--Voi, gridò Erminia, e cedendo ad un primo impeto di timore e di
vergogna, fuggì attraverso le piante.
--Chi siete o signore, tuonò Gervaso fulminando Flavio con uno
sguardo, che cosa fate in questo luogo, rispondete.
Flavio rimase in piedi muto, annichilito, tremante.
La voce vibrata del vecchio gli parlava al cuore coll'autorità quasi
d'un padre; l'espressione severa di quei lineamenti gl'incuteva
rispetto; si sentiva soggiogato, vinto, umiliato dalla presenza di
quell'uomo.
--Siete un miserabile, gridò Gervaso afferrando Flavio per un braccio,
voi stavate per sedurre una povera fanciulla, sola, senz'altra guida
che un cuore ardente, che un'anima di fuoco; ma adesso son quà io e mi
renderete ragione della pace che le avete tolta e fors'anco
dell'onore...
--Oh, vi giuro che la rispetto quanto l'amo, proruppe Flavio.
--E che cosa speravate adunque da lei?
--Il suo cuore, null'altro che il suo cuore.
Vi era tanta verità in queste parole, che disarmarono alquanto la
giusta collera di Gervaso. Continuò ciò non ostante con voce
imperiosa.
--Ora ditemi chi siete e come vi trovate io questo collegio.
--Ma signore, potrei sapere almeno con quale diritto?...
--Questo non si chiama rispondere, disse il vecchio in tuono risoluto.
--Io non sono.... io non sono che... un semplice maestro di
disegno.... balbettò Flavio con imbarazzo.
Gervaso lo fissò con uno sguardo lungo, penetrante, scrutatore; il
giovane arrossì.
--Voi mentite, gridò il vecchio, e la menzogna vi tradisce.
--Vi prego....
--Mentite, ho detto, ed io non partirò di qui se prima non ho saputo
da voi la verità.
--Ebbene, sì, vi dirò tutto, mormorò Flavio dopo un istante
d'incertezza, è un segreto che a nessuno avrei confidato, ma che a
voi, cosa volete, non posso tacere. Io non vi conosco, non mi ricordo
d'avervi veduto mai, eppure è strano, con voi bisogna che parli come
davanti a mio padre istesso.
Ed il giovinotto interrogava il volto alterato del vecchio, ricercando
invano nella sua memoria.
--Or bene? esclamò Gervaso bruscamente.
--Ascoltate. Io non sono come v'ho detto maestro di disegno, ma bensì
appartengo ad una delle primarie famiglie di Milano per nobiltà e
censo.
Pareva che queste parole facessero un'impressione penosissima su
Gervaso, ma il giovane non s'accorse e continuò:
--Un giorno, era una domenica di primavera, uscii a cavallo, desioso
di godere il bel spettacolo della natura risorta, e spingendomi fuori
della città galoppai infino a Monza. Fu allora ch'io vidi per la prima
volta Erminia; si recava al tempio con tutte le sue compagne di
collegio. Quella bellezza d'angelo, quell'espressione di santa
innocenza che come aureola celeste traspare da tutto il suo corpo, mi
toccarono soavemente. Mio malgrado la seguii ed entrai con essa in
chiesa. Leggeva in ginocchio un libriccino di preghiere seguendo
divota la celebrazione della Messa. Il riconcentramento, la maestà del
luogo, la santità del mistero me la fecero apparire più che umana,
divina. Il fumo dell'incenso, le melodie dell'organo, i canti
religiosi che accompagnavano la sacra cerimonia, innalzavano, è vero,
il mio spirito al cielo, ma il cuore s'affezionava, si univa
indissolubilmente alla vergine genuflessa. Io sortii dal tempio
pazzamente innamorato. Ma come avvicinarla, mi dissi, senza incogliere
nella scrupolosa sorveglianza che si esercita su quelle fanciulle e
comprometterla? Pensai allora di farmi accettare in collegio come
maestro di disegno sotto il semplice nome di Flavio, e riuscii.
Perdonate, ma i miei sentimenti erano puri, innocenti; volevo
meritarmi il suo cuore per farla mia sposa.
--Ma conoscete, disgraziato, la sua famiglia?
--Non ancora, ma la nobiltà non è forse scolpita nel suo volto, nelle
sue parole, in ogni suo gesto?
Gervaso parve riflettere; non potè a meno in cuor suo d'ammirare la
purezza e la poesia di quel sentimento; indi, rialzato il volto
venerando, con voce vibrata ad un tempo ed affettuosa disse:
--Giovinotto, voi lascerete immediatamente questo collegio, e non
penserete più ad Erminia.
Flavio fece un atto di dolorosa sorpresa.
--Fate a mio modo, continuò il vecchio, ascoltate un consiglio
suggerito dall'esperienza e dal cuore; voi non potete comprendere le
amare delusioni cui andate incontro persistendo nel vostro amore ed i
dolori che preparate a quella fanciulla. Vi dirò solo che non potrete
mai domandare la sua mano.
In questo punto entrava nel boschetto la Direttrice del Collegio.
--Veniva in traccia di voi, signor Flavio, disse la Direttrice colla
solita sua gentilezza; le mie signorine v'aspettano coi disegni,
ansiose d'avere le vostre correzioni; fatemi adunque il favore a
recarvi da loro; avrete certamente di che divertirvi.
--Gli è che il signor Flavio, favellò Gervaso, bisogna che rinunci da
questo momento al suo impiego di maestro.
Flavio impallidì.
--Oh! e perchè mai? chiese meravigliata la Direttrice.
--Perchè, rispose Gervaso fissando severamente in volto il sedicente
maestro, perchè egli non può fermarsi un minuto di più in questo
Collegio.
--Ma davvero, signor Flavio, che ciò mi sorprende. E non potrei
conoscere il motivo di tale improvvisa risoluzione?
--Scusate ma per ora non lo potete, rispose Gervaso.
--Almeno ditemi se involontariamente io ne fui la cagione...
--In quanto a questo state certa che il signor Flavio non ha ricevuto
da voi che squisiti trattamenti. Anzi col mio mezzo ve ne fa i più
sinceri ringraziamenti e vi prega ancora a perdonargli se è costretto
a partire _all'istante_.
Gervaso calcolò su quest'ultima parola.
Flavio sbalordito rimaneva in piedi senza poter profferire una
sillaba; si trattava d'abbandonare e forse per sempre la giovinetta
ch'egli amava con verace passione e tale pensiero gli stringeva il
cuore in una cerchia di ferro.
Indeciso non sapeva appigliarsi a nessun partito onde l'inesorabile
vecchio cogliendo il destro gli sussurrò all'orecchio:
--Se non partite io svelo tutto e sarete scacciato.
Queste parole scossero il povero innamorato che guardò Gervaso come
chi implora una grazia.
--Almeno ditemi voi se questo vostro proposito sia irrevocabile, disse
la Direttrice interrogando Flavio.
--Lo è pur troppo signora, rispose questi facendo un immenso sforzo su
sè stesso, bisogna che mi rechi in giornata da' miei parenti.
--In allora, esclamò la Direttrice con voce che pareva commossa,
quantunque a malincuore, lo confesso, vi lascio libero della vostra
volontà.
Flavio partì colla disperazione nell'anima.
--Ed ora a noi, o signora, proruppe Gervaso assumendosi un'aria
severissima sapete chi sia quel giovinetto che da un mese ricoverate
in Collegio ed al quale avete commessa l'istruzione delle vostre
educande? Sapete qual'era il suo scopo in questa casa? Dite, povera
illusa!...
--Mio Dio spiegatevi, le vostre parole mi spaventano.
--Nell'età in cui le passioni sono un torrente che non conosce argini
che tutto trascina nel rapido suo corso, quel giovine vide una
fanciulla bella come un angelo ed alle vostre cure affidata perchè
lontana dal mondo crescesse pura, intemerata, nelle pratiche della
virtù. Egli se ne invaghì; ardente giura di palesarle il suo cuore
alla fanciulla, ma come riuscirvi? ella è rinchiusa nel vostro
collegio. Non si perde d'animo; essendo ricco e nobile mette in opera
tutto il suo ascendente e riesce a farsi accogliere da voi in qualità
di maestro di disegno. Allora vedeva la fanciulla, s'intratteneva seco
lei in amorosi colloqui e voi ignoravate tutto. Sapete signora chi era
la povera inesperta che colla fiducia della vergine apriva il suo
cuore alla seduzione? Era Erminia, la mia povera Erminia. Ecco s'io
non aveva il diritto di domandarvi conto della sua felicità perduta.
--Possibile! esclamò la Direttrice; e quell'ottima donna ne fu tanto
dolorosamente colpita che priva di sensi sarebbe caduta se papà
Gervaso non s'affrettava a sorreggerla nelle sue braccia.--Ingannata,
ingannata in un modo così indegno, ripeteva colle lagrime agli occhi,
lasciar sedurre un angelo nella mia casa istessa e non accorgermi di
nulla. Oh le infami seduzioni del mondo... oh il mio onore perduto.
--Voi con potete comprendere, disse Gervaso, le traccie indelebili che
lasciano le passioni in quel cuore ardente. Essa ama quell'uomo e lui
è ricco, è nobile capite, non potrà mai farla sua. Erminia io la
conosco, soccombe ma non dimentica...
--Oh perdono, perdono, supplicava la Direttrice, la mia colpa fu una
troppo cieca fiducia nella lealtà degli uomini... povera Erminia.
--Lascerà oggi stesso il collegio, io la restituirò a sua madre.
--Ma le tacete per carità questo orribile avvenimento, sarebbe troppo
dolore per quell'ottima donna.
--Ella non saprà nulla, disse Gervaso minaccioso, ma il mondo deve
conoscere in qual modo corrispondete alla fiducia che si ripone in
voi, deve conoscere che cosa fate di quelle innocenti che vengono alle
vostre cure, al vostro onore confidate.
--Oh no, fui vittima anch'io d'una inaudita perfidia; non crollate con
uno scandalo quell'edificio di stima che mi costò così tante fatiche.
Non sapete che cosa sia la riputazione per una donna! Eppoi palesando
la mia inavvedutezza voi autorizzate la maldicenza a fabbricare sul
conto di Erminia chissà quale trama di false supposizioni...
--È vero, è vero, mormorava il vecchio soprafatto dall'angoscioso
pensiero; ed ora dov'è dessa?
--L'ho lasciata nel mio gabinetto, era pallida e piangente.
--Povero angelo!
Mezz'ora dopo papà Gervaso ed Erminia muti e tristi percorrevano in
vettura la strada che da Monza conduce a Milano.