / 23 题